Il Blog di Livia Turco

www.liviaturco.it



Categoria: Articoli pubblicati

40 anni di Ssn. La mia esperienza e le proposte per il futuro

24 Novembre, 2018 (11:48) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Gli atti parlamentari recitano: Presidente della Camera Pietro Ingrao, Ministra della Sanità Tina Anselmi. 23 Dicembre 1978, Pietro Ingrao: “Comunico il risultato della votazione: Istituzione del Servizio Sanitario Nazionale (già approvata in un testo unificato alla Camera e modificato al Senato). Presenti: 465,votanti 458, astenuti 7, maggioranza 230, Voti favorevoli 381, Voti contrari 70. ( La Camera approva . Applausi al Centro, a Sinistra, all’estrema Sinistra).

La riforma istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, universalistico e solidale fu il frutto di una intensa mobilitazione sociale e culturale maturata nel nostro Paese e di una intensa collaborazione tra le forze politiche democratiche del Centro sinistra: la DC, Il PCI, il PSI, il PRI, il PDUP. Clima di collaborazione sollecitato dal Governo delle Larghe Intese presieduto da Giulio Andreotti nell’anno drammatico della uccisione di Aldo Moro. Fu la terza “riforma della speranza” approvata in quel drammatico anno, dopo la riforma sulla Psichiatria, legge Basaglia, e dopo l’approvazione della legge 194 sulla interruzione volontaria della gravidanza e la tutela sociale della maternità.

Ricordo quell’anno, il terribile 1978, ricordo l’approvazione delle “riforme della speranza”. Fu l’occasione di una particolare maturazione politica. Ero la segretaria della Federazione Giovanile Comunista di Torino. La città era diventata l’epicentro di un terrorismo “rosso” che trovava ascolto in ambienti giovanili ed operai. Per noi giovani comunisti, cresciuti nella lotta per la democrazia e la riforma della politica, contro le stragi fasciste che attaccavano il cuore dello Stato e la democrazia, quella del terrorismo rosso, fu una scoperta sconvolgente.

Resa drammatica dai ripetuti assassini avvenuti nella città di cui il più duro fu la morte di un giovane studente, Roberto Crescenzio al Bar Angelo Azzurro di Torino. Lanciammo una petizione “Contro ogni forma di violenza” che suscitò una forte discussione nell’ambiente giovanile della sinistra. Non era facile per noi che volevamo cambiare il mondo, costruire una società nuova, accettare di sostenere un governo con la Democrazia Cristiana e presieduto da Giulio Andreotti.

Ricordo le discussioni accese e l’azione persuasiva di Enrico Berlinguer nei confronti di noi giovani. Uscimmo da quel dilemma-dovere di difendere lo Stato democratico e necessità di rinnovare la democrazia ed attuare le riforme utili al Paese ed ai giovani - mettendo al centro una piattaforma di obiettivi e di conquiste che dovevamo ottenere sia con la mobilitazione sociale che con il dialogo parlamentare. La legge 285 sul lavoro e le tre riforme sociali furono per noi un traguardo necessario per dare senso alla nostra militanza politica, al nostro desiderio di cambiare la società.

Il 19 aprile, approvazione legge “Accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori” che chiudeva i manicomi (esemplare per me il Manicomio di Collegno), il 22 maggio approvazione della legge 194 “Tutela sociale della maternità ed interruzione volontaria della gravidanza” per cui tanto mi ero impegnata con altre migliaia di donne e ragazze, il 23 dicembre approvazione della legge sulla Riforma Sanitaria, restano per me, giorni indimenticabili, di gioia e di maturazione democratica.

Constatammo che le battaglie sortivano risulti, valutammo l’efficacia di una forma della democrazia, quella basata sulla mobilitazione sociale e culturale, sulla iniziativa dei grandi partiti popolari, sulla centralità del Parlamento e sul dialogo parlamentare. Un ricordo particolare mi porto nel cuore. In quel Palazzo del Governo che sentivamo lontano e grigio vedevo spiccare il sorriso largo ed accogliente di una donna, una donna Ministra, la prima volta di una donna al governo, una donna che dialogava con tutti ed in particolare con quel dirigente comunista, medico, scienziato, un uomo molto buono che vedevo spesso venire a Torino e dialogare con i medici, con le donne, con gli operai. Erano Tina Anselmi e Giovanni Berlinguer. Per ma la Riforma sanitaria è prima di tutto una pagina di “Bella Politica”, di una democrazia popolare ed efficace, la scoperta e la pratica di una sinistra riformista.

La legge 833 del 23 dicembre 1978 istituiva 40 anni fa il Servizio sanitario Nazionale, universalistico e solidale. Le motivazioni di tale riforma epocale erano sostanzialmente due: la necessità di garantire a tutta la popolazione il diritto alla salute; la sostenibilità finanziaria dell’assistenza sanitaria. A quarant’anni di distanza restano queste le sfide da governare.

Il cambiamento rappresentato dalla legge 833 fu radicale. Sostituiva il sistema delle mutue. Nel 1976 si contavano circa 100 enti mutualistici ed oltre 1000 minori. Il sistema determinava delle notevoli sperequazioni; parte della popolazione era esclusa dalla assistenza sanitaria. La gestione era prevalentemente orientata alle prestazioni di ricovero e di diagnosi ed erano caratterizzate da un elevato livello di inappropriatezza. Non vi era alcun interesse per la prevenzione in quanto le gli enti mutualistici si occupavano solo delle condizioni di malattia denunciate dai contribuenti.

La mutua consentiva l’accesso ad alcune specifiche categorie di cittadini sulla base della contribuzione lavorativa, della tipologia di lavoro svolto, della residenza anagrafica e soprattutto tali enti rappresentavano numerosi centri di spesa incontrollabili e con attività non coordinate. La situazione finanziaria delle mutue era al tracollo in quanto il pagamento delle prestazioni agli ospedali, alle cliniche e ad altri erogatori risultava sempre più difficile. Lo Stato decise pertanto di estinguere tutti i debiti delle mutue con la legge 386 del 17 agosto 1974.

Nei successivi anni, fino al 1978, lo Stato dopo questo salvataggio decise di gestire in prima persona la Sanità e di declinare l’articolo 32 della Costituzione in principi ed obiettivi. Il più importante è sicuramente l’articolo 1 della legge 833 del 1978: “Il Servizio Sanitario Nazionale è costituito dal complesso di delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinati alla promozione, al mantenimento ed al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione senza la distinzione di condizioni individuali e sociali e secondo modalità che assicurino l’eguaglianza dei cittadini nei confronto del Servizio”.

L’articolo 2 ribadisce ulteriormente tale concetto in quanto il legislatore aveva ben presente una situazione di grave difformità nell’accesso alle cure ed alla prevenzione. “Il servizio Sanitario Nazionale nell’ambito delle sue competenze persegue il superamento degli squilibri territoriali nelle condizioni socio sanitarie del paese.”

La mia esperienza di Ministra della Salute

Sono stata Ministra della Salute negli anni 2006-2008 nel Governo Prodi. Il nostro progetto era chiaro: investire nella sanità pubblica e tutelare il bene salute secondo quanto indicato nella Costituzione. Praticare le tre “E”: Equità, Efficienza, Efficacia. In conformità con la legge 833/78, successivamente modificata dal Decreto legislativo 219 / 98, la riforma Bindi. Il primo segnale lo demmo in materia di onestà e trasparenza abrogando il 9 giugno 2006 la norma voluta dal centrodestra secondo cui consiglieri regionali e parlamentari avrebbero potuto dirigere le Asl o gli ospedali.

