Il Blog di Livia Turco

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Month: Ottobre, 2012

No ai tagli alla sanità. Grazie a chi ha manifestato

27 Ottobre, 2012 (11:20) | Dichiarazioni | Da: Redazione

Grazie di cuore a medici, infermieri e in generale a tutti gli operatori sanitari che hanno dimostrato ancora una volta con grande generosità il loro affetto per il Sistema Sanitario nazionale.

Una manifestazione di grande rilievo, che sostiene la nostra battaglia per contrastare i tagli annunciati dal governo. Ci auguriamo che questa legittima protesta convinca l’esecutivo a prendere in considerazione gli emendamenti presentati dalla Commissione Affari Sociali per aumentare le risorse del fondo per le politiche del Welfare, ripristinando i 600 milioni sottratti con la spending review, e per cancellare la vergognosa norma che aumenta l’Iva per le cooperative sociali.

L’importante manifestazione di oggi deve spingere il governo a invertire la tendenza. Bisogna smettere di tagliare sulla sanità perché si tratta di un settore cruciale per lo sviluppo del Paese.

La Sanità pubblica ha bisogno di buone politiche sociali e su questo punto altrettanto rilevante sarà la manifestazione di mercoledì 31 ottobre “Cresce il Welfare, crescono i diritti”. Serve quindi una grande battaglia che promuova il benessere delle persone e combatta la povertà. Su questo il Partito Democratico sarà determinato e impegnerà tutte le sue energie per evitare un danno irreparabile al sistema del welfare che mai come oggi necessita di politiche adeguate ed efficienti.

Livia Turco

Manifestazione dei medici in difesa della sanità pubblica

25 Ottobre, 2012 (11:17) | Lettere aperte | Da: Redazione

Ecco la mia lettera con la quale ho comunicato la mia convinta adesione alla manifestazione indetta per il 27 ottobre a Roma dai sindacati della dirigenza medica, sanitaria e amministrativa del Ssn.
Livia Turco

Alle organizzazioni sindacali promotrici della manifestazione “Diritto alla cura. Diritto a curare”

La mia è una adesione convinta. Con la testa e con il cuore. Credo da sempre nella sanità pubblica e in tutti coloro, medici e operatori a tutti i livelli, che dedicano la loro vita alla salute dei cittadini.
La loro è una missione, nel senso vero e alto del termine. Lo è fin dall’inizio, quando decidono di dedicare anni di studi in materie difficili e impegnative e lo è ancor di più dopo, quando dalla teoria passano ai fatti. Trasformandosi in veri tutori del bene più importante che abbiamo: la nostra salute e quella dei nostri cari.
Ma svolgere oggi questa missione è sempre più difficile. Sotto la minaccia di una crisi economica drammatica anche le politiche sanitarie hanno segnato il passo. Con continue manovre di contenimento dei finanziamenti alla sanità pubblica.
Ma ora è il momento di dire basta.
Di tagli, e soprattutto tagli lineari senza una strategia reale di razionalizzazione e ottimizzazione della spesa, mirando a colpire con precisione le reali inefficienze e non genericamente il complesso del settore, la sanità pubblica muore.
Muore nelle corsie, senza letti, senza personale e senza investimenti per l’ammodernamento strutturale e teconologico. Muore nella medicina del territorio, che attende da anni gli investimenti indispensabili per diventare una reale alternativa all’ospedale. Muore nelle liste d’attesa inaccettabili cui sono costretti migliaia di cittadini e muore nella piaga della migrazione sanitaria dal Sud al Nord del Paese, perché dopo decenni non siamo ancora riusciti a dotare il Meridione d’Italia di una sanità degna del livello di civiltà di un Paese come il nostro.
A tutto questi i sindacati del Ssn hanno deciso di dire basta. E io con loro.
La sanità pubblica italiana costa meno di quella dei nostri partner europei ed è giudicata tra le migliori del Mondo. Un primato che ormai rischiamo di perdere se non si interrompe la miopia di provvedimenti a senso unico che stanno portando anche le Regioni con un servizio sanitario “virtuoso”, efficiente e di qualità, verso un inarrestabile declino.
La sanità italiana, poi, è anche un volano straordinario di risorse e conoscenze per lo sviluppo del Paese. E lo dimostrano i dati che mostrano con chiarezza come, a fronte di un 7,3% di incidenza sul Pil della spesa sanitaria pubblica, corrisponda oltre il 12% di ricchezza prodotta dalla filiera della salute. Una ricchezza che si prosciugherà presto, dopo i tagli sommari operati dal precedente Governo Berlusconi, ma anche dall’attuale Governo Monti. Sia con la spending review che con l’ultima legge di stabilità.
La sanità pubblica e chi ci lavora devono essere salvaguardati. Rappresentano una sorta di “ultima e invalicabile” trincea per la tenuta sociale del Paese. Tagliare la sanità vuol dire tagliare la vita, la solidarietà, la coesione sociale già messa a durissima prova da questa crisi e dagli interventi per contenerla.
Per tutti questi motivi, come parlamentare del Pd, come ex ministro alla Salute che si è sempre battuta per innalzare il livello e la qualità del nostro Servizio sanitario nazionale e come cittadina e “utente” della sanità pubblica, ribadisco ancora una volta la mia adesione alla manifestazione del 27 aprile, augurandomi che sia di stimolo al Governo per rivedere le sue politiche sanitarie, favorendo la riapertura di quel tavolo di confronto tra tutti gli attori del sistema che deve portare alla sigla di un nuovo e innovativo Patto per la Salute.
Livia Turco

