Il Blog di Livia Turco

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Categoria: Interviste

Aborto, tra diritti delle donne e dei medici

3 Maggio, 2017 (20:07) | Interviste | Da: Redazione

Corrado Augias riaccende il dibattito intorno all’aborto mettendo a confronto due diritti: quello delle donne, di poter ricorrere a una legge costata anni di battaglie, e quello dei medici, di poter esercitare l’obiezione di coscienza.

Livia Turco, già ministro alla Solidarietà Sociale, si confronta in studio con Maurizio Silvestri, ginecologo di Spoleto che, dopo un primo periodo da obiettore, ha scelto di lottare contro la piaga dell’aborto clandestino, riaffiorata prepotentemente in questi ultimi anni.

Vedi la puntata di “Quante storie” 

L’inno alla vita della combattente abortista

10 Febbraio, 2017 (10:15) | Interviste | Da: Redazione

Esce in questi giorni Per non tornare al buio. Dialoghi sull’aborto di Livia Turco, parlamentare PD di lunga carriera e per anni Ministro delle Politiche Sociali e della Sanità. Finito di leggere il suo scritto, abbiamo voluto incontrarla per fare quattro chiacchiere con lei su alcuni temi che hanno destato il nostro interesse.

Domanda: Livia Turco perché ha scritto questo libro?

Risposta: Per tre ragioni. La prima, l’esigenza di passare il testimone di una battaglia intrapresa anni fa alle nuove generazioni. La seconda, la preoccupazione che si rischi di tornare al buio. Visto che i ginecologi che hanno combattuto per la 194 stanno quasi tutti andando in pensione, mentre aumentano, tra i nuovi, quelli obiettori. Infine, la necessità di far capire ai giovani che non è colpa loro se non fanno i figli ma di una società che non è accogliente della maternità.

D: Non è un po’ strano che Lei torni a parlare di aborto quando, in realtà, in Italia come nel resto del mondo, si registrano sempre meno casi?

R: Esattamente il contrario. È importante proprio per far capire come la battaglia per la legalizzazione dell’aborto è servita a diffondere una cultura della contraccezione, dell’importanza dei consultori familiari, del dialogo con i ginecologi che ha allentato la necessità, per le donne, di ricorrevi. Unitamente al fatto che la legge, permettendo loro di non doversi più nascondere e uscire dallo stigma sociale, le ha indotte a riflettere in maniera più matura e autonoma sul senso della maternità.

D: Lei che è una grintosa di sinistra, cattolica e paladina della 194, come etichetterebbe oggi, politicamente, un soggetto come l’americano Scott Arbeiter, fervente cattolico e anti-abortista convinto che però è pro-immigrati?

R: In verità, con gli occhi dell’italiana mi è difficile dargli una collocazione politica. A primo impatto, mi verrebbe da dire un conservatore sui generis. Certamente, non un uomo di destra. Proprio perché chi, come lui, difende il diritto alla vita a 360°, dalla formazione dell’embrione alla protezione del rifugiato che scappa dalla guerra, in un altro paese, per salvarsi, è qualcuno di veramente e profondamente coerente con l’essenza più pura del principio pro-life.

D: Per finire, c’è un tema che il mio giornale ha più volte affrontato, quello della sessualità dei maschietti. Non è che la battaglia per le donne l’ha messa un po’ da parte?

R: In parte non è vero, in parte sì. Non è vero nella misura in cui io, personalmente, nel libro mi rivolgo a ragazzi e ragazze. Perché, per me, la questione dell’aborto non è solo un fatto femminile, ma di entrambi i sessi. Anche il maschio va educato alla contraccezione, alla responsabilità genitoriale, alla prevenzione dei comportamenti sessuali a rischio. Per contribuire, così, a un ulteriore calo del ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza. E anche, come Lei sottolinea, alla riduzione delle conseguenze legate ai tabù che vivono: il ricorso alla droga e alla violenza sulle compagne per sentirsi forti. È pur vero, però, che in generale delle difficoltà dei maschi se ne parla meno, che la questione della salute sessuale maschile non è sotto i riflettori come quella femminile.


D: Se Lei fosse Ministro della salute oggi, cosa farebbe per gli uomini?

R: Punterei a tre soluzioni. Innanzitutto, partirei dal dialogo in famiglia. In particolare, dal potenziamento della relazione madre-figlio maschio per scardinare gli imbarazzi e fare in modo che lui si senta libero di parlare di un problema. In secondo luogo, istituire corsi di educazione sessuale e consultori maschili obbligatori nelle scuole. Infine, l’obbligo, da parte delle aziende, di riservare una quota fissa di congedi parentali per i padri. Così come avviene già in altre realtà europee avanzate.

Annalisa Lista  

Intervista pubblicata su West 

Per una politica nuova e al femminile

5 Ottobre, 2016 (17:30) | Interviste | Da: Redazione

Ci sono donne che operano nell’interesse della collettività, ma occorre più dialogo e incontro. Alcune riflessioni di Livia Turco, alla luce della sua esperienza. Intervista su Noi Donne di Tiziana Bartolini

 

Livia Turco è stata a lungo parlamentare e anche ministra. Oggi è presidente della Fondazione Nilde Iotti che, tra i suoi obiettivi, ha quello di promuovere e valorizzare la partecipazione delle donne alla vita politica.

 

In tanti anni di impegno hai sostenuto l’affermazione delle donne nei luoghi del potere, non solo politico. Forse è arrivato il momento di valutare il loro operato? 
Quando conclusi l’esperienza di governo mi dissi: spero di avere ancora del potere, anzi averne di più perché per me ha significato avere strumenti per risolvere i problemi. La gratificazione che si ha dalla possibilità di incidere, di cambiare è la grande ricchezza che ne ho ricavato. Per me potere è per eccellenza l’esercizio della politica come servizio e, ieri come oggi, il mio impegno è diffondere questi valori tra le donne; sono contenta di vederne tante ai vertici nella politica, nell’economia, nei media… purché il potere sia inteso come agire onesto e disinteressato e, naturalmente, se vuol dire essere felici e trovare la propria realizzazione nella promozione del bene comune. Non so se tutte lo intendono così.

 

Vedo tante volte praticare la politica dell’annuncio, la ricerca di visibilità; ma molto più spesso vedo nei Comuni, nelle Regioni, al governo nazionale, al Parlamento nazionale ed europeo donne che sgobbano, che si impegnano. Non ho sentito parlare di donne indagate per corruzione. Questi mi sembrano due dati importanti, sufficienti per promuoverle. Poi bisogna valutare la qualità delle politiche, il loro impatto sulla vita delle persone, il loro impegno per la vita delle donne e molte volte si resta un po’ deluse. Non mancano le buone politiche, ma credo che le tante donne nelle istituzioni debbano e possano porre con maggiore radicalità e nettezza la risorsa donna al centro dell’agenda politica. Farebbe bene a tutto al Paese: come si sa un alto tasso di occupazione femminile crea maggiore ricchezza, migliore sviluppo e combatte le povertà e le diseguaglianze.

 

Ciò che manca oggi, soprattutto dalle donne del Governo e dalle parlamentari, che sono brave e competenti e di cui sono convinta sostenitrice, è la loro capacità di rivolgersi esplicitamente alle italiane, di ascoltarle, di raccontare loro le battaglie sostenute ed i risultati ottenuti. So quanto è dura e faticosa l’esperienza di governo, ma ritagliarsi il tempo per andare tra i cittadini e le cittadine, ascoltare, discutere sarebbe un bellissimo messaggio ed un tempo speso benissimo. Sarebbe un modo concreto per avvicinare le donne alla politica. Vorrei che le brave ministre, tutte insieme, facessero un viaggio tra le italiane per ascoltare, prendere appunti, ed anche raccontare quanto è stato fatto. Mi piacerebbe che le giovani del governo e del Parlamento aprissero in modo esplicito e insieme tra loro un dialogo, si rivolgessero alle italiane, le invitassero nelle stanze dei loro uffici. Potrebbero cominciare promuovendo tutte insieme un appuntamento in ogni regione. Governare è prima di tutto competenza e azione concreta, ma se essa non si nutre della relazione umana con le persone rischia di essere inefficace.

 

Ritieni concretamente possibile mettere in atto una modalità femminile di interpretare il potere? 
Si, esiste una modalità femminile di esercitare il potere. A parte le eccezioni, in generale le donne sentono più forte il legame con le persone e con la vita quotidiana. Sono più inclini all’ascolto ed al gioco di squadra, sono più oneste e ci tengono ad essere scrupolose, studiose competenti. Questo però non può rimanere un esercizio individuale, ci deve essere una elaborazione collettiva, un progetto condiviso tra donne ed anche con gli uomini per cambiare la politica, per garantire una qualità del governo ad ogni livello della cosa pubblica e nelle aziende che abbia come obiettivo la valorizzazione delle risorse umane, la relazione anche umana ed empatica con le persone, il merito e la competenza. Questa qualità nuova della politica, del potere, del governo lo dobbiamo richiedere come cittadine e cittadini, elaborarlo in un progetto, proporlo in modo collettivo. C’è una responsabilità anche di noi cittadini/e, che dobbiamo scendere in campo, dare vita a movimenti collettivi e non essere chiusi/e nel nostro risentimento, nella nostra fatica, nella nostra delusione.

 

Ma non nascondiamoci i problemi: troppe volte le donne sono tra loro in competizione, fanno squadra meno degli uomini, sono convinte che le alleanze con gli uomini potenti siano più importanti dell’alleanza tra donne.

 

Cosa pensi della candidatura di Hillary Clinton? 

Sono convita che la elezione di Hillary Clinton alla Presidenza degli Stati Uniti sia un fatto altamente simbolico per accreditare l’autorevolezza delle donne e per dare forza e coraggio a tutte. Sarebbe la prima volta di una Presidente nella parte più importante del mondo, una donna che non ha mai nascosto la sua femminilità, il suo legame con le donne, il suo impegno per i diritti e la libertà femminile. Che unisce a questa “differenza” l’autorevolezza, la competenza, la durezza, la tempra che nell’immaginario collettivo sono ancora attribuiti prevalentemente dagli uomini. Che tali doti siano esercitate da una donna cambia la cultura degli uomini di tutto il mondo e dà forza alle donne di tutto il mondo. Auguri Hillary.

 

Cosa pensi dell’avanzare delle donne alla testa di movimenti populisti e/o di destra in Europa?

Non mi stupisce che donne siano alla testa di movimenti populisti, di movimenti che mettono al centro l’identità del territorio, esprimono le paure di trovarsi impoveriti perché arrivano gli “altri”, difendono la propria famiglia, contestano una politica lontana. Non mi stupisce perché la nostra storia di genere ci ha portate e ci porta a sentire molto strette tra di loro la dimensione del pubblico e quella della vita privata. Questo modo differente di vivere la politica ha prodotto cambiamenti positivi nella concezione stessa della politica, nel modo di intendere la rappresentanza, nella pratica sociale e politica. Ha inciso nel percorso storico del nostro paese e dell’Europa, ha un’influenza positiva sui partiti e sulla loro concezione e pratica della politica.

 

Lo ha fatto quando la politica è stata popolare, prossima, vicina alle persone. Il cambiamento che ha vissuto la politica nell’ultimo decennio in tutti i paesi Europei, in particolare il cambiamento del modo di intendere le istituzioni sovranazionali sentite come lontane e burocratiche, la personalizzazione e la perdita della dimensione comunitaria e popolare dei soggetti tradizionali della politica, la corruzione hanno colpito in particolare le donne. Votano meno degli uomini, sono più distaccate, avvertono un senso di estraneità ed in particole quella differenza che le fa essere molto legate alle persone della propria comunità, molto protese, tanto più nel freddo della crisi economica, alla protezione dei propri cari. Sono più attratte dal messaggio della paura, della difesa del proprio territorio e della propria identità, cercano anche in questa occasione relazioni umane, comunità, legami sociali veri.

 

Per questo sono convinta che per sconfiggere i populismi occorra attivare politiche che combattano le disuguaglianze, che diano sicurezza dimostrando che la carta vincente è la solidarietà. Ma serve anche mettere in campo, accanto ad istituzioni nazionali ed europee rinnovate, prossime, più efficienti, una qualità ed una pratica della politica che prenda in carico le persone, le renda protagoniste. Insomma, la sfida che ci proviene dai populismi sono nuove politiche di sviluppo, nuove istituzioni nazionali e sovranazionali ma anche l’invenzione di una nuova politica popolare che sia accogliente, umana, che attivi le competenze di tutte le persone.

 

A cura di Tiziana Bartolini

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