Non si trattava di non riconoscere la competenza maturata dai politici nella gestione della sanità attraverso l’esperienza politica. Ma un conto è la politica altra è la gestione ed organizzazione di aziende. Volemmo dare fin dall’inizio fiducia agli operatori della Sanità. Apparecchiai subito Tavoli di concertazione con le varie categorie ed i diversi soggetti sociali e sempre nel giugno 2006 sbloccammo il Contratto della Sanità per medici ed infermieri. Nel decreto Legge 223 del 4 luglio 2006, art. 22bis, venne stabilito l’obbligo del completamento degli interventi strutturali necessari ad assicurare l’esercizio dell’attività libero professionale intramuraria.

Spetterà alle Asl ed alle aziende ospedaliere predisporre spazi idonei all’interno delle strutture pubbliche per l’attività libero professionale dei Medici. Viene così regolamentata, dopo dieci anni di proroghe, la libera professione dei medici all’interno delle strutture ospedaliere pubbliche. Viene stabilito anche un tempo massimo di attesa per le prestazioni essenziali onde scoraggiare il fenomeno delle lunghe liste d’attesa.

Il 5 luglio presentai un New Deal per la Salute alle Commissioni riunite Affari Sociali e Sanita della Camera e del Senato che, arricchito dei contenuti del dibattito parlamentare costituì la base della definizione del Documento di programmazione economica e finanziaria, il DPF, successivo. Sua idea guida era quello di ridefinire modi e forme del sistema perché esso sia orientato verso i bisogni e le esigenze dei cittadini e di realizzare un governo partecipato e condiviso della sanità a partire dal lavoro comune con le Regioni.

Il 22 settembre 2006 siglammo il Patto per la salute che aveva tra i suoi contenuti fondamentali: la certezza degli investimenti, il miglioramento dell’assistenza attraverso l’aggiornamento dei Livelli Essenziali di Assistenza, il controllo della spesa, l’efficienza, la riorganizzazione della medicina territoriale attraverso la costruzione delle Case della Salute. Nelle due leggi finanziarie aumentammo le risorse per il Servizio Sanitario Nazionale: nel 2007 stanziammo 6 miliardi aggiuntivi alle risorse esistenti.

Nel triennio 2007-2009 gli stanziamenti complessivi per la sanità pubblica sono stati complessivamente 300 miliardi di euro. A ciò si aggiungano 3 miliardi nella legge sugli Investimenti in sanità per l’ammodernamento tecnologico, l’ammodernamento degli ospedali ed l’apertura di nuovi servizi sanitari (con particolare attenzione al Mezzogiorno) quali le case della salute, le strutture residenziali per i malati terminali , il potenziamento dei consultori famigliari.

Avviammo la politica dei Piani di Rientro con le Regioni che erano in condizioni di forte disavanzo e di cattiva gestione della sanità per ripianare i debiti e riqualificare i servizi. Chiudere piccoli ospedali ed aprire le Case della Salute fu una battaglia difficile ma, come dimostrano le esperienze degli anni successivi, in particolare in alcune Regioni, tale scelta ha consentito di migliorare la sanità pubblica.

Promuovemmo un Tavolo con le Aziende Farmaceutiche e le Farmacie per aggiornare la politica del farmaco. Tanti furono i provvedimenti concreti per garantire sicurezza ed appropriatezza delle cure. Puntammo sulla promozione della dignità del fine vita e la lotta a contro il dolore incrementando le cure palliative a partire dalle cure palliative pediatriche e migliorando il funzionamento degli hospice; facilitammo la prescrizione dei farmaci antidolore; promuovemmo l’attenzione ai malati di SLA stanziando 10 milioni di euro per l’acquisto dei “comunicatori vocali”.

Promuovemmo la medicina di genere attivando Una Commissione sulla Salute delle donne che predispose un articolato Rapporto, progetti di ricerca ed attività formative nelle università .Mettemmo al centro della nostra agenda la salute delle donne attraverso azioni concrete: l’analgesia epidurale per il parto senza dolore nei LEA, potenziamento dei consultori, iniziative rivolte alla prevenzione dell’aborto e la tutela della maternità delle donne immigrate, l’apertura di Sportelli Antiviolenza nei Pronto Soccorsi.

Aggiornammo le Linee Guida applicative della legge 40 sulla procreazione assistita. Fummo li primo paese in Europa a garantire in modo gratuito - a partire dal febbraio 2007 - alle ragazze di 12 anni il vaccino contro il cancro alla cervice uterina. Ponemmo al centro i temi della fragilità come la salute mentale, le tossicodipendenze, le persone con malattie rare, la condizione di non autosufficienza puntando sulla integrazione socio sanitaria. Promuovemmo la salute nelle carceri trasferendo le competenze della salute dal Ministero Di Grazia e Giustizia al Servizio Sanitario Nazionale ed avviammo la chiusura degli OPG.

Incentivammo la ricerca scientifica aumentando le risorse e definendo criteri trasparenti di riparto con particolare riguardo ai giovani ricercatori. Definimmo regole trasparenti per la scelta dei Direttori Scientifici degli IRCSS. Varammo l programma Guadagnare in Salute per promuovere Stili di vita salutari. Mettemmo al centro l’attenzione sui Determinanti della Salute per promuovere “La Salute In Tutte Le Politiche” attraverso I piani Intersettoriali per la Salute. Ponemmo attenzione alla salute dei migranti ed all’impatto della povertà sulla salute avviando in modo sperimentale l’Istituto Nazionale Povertà ed Immigrazione INMP.

Approvammo con il Ministero del Lavoro il Testo unico sulla Salute e Sicurezza nei luoghi di lavoro. Promuovemmo la “Diplomazia della Salute” portando le buone pratiche della nostra Sanità in Paesi In via di Sviluppo o in condizioni di particolare emergenza come era allora l’Albania. Costruimmo un accordo con la Cina. Il Decreto relativo alla regolamentazione della Sanità Integrativa. L’ambizione era quella di una visione strategica della promozione del diritto alla salute misurandoci con le novità emerse e attuando le riforme necessarie. In quest’ottica elaborammo il disegno di Legge Collegato alla Legge Finanziaria 2008 “Interventi per la qualità e la sicurezza delle cure”.

Esso aggiorna i grandi principi ispiratori del SSN confermando l’unitarietà, l’universalità e l’equità del sistema alla luce dei cambiamenti del quadro costituzionale(ruolo delle Regioni) e della necessità di garantire appieno i nuovi bisogni di salute della popolazione. I contenuti fondamentali: riordino complessivo della medicina territoriale; governo clinico nelle aziende sanitarie, nuovi criteri per la nomina dei direttori generali; istituzione di specifiche unità per la gestione del rischio clinico; esclusività di rapporto per i primari ai quali sarà comunque garantito il diritto alla libera professione intramoenia; istituzione di un Sistema Nazionale di verifica della qualità delle cure erogate dal SSN, con la partecipazione dei cittadini nei processi valutativi; istituzione di un Sistema Nazionale di linee guida per l’appropriatezza, la qualità e la sicurezza delle cure.