Premio Melograno 2012. Dedicato alle donne

19 Ottobre, 2012 (11:27) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

di Livia Turco, da l’Unità del 19 ottobre 2012

Debutta oggi alla Biennale di Venezia la “Rete Donne del Mondo” ed il Premio Melograno per la civile convivenza.
L’iniziativa è promossa dalla Fondazione Nilde Iotti e dal Comune di Venezia ed ha l’ambizione di costruire una rete tra associazioni di donne italiane e donne immigranti, per realizzare scambio, comunicazione, reciproco riconoscimento. Donne italiane e immigrate, italiane e nuove italiane, da molti anni ormai abbiamo imparato a vivere insieme riconoscendo che abbiamo bisogno le une delle altre. Per ciascuna ciò che è stato ed è in gioco è la libertà, la possibilità di costruire una vita nuova per creare con maggiore consapevolezza i legami familiari e crescere i nostri figli.
Insieme abbiamo costruito un pezzo della nostra emancipazione. È importante riconoscere questa interdipendenza, questo legame che ci unisce le une alle altre.

Un legame che non è stato e non è facile, non è privo di conflitti perché talvolta in questi legami si riflettono disparità e diseguaglianze tra le une e le altre. Nel corso degli anni le donne sono state le attrici seppur invisibili dell’Italia della convivenza. Nelle scuole, nelle famiglie, nelle chiese e nei luoghi di culto le donne hanno imparato quanto sia importante costruire relazioni umane, fare la fatica di conoscersi e riconoscersi, perseguire obiettivi comuni per migliorare la qualità della vita di tutti. Le donne hanno scoperto che le relazioni umane sono quelle che abbattono le barriere, superano le paure, accendono la curiosità della conoscenza reciproca.
In questi ultimi anni il clima culturale nel nostro Paese è stato impregnato di ostilità verso gli immigrati attraverso l’azione di quegli “imprenditori della paura” che hanno raccontato agli italiani un Paese che non corrisponde alla realtà, hanno creato lo stereotipo dell’immigrato usurpatore che ruba il lavoro, la casa, i servizi sociali agli italiani.
Questo ha alimentato un clima di sospetto e di paura. La crisi economica rende dura e difficile la vita quotidiana di tanti cittadini italiani che rischiano di sentire gli immigrati concorrenti nella ricerca del lavoro. Peraltro molti immigrati stanno ritornando nei loro paesi di origine.

La crisi economica rischia di accentuare le distanze tra italiani e immigrati, di alimentare le divisioni e le incomprensioni. Per questo bisogna dare forza e visibilità all’Italia della convivenza, che c’è, resiste e cresce nei nostri quartieri, nelle nostre scuole, nelle nostre chiese, nei reparti di maternità, nelle nostre fabbriche ed imprese.
Le donne possono e devono diventare le protagoniste autorevoli dell’Italia della convivenza, l’Italia europea, ponte con il Mediterraneo, con l’Africa ed aperta al mondo.
Per questo proponiamo la “Rete delle Donne del Mondo”  per conoscerci da vicino, italiane e donne del mondo che vivono in Italia; per costruire una relazione positiva tra noi; per promuovere nella scena pubblica le capacità e i talenti delle donne immigrate e sollecitarle ad essere protagoniste della vita sociale, politica e culturale.
Dobbiamo costruire un patto, una alleanza tra italiane ed immigrate per una Italia migliore per una Europa di pace, per un mondo di pace.
Dobbiamo realizzare un confronto tra le nostre culture e religioni per rendere concreti ed arricchire i  valori della nostra Costituzione e la Carta Europea dei Diritti Fondamentali.

