Il Blog di Livia Turco

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Month: Settembre, 2011

Intervista sulla sanità: “Questo governo la sta distruggendo”

29 Settembre, 2011 (16:01) | Interviste | Da: Livia Turco

Ecco l’intervista a Livia Turco pubblicata oggi su www.quotidianosanita.it all’indomani dell’approvazione del ddl Fazio in prima lettura alla Camera.  Per Livia Turco non c’è dubbio: “il ddl Fazio ha anche aspetti positivi ma non affronta i veri nodi e soprattutto viene annullato dalla politica di questo governo fatta solo di tagli a sanità e sociale”. 

Onorevole Turco, il ministro Fazio ha presentato questo ddl come una sorta di manutenzione del sistema sanitario, che “va a colmare tutta una serie di lacune che si sono verificate negli anni nell’ambito della sanità”. È così?
È un provvedimento che sicuramente contiene elementi importanti, che abbiamo condiviso, ma definirlo manutenzione è improprio. La manutenzione del sistema sanitario l’avevamo pensata noi, durante il Governo Prodi, con il ddl sulla Promozione della qualità e della sicurezza del sistema sanitario che affrontava le questioni di fondo. Rispondeva a una domanda essenziale: cosa significa un sistema sanitario unitario in un regime di federalismo fiscale? E a questo interrogativo rispondevamo attraverso due assi portanti: l’aggiornamento dei Lea quale responsabilità nazionale a garanzia dell’unitarietà dell’assistenza e con una vera politica di messa in sicurezza del sistema sanitario dal punto di vista della trasparenza, dell’efficienza e della qualittà delle cure.
Il ddl Fazio, invece, si colloca in modo isolato e parziale all’interno di un quadro generale della sanità e del sociale caratterizzato dalla logica dell’abbandono e dei tagli trasversali senza una visione chiara di dove si voglia arrivare e di come si voglia rispondere ai nuovi bisogni e alle nuove complessità sociali ed economiche.
 
Colpa del Governo nel suo complesso quindi?
La nostra posizione sulla politica sanitaria di questo Governo è fortemente critica. Stiamo assistendo alla progressiva riduzione delle risorse per i Lea e per gli investimenti, al taglio insostenibile agli enti locali, al massacro delle politiche sociali e alla cancellazione del fondo per la non autosufficienza. Il Governo pretende di realizzare l’integrazione socio-sanitaria utilizzando le risorse del fondo sanitario nazionale e attraverso una legge delega fiscale e assistenziale che riteniamo assolutamente inappropriata.

L’iter alla Camera per l’approvazione del ddl Omnibus si è svolto tuttavia in modo molto collaborativo.
Certamente, perché il provvedimento contiene elementi che abbiamo molto apprezzato, che peraltro noi abbiamo contribuito a migliorare con molti emendamenti. Si tratta inoltre, in molti casi, di interventi che avevamo già avviato con il precedente Governo. Mi riferisco alla velocizzazione del sistema delle sperimentazioni, alla valorizzazione dei giovani ricercatori e della ricerca di genere, e all’avvio di una riforma importante degli Ordini professionali, che però non si può fare per delega.
 
Perché?
Nonostante nel merito fossimo d’accordo sulla necessità di un riordino degli Ordini professionali, questo è un Governo così screditato che affidargli una delega va ben oltre quello che per noi è possibile fare nonostante la volontà di collaborare.

La commissione Affari Sociali della Camera sta lavorando a un altro importante provvedimento ma dall’iter molto sofferto ed incerto, quello sul governo clinico. Sul nuovo testo proposto dal relatore potrà esserci una collaborazione tra parti politiche?
Direi di no. Non si tratta di mancanza di volontà, ma nonostante sia stato giusto lo stralcio delle norme sull’intramoenia, questo testo resta fortemente insoddisfacente e, se non sarà migliorato, noi continueremo ad opporci alla sua approvazione.