Il provvedimento non poté essere approvato per la conclusione anticipata della legislatura. Dopo un intenso lavoro di confronto tra diversi soggetti e professioni sanitarie aggiornammo il Nomeclatore Tariffario dei presìdi ed ausili per persone disabili ed aggiornammo con Decreto approvato in Consiglio dei Ministri I Nuovi Livelli Essenziali di Assistenza. Fu l’ultimo atto del Governo Prodi. Il decreto fu revocato dal governo successivo per ragioni di sostenibilità finanziaria. Il mio rammarico è stato la mancata approvazione del Disegno di Legge “Interventi per la qualità e la sicurezza delle cure” e la revoca del Decreto sui Nuovi Livelli Essenziali di Assistenza.

Le nuove sfide

Le sfide cui è difronte il governo della salute restano i principi ispiratori della legge 833: l’universalismo del diritto alla salute e la sostenibilità finanziaria del sistema. Bisogna partire dai bisogni di salute della popolazione. Gli aspetti più rilevanti sono: le diseguaglianze nella salute; l’allungamento della vita e la condizione di non autosufficienza della popolazione anziana; l’aumento delle fragilità; la condizione di povertà in cui versano molti bambini ed adolescenti; il diritto alla salute dei migranti.

Bisogna dunque costruire una solidarietà tra generazioni, tra donne e uomini, tra nativi e migranti affinchè il diritto alla salute sia universalistico e solidale. Dando nuova linfa all’universalismo sanitario con l’attivazione di politiche differenziate capaci di andare incontro ai bisogni differenti di salute, la medicina d’iniziativa che va incontro e va a “scovare” i gruppi sociali più vulnerabili che da soli non sarebbero in grado di rivolgersi ai servizi offerti.

Le diseguaglianze di salute nel nostro paese stanno sensibilmente peggiorando. Vivere in Regione piuttosto che in un’altra modifica sensibilmente la speranza di vita. La maggiore sopravvivenza si registra nelle regioni del Nord Est dove la speranza di vita per gli uomini è di 81,2 e per le donne 85,6. Decisamente inferiore nelle Regioni del Mezzogiorno nelle quali si attesta a 79,8 anni per gli uomini e 83,3 per le donne (Dati Istat).

Anche la mortalità prematura (tra i 30 e 69 anni) presenta forti divari a livello territoriale. Dato molto negativo visto che si tratta di morti evitabili con idonee politiche di prevenzione. Sappiamo che le diseguaglianze nella salute hanno la loro radice nei cosiddetti “determinanti della salute”. Differenze geografiche, di classe sociale, l’istruzione, la condizione lavorativa, abitativa, le relazioni sociali. Bisogna dunque incidere sui determinanti della salute attraverso un programma mirato, guidato da questa idea semplice ma molto impegnativa: promuovere la salute in tutte le politiche, indicata dall’Unione Europea. Da tradurre in Programmi Intersettoriali per la promozione della salute che coinvolga tutti i Ministeri e Programmi Intersettoriali per la salute in ogni regione. Come scrive il grande studioso Marmot nel suo libro “La salute diseguale“, “A cosa serve curare le persone e poi riportale alla condizione che l’hanno fatta ammalare?”.

L’aumento delle diseguaglianze nella salute è rapportabile anche al processo di definanziamento del sistema sanitario pubblico che investe il nostro Paese da un decennio. Secondo i dati Ocse dopo il 2009 abbiamo il poco invidiabile record di fare parte del ristretto novero degli stati 8insieme a Grecia e Portogallo) che hanno ridotto la spesa sanitaria(meno 0,3%) in confronto ad un incremento medio dei paesi Ocse dell’1,4%. Il livello complessivo di spesa sanitaria sul PIL è composto da spesa pubblica e da una spesa privata a carico delle famiglie fortemente aumentata .attualmente quasi un quarto della spesa sanitaria 822,7%) è a carico dei cittadini.

Sulla qualità delle prestazioni sanitarie, sull’accesso ai servizi, sulle diseguaglianze nella salute incide moltissimo la questione del personale sanitario. Invecchiamento; blocco delle assunzioni; carenza di programmazione nella formazione di nuovi medici: sono gli aspetti più gravi ed urgenti. La giusta scelta di investire sulla riorganizzazione della medicina territoriale e la riduzione degli ospedali si è però tradotta, secondo forti differenze regionali, nella semplice riduzione dei posti letto in ospedale con gravi ripercussioni sulla condizioni di vita delle persone in particolare quelle più anziane.

Le priorità che devono comporre un agenda politica che sia fedele al principio Costituzionale del diritto alla salute eguale per ogni persona sono dunque molto chiare: aumento del Fondo Sanitario Nazionale; applicazione uniforme sul territorio nazionale dei Livelli Essenziali di Assistenza; aumento degli accessi alle Scuole di Medicina e programmazione accurata delle necessità di specialisti sul territorio nazionale; modifica del sistema formativo post laurea che garantisca l’immediata immissione nel mondo del lavoro gli specializzandi; riorganizzazione della medicina territoriale con la diffusione delle Case della Salute; un Piano Nazionale per la presa in carico delle persone non autosufficenti; lo sviluppo della integrazione socio sanitaria con un potenziamento dei servizi sociali; la promozione della salute delle donne in particolare il sostegno alla maternità e paternità, la prevenzione dell’aborto, la salute dei bambini e degli adolescenti; promuovere la lotta contro il dolore e la dignità del fine vita applicando le leggi dedicate.

Livia Turco 

Ex Ministro della Salute (2006-2008)

da Quotidiano Sanità

Rinascere a sinistra con la rinascita dell’Europa

15 Novembre, 2018 (10:56) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

È la sfida che dobbiamo tentare e vincere nei prossimi mesi.  C’è un nesso tra la rinascita della sinistra ed il rinnovamento dell’Europa. Perché  la sfida ardua riguarda  il progetto di società , la qualità della vita e delle relazioni umane, la qualità della democrazia. La sfida è tra una  Società Umana aperta, comunitaria che promuova per tutti e non solo i benestanti il diritto alla mobilità delle persone, in cui ciascuna persona possa vivere con pienezza tutti i tempi della vita a partire dalla dignità del lavoro, ed una Società del Guscio, comunità chiuse ed in contrapposizione  le une  alle altre; comunità  in cui paradossalmente ritrovano una identità e convivono  sia  la persona fragile che ha paura e vede nell’altro diverso da sé il nemico che gli sottrae risorse e spazi di vita  e la persona benestante ed egoista che vuole tenere per sè il suo benessere.

