Il Blog di Livia Turco

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Dieci anni fa la Legge 38, contro il dolore e le cure palliative

19 Marzo, 2020 (12:45) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

E’ un triste compleanno quella della legge 19 marzo 2010 “Disposizioni per l’accesso alle cure palliative e alle terapie del dolore”. Tante persone stanno morendo per colpa di un virus maligno che non concede ai malati l’ultimo saluto dei propri cari.

Questa solitudine, questa lontananza dai propri cari, seppure alleviata dalla presenza affettuosa dei medici ed infermieri, è l’aspetto che più colpisce e ferisce il nostro animo in questo drammatico momento.

La solitudine è proprio ciò che vogliono evitare le cure palliative, il pallium, il mantello che avvolge il morente con l’amorevolezza delle relazioni umane e la cura della medicina.

In questi dieci anni la legge 38/2000 ha fatto del bene al nostro Paese , ha fatto crescere la cultura del sollievo dal dolore e della eguaglianza della dignità del fine vita.

Ha preso in carico tanti bambini e le loro famiglie costruendo politiche innovative, le cure palliative pediatriche iniziate dalla Fondazione Silvia Lefevre, come ho potuto ascoltare nel convegno del 21 gennaio scorso svoltosi all’ospedale Mayer di Firenze. Ha esteso la Rete degli Hospice e della assistenza domiciliare, ha avvicinato persone alle strutture per combattere il dolore severo , ha formato molti operatori sanitari.

Essa è stata il frutto della bella politica basata sull’ascolto degli operatori, dei volontari, di chi da tempo lavora sul campo. Una legge frutto del dialogo parlamentare in cui si sono confrontati diversi punti di vista culturali e valoriali, che fu votata all’unanimità anche se da parte della sottoscritta e di altre parlamentari rimase la contrarietà per la mancata soluzione del problema del riconoscimento della professionalità del personale che svolgeva già da anni attività nelle strutture di cure palliative e la critica all’inadeguato finanziamento.

La legge 38/2000 ha una storia che inizia con l’avvio degli hospice da parte di medici, giornalisti e volontari. Penso a Vittorio Ventafridda, Gigi Ghirotti, Virgilio Floriani. Ricordo inoltre una donna infermiera e poi medico , Cicely Saunders che fondò nel 1967 il San Cristofer Hospice, la prima struttura di cura palliativa al mondo.

Sul piano legislativo si iniziò con la legge istitutiva degli hospice varata da Rosy Bindi, gli ospedali senza dolore e l’istituzione della giornata nazionale del sollievo voluti dal Ministro Umberto Veronesi , il decreto per la semplificazione della prescrizione dei farmaci antidolore, il riconoscimento delle cure palliative pediatriche, il rifinanziamento della rete degli Hospice insieme al regolamento per la definizione degli standard dei medesimi e la istituzione di una Commissione sulla qualità delle cure e la dignità del fine vita che ebbi modo di realizzare da Ministra della Salute.

L’applicazione della legge vede molte criticità messe in rilievo dalla Relazioni Ministeriali e dalle indagini attivate dall’Osservatorio istituto presso la Fondazione Gigi Ghirotti realizzate attraverso l’ascolto delle persone con un questionario distribuito nelle strutture ospedaliere, negli studi medici e nelle farmacie(cui ho avuto l’onore di collaborare).

Le criticità sono: la scarsa conoscenza della legge da parte delle persone, la ancora inadeguata formazione del personale sanitario e del volontariato per il quale la legge prevede specifici corsi di formazione, la disomogeneità territoriale della rete degli hospice, il breve tempo trascorso negli hospice da parte delle persone che sono nella parte finale della vita, la disomogenea ed inadeguata diffusione della assistenza domiciliare e delle cure palliative pediatriche. La scarsa diffusione della cultura della lotta contro il dolore severo e dell’utilizzo delle strutture a questo dedicate.

Si conferma, a mio avviso, la necessità di avere nel Ministero della Salute un Ufficio dedicato alle cure palliative ed alla lotta al dolore per applicare la legge, Ufficio che negli anni passati aveva dimostrato una efficace utilità. Va riconosciuto che in questa legislatura il Parlamento ha riservato una rinnovata attenzione al tema ad esempio varando la norma che riconosce la professionalità degli operatori che hanno svolto attività nelle strutture di cure palliative.