Dobbiamo batterci insieme per alcuni obiettivi comuni: la cittadinanza per i figli degli immigrati, la scuola interculturale, la dignità del lavoro, i servizi sociali. Per suggellare questa alleanza, questo patto tra immigrate ed italiane, abbiamo scelto un simbolo, il melograno, frutto della fecondità e dell’interculturalità, che diventa il Premio Melograno per la Civile Convivenza, che sarà un appuntamento annuale e che, in questa prima edizione, viene consegnato a: Giuseppina Beppa Carasin che conduce ed anima un coro multietnico “Voci dal Mondo” nella città di Venezia, Mirela Macovei Presidente della Cooperativa Sociale “NewHope” di Caserta,  che si occupa della formazione professionale di donne che hanno subito maltrattamenti e abusi ed infine, un premio speciale a Alphonsine Yao Adjoua operatrice socio-sanitaria, che durante il terremoto in Emilia Romagna si è occupata dei disabili pur vivendo in una macchina.

Livia Turco

“Basta umiliare e liquidare un’intera generazione”

16 Ottobre, 2012 (11:53) | Interviste | Da: Redazione

Intervista a Livia Turco di Maria Zegarelli, su l’Unità del 16 ottobre 2012
«Non è Matteo Renzi a doverci dire cosa dobbiamo o non dobbiamo fare. Io ho annunciato un anno fa che non mi sarei ricandidata alle prossime elezioni». Livia Turco non si lascia intimidire, spiega al telefono, dagli «attacchi umilianti» del sindaco di Firenze. Rilancia: «La classe dirigente del partito deve rispondere con fermezza a tutto questo».

Onorevole, lei prese la sua decisione un anno fa. La questione del rinnovamento esiste o Renzi sta esagerando?

«Io annunciai la mia decisione durante un’Assemblea delle donne parlando di passaggio di testimone e solidarietà tra le generazioni. Di madri e di figlie che si riconoscono reciprocamente…».

Oggi il clima è diverso. Vi chiedono molto esplicitamente di farvi da parte.

«Non a caso ho voluto ricordare il contesto e il messaggio di un anno fa che era diametralmente opposto a quello che oggi ci propone Renzi e non solo lui. Non siamo soltanto difronte ad un atteggiamento liquidatorio nei confronti di una generazione, ma anche di fronte ad un messaggio pericoloso e contraddittorio per i giovani perché da una parte si avalla l’idea che sia sufficiente il dato anagrafico per avere competenze, dall’altra si valorizza il merito. Per non parlare, poi, di un elemento di umiliazione personale che è inaccettabile».

Lei dice: D’Alema, Veltroni e Bindi devono restare in Parlamento. Non le sembra di andare contro quello che sembra un sentimento diffuso che vuole facce nuove?

«Il rinnovamento va portato avanti ma vanno valorizzate competenze, simboli e storia che non sono aspetti secondari in politica. Questa è la battaglia che sto facendo e trovo molto consenso, la domanda di rinnovamento è forte, lo voglio io per prima, ma deve avvenire nel rispetto tra le generazioni e la storia delle persone. In un momento come questo è facile cavalcare le semplificazioni ma il compito della politica è di andare oltre e di guidare in maniera responsabile il ricambio della classe dirigente. La campagna denigratoria in atto verso alcuni, penso in particolare a Massimo D’Alema, deve essere respinta e contrastata a viso aperto dal gruppo dirigente del Pd, senza timidezze. Qui non è in gioco soltanto il rispetto di un autorevolissimo dirigente del partito ma è in gioco il modo stesso di intendere il Pd».

Anche Bersani dovrebbe essere più deciso nel difendervi?

«Bersani ha dato un messaggio molto chiaro da Bettola. Ha detto una cosa bellissima: non possono esserci nuove foglie senza radici robuste. Io lo interpreto come un riconoscimento delle persone e della storia delle persone, dopodiché se un po’ tutti dicessimo in modo corale che l’attacco a D’Alema è un attacco che colpisce tutti sarebbe un gesto apprezzabile».

D’Alema dice che sarà il partito a decidere sulla sua candidatura. Perché deve decidere il partito e non i singoli?