Per costruire la Società Umana bisogna riscoprire i valori dell’umanesimo che ha attraversato e formato la civiltà europea ed i valori costitutivi dell’Unione Europe, la pace ,la cooperazione tra i popoli ,  istituzioni autenticamente democratiche e partecipate, un sistema di protezione sociale che pur nei  differenti modelli ha garantito i fondamentai diritti umani e sociali. Ricordo il valore della Carta Europea dei Diritti Umani Fondamentali che nelle sue 5 parole chiave:  dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà, cittadinanza racchiude un  modello sociale tra le più  avanzati del mondo. Bisogna rimettere al centro dell’agenda politica, del pensiero, della pratica sociale   l’eguaglianza e la giustizia sociale, la democrazia inclusiva come prevista dall’articolo 3 della nostra Costituzione che parla di  “Uguaglianza di fatto”(su proposta delle Madri Costituenti). In questa scelta non vi è nulla di antico , nulla di nostalgico, non c’è uno sguardo rivolto al passato. Al contrario c’è la ragione profonda della sinistra, la causa della  sconfitta squadernata difronte a noi . C’è la strategia per costruire l’alternativa sociale, culturale e politica al prevalere dell’egoismo, del rancore, della discriminazione attivate da questo governo. C’è l’alternativa che bisogna costruire per ritessere  un legame umano e sociale  con tante persone, ceti sociali del nostro paese e per realizzare la ragione costitutiva della sinistra.

Senza uguaglianza e giustizia sociale la sinistra non svolge il suo compito, non ha ragion d’essere. La questione è semplice ed è essenziale però l’abbiamo smarrito sia sul piano culturale che su quello delle politiche .Lo ha ben argomentato Massimo D’Alema  in un importante articolo su questo giornale il 20 ottobre scorso. La lotta contro le diseguaglianze è oggi più difficile non solo perché diseguaglianze ed ingiustizie sono aumentate ma perché hanno assunto volti nuovi, investono sfere nuove e non solo quelle del reddito e delle condizioni di vita. Povertà delle relazioni umane, povertà educativa, povertà nella mobilità da un luogo all’altro, tirannia del tempo di lavoro sugli altri tempi della vita .Diseguaglianze  tra i generi, tra nativi e migranti, tra le generazioni.

La Società Umana deve puntare su uno sviluppo sostenibile ,sulla tolleranza zero contro la povertà, sul rilancio dei beni comuni come la salute , l’istruzione, l’ambiente, le politiche sociali intesi come motore dello sviluppo e fattori di crescita  e di occupazione. Valorizzare i territori, salvaguardare le identità culturali locali .Costruire un welfare Generativo che guarda alle generazioni future e lascia loro beni comuni durevoli. Un Welfare Europeo che promuova il diritto alla mobilità delle persone ad esempio attraverso un reddito d’inserimento contro la povertà a livello Europeo, incentivando e rendendo accessibili  esperienze formative come gli Erasmus e l’esperienza volontariato europeo. Che abbia il coraggio lanciare la proposta della Cittadinanza civile Europea, il diritto  di voto  locale a livello locale per  gli immigrati lungo residenti  connessa ad un forte politica di integrazione basata sui diritti-doveri  per promuovere la responsabilità dei nuovi europei alla vita della Polis.  C’è infatti  una questione ineludibile per la rinascita della sinistra e per una nuova Europa: costruire l’Italia e l’Europa della Convivenza. La paura contro gli immigrati non si combatte solo attraverso il contenimento degli arrivi ma attraverso una politica che renda praticabile e conveniente l’ingresso regolare per lavoro e che affronti sui territori ed attraverso un dibattito pubblico il tema : “ Come stiamo insieme italiani, europei ed immigrati”? Non possiamo più continuare a rimuovere il tema di quale modello di convivenza ed attivare politiche pubbliche adeguate per realizzarla.

Si discute sulla subalternità della sinistra degli anni novanta ai processi di globalizzazione, convinta che essi avrebbero allargato a tutti prosperità e benessere, avrebbe visto solo la positività dei processi di globalizzazione, si sarebbe attestata su una politica redistributiva nell’ottica non dell’uguaglianza ma delle pari opportunità , non sarebbe riuscita a creare l’integrazione politica a livello europeo creando nuove istituzioni europee. Obiettivo che si era prefissata ed ha perseguito. Sarà la storia, scrive D’Alema a dire quanto quella sinistra liberale , nella concretezza storica del nostro paese sia stata subalterna o non abbia contribuito in determinati frangenti a salvare il nostro Paese dal collasso economico e democratico. Quello che io non affido al giudizio della storia ma considero elemento di battaglia politica è la rivendicazione degli aspetti  sociali  e di sinistra contenuti in molte politiche di quegli anni a partire da quelle sull’immigrazione, sul welfare e sulla salute . Come ritengo foriera di gravi danni sul piano del pensiero e della coscienza collettiva aver fatto nostra, tra le fila della sinistra e del PD,  la retorica dei  “Vent’anni” come se nel ventennio che ci lasciamo alle spalle non ci fosse stata una forte  battaglia politica e culturale tra politiche di centrodestra e politiche di centrosinistra.

Questa retorica dei vent’anni tutti uguali ha contribuito ad alimentare l’antipolitica ed il populismo .Il ripensamento doveroso della cultura politica degli anni novanta coincidenti con l’affermarsi dei processi di globalizzazione e del neoliberismo deve concentrarsi anche su un aspetto finora taciuto ma che considero cruciale .La deriva individualista che tante volte ha prevalso nella sinistra. Condotta in nome della libertà personale e dei diritti individuali .Della politica delle identità con le loro differenze .Di  cui parla in modo efficace Mark  Lilla nel suo “L’identità non è di sinistra”. Che ha smarrito la sostanza della dignità personale che è la relazione con l’altro. La sua apertura all’altro, la sua dipendenza dall’altro e dunque la qualità dei legami umani e comunitari. Come pensiamo di poter costruire uguaglianza e giustizia sociale senza costruire legami umani e comunità? Come pensiamo di poterlo fare se nella nostra testa ,nel nostro cuore, nella nostra visione della vita campeggia un io solitario, chiuso nel suo bozzolo, che pensa di poter fare da se’ perché fare da sè significa essere padroni della propria vita e della propria libertà? Dimenticando che la a vera libertà è l’esercizio della responsabilità, il riconoscimento deli limite e del legame di interdipendenza che ci lega gli un agli altri. E’ questa deriva individualista, questa perdita del personalismo e del progetto dell’uomo onnilaterale, è questa visione antropologica  che comporta un impoverimento  dell’esperienza umana che va invertita, per riscoprire la complessità della  persona, e della vita. Per porre l’obiettivo per tutti e tutte  di vivere con pienezza tutte le sfere ed i tempi della vita. Più  semplicemente per vedere l’altro accanto a noi. Se non abbiamo visto i poveri e le persone fragili ciò  è avvenuto anche perché imbrigliati in questa cultura  dell’esaltazione della libertà e dei diritti individuali, in una cultura delle identità con le loro differenze. Che ha fatto dimenticare la forza e l’urgenza dei diritti sociali.

Come spiegarci il deserto sociale attorno a noi? La nostra incapacità di costruire vere pratiche  sociali ,di tessere legami profondi , di creare comunità? Un limite questo che viene da lontano. Dopo la scomparsa del Partito Comunista che già viveva una sua crisi  di legame con la società, la mia generazione non è  riuscita ,per ragioni che sarebbe molto utile indagare , a ricostruire una nuova dimensione e pratica della politica popolare .Anche se questo è stato per molti un cimento, un progetto molto consapevole, un tentativo esplorato con generosità. Penso alla scelta operata dai DS con il Congresso di Pesaro, segretario Piero Fassino, dopo la sconfitta del 2001. Penso alla riflessione che facemmo sul  “riformismo dall’alto ed il riformismo senza popolo” di cui aveva parlato proprio Massimo D’Alema. Per rinascere la sinistra deve ripartire da questa grande nodo irrisolto, addirittura scomparso dal suo dibattito ed dalla sua ricerca : quale e come un moderno partito popolare. Che rimanda a quale forma della democrazia e della rappresentanza politica.