La promozione della dignità del fine vita, che nessuno resti solo nella fase finale della vita, che si combatta per tutti e tutte il dolore severo: è la più grande sfida che sta di fronte al valore della eguaglianza.

La medicina delle cure palliative è un servizio alla salute ed al benessere delle persone Non dunque una medicina per il morente e per aiutare a morire ma una medicina per l’uomo che rimane una persona vivente fino alla morte.

La tragedia che stiamo vivendo dimostra il grande bene rappresentato dal Servizio Sanitario Pubblico, Universalistico e Solidale. Che dovrà avere grandi investimenti orientato da una concezione della salute come promozione del benessere, come attivazione delle competenze delle persone, come relazione di cura e presa in carico della persona attraverso una conversazione tra medico e paziente, con un forte investimento sulla professionalità degli operatori e sulla promozione della salute come indicatore di qualità di tutte le politiche, la salute in tutte le politiche, attraverso una visione globale della medesima.

Per questo futuro da costruire della sanità pubblica, il paradigma delle cure palliative - una medicina per l’uomo che rimane una persona vivente fino alla morte - può aprire nuovi orizzonti e soprattutto indica che la priorità è sempre la dignità della persona, la sua vita e la sua salute.

Livia Turco

Le leggi e la vita delle persone

19 Novembre, 2019 (11:36) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Cosa sono le leggi nella vita delle persone, quanto sono conosciute, come sono utilizzate, come sono applicate? Quanto le riforme legislative hanno inciso nella storia politica, sociale e culturale del nostro paese? Quanto le donne ne sono state protagoniste ed in quale contesto il loro protagonismo è stato efficace? Rispondere a questi interrogativi attraverso il dibattito pubblico è questione cruciale per promuovere la buona politica ed una efficace azione di governo.

Il libro curato dalla Fondazione Nilde Iotti “ Le leggi delle donne che hanno cambiato l’Italia “ (Ediesse Editore),proposto in una seconda edizione, sollecita tale ricerca e discussione ed aiuta anche a trovarne le risposte. E’ stato presentato e discusso martedì 29 ottobre 2019 presso la Casa internazionale delle donne a Roma con la partecipazione della Ministra Elena Bonetti , di Simona Feci Presidente della Società delle Storiche, di Giulia Iacovelli coordinatrice nazionale della associazione FutureDem. Il libro espone in ordine cronologico e descrive le leggi che hanno avuto le donne come protagoniste dal 1950, Legge Noce -Federici sulla tutela sociale della Maternità, fino alla legge 11 gennaio 2018 n.4, Disposizione in favore degli orfani per i crimini domestici, l’ultima della diciassettesima legislatura.

La seconda edizione del libro aggiorna la legislazione fino al 2018.La scansione e la lettura delle leggi consente di definire questa legislatura come contrassegnata da un efficace protagonismo femminile nelle Aule Parlamentari e nei Governi che si sono succeduti. Un protagonismo che si è dispiegato in tutti gli ambiti promuovendo un ampia gamma di leggi attinenti ai diritti civili, sociali, allo sviluppo economico, alla riforma della pubblica amministrazione, alla lotta contro le mafie, contro il caporalato, alla riforma della scuola, alla lotta contro la violenza sessuale, alla estensione a tutti i livelli istituzionali delle norme sulla parità di genere nelle istituzioni. Quanto sono conosciute queste leggi, quanto si sono incontrate con la vita delle donne? Sono questioni cruciali non solo per ottenere il consenso delle donne ma anche per applicare bene le leggi.

Ho avuto il privilegio di essere protagonista nelle battaglie per la conquista, la difesa e la realizzazione di molte riforme legislative. Quando sento rappresentare il Parlamento con il termine “poltrone”, quando sento trattare le norme legislative come cavilli burocratici e/o pezzi di carta qualsiasi mi viene un colpo al cuore. Sento il dovere di indignarmi e di reagire . Sento il dovere di testimoniare la fatica, le battaglie, il gioco di squadra ,la bella politica che è contenuta in molte conquiste legislative troppe volte dimenticate o non applicate. Sento il dovere di mettere in gioco la “cassetta degli attrezzi del buon governo” che quella fatica, quelle battaglie e la concreta esperienza di governo mi hanno consentito di accumulare. Per metterla a disposizione di altre e nuove generazioni di donne.

L’esperienza mi ha insegnato che per svolgere una efficace azione di governo bisogna avere un progetto, un ‘idea di società. Così abbiamo costruito la prima legge quadro sull’immigrazione (40/98); promosso la riforma delle politiche sociali ed un welfare dalla parte dei bambini e delle famiglie( 285/97 e 328/2000); la politica dei tempi di vita e di lavoro per vivere con pienezza tutti i tempi della vita(53/2000).Le leggi di riforma non nascono dalla testa illuminata di un legislatore ma dalla creatività e dalle competenze diffuse nella società.

Per questo è importante che chi governa e chi opera nelle istituzioni abbia come pratica quotidiana quella di “apparecchiare Tavoli” per ascoltare, imparare, condividere e poi decidere, assumersi la responsabilità della scelta. Senza uno di questi Tavoli, ad esempio, non sarebbe mai nato l’articolo 18 della legge 40/98 che prende in carico le vittime di tratta, norma che ha fatto scuola in Europa e da cui è poi derivata una elaborazione complessiva di lotta contro la tratta degli esseri umani. Bisogna tessere un legame costante con la vita delle persone ed essere consapevoli che il tempo dell’ascolto è uno dei tempi più preziosi e ben spesi.

Anche perché suggerisce che cosa bisogna fare. E’ dall’ascolto delle madri dei ragazzi disabili che è nato il congedo di due anni per assistere i figli anche maggiorenni con grave disabilità, congedo retribuito e con contribuzione figurativa(Legge 53 /2000).Successive sentenze della Corte Costituzionale hanno esteso tale congedo ai figli o parenti di persone gravemente non autosufficienti, unica misura oggi esistente per la presa in carico delle persone non autosufficienti. Quante volte mi sono sentita dire dalle stesse mamme dei ragazzi disabili :”ma quando approvate quella legge, ho urgenza che mio figlio possa utilizzarla.” Il tempo della decisone politica deve essere in sintonia con i tempi della vita delle persone.

E’ stato uno degli insegnamenti più preziosi che mi fatto vivere con angoscia il tempo lungo della approvazione di una legge. Legiferare e governare significa fare i conti con le risorse, con la sostenibilità economica. Dunque è cruciale saper scegliere le priorità per orientare il tempo e le risorse. Quando si è approvata una legge bisogna applicarla. Sembra una banalità. Nei fatti non è così. Manca nel nostro Paese una cultura della applicazione delle leggi, manca anche nella mentalità e nell’atteggiamento di noi cittadini. Approvata una legge bisogna informare i cittadini della opportunità contenuta in quella legge. Si può esigere un diritto solo se lo conosci.

Quanto avrei voluto che la legislatura proseguisse per fare una campagna informativa sul congedo parentale e le altre opportunità contenute nella legge 53/2000 e nel Testo unico sulla Maternità del 2001 !! Applicare una legge per promuovere il bene comune significa monitorarla, valutare i suoi esiti e poi attraverso un dibattito pubblico valutare quali correzioni apportare. Nel nostro Paese invece le leggi si distruggono e si cambiano a prescindere dai risultati ottenuti ma in base alla scelta politica ed ideologica .

E’ prassi abituale che quando arriva un nuovo governo per principio cancella quello che è stato fatto dal governo precedente. Così facendo si arrecano dei danni al paese. Come nel caso della lotta contro la povertà. Nel 1998 (DL.18 giugno 1998 n.237) il Governo Prodi decise la sperimentazione del Reddito Minimo di Inserimento in 39 Comuni Italiani .La sperimentazione nasceva dalla volontà di dotare il nostro paese di una misura contro la povertà e dalla consapevolezza di quanto fosse tale misura esposta al rischio della trappola dell’assistenzialismo o dell’abuso ed andava verificata la capacità dei Comuni di promuovere progetti di inserimento attivo delle persone in condizione di povertà. Per questo la sperimentazione si era dotata di una Commissione Tecnica di esperti che aveva il compito di redigere una Relazione di Valutazione degli esiti della sperimentazione che avrebbe dovuto essere discussa in Parlamento per poi elaborare in modo compiuto una legislazione di lotta alla povertà.

Il Ministro che mi successe (Roberto Maroni) decise subito che il Reddito Minimo d’Inserimento era una misura assistenzialistica e che pertanto il suo governo l’avrebbe abbandonata. Così sono trascorsi vent’anni prima che fosse varato il Reddito di Inclusione Sociale( Legge 15 maggio2017 n.33 ).Anche essa neppure sperimentata e già superata dall’attuale Reddito di Cittadinanza.

Il libro suggerisce quanto sia prezioso praticare il reciproco riconoscimento tra donne e tra generazioni di donne. Madri che trasmettono alle figlie e le sostengono, figlie che riconoscono le madri e sperimentano nuove strade. La solidarietà tra generazioni di donne è fondamentale per costruire una genealogia femminile nella politica, fonte della autonomia e dell’esercizio della libertà, per camminare con le proprie gambe. Dalle donne la forza delle donne!! Solo così le donne hanno vinto.

Oggi bisogna passare dalle leggi alle politiche! Asili nido, congedi parentali, sostegno alla maternità e paternità , buona e piena occupazione femminile, lotta contro il femminicidio e contro la tratta degli esseri umani, non sono le politiche delle donne, sono le politiche cruciali per lo sviluppo del paese! Per questo devono essere centrali e prioritarie nell’azione di governo.

Questo il cambio di passo che il nostro Paese deve fare. Subito! Perché è già troppo tardi !

Politiche da costruire e condividere con il popolo delle donne, costruendo un forte legame sociale, un forte legame tra istituzioni e cittadine, cittadini del nostro Paese.

Livia Turco  

Caro Rampini, ti spiego io cos’è la sinistra

16 Novembre, 2019 (09:15) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Ho ascoltato Federico Rampini a Piazza Pulita (giovedì 14 novembre) e non osavo credere alle mie orecchie! C’è un limite a insultare la sinistra. C’è un limite a cavalcare la retorica sul buonismo della sinistra facendo smarrire di cosa stiamo discutendo.

Sono cresciuta anche io alla scuola del PCI che resta la mia scuola; ho contribuito a fare una legge organica sulla immigrazione che parlava di regole, di diritti e doveri a partire dalla stella polare della dignità umana. Mi occupo tutti i giorni di immigrazione da cittadina e la gente di sinistra che incontro non fa parte di salotti ma lavora nelle scuole, negli ospedali, nei servizi sociali e nelle periferie.

Si preoccupano di curare chi è in difficoltà anche se negro, fanno partorire le donne anche se non hanno il permesso di soggiorno come prevede la legge, cercano di dare vitto e alloggio a quei giovani, a quei lavoratori che avevano un lavoro e che con la cancellazione della protezione umanitaria sono diventati clandestini e scarti umani.

Popolo di sinistra che accoglie nelle proprie case minori abbandonati, che dedica il proprio tempo per insegnare la lingua e la cultura italiana. Che aiuta i giovani a superare i deficit scolastici, che combatte le droghe e chi le procura.

Cosa dobbiamo dire a queste persone? Che stanno sbagliando, che devono rinunciare al dovere di solidarietà come previsto dall’articolo 2 della Costituzione?

Penso che il dovere di autorevoli giornalisti come Rampini sarebbe quello di raccontare questo meraviglioso popolo e ringraziarlo, farlo conoscere. Solo così si costruisce la legalità, si avvicinano gli italiani e gli immigrati, si costruisce convivenza.

La sinistra va spronata ad avere coraggio, a chiamare a raccolta popolo e intellettuali a ragionare su come costruire l’Italia e l’Europa della convivenza, su come rendere concreto il motto europeo della unita nella diversità.

In Italia da anni si pratica il blocco dell’ingresso regolare per lavoro. Nel 2019 i nuovi ingressi sono 200.000 di cui 63.500 bambini figli di immigrati nati in Italia e gli altri sono persone già residenti nel nostro Paese che hanno cambiato il motivo del soggiorno.

Una sinistra coraggiosa chiede che si aprano canali regolari dell’ingresso per lavoro come richiesto da alcuni settori della nostra economia, cerca di togliere dalla illegalità le migliaia di persone con la regolarizzazione ad personam, abroga i decreti sicurezza di Salvini, costruisce una nuova legge quadro sulla immigrazione.

Promuove nei quartieri, nelle fabbriche e nelle scuole l’incontro tra italiani e immigrati. Apre un dibattito su “Come stiamo insieme noi e loro”, quale forma di convivenza superi i limiti del multiculturalismo e dell’assimilazionismo. Ci sono tanti quartieri, comunità, scuole, fabbriche in cui è cresciuta la convivenza.

Perché non imparare da queste esperienze? Perché non parlare del dovere degli immigrati alla partecipazione politica per dare il loro contributo alla vita della comunità?

Una sinistra coraggiosa guarda il volto dello sfruttamento, fa la fatica di unire le persone che vivono gli stessi problemi, bianchi o neri che siano, fa la fatica di costruire una relazione tra queste persone favorisce l’incontro la conoscenza il  gioco di squadra tra loro.

All’odio bisogna opporre la forza della convinzione che “insieme si può”. La forza del noi, la forza della vita concreta, la forza delle persone in carne e ossa.

Quelle che Salvini non conosce. A lui bastano gli slogan e i selfie. Ma la vita dura richiede la forza delle passioni. La pratica tenace e coerente dei valori più difficili come la tutela della dignità e della vita umana.

Livia Turco 

Dimenticare le curde rende fragile la nostra libertà di donne

16 Ottobre, 2019 (08:53) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

No, non possiamo lasciare massacrare le donne e gli uomini del popolo curdo. Hevrin Khalef, la sua storia il suo impegno e la sua barbara uccisione ci appartengono.

E insieme a lei ci appartengono le migliaia di combattenti per la libertà, la democrazia, la dignità femminile. Dimenticarle o sentirle lontane rende fragile la nostra libertà di donne. L’appello lanciato qui dal gruppo “Se non ora quando libere” va raccolto.

Non solo per partecipare doverosamente alle mobilitazioni in corso ma per guardare più in profondità e capire che la lotta delle donne curde per la loro libertà è la conferma drammatica e concreta che la lotta per la libertà femminile non ha confini e deve nutrirsi del riconoscimento e della pratica della pluralità di culture e religioni. Perché in ciascuna di esse agisce da tempo la libertà femminile.

La battaglia accanto alle donne curde per la libertà, l’indipendenza, la democrazia e in particolare la lotta contro l’Isis dice a noi donne europee che l’orizzonte della nostra libertà e della nostra dignità passa attraverso questa pratica di relazione con donne di culture e religioni diverse, passa attraverso la scoperta dei luoghi nel mondo in cui agisce la libertà femminile per conoscerla e sostenerla.

Dobbiamo imparare a praticare nella nostra vita quotidiana questo allargamento del confine e il rapporto con la pluralità di culture e religioni. A partire dalle nuove italiane che vivono con noi e che nonostante tanti anni di convivenza restano a noi invisibili come le persone della porta accanto con le quali non ci siamo neanche poste il problema di costruire una relazione di conoscenza e di condivisione di gesti, parole e pensieri.

Ci sono obiettivi immediati che dobbiamo perseguire attraverso una azione europea come il cessate il fuoco, la sospensione immediata della fornitura di armi e l’embargo verso la Turchia, una efficace azione umanitaria.

Ma c’è un orizzonte nuovo da praticare ed entro cui scandire la nostra libertà di donne europee. Partendo dalla consapevolezza che il mito del confine, del guscio, della omogeneità culturale diventati paradigmi del pensiero e ingredienti del sentimento comune in questo nostro tempo sono veleno mortale per la libertà femminile.

Con le donne curde perché quel popolo abbia una patria e sia riconosciuto nella sua identità culturale e nella sua storia, perché sia sconfitto l’estremismo islamico, per la democrazia, la pace e la libertà.

Con le donne curde per costruire da donne un mondo nuovo, dai confini porosi, dal volto plurale, scandito dalla democrazia inclusiva e della convivenza.

Livia Turco

Il diritto all’amorevolezza non sostituisce il principio dell’autodeterminazione

8 Ottobre, 2019 (09:41) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Lettera a Quotidiano Sanità dell’8 ottobre 2019 in risposta all’articolo del professor Maurizio Mori


Gentile Direttore,

l’articolo del Prof. Maurizio Mori a proposito di una mia riflessione sul tema della Amorevolezza mi consente di sviluppare e precisare il mio pensiero. La mia riflessione seppur sollecitata dal dibattito che si è sviluppato sulla sentenza della Corte Costituzionale del 25 settembre in merito al suicidio assistito - sentenza che condivido ed apprezzo nei suoi contenuti - non aveva come riferimento la nuova normativa sulla suicidio assistito. Scaturiva e scaturisce da quello che vedo troppo trascurato nell’azione concreta e nel dibattito pubblico che è la condizione di sofferenza e fragilità delle persone costrette ad una lunga convivenza con la malattia e le diseguaglianze che la mancata presa in carico di tali situazioni crea e determina.

Diseguaglianze non viste, non nominate, taciute anche quando imperversa il dibattito sulla lotta alle diseguaglianze. E questo, mi sia consentito, preoccupa ed indigna la mia anima di persona di sinistra.

Non penso che il diritto alla amorevolezza sostituisca il principio dell’autodeterminazione.

Parlare di terzo diritto è una provocazione per dire che la presa in carico amorevole delle persone non può essere confinata nel buon cuore e nella filantropia ma deve configurarsi come diritto della persona garantito dal Sistema Sanitario Nazionale, dalle politiche sociali e dalla professionalità degli operatori oltreché dalla partecipazione attiva delle persone e dalla loro capacità di costruire legami sociali e relazioni umane.

Il punto è come intendere l’autodeterminazione e più precisamente quale la concezione della persona che deve decidere.

La persona come soggetto relazionale che riconosce il suo legame con l’altro ed in cui il legame con l’altro è parte attiva ed integrante dell’esercizio della libertà individuale? Oppure l’io solipsistico, individuo solitario che non riconosce il legame con l’altro e quanto questo legame sia partecipe dell’esercizio della scelta e della libertà individuale?

Tante volete sento prevalere questa seconda, anche nella cultura della sinistra.

Io credo che essa impoverisca sia nella elaborazione sia soprattutto nella pratica la relazione umana con la persona.

Credo molto semplicemente che l’autodeterminazione sia della” persona” così come definita dall’articolo 2 della nostra Costituzione, dunque soggetto in relazione con l’altro, aperto all’altro che valorizza il legame umano e dunque l’inderogabile dovere della solidarietà.

Per il legislatore, per colui che governa esercitare l’amorevolezza significa: immergersi nella vita quotidiana delle persone che ti stanno accanto, condividere i problemi, le ansie, ricercare insieme le soluzioni e non guardare i problemi dall’alto, stando fuori, giudicando dall’esterno come fanno troppe volte anche i cantori della sacralità della vita; non perdere mai la consapevolezza che la persona è unica ed irripetibile e dunque è buona ed è efficace una norma ed un provvedimento solo se riconosce la irripetibilità, e dunque la libertà, di ciascuna persona; riconoscere che ciascuna persona vive la sua vita in una comunità di affetti, in relazione con l’altro ed è in essa e tramite essa che esprime e costruisce la sua autonomia. Una persona quando non è piu’ capace di intendere e volere può esprimere la sua volontà se ha accanto un altra persona che l’ascolta, la conosce, condivide la sua esperienza di vita.

Questa relazione di fiducia e comunità di affetti è ciò che la legge deve promuovere e riconoscere e valorizzare per prendere le decisioni che riguardano la persona malata e fragile, in fine vita.

Il riconoscimento che ciascuna persona ha bisogno dell’altro ci sollecita a scrivere una nuova generazione di diritti, i diritti affettivi, di cui l’amorevolezza, il diritto a vedere riconosciuta la persona che ti ha voluto bene e di cui ti fidi. Come avviene nella figura dell’amministratore di sostegno e nella legge sul testamento biologico. Il diritto concreto ad essere preso in carico, a non essere lasciato solo. Insisto e’ questo il problema troppo eluso, trascurato, non visto.

E’ questo “dovere costituzionale alla solidarietà” che è troppo disatteso sia dalle persone che dalle politiche pubbliche. Altro che filantropia.. !! Solo la cultura individualista e la cultura dello scarto considera la solidarietà pura filantropia.

E’ questo il problema alla base della mancata applicazione della legge 38/210 sulle cure palliative.

Per applicare la legge ci vuole la volontà politica dei decisori pubblici di investire su questa fase della vita, ci vuole una battaglia culturale che faccia confrontare le persone sul problema della fragilità, della sofferenza e della morte, bisogna formare gli operatori sanitari e