«Ha ragione D’Alema perché mette l’accento sulla responsabilità collettiva. Come dice Bersani in un partito conta il collettivo e quindi ciascuno di noi deve rimettersi ad una decisione collettiva. Sono dispiaciuta della scelta di Veltroni, che è stato un gesto di grande disponibilità, perché Walter è un simbolo importante per il nostro partito e il suo posto dovrebbe essere in Parlamento».

Tiziano Treu, che non si ricandiderà, spera che il Pd non conceda molte deroghe. Lei che ne pensa?

«Ha ragione Treu, ci sono delle regole e noi dobbiamo rispettarle. Le deroghe dovranno essere molto limitate e decise con grande trasparenza».

Dopo la sfida di Renzi resta della sua idea o anche lei si rimette alla decisioni del partito per la ricandidatura?

«Non si fa politica solo in Parlamento, dunque, sono e resterò in pista. Anzi, di fronte a questi attacchi, a questi metodi così grossolani del sindaco di Firenze, sono ancora più motivata. Mi sento di dirgli che non c’era bisogno che arrivasse lui a dirci come si fa il rinnovamento, che non ha nulla da insegnarci. Ha allestito il suo camper e gira l’Italia soltanto per dirci che dobbiamo farci da parte: gli rammento che Bersani ha già costruito un partito di giovani e non credo affatto che a Renzi stia a cuore il nostro partito e il rinnovamento, ma soltanto l’umiliazione di alcune persone. C’è una bella differenza».

Decreto Balduzzi. L’intervento di Livia Turco in Aula

15 Ottobre, 2012 (10:30) | Documenti | Da: Redazione

La relazione in Aula di Livia Turco come relatrice al decreto sanità.