Per rinascere la sinistra ha bisogno di pensieri  e proposte politiche che vanno costruite  nel vivo della vita quotidiana  delle persone attivando pratiche sociali di presa in carico delle persone medesime. La pratica  del prendersi Cura, della costruzione di legami umani e sociali. E’ questo il vero cimento. Perché impegnativo, non è la semplice diffusione del volantino o il comizio. E’ la costruzione di una relazione umana con una persona ,è prendersi cura di lui/lei. Prendersi cura delle persone  deve essere considerato  un ingrediente della politica, della cittadinanza e della democrazia. E non solo il buon cuore del volontariato. Se non si ricostruisce il legame umano e sociale le politiche restano asfittiche, senza anima, non coinvolgono le persone e dunque non si costruisce nessun alternativa politica. Mai come in questo momento i processi politici sono legati ai processi sociali. Una sinistra politica rinasce solo  se ascolta, accompagna le nuove pratiche sociali che stanno nascendo  e solo  se anch’essa si cimenta nei luoghi della vita quotidiana a costruire legami personali e sociali  di cura delle persone. Solo la vicinanza alle persone, di cura e presa in carico può restituire credibilità alla politica. Solo a partire dalla pratica del legame umano e sociale si possono costruire alleanze politiche. Solo a  partire da qui rinasce la sinistra. Quella del futuro. Bisogna intrecciare pratiche sociali e pensieri nuovi, conoscenza della  società in cui viviamo. Sarà importante la qualità del dibattito che si svolgerà nel PD e nel  il suo congresso Sarebbe molto utile avere dei luoghi liberi che promuovano incontri di riflessione di elaborazione e lo facciano mettendo insieme, costruendo un “ rammendo sociale” tra le  pratiche ed i tanti pezzi di sinistra e centrosinistra , di pensieri, che sono diffusi nel nostro paese. Luoghi che favoriscano l’incontro, la tessitura di relazioni, lo scambio e la produzione di  pensieri. Un grande Forum di donne e uomini della sinistra per discutere  “come rinascere a sinistra”. Un sollecito, il mio,  rivolto alle Fondazioni che si rifanno al centrosinistra che  insieme potrebbero offrire luoghi e momenti di questo tipo che considero  vitali.

Livia Turco

da Huffington Post

Il dovere di reagire

18 Luglio, 2018 (15:14) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

I corpi della donna e del bambino ritrovati di fronte alla costa della Libia mi urlano nel cuore dolore, rabbia, indignazione; mi urlano il dovere di reagire. Il dovere di chiedere a me stessa e alle altre donne di trovare le parole, i gesti, la forza per rompere le catene della paura entro cui la politica dei porti chiusi e dei confini spinati di Salvini e del suo governo ci vuole incarcerare.

Dobbiamo farlo prima di tutto noi donne perché conosciamo il valore del “bene comune” che la destra i e il governo vogliono distruggere: la convivenza possibile tra italiani e immigrati. Noi abbiamo scoperto e imparato anche attraverso duri conflitti che “insieme si può”: insieme si può vivere e convivere, si possono affrontare i problemi più difficili come quelli della violenza, del degrado nei quartieri, del lavoro che manca, dei figli lasciati soli, dei servizi troppo costosi, perché sono gli stessi problemi che vivono tante donne italiane e tante donne immigrate.

In questi anni di durissima crisi economica tante famiglie hanno retto perché c’è stata una inedita catena della solidarietà femminile: mamme, figlie, nonne, nipoti, bisnonne e pronipoti che si aiutano tra loro e che non hanno potuto fare a meno di loro: le nuove italiane, le immigrate e le rifugiate.

Da oltre trent’anni italiane e immigrate hanno imparato a vivere insieme condividendo i compiti di cura, la crescita dei figli, la cura degli anziani. Ma anche la a vita nelle scuole, nei quartieri, nella società e nelle istituzioni. Hanno scoperto che sono i gesti della vita quotidiana che costruiscono convivenza: aspettare i figli che escono da scuola, preparare un pranzo, organizzare una festa.

Nella vita quotidiana c’è anche la paura di essere violentate da un immigrato oppure da un italiano, magari quello stesso presso cui si presta il lavoro di cura; la paura che l’altra, l’immigrata veda riconosciuto il diritto alla casa popolare a tuo scapito oppure il posto all’asilo nido; la paura dovuta al fastidio per il modo diverso con cui vive la persona che ti sta accanto.

Le donne hanno imparato che la paura si rompe quando le persone si guardano in faccia, si parlano, entrano in gioco le relazioni umane. Le paure si rompono quando entra in gioco una buona politica che risolve i problemi concreti e sollecita le persone a conoscersi, a costruire una relazione umana e sociale. La paura si combatte con la politica operosa e con la forza delle relazioni umane e sociali.

Nella relazione con l’altro si viene a contatto con la sua umanità, si scopre il suo volto, si guardano i suoi occhi e così cadono le maschere del pregiudizio. Scattano quei sentimenti che parlano un linguaggio universale come la solidarietà, il riconoscimento, l’amicizia. Conoscersi e riconoscersi, costruire relazioni umane sono il nutrimento ed il cuore della cittadinanza.

Le leggi e i diritti rischiano di ridursi a gusci vuoti se non sanno trasmettere il calore delle relazioni umane. Le donne che nel nostro paese sono l’anello forte della convivenza devono entrare in campo e proporre la pratica politica della cura delle relazioni umane, per rompere la paura, la globalizzazione della indifferenza e costruire la globalizzazione della dignità umana.

La cura delle relazioni per rendere vivibili le nostre città, per vivere insieme i beni comuni, per condividere le difficoltà, per avere il coraggio di prendere la parola in luogo pubblico, per costruire sicurezza e democrazia. Non c’è democrazia, non c’è sicurezza, non c’è libertà dalla paura senza la cura delle relazioni umane.

Con la cura delle relazioni umane si può sconfiggere nel cuore delle persone il messaggio brutale di chi gioca sulle divisioni, sulle contrapposizioni, Con la cura delle relazioni l’altro non è più l’estraneo o il nemico. Costruiamo una alleanza tra le donne italiane e le donne immigrate per dimostrare che insieme si può! Costruiamo azioni condivise per comuni obiettivi.

Un’Europa della pace e dello sviluppo. La dignità del lavoro. La scuola interculturale per tutti. Il Welfare delle sicurezze per tutti. La partecipazione politica a partire dai nostri quartieri e luoghi di lavoro. Abbiamo strumenti importanti coma la nostra Costituzione e la Carta Europea dei Diritti Umani Fondamentali.

Incontriamoci, discutiamo insieme, costruiamo in ogni città i tavoli della convivenza, luoghi inediti di partecipazione politica per affrontare insieme i problemi della vita quotidiana e il futuro del nostro paese e della nostra Europa. Per costruire insieme un altra politica dell’immigrazione rispetto alle scelte becere, disumane, inefficaci dei Porti Chiusi, dei confini spinati, del “tutti a casa loro”.