La libera professione è uno dei temi caldi della sanità, sul quale si cerca di intervenire da anni e su cui lei stessa è intervenuta in qualità di ministro della Salute. Secondo lei come va affrontata la questione, tenuto anche conto che il 31 dicembre scadrà la proroga per l’intramoenia allargata?
Bisogna applicare una legge, la n. 120 del 2007, ed è una buona legge. Purtroppo questo è un Paese che dimentica le leggi che approva. Abbiamo sempre giudicato grave la decisione di questo Governo di non applicare la legge 120/2007 ma anzi, di stravolgerla. Abbiamo invece condiviso la scelta di stralciare la riforma dell’intramoenia sia dal Ddl Omnibus che dal Ddl sul governo clinico, ed è proprio questo uno dei fatti che ci ha consentito di collaborare.
Sull’intramoenia non c’è niente da fare se non applicare la legge del Governo di centrosinistra che, trta l’altro, fu approvata con il contributo di una parte dell’attuale Maggioranza.
 
Lucia Conti
 

Immigrati. Turco, inaccettabile stiparli sulle navi

29 Settembre, 2011 (15:55) | Dichiarazioni | Da: Livia Turco

“Stipare gli immigrati arrivati a Lampedusa su delle navi non può essere la soluzione della situazione che si vive nell’isola siciliana e che ha causato i disordini della settimana scorsa. Non so in quale altro Paese le persone vengono trattenute su delle navi e il sottosegretario durante l’informativa non ci ha detto fino a quando rimarranno lì. Il governo trovi subito una soluzione perché quella è una cosa indegna”. Lo ha detto Livia Turco del Pd durante il dibattito nell’Aula della Camera sull’informativa del governo sui disordini avvenuti nell’isola di Lampedusa la scorsa settimana.

“Basta andare di persona su quelle navi – ha proseguito Turco – per vedere che gli immigrati sono stipati in spazi limitati e fra loro ci sono anche minori. Il sottosegretario agli Interni, Sonia Viale, ha illustrato puntualmente la dinamica dei fatti accaduti a Lampedusa, ma non ha detto come siano potuti accadere quei tumulti. Abbiamo sentito in quei giorni molte persone che operano a Lampedusa dire che quell’incendio e quella situazione di conflitto erano prevedibili ed evitabili. Chiediamo adesso al governo di applicare la legge che la maggioranza ha voluto e di costruire le strutture dei centri di identificazione nelle quali gli immigrati possono essere portati. Così come chiediamo di insistere per l’accordo con la Tunisia, perché non vi è dubbio che quella è la strada maestra per risolvere il problema del governo dell’immigrazione”.
 