Il provvedimento in esame «Conversione in legge del decreto-legge 13 settembre 2012, n. 158, recante disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più alto livello di tutela della salute» costituisce uno strumento importante e lungimirante, ma anche urgente, per promuovere l’ammodernamento del sistema sanitario, la qualità e la sicurezza delle cure.
In questo provvedimento la salute dei cittadini è, finalmente, considerata parte integrante dello sviluppo del Paese sia nel senso che, migliorare la salute dei cittadini significa promuovere i valori costituzionalmente tutelati della dignità della persona e del suo benessere psicofisico sia nella consapevolezza che il benessere della persona costituisce un capitale umano prezioso per garantire sviluppo e crescita del Paese.
D’altra parte «la filiera della salute» è un comparto fondamentale della struttura produttiva e della ricerca scientifica del nostro Paese. Obiettivo del decreto-legge messo a punto dal Governo e dal Ministro Balduzzi è proprio quello di accrescere la competitività di questo comparto sia migliorando la qualità dell’assistenza e delle cure sia accrescendo i livelli di efficienza nel funzionamento del sistema.
Abbiamo imparato, nel corso degli anni, quanto sia prezioso il circolo virtuoso tra l’equità, l’efficienza, l’appropriatezza.
Il rilancio e l’aggiornamento alla luce dei problemi attuali del circolo virtuoso tra equità, efficienza, appropriatezza costituisce infatti il filo conduttore che unisce i sedici articoli del presente decreto-legge. A ciò dobbiamo aggiungere, in ogni momento, l’attenzione forte ai cittadini, alle loro percezioni del sistema sanitario, alle loro competenze per far crescere il sentimento di fiducia verso il sistema sanitario pubblico, universalistico e solidale.
È questo, peraltro, il cuore di un buon Governo della sanità: rendere il cittadino protagonista e responsabile verso la cura della sua persona e verso il sistema sanitario.
La sanità funziona se il cittadino vede rispettati i suoi diritti ma anche se percepisce i suoi doveri. Il dovere di non ammalarsi, il dovere di rispettare ed avere cura del Servizio Sanitario Nazionale per contribuire a renderlo universalistico e solidale deve accompagnarsi alle rivendicazioni dei diritti. Altro aspetto cruciale del buon Governo della sanità è la partecipazione attiva dei professionisti, attraverso il metodo della trasparenza, del coinvolgimento, della valutazione dei risultati ottenuti in termini di salute della popolazione, della promozione delle capacità e della selezione sulla base del merito.
Per queste ragioni è cruciale l’articolo 4 di questo decreto-legge che raccoglie, peraltro, un lungo ed importante lavoro, svolto nel corso della legislatura nell’ambito della Commissione Affari Sociali.
Il testo che approda in Aula, è il decreto del Governo che però ha avuto la saggezza di ascoltare i suggerimenti del dibattito parlamentare e del lavoro dei componenti della Commissione Affari Sociali che attraverso lo strumento delle audizioni ha coinvolto ed ascoltato le istituzioni, a partire dalle Regioni, le professioni, le forze economiche e sociali impegnate nel settore.
L’ammodernamento del sistema sanitario ed il miglioramento delle qualità e della sicurezza delle cure non può che partire da una presa in carico dei nuovi bisogni di salute. Cronicità, lunga convivenza con la malattia, nuovi disturbi e patologie connesse agli stili di vita, al disagio assistenziale, l’accentuarsi delle diseguaglianze nella salute in relazione agli effetti che i «determinanti» della salute (lavoro, reddito, istruzione, legami familiari e personali, differenza di genere) hanno sulla vita delle persone: questi sono gli aspetti cruciali dal punto di vita epidemiologico e dello stato della salute della nostra popolazione. Ad essi si riferiscono gli articoli del decreto-legge in esame. A partire dall’articolo 1 che propone la costruzione, finalmente, del secondo pilastro della sanità, l’assistenza territoriale che è e deve sempre più essere la medicina vicina ai cittadini.
L’articolo 1 pone in essere un cambiamento dell’organizzazione sanitaria già avviato in molte regioni, già tentate nei precedenti provvedimenti legislativi. Mi si consenta di citare l’articolo 5 del disegno di legge collegato alla finanziaria 2008 «Interventi per la qualità e la sicurezza del Sistema Sanitario Nazionale».
L’articolo 1 del decreto-legge completa il cambiamento avviato e lo traduce in un sistema coerente. È stato importante il confronto serrato che si è svolto con le Regioni e con i sindacati medici, in particolare la FIMG, che hanno dato un contributo importante di idee e proposte.
L’articolo 1 reca il «riordino dell’assistenza territoriale e della mobilità del personale delle aziende sanitarie». Il sistema dell’assistenza territoriale delineato nell’articolo 1 demanda alle Regioni, sulla base di chiari principi, il compito di organizzare il sistema delle cure primarie.
I principi sono: l’integrazione tra servizi sociali e sanitari compresi quelli ospedalieri; il tema multi professionale per realizzare il dialogo ed il lavoro comune tra diverse professionalità al fine di garantire la continuità assistenziale e la presa in carico del paziente nella sua globalità, avendo come oggetto e come fine la persona e non il corpo malato.
L’integrazione di servizi e la collaborazione tra professionali è cruciale per migliorare la qualità dell’assistenza per prendere in carico quei nuovi bisogni di salute come le cronicità, la lunga convivenza con la malattia, la formazione di stili di vita salutari.