Volere bene agli italiani significa insegnare loro che per essere cittadini oggi bisogna imparare a essere cittadini del mondo. Volere bene agli italiani significa far scoprire il valore della eguaglianza di rispetto, della fratellanza, dello sguardo amichevole. L’unico modo per stare bene e sentirsi sicuri.

Livia Turco

Da Huffington Post

 

Dov’è Soumalaya Sacho?

30 Giugno, 2018 (11:31) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Dov’è Soumalaya  Sacho? E’ tornato nel suo paese il Mail, accolto dall ‘affetto e dal dolore straziante  dei suoi famigliari. Dopo aver ricevuto nel nostro  Paese il saluto  degli sfruttati  come lui. Poche sono state le  dichiarazioni della politica. Quella Del Presidente della Camera.  Nessuna parola da parte di chi ci governa impegnato al contrario a spargere messaggi contro gli immigrarti e ad  irridere alle  loro condizioni di vita. Anche la sinistra è stata silente.

Solo gli sfruttati come lui hanno raccolto la sua eredità e ci hanno trasmesso parole  ricolme di dignità. Abourbakar  Soumahoro, l’amico sindacalista,  ha dato una scossa ai suoi concittadini , ha dato volto e voce alla loro rabbia, a loro che lavorano sotto un sole cocente per tutto il giorno da sole a sole, per due euro all’ora. Li abbiamo visti sfilare sabato scorso a  Roma , li vedremo a Reggio Calabria il 23 giugno prossimo. Una luce, una speranza in queste tenebre che avvolgono la nostra democrazia e la nostra convivenza. Soumalya  Sacho deve continuare a vivere in mezzo a noi.

Abbiamo bisogno  di vedere il  suo volto , noi italiani, per ritrovare noi stessi, la nostra dignità di popolo, la nostra etica pubblica di paese solidale, la nostra radice di popolo di emigranti.  Il volto di  Sacho per ricordarci quello  dei nostri connazionali morti a Marcinelle, quelli morti sui barconi che salpavano gli oceani per andare nelle Americhe.

Abbiamo bisogno del volto di Sacho in mezzo a noi, noi sinistra, per rimetterci in viaggio , per ritrovare l’orgoglio  dei nostri valori e delle tante battaglie compiute in passato. Come  quando  a Villa Literno in provincia di Caserta  nel 1989 fu assassinato  un senegalese sfruttato, con regolare permesso di soggiorno che raccoglieva pomodori e che aveva anche lui un grande senso della sua dignità ed un profondo rispetto per il Paese in cui viveva e che lo accoglieva:  Jerrj  Maslo.

La sua morte provocò una reazione forte . Ho negli occhi e nel cuore  quella oceanica manifestazione e la richiesta delle associazioni e dei sindacati, dei  partiti di sinistra  di costruire  finalmente una svolta sulla politica dell’immigrazione.

Un Ministro  intelligente, Claudio Martelli, raccolse quella intelligenza diffusa,  quel sentimento di lotta e di indignazione e diede vita ad alla prima legge attraverso una grande Conferenza sull’immigrazione.  Abbiamo bisogno che il volto di Sacho viva tra gli italiani , diventi famigliare agli italiani  per  sollecitarli a porsi delle domande , per ragionare pacatamente. Perché Sacho che aveva un regolare permesso di soggiorno viveva in condizioni così disumane e così sfruttate’? Perché nonostante una buona recente legge contro il caporalato non si riesce a sradicare questo male del nostro Paese?  Sacho non ci rubava il lavoro, faceva quello che gli italiani non vogliono fare, non ci rubava l’alloggio popolare , l’assistenza sociale. Era un lavoratore  senza diritti che si batteva per avere diritti.

Come capita a tanti italiani, soprattutto giovani. Siamo noi popolo di Sinistra che dobbiamo far vivere il volto di Sacho tra noi italiani. Per dire la verità, per infondere il coraggio e la curiosità  verso i  tanti  Sacho che vivono in mezzo a noi. Per sollecitare ciascuno di noi  a costruire un legame umano e sociale con le persone che ci  vivono accanto. Anche quando sono immigrati. Per scoprire l’umanità  dell’immigrato concreto ,  in carne ed ossa che vive  accanto a noi .

Per costruire insieme quartieri più vivibili, città più vivibili attraverso l’incontro, lo scambio umano e culturale, la festa. Mettiamo in gioco l’ umanità di ciascuno, ascoltiamo l’altro, ascoltiamo le storie di ciascuno, costruiamo insieme giustizia e umanità. Affrontiamo finalmente il grande assente dalle politiche pubbliche e dal  dibattito pubblico che è la costruzione della CONVIVENZA. Conoscersi, riconoscersi, superare le distanze, avere e praticare obiettivi comuni per rendere migliore la nostra comunità .Solo così si combatte la paura, solo così si supera la percezione dell’essere invasi e si coglie la fatica ma anche la bellezza di vivere percorsi di vita nuovi, inesplorati.

Come sanno bene tanti italiani che questa fatica e bellezza della convivenza l’hanno scoperta e la praticano da tanto tempo. Non esiste solo il risentimento e la paura. Esiste l’Italia della convivenza anche se è  inascoltata e nascosta. Tocca a noi ,sinistra ,chiamare a raccolta questa “Italia della convivenza”  ascoltare le loro esperienze e proposte per mettere in campo UN’ALTRA  politica dell’immigrazione.

Più umana, più efficace, capace realmente di combattere le paure. Abrogazione della Legge Bossi_Fini.  Lotta alla tratta degli esser i umani ed a tutte le forme di schiavitù .  Una  Politica Europea dell’immigrazione  che si doti di strumenti  istituzionali nuovi ed efficaci.