Perché voterò sì al referendum elettorale

7 Settembre, 2011 (16:49) | Articoli pubblicati | Da: Livia Turco

di Livia Turco, da Europa del 31 agosto 2011 

Firmerò il referendum per l’abrogazione dell’attuale legge elettorale perché non possiamo consentirci di andare a votare con il sistema attualmente in vigore.
Il PD, con impegno rilevante del suo Segretario, ha depositato una proposta di riforma limpida e forte, coerente con la visione della democrazia contenuta nella nostra Costituzione. Una democrazia bipolare, maggioritaria, basata su un ruolo dei partiti e la loro capacità di costruire alleanza.
Un bipolarismo maturo imperniato intorno a progetti di governo tra loro alternativi e che tenga conto della pluralità delle tradizioni culturali radicate nel nostro Paese. Ora bisogna puntare sull’avvio dell’iter parlamentare e costruire il consenso di una larga maggioranza. Con le necessarie mediazioni tenendo conto in modo particolare delle posizioni delle forze del centro moderato. Ma per costruire le necessarie mediazioni è essenziale la chiarezza e la forza della proposta. Il referendum può essere stimolo  per avviare l’iter legislativo. Anzi qualcosa di più. Può essere uno scossone ad un processo riformatore non più rinviabile. È stato ed è il lavoro quotidiano in Parlamento a farmi sentire l’urgenza del cambiamento della legge elettorale e a farmi preferire in modo netto il collegio uninominale.
Nel corso di varie legislature sono stata eletta con il sistema proporzionale, maggioritario, con la lista bloccata. Credo di aver svolto meglio la mia funzione di rappresentanza quando sono stata eletta nel collegio uninominale. Ero Ministro della Repubblica ma la mia agenda prevedeva sempre la presenza nel collegio. Perché la gente lo pretendeva, perché sentiva di avere il suo rappresentante, voleva vederlo, ascoltarlo, parlargli, sentire rendere conto di ciò che aveva fatto e controllare il suo operato. Questo rapporto diretto con i cittadini e la loro azione di controllo è, tra l’altro, lo strumento più efficace per prevenire e combattere la corruzione e il trasformismo. Ma del rapporto con il collegio ne sentivo la necessità anche per svolgere la mia funzione di Ministro. Il rapporto con il territorio non è la riduzione localistica della rappresentanza. Al contrario, è proprio nel vivo dei legami quotidiani con le persone, nel rapporto con i singoli problemi e questioni che si costruisce in modo più efficace un indirizzo ed una visione politica generale. Il collegio uninominale, molto di più che il voto di preferenza, non solo obbliga ad un rapporto diretto con i cittadini, ma sollecita a rappresentare tutto il territorio ad avere una visione complessiva dei problemi e dunque a promuovere il bene comune. In questa fase contrassegnata in modo così pesante dal degrado della politica, credo sia importante dotare il nostro Paese di un sistema elettorale che incentivi una pratica della politica e della democrazia come esercizio del bene comune. E che contenga gli anticorpi per combattere la corruzione e promuovere la moralità dei comportamenti individuali. La democrazia del bene comune ha però bisogno insieme a regole elettorali di forti soggetti collettivi che promuovano la partecipazione, costruiscano in modo condiviso un progetto di governo e combattano attivamente le diseguaglianze applicando pienamente l’articolo 3 della Costituzione. Da questo punto di vista è molto importante la Conferenza del PD sul partito prevista per l’autunno e sarà importante una legge che dia attuazione all’articolo 49 della Costituzione per fare sì che i partiti politici si dotino di regole che garantiscano una vita interna basata sulla democrazia, la trasparenza, l’onestà. Ma intanto c’è bisogno di uno scossone. Per dare forza alla democrazia del bene comune.