A ciò servono le aggregazioni funzionali territoriali (AFT) che prevedono forme organizzative monoprofessionali che hanno il compito di condividere in forme strutturate, obiettivi e percorsi assistenziali, strumenti di valutazione della qualità assistenziale, linee guida e le forme organizzative multi professionali denominate Unità complesse di cure primarie (UCCP) che erogano, in coerenza con la programmazione regionale, prestazioni assistenziali tramite il coordinamento e l’integrazione dei medici, delle altre professioni convenzionate con il sistema sanitario, gli infermieri, della professionalità ostetriche tecniche, della riabilitazione, della prevenzione e del sociale a rilevanza sanitaria.
In particolare le Regioni disciplinano le unità complesse di cure primarie, privilegiando la costituzione di reti di poliambulatori territoriali dotati di strumenti di base, aperti al pubblico per tutto l’arco della giornata, nonché nei giorni prefestivi e festivi con idonea turnazione, che operano in coordinamento ed in collegamento telematico con la struttura ospedaliera. Quando sarà realizzato tutto ciò la Sanità italiana avrà un altro volto e sarà davvero più amica dei cittadini.
È dunque fondamentale il coinvolgimento dei professionisti, la loro valorizzazione, a partire dai medici di famiglia e dal personale convenzionato, così come proposto nei commi 2 e 3 dell’articolo.
Il comma 2 prevede che le unità complesse di cure primarie e le aggregazioni funzionali territoriali eroghino l’assistenza primaria attraverso il personale convenzionato.
Il comma 3 individua il personale convenzionato nei medici di medicina generale, nei pediatri di libera scelta e negli specialisti ambulatoriali. Quest’ultima è una novità importante ed inderogabile per realizzare l’obiettivo della continuità assistenziale. Per i medici di medicina generale è istituito il ruolo unico, disciplinato dalla convenzione nazionale. Si tratta di una misura importante che pone fine alla frammentazione delle categorie e figure di medici di medicina generale e ne qualifica la professionalità.
Cruciale è il comma 4 che va a novellare l’articolo 8 del decreto legislativo 502 del 1992 «disciplina dei rapporti per l’erogazione delle prestazioni assistenziali» relativamente al rapporto tra Servizio Sanitario Nazionale ed i medici di medicina generale.
Le innovazioni introdotte nell’articolo 8 del decreto legislativo 502, da questo comma 4, sono di grande rilievo e vanno nella direzione di rendere più stringente il rapporto tra Servizio Sanitario Nazionale e medicina generale, logica conseguenza della scelta di costruire il sistema delle cure primarie di cui i medici di famiglia, i pediatri, gli apprendisti ambulatoriali sono il perno.
Pertanto le attività disciplinate dalla convenzione sono individuate tra quelle previste dai livelli essenziali di assistenza - articolo 4 comma a). La nuova organizzazione dell’assistenza territoriale rientra nei compiti delle convenzioni e dunque diventa cogente per le figure mediche convenzionali, comma 4 B-bis. Importante è anche l’innovazione contenuta al comma 4 lettera h) là dove si prevede che l’accesso al ruolo unico per le funzioni di medico di medicina generale del Servizio Sanitario Nazionale avviene attraverso una graduatoria unica per titoli, predisposta annualmente a livello regionale. Analoga situazione vale per i pediatri e gli specialisti ambulatoriali (per questi ultimi la graduatoria è provinciale).
La riformulazione dell’articolo 8 del decreto legislativo n. 502 secondo i contenuti prima indicati consente di promuovere una valorizzazione delle figure mediche della medicina generale e della pediatria rendendo strategica tale professionalità nell’ambito della nuova assistenza territoriale.
Questo è l’amore e la responsabilità per i medici di famiglia, i pediatri, che loro stessi hanno auspicato, dimostrando lungimiranza per una professione che cresce quando è al servizio di un miglioramento complessivo dell’oggetto assistenziale e dunque contribuisce a realizzare un miglioramento nella qualità e nella sicurezza delle cure rivolte ai cittadini. In questo caso, le professionalità dei medici di medicina generale, la loro disponibilità ad innovare l’esercizio della professione attraverso l’associazionismo e il team multi professionale è dirimente per adeguare il nostro sistema sanitario all’impellente bisogno di salute che è la cronicità e la lunga convivenza con la malattia, coglierlo da parte loro e decidere di praticare queste innovazioni è il modo migliore per onorare se stessi e far accrescere il prestigio delle loro professioni.
L’articolo 2 («Esercizio delle attività libero professionale intramuraria») si fa carico delle criticità emerse nell’applicazione della legge n. 120 del 2007 che governa in modo organico la materia e con l’intento di delineare il passaggio a regime dell’attività libero professionale intramuraria, ne indice le tappe applicative: ricognizione straordinaria degli spazi; infrastruttura di rete per il collegamento telematico; mezzi di pagamento che ne aggancino la tracciabilità; convenzione annuale per il collegamento in rete tra studi privati ed aziende sanitarie; rideterminazione delle tariffe.