Livia Turco

Articolo pubblicato su il Manifesto

Il rispetto dello Stato di diritto nell’Unione Europea

30 Maggio, 2018 (12:26) | Articoli pubblicati | Da: admin

L’Unione europea si fonda sul rispetto di alcuni valori fondamentali, quali la democrazia, lo Stato di diritto e i diritti umani. In particolare, lo Stato di diritto implica il rispetto della separazione dei poteri e di conseguenza l’indipendenza della magistratura rispetto al potere esecutivo praticata in tutte le democrazie occidentali. Gli Stati membri dell’Unione si sono impegnati a rispettare e a promuovere tali valori fondamentali, che rappresentano anche una condicio sine qua non per l’adesione di nuovi Stati all’Unione europea. L’Unione europea non sarebbe credibile nell’esigere il rispetto di tali valori da parte di paesi candidati all’adesione, quali ad esempio la Turchia, se non fosse altrettanto esigente nel verificarne il rispetto da parte dei propri Stati membri. Peraltro, il rispetto dello Stato di diritto da parte degli Stati membri dell’Unione è vitale per il progresso dell’integrazione europea. Lo spazio giudiziario interconnesso dell’Unione europea è fondato infatti sul principio della fiducia reciproca e sul riconoscimento reciproco delle decisioni giudiziarie, principio che sarebbe difficilmente salvaguardato se uno Stato membro non fosse più governato nel rispetto dello Stato di diritto. Nel suo discorso sullo stato dell’Unione il 13 Settembre scorso, il Presidente Juncker aveva ricordato che il mancato rispetto di una sentenza della Corte europea di Giustizia oppure la messa in causa dell’indipendenza della magistratura nazionale equivale a privare i cittadini dei loro diritti fondamentali. Lo Stato di diritto – aggiungeva Juncker – non è un’opzione ma un obbligo in seno all’Unione europea. Questa dichiarazione del Presidente della Commissione europea faceva seguito all’annuncio, da parte del governo ungherese, di non voler rispettare la sentenza della Corte europea di Giustizia sulla ripartizione dei rifugiati nonché al voto di una legge da parte del Parlamento polacco che avrebbe permesso la revoca ed il pensionamento d’ufficio dei giudici della Corte suprema polacca. I Trattati europei hanno previsto il caso in cui uno Stato membro dell’Unione violi i valori fondamentali dell’Unione europea. Se questo avvenisse, il Consiglio europeo deliberando all’unanimità (senza il voto dello Stato oggetto della procedura) potrebbe costatare - sulla base di una proposta della Commissione o di un terzo degli Stati membri - l’esistenza di una violazione grave e persistente dei valori fondamentali e decidere di sospendere alcuni diritti dello Stato in questione, fra i quali il diritto di voto in seno al Consiglio. Appare evidente come tale procedura sia di difficile applicazione, poiché nel caso in cui una violazione dei valori fondamentali fosse commessa da due Stati membri, il veto di un solo Stato membro sarebbe sufficiente per impedire l’applicazione di una sanzione nei confronti dell’altro Stato. Il progetto di Trattato Spinelli del 1984 aveva attribuito alla Corte europea di Giustizia la competenza di certificare la violazione dello Stato di diritto, proprio per evitare un giudizio politico unanime del Consiglio europeo. Anche per la difficoltà di applicare tale procedura, la Commissione europea ha lungamente esitato prima di avviare la procedura sanzionatoria prevista dal Trattato nei riguardi degli Stati che, come la Polonia e l’Ungheria, hanno adottato leggi che mettono in causa l’indipendenza della magistratura nei riguardi del potere esecutivo oppure la libertà di stampa. Quando tuttavia il governo ed il Parlamento polacco hanno avviato nel 2015 un processo di controllo o di eliminazione progressiva di ogni fonte potenziale di opposizione, violando la stessa Costituzione polacca, la Commissione europea ha indirizzato tre avvertimenti successivi, sotto forma di raccomandazioni, al governo polacco. In questi atti formali, la Commissione europea aveva chiesto inizialmente l’esecuzione integrale da parte delle autorità polacche delle decisioni del tribunale costituzionale polacco che il governo aveva rifiutato di pubblicare. Successivamente, la Commissione aveva chiesto alle autorità polacche di non nominare il nuovo Presidente del tribunale costituzionale secondo una procedura non prevista dalla Costituzione. In assenza di una qualunque risposta da parte del governo polacco, la Commissione, invece di avviare la procedura sanzionatoria prevista dal Trattato, ha indirizzato alla Polonia una terza raccomandazione in cui criticava l’adozione di nuove leggi che permettevano al governo di dimettere tutti i giudici della Corte suprema e di controllare l’intero sistema di nomina dei giudici. Secondo la Commissione, l’entrata in vigore delle nuove leggi avrebbe compromesso l’indipendenza della magistratura in Polonia. Il governo polacco non solo si è ben guardato dal dare seguito alle richieste della Commissione ma ha anche messo in dubbio la competenza della Commissione per controllare il rispetto dello Stato di diritto in uno Stato membro. In un comunicato pubblico, il governo polacco ha affermato che la Commissione avrebbe disatteso i principi di obiettività, di rispetto della sovranità e dell’identità nazionale e avrebbe commesso un’ingerenza negli affari interni della Polonia. Tuttavia il governo polacco si è ben guardato dall’adire la Corte europea di Giustizia per far valere l’incompetenza della Commissione europea. Tale ricorso sarebbe stato probabilmente giudicato infondato poiché, se la Commissione dispone della competenza di avviare la procedura prevista dal Trattato (art. 7 TUE) per sanzionare la violazione dei valori fondamentali dell’Unione, in che modo essa potrebbe motivare l’avvio della procedura se non avesse il potere di sorvegliare il rispetto degli stessi valori da parte di uno Stato membro ? Senza addentrarci in un’analisi giuridica, il rispetto dello Stato di diritto è una necessità funzionale, a vari titoli, dell’Unione europea. Da un lato, tale rispetto influisce sulla legittimità del processo decisionale dell’Unione dato il ruolo che spetta agli Stati membri in seno al Consiglio europeo ed al Consiglio dell’Unione. Dall’altro, lo spazio giuridico europeo è uno spazio transnazionale, dove gli atti pubblici di uno Stato membro sono suscettibili di produrre degli effetti giuridici in altri Stati membri (per esempio, decisioni dei tribunali nazionali di ricorrere alla Corte europea di Giustizia, mandato di arresto europeo, ecc…). Come già ricordato, la fiducia reciproca tra gli Stati membri sarebbe compromessa se gli standards democratici non fossero più rispettati in uno Stato membro. La Corte europea di Giustizia deve poter contare sull’indipendenza dei tribunali nazionali nel quadro della procedura di ricorso pregiudiziale prevista dai Trattati. Se analizziamo il problema dal punto di vista politico, dobbiamo riconoscere che gli Stati dell’Est europeo dispongono di un sistema democratico debole, sia perché hanno avuto prevalentemente nella loro storia regimi autoritari – quelli che lo storico ungherese Jeno Szucs riassumeva nella sua opera “Le tre Europe” sotto la definizione di “dispotismo orientale” - sia perché la loro democrazia recente è condizionata dal problema della sicurezza (verso la Russia) e dalla questione migratoria (vista come difesa della loro identità culturale e religiosa). Pertanto, in mancanza di una reale sicurezza garantita da un governo federale europeo, questi Stati pensano di risolvere il problema con l’accentramento del potere nazionale e la limitazione delle libertà fondamentali (come fecero molti Stati europei negli anni ‘20/’30 del secolo scorso). Questo spiega anche perché la Polonia e l’Ungheria fanno riferimento alla nozione di “identità nazionale” - garantita dall’art. 4 del Trattato di Lisbona – per opporsi a quella che essi considerano come un’ingerenza della Commissione europea nella valutazione delle loro riforme del sistema costituzionale.