Una manovra solo di tagli

7 Settembre, 2011 (16:47) | Articoli pubblicati | Da: Livia Turco

di Livia Turco, da l’Unità del 21 agosto 2011

Il grido di dolore che i sindaci hanno lanciato contro i tagli ai comuni va raccolto e compreso nel suo significato più profondo. Essi si traducono in tagli ai servizi sociali fondamentali e dunque ai diritti dei cittadini. E’ bene che ci intendiamo di cosa stiamo parlando. Non dare un aiuto economico a chi è in condizione di povertà significa ulteriormente degradarlo e spingerlo nella marginalità. Tagliare i centri diurni per le persone con disabilità intellettiva grave significa tenerle chiuse in casa e non consentire loro di imparare a fare qualche lavoro attivando così le loro abilità e costringere le loro famiglie ad una umiliante fatica. Tanto più grave se si considera la riduzione in atto degli insegnati di sostegno e dell’inserimento lavorativo. Ridurre l’assistenza domiciliare ai malati non autosufficienti significa far impazzire la famiglie e non dare il giusto sollievo alle persone. Abbandonare i servizi psichiatrici come sta avvenendo significa abbandonare progetti di recupero che hanno ottenuto nel corso degli anni risultati straordinari come ci ricorda il bel film Si può fare . Chiudere i già pochi asili nido significa privare i nostri bambini della possibilità di socializzare e di attivare le loro capacità cognitive, che si sviluppano nei primi anni di vita e sono tanto più importanti per i bambini di famiglie povere. Infatti, sviluppare le attività cognitive in modo adeguato significa non ereditare lo svantaggio sociale. Come si vede da questi esempi i servizi sociali sono un investimento altamente redditizio, sono un moltiplicatore di opportunità. Perché prevengono il disagio, aiutano chi è in difficoltà, promuovono talenti e capacità delle persone, combattono l’assistenzialismo. Sono sempre stati carenti nel nostro Paese e considerati figli di un Dio minore collocati all’interno di un Welfare storicamente basato sui due pilastri della sanità e dell’assistenza. Quando l’8 novembre del 2000 entrò in vigore la legge quadro 328 promossa dal Governo dell’Ulivo, la legge della dignità sociale, norme per un sistema integrato di servizi e prestazioni sociali si aprì nel nostro paese una pagina davvero nuova nelle politiche di Welfare, nel rapporto volontariato, associazionismo, terzo settore ed Istituzioni e, soprattutto, nella vita delle persone. Quella riforma fu il frutto di una grande stagione di partecipazione democratica che vide protagonisti amministratori locali, cooperazione sociale, volontariato, associazionismo e terzo settore. Essa aveva portato in dote consistenti risorse attraverso il fondo per le politiche sociali ed era stata anticipata da leggi straordinarie come la 285 per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, l’assegno di maternità alle donne prive di occupazione, l’assegno al terzo figlio, gli interventi a favore delle persone disabili. La legge 328, della dignità sociale, è portatrice di una cultura del benessere della persona imperniato sulla comunità che si prende cura, che attiva tutte le risorse e le opportunità del suo territorio per tirare fuori dalle persone, a partire da quelle più fragili e in difficoltà, tutte le loro capacità, per renderle attive e partecipi alla vita sociale. Il benessere individuale e sociale inteso come relazione con gli altri, attività, partecipazione alla comunità. La dignità della persona, la partecipazione attiva, il Welfare locale e comunitario, le politiche sociali come politiche di sviluppo, l’universalismo selettivo: sono questi i cardini di una riforma che restano non solo attuali ma urgenti nella loro applicazione. Il centrodestra ha invece sin dall’inizio abbandonato questa riforma, non l’ha più finanziata, non ha fatto i livelli essenziali di assistenza richiesti anche dalla legge sul federalismo fiscale. Hanno fatto invece la loro parte le regioni e i comuni che oggi però si trovano totalmente abbandonati ed ulteriormente penalizzati dalla manovra. Questo Governo ha attuato un vero e proprio massacro delle politiche sociali. Azzerando il fondo per la non autosufficienza, e lasciando al fondo per le politiche sociali imbarazzanti 250 milioni (nel 2008 era 1 miliardo). Il massacro delle politiche sociali viene attuato dal Governo in nome di una scelta culturale che il ministro Sacconi esprime con tutta la sua algida baldanza ideologica: la cultura del dono, della sussidiarietà e della carità. E così non solo ci troviamo di fronte a tagli inauditi ma anche a due articoli della legge delega sulla riforma fiscale ed assistenziale appena approdata in Parlamento che di fatto cancellano la legge 328 e il suo impianto culturale. Con due articoli scritti prima delle ferie in assoluto silenzio si archiviano anni di battaglie democratiche, si azzerano tanti soggetti che ne sono stati protagonisti, si torna indietro di 100 anni al Welfare della carità e si archivia il progetto del Welfare delle capacità, dei diritti e della comunità. Tutto ciò è uno schiaffo prima di tutto a coloro che praticano la carità ed il dono come il volontariato che nel corso di tanti anni ha incessantemente sollecitato lo Stato e le Istituzioni ad essere coerente con la nostra Costituzione e dunque ad essere promotore attivo e in prima persona della solidarietà promuovendo una cultura dei diritti e non delegandola alla carità privata. Nei due articoli (9 e 10 del disegno di legge 4566) infarciti della retorica della sussidiarietà che vorrebbe valorizzare le competenze e le virtù delle imprese sociali e del no profit, si delinea concretamente un sistema sociale basato sulla social card per i poveri gestita dai comuni, la riduzione della platea dei beneficiari dell’indennità di accompagnamento tra le persone disabili e l’utilizzo di questi risparmi nella costruzione di un fondo per la non autosufficienza che le regioni dovranno gestirsi e finanziarsi da sole, i servizi di integrazione socio sanitaria finanziati dal fondo Sanitario Nazionale anch’esso fortemente decurtato, e i trasferimenti monetari attuati dall’Inps. Di fronte ad un così grave arretramento bisogna resistere e poi ancora resistere ai tagli ottenendo un ripensamento del Governo ma anche rimettere in campo una mobilitazione forte ed ampia di idee e di passioni per costruire una nuova stagione della solidarietà e della giustizia sociale.