L’articolo 3: (responsabilità professionale dell’esercente le professioni sanitarie) affronta un tema cruciale al fine di promuovere la relazione di fiducia tra il medico ed il paziente che è il cuore della buona sanità. Evitare il contenzioso medico legale superare la medicina difensiva è possibile se il medico svolge la sua opera in un ambiente sicuro che gli consente di prevenire gli errori e se sa che è perseguito penalmente quando c’è il dolo e non per colpa lieve, quando c’è un sistema di assicurazione che lo tutela. In particolare, è importante il comma 1, riformulato secondo i pareri della Commissione giustizia e dei suggerimenti pervenuti nelle audizioni. «L’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento delle proprie attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve. In tali casi resta comunque fermo l’obbligo di cui all’articolo 2043 del Codice Civile. Il giudice, anche nella determinazione del risarcimento del danno, tiene debitamente conto della condotta di cui al primo periodo».
È importante altresì la formazione di un Fondo per garantire idonea copertura assicurative agli esercenti le professioni sanitarie di fronte a determinate e ben definite categorie di rischio professionale - articolo 2 lettera a). Per creare una relazione di fiducia oltre alla tutela del medico vi deve essere quella del paziente così come indice il nuovo comma c bis) del comma 2, articolo 1.
Per prevenire il rischio clinico e per promuovere la sicurezza delle cure è necessario estendere la costituzione in ogni struttura ospedaliera della Unità di Risk management con l’obiettivo in particolare indicato nel comma 1, lettera a).
Non mi soffermo sull’articolo 4 già illustrato dall’onorevole Barani. Sottolineo l’importanza dell’articolo 4-bis che, al fine di garantire i livelli essenziali di assistenza, consente l’assunzione di personale, con misure volte a superare le condizioni di precarietà.
L’aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza è il contenuto dell’articolo 5. Un articolo importante perché indica una data 3 dicembre 2012 entro cui il Ministero si impegna ad emanare il decreto di aggiornamento dei medesimi indicando tra le priorità la riformulazione dell’elenco delle malattie rare e delle malattie croniche.
Si chiude così una fase di grave incertezza che ha attraversato l’intera legislatura, dopo che il Governo Berlusconi, appena insediato decise la revoca del decreto sui nuovi LEA varato dal Governo Prodi.
Il dibattito nella Commissione ha arricchito l’articolo con due proposte importanti. L’impegno del Governo a procedere entro il 31 maggio 2013 all’aggiornamento del nomenclatore tariffario sulle protesi e gli ausili. La costituzione di un fondo per finanziare i livelli essenziali di assistenza con riferimento alle prestazioni di prevenzione, cura e riabilitazione rivolte alle persone affette da ludopatia intesa come patologia che caratterizza i soggetti affetti da sindrome da gioco con vincita in danaro così come definite dall’OMS attingendo ai proventi dei giochi autorizzati dall’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato.
Parlando di livelli essenziali di assistenza il mio pensiero si sofferma su una particolare forma di dolore e sofferenza, di quella delle persone che vivono la fase terminale della vita. Questo Parlamento ha varato in materia una legge importante che deve essere applicata e rispetto alla quale il Ministro ha dimostrato sensibilità.
Per questo esprimo il rammarico profondo per il fatto che sia stato giudicato inammissibile un emendamento dei relatori che prevedeva il riconoscimento dell’esperienza maturata negli ospedali dai medici palliativisti prevedendone l’assunzione dal sistema sanitario. Mi auguro che tale emendamento venga riproposto nel corso del dibattito in Aula.
Il Capo II del decreto-legge è dedicato alla «Riduzione dei rischi sanitari connessi all’alimentazione ed alle emergenze veterinarie».
Si tratta di misure importanti perché affrontano disagi e disturbi emersi in questi ultimi anni nella nostra società, coinvolgendo in modo particolare i giovani, come l’abuso di alcool, la dipendenza da giochi, la crescita dell’obesità.
La discussione in Commissione, anche avvalendosi dei contributi emersi nel corso delle audizioni ha migliorato il sistema delle tutele. Mi riferisco alla sanzione amministrativa pecuniaria nei confronti di chi vende bevande alcoliche ai minori di diciotto anni.
L’ultimo capitolo cruciale è quello relativo ai farmaci.
Il settore farmacologico è cruciale per la tutela della salute ed è essenziale l’investimento nella ricerca. Esso costituisce un pilastro fondamentale del comparto produttivo del nostro Paese. È fondamentale una politica pubblica del farmaco che investe nella ricerca e nella innovazione e sostenga questo bene prezioso.
Nei vari provvedimenti relativi alla crescita ed allo sviluppo presentati da questo Governo è utile ed auspicabile che siano previste misure di sostegno ma questo settore cruciale. Quello farmaceutico è anche il settore in cui insieme agli investimenti bisogna perseguire con scrupolo la valutazione dell’appropriatezza, il superamento di diseconomie e sprechi.
Riteniamo pertanto essenziale l’articolo 11 che prevede la revisione straordinaria del Prontuario farmaceutico e le collocazioni in fascia e dei farmaci terapeuticamente superati e quelli la cui efficacia non risulti sufficientemente dimostrata, alla luce delle evidenze rese disponibili dall’immissione in commercio consideriamo molto grave la cancellazione, avvenuta in Commissione, dei commi 3 e 4. Ci auguriamo che il confronto in Aula solleciti un ripensamento dei colleghi ed un intervento del Governo per ripristinare, con una formulazione che metta maggiormente in risalto il legame tra economicità del farmaco e tutela della salute, i commi che sono stati soppressi. Concludo manifestando ancora una volta in questa sede che una preoccupazione sfugge nel corso di tutto il dibattito parlamentare: quella delle risorse.
Questa legge se non già dotata di adeguate risorse si tradurrà in una legge manifesto. È fondamentale dunque invertire tendenza e tornare ad investire nella salute.

“Io lascio, ma devono farlo anche gli altri”

12 Ottobre, 2012 (12:51) | Interviste | Da: Redazione

Intervista a Livia Turco di Wanda Marra - Il Fatto Quotidiano del 12 ottobre 2012

Sta ferma, incollata alla sedia della Commissione Affari sociali, Livia Turco. Si votano gli emendamenti al decreto sulla Sanità (che va in Aula lunedì) e in questi giorni da fuori si sente quasi solo la sua voce. Non molla un attimo. Eppure è pronta a non ricandidarsi. “L’ho detto parlando a una Conferenza delle donne del Partito democratico: sono pronta a lasciare. Però se lascio io lo devono fare anche gli altri”.

È provata Livia Turco. È tirata. Ma d’altra parte i numeri parlano chiaro: sono 7 legislature che siede in Parlamento. E lo Statuto del Pd fissa l’asticella a 3. Certo, fatta la legge trovato l’inganno: e c’è sempre la possibilità di una deroga. Questa volta, però, tra il tormentone rottamazione firmato Matteo Renzi e l’odio verso la casta non c’è da stare troppo tranquilli. Massimo D’Alema (7 legislature anche lui) ha appena annunciato che lui di passi indietro non ne fa. E che anzi, “Renzi si farà male”.

“Sia chiaro: io per la deroga a D’Alema sono pronta a fare le barricate”, dice con passione la Turco. Lei è da sempre tra le più vicine al Lìder Maximo, è di quelle che quando si parla di lui dice “D’Alema è D’Alema”. Non uno come gli altri. “Le deroghe devono essere tre: D’Alema, Veltroni e Bindi. Per questo sono pronta a battermi. Sì, perché “D’Alema ha portato il centrosinistra al governo, Veltroni ha fondato il Pd e la Bindi, con tutti i suoi difetti, è la presidente del partito”.

E gli altri? “Per gli altri, il discorso è diverso. Perché poi: D’Alema ha fatto la storia di questo partito e di questo paese. Ma anche io, anche io faccio parte della storia della sinistra italiana”. E allora, se io sono pronta a fare “un passo di lato” devono farlo anche gli altri. Dalle 4 alle 7 legislature ci sono tutti i capi corrente del Pd: 7 legislature, oltre a D’Alema e Turco, Anna Finocchiaro (che qualcuno tira in ballo pure come possibile candidata al Colle).

“Perchè, se me ne vado io non se ne dovrebbero andare gli altri? Ci sono altre mie colleghe che hanno qualcosa più di me?” A 6 legislature ci sono Franco Marini e Anna Serafini che sulla possibilità di lasciare non hanno detto una parola. Poi, Giovanna Melandri che si è data alla politica filantropica come presidente della Human Fondation. E Veltroni, che sta zitto, ma è “a disposizione” del partito.

Per una deroga, ovviamente. A 5, tra gli altri Castagnetti (che ha annunciato il gran ritiro) e la Bindi, che più battagliera non potrebbe essere. La sua insofferenza contro chiunque parli di big che devono lasciare ai giovani (sia Renzi o Matteo Orfini) trasuda da tutti i pori. Chi le è vicino arriva ad augurarsi che nella nuova legge elettorale ci siano le preferenze, perché così nel Pd capirebbero chi prende i voti. Con 4 Sposetti ha annunciato che farà il nonno, ma Fioroni proprio non ci pensa.

Insomma, è una bella richiesta quella che fa la Turco, che le deroghe siano solo tre. “Una cosa però la voglio dire - e l’ho anche scritto - a chi come Orfini e i giovani turchi dice che siamo stati incapaci di resistere al liberismo, che siamo una generazione fallita.

Questo non è vero, è inaccettabile. Siamo una generazione che ha fatto tante cose”. Sul dopo Parlamento la Turco non si sente (ancora) di parlare. Quel che è certo è che tiene molto alla Fondazione Nilde Iotti, di cui è Presidente. Obiettivo strategico: “Far diventare le donne classe dirigente”. Lei però, intanto, ha qualche altro sassolino dalla scarpa da levarsi: “Non mi sta bene essere additata come la casta, come quelli che mangiano, che rubano. Io mi sono fatta sempre il culo: è una cosa che non tollero”.

Perché “uno stipendio intero da parlamentare non l’ho mai visto in vita mia. Ho sempre versato al partito: prima al Pci, ora al Pd”. E non è finita qui: Bersani è pronto a chiedere un contributo ulteriore a chi lo sostiene alle primarie. “Faremo tutto, daremo tutto”.