Questa concezione della democrazia nazionale è stata contestata dal Presidente Macron nel suo recente discorso di Strasburgo al Parlamento europeo quando ha opposto l’autorità della democrazia alla democrazia autoritaria. Macron aveva già contestato l’inazione dell’Unione europea quando aveva affermato il 27 Aprile 2017 che non era possibile avere un’Europa “che discuta sui decimali dei bilanci di ogni paese dell’Unione e che decida di non fare nulla quando uno Stato membro si comporti come la Polonia o l’Ungheria su temi relativi ai rifugiati o ai valori fondamentali” della stessa Unione europea. Questa critica diretta del comportamento dei governi polacco e ungherese ha certamente incoraggiato la Commissione europea ad avviare la procedura sanzionatoria del Trattato nei confronti della Polonia per violazione dei valori fondamentali dell’Unione (come anche il Presidente Juncker ad annunciare nel suo discorso del Settembre scorso sullo stato dell’Unione che la Commissione prenderà un’iniziativa prima della fine del 2018 per assicurare il rispetto dello Stato di diritto in seno all’Unione). Un’iniziativa legislativa generale da parte della Commissione europea dovrebbe eliminare il sospetto che le Istituzioni europee concentrino la loro critica sul governo polacco poiché il partito al potere in Polonia è membro del gruppo dei conservatori in seno al Parlamento europeo (che sarà decimato alle prossime elezioni europee in seguito all’uscita dal PE dei conservatori britannici) mentre il partito al governo in Ungheria è membro del partito popolare europeo e contribuisce a rafforzare la maggioranza relativa di cui dispone il PPE. Allo stesso modo, la Commissione europea ha dimostrato la sua volontà di operare a favore del rispetto dei valori fondamentali dell’Unione da parte di tutti gli Stati membri quando ha proposto formalmente il 2 Maggio scorso di introdurre un meccanismo che permetta di proteggere il bilancio dell’Unione europea nel caso di violazioni generalizzate dello Stato di diritto in uno o più Stati membri. Tale meccanismo, se venisse approvato dal Consiglio al momento dell’adozione del quadro finanziario pluriennale per il periodo 2020-2027, permetterebbe alla Commissione europea di sospendere o addirittura di annullare i pagamenti previsti dai Fondi europei agli Stati membri che non applicassero la regola dello Stato di diritto (salvo decisione contraria del Consiglio presa a maggioranza qualificata). Questa concezione alquanto mercantile dello Stato di diritto (è come se l’Unione dicesse ai suoi Stati membri : “dovete rispettare lo Stato di diritto ma nel caso doveste violarlo è sufficiente il pagamento di una sanzione pecuniaria”) permetterà comunque di aggirare la regola dell’unanimità necessaria per sanzionare la Polonia o l’Ungheria e penalizzerà finanziariamente gli Stati che vogliono continuare a violare i valori fondamentali dell’Unione. L’avvio parallelo da parte della Commissione europea della procedura sanzionatoria dell’art. 7 del Trattato di Lisbona ha già prodotto degli effetti indiretti che confermano l’interconnessione dei sistemi giuridici degli Stati membri e la necessità funzionale del ripristino dello Stato di diritto in tutti i paesi dell’Unione : 1) La decisione del Consiglio sul mandato d’arresto europeo prevede già che, nel caso di attivazione dell’art. 7 del Trattato, uno Stato membro possa rifiutare di riconoscere delle misure nazionali nel campo penale. Pertanto un giudice dell’Alta Corte irlandese ha rifiutato recentemente l’estradizione di un cittadino polacco dall’Irlanda verso la Polonia motivando tale decisione con l’argomento che i cambiamenti recenti della legislazione polacca hanno alterato il rispetto dello Stato di diritto e potrebbero compromettere un giudizio equo della persona di cui è stata richiesta l’estradizione; 2) le disposizioni europee in vigore prevedono che l’attivazione dell’art. 7 del Trattato faccia cadere la presunzione secondo cui il paese oggetto di una procedura sanzionatoria possa ancora essere considerato come un paese “sicuro” ai fini del riconoscimento del diritto di asilo. Detto altrimenti, il diritto di asilo potrebbe essere riconosciuto ad un cittadino polacco che ne facesse domanda e che potesse dimostrare di averne diritto. 3) La Corte europea di Giustizia ha reso recentemente una sentenza nella quale afferma che, nella misura in cui l’applicazione del diritto europeo ed il controllo giurisdizionale sono di competenza sia della Corte stessa che dei tribunali nazionali, il principio generale della protezione giurisdizionale effettiva, in quanto elemento essenziale dello Stato di diritto, è obbligatorio anche per gli Stati membri. Questo principio implica che il rispetto dell’obbligo di assicurare una protezione giurisdizionale effettiva include l’esigenza di rispettare l’indipendenza dei giudici nazionali. Pertanto la possibilità di avere accesso ad un tribunale “indipendente” è un’esigenza legata al diritto fondamentale dei cittadini europei di disporre di un “ricorso giudiziario effettivo”.

L’insieme di questi elementi e sentenze recenti conferma che il rispetto dello Stato di diritto e l’esistenza di una magistratura indipendente non solo fanno parte dei valori fondamentali dell’Unione europea ma costituiscono anche una necessità funzionale affinché sia preservata la fiducia reciproca tra gli Stati membri ed assicurato il riconoscimento reciproco delle decisioni giudiziarie nazionali.

Paolo Ponzano (Docente di governance europea al Collegio europeo di Parma).

Livia Turco a Teggiano con gli studenti

25 Febbraio, 2018 (10:36) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Dei concetti di dignità e cambiamento ha riecheggiato ieri pomeriggio l’Aula Magna dell’Istituto di Istruzione Superiore “Pomponio Leto” di Teggiano che, in occasione della Settimana della Filosofia, ha ospitato Livia Turco, presidente della Fondazione Nilde Iotti e ministro della Repubblica per due volte negli anni scorsi. La politica piemontese, che iniziò il suo percorso tra le fila del Partito Comunista, ha tenuto una lectio magistralis su una tematica forte e particolarmente sentita, quella della violenza sulle donne. Proprio lei che per anni si è battuta per i diritti delle donne, per il riconoscimento del valore insito nella differenza di genere e per il rispetto di vari aspetti del mondo femminile, tra cui la maternità. Presenti, tra gli altri, i docenti del Dipartimento di Filosofia dell’Istituto, il Maresciallo Francesco Pennisi, Comandante della locale Stazione dei Carabinieri, e il Maresciallo Rocco Santomartino. 

L’incontro si è aperto con una parentesi musicale affidata alla giovane violinista Erika Pinto che, accompagnata da Giuseppe Romano all’arpa, ha fatto ascoltare alla speciale ospite e ai numerosi presenti una versione rivisitata del brano “Donne” di Zucchero Fornaciari, seguito da “Halleluja” di Leonard Cohen. Ad introdurre il prestigioso ospite il Dirigente Scolastico Rocco Colombo che ha definito l’ex ministro della Salute e per la Solidarietà sociale “una sorella nobile della nostra democrazia“.

“La mia esperienza politica è stata di grande passione e di costruzione del rapporto con le donne – ha esordito Livia Turco – Il tema della violenza sulle donne è molto duro perché tocca il caposaldo della dignità personale, mette in gioco la differenza sessuale e di genere tra uomini e donne. Per le donne è importante riuscire a valorizzare la differenza di cui si è portatrici, cimentandosi con una differenza di pensiero. Il punto di fondo è che nella storia questa differenza sessuale è stata costruita attraverso una differenza di genere in cui quello maschile ha una concezione proprietaria della donna e del corpo femminile“.

Un intervento appassionato e particolarmente incisivo quello della Turco, che ha spaziato dalla Costituzione e le 21 Madri Costituenti al Diritto di famiglia del 1975, passando per la conquista del diritto al voto attraverso battaglie dal sapore di dignità e di desiderio di trasformare i tempi fino ai giorni nostri, in cui la violenza e il sopruso troppo spesso diventano sgradevoli protagonisti di drammatiche vicende personali. “Per vincere la battaglia della violenza bisogna costruire una nuova amicizia, – ha sottolineato Livia Turco – gli uomini costruiscano una nuova identità. Uomini e donne, insieme, devono dar vita a relazioni incentrate sul rispetto, bisogna scrivere una nuova grammatica dei sentimenti“.

Chiara Di Miele

Leggi anche l’articolo su Noi Donne