Berlinguer e la “diversità” della politica

7 Settembre, 2011 (16:45) | Articoli pubblicati | Da: Livia Turco

di Livia Turco, da l’Unità del 1 agosto 2011

La questione morale, in Enrico Berlinguer, era strettamente connessa alla sua concezione della diversità della politica e dei comunisti italiani. Non si trattava di una diversità antropologica ma politica e di progetto politico come si legge nell’intervista ad Eugenio Scalfari del 28 luglio 1981, oggi ritornata al centro del dibattito pubblico, in cui Berlinguer collegava la questione morale a tre obiettivi di un programma politico. 1°- la scrupolosa applicazione dell’articolo 49 della Costituzione là dove si afferma che i partiti devono concorrere alla formazione della volontà politica della Nazione e cessare di occupare lo Stato e motiva l’uscita del PCI dal governo di unità nazionale nella mancata rottura da parte dei partiti di governo di queste pratiche di occupazione del potere; 2° la lotta al privilegio che va combattuto e distrutto ovunque si annidi . che la professionalità e il merito vadano premiati .. ; 3° la creazione di un modello di sviluppo che superasse il capitalismo per dare una risposta ai bisogni umani e sociali della persona a partire dal lavoro. Nella questione morale di Enrico Berlinguer non c’era solo l’onestà, la lotta alla corruzione ed alla invadenza partitocratica, ma una idea della politica capace di promuovere una profonda trasformazione sociale ed umana e di contribuire a costruire un nuovo umanesimo, una umanità nuova. Una politica che non si ispirasse ad idealità profondamente vissute si ridurrebbe ad uno scettico politicismo (E. Berlinguer. La nostra diversità aprile1981). Una politica che doveva essere testimoniata con la forza dell’esempio individuale, come seppe fare la classe dirigente del PCI, con la creazione di una forte comunità quale fu il Partito Comunista e con una azione quotidiana accanto e con le persone per risolvere i problemi e cambiare la società. In questa visione di un cambiamento sociale che fosse anche crescita dell’umanità delle persone vi era la sua speciale attenzione al femminismo e ai nuovi movimenti sociali come il pacifismo e l’ambientalismo. Come sappiamo questa sua idea della diversità della politica e dei comunisti italiani fu contrastata perché scambiata per moralismo ed espressione di un cultura politica incapace di capire la modernità. Letta con gli occhi di oggi, di fronte alle macerie morali e culturali prodotte dal berlusconismo ma anche di fronte alla domanda di senso, di legame sociale, di giustizia, di protagonismo che provengono dalla nostra società, quella idea della diversità, di una politica artefice di una trasformazione sociale che fosse anche crescita umana, quella prospettiva di una umanità nuova costruita con la forza dell’esempio individuale e della comunità, anticipa le sfide che una politica democratica e riformista deve oggi affrontare. Oggi, infatti, il problema della moralità della politica è tutt’uno con quello della ricostruzione di un senso civico, di un tessuto di valori incentrati sul bene comune, sulla responsabilità, sui diritti e sui doveri. Il problema della moralità della politica è quello della sua autorevolezza, di dare forza e concretezza ai valori della solidarietà, del bene comune e della giustizia sociale. Contano le regole, contano le proposte che ha avanzato Bersani per ridurre i costi della politica e per cambiare la legge elettorale, ma contano soprattutto, la forza della coerenza e dell’esempio individuale. Conta moltissimo una qualità dell’esperienza politica che i partiti, a partire dal PD, dovrebbero essere in grado di proporre,una esperienza politica in cui le persone possano vivere relazioni umane significative, scambi e crescita culturale ed essere protagonisti di fatti e battaglie concrete per migliorare la vita delle persone. L’obiettivo in particolare dovrebbe essere l’applicazione dell’art.3 della Costituzione nel suo comma 2 è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese . I partiti devono sentire come proprio tale compito ed essere essi stessi strumenti di lotta al privilegio, di promozione del merito, di inclusione sociale: questa è secondo me la sfida grande della moralità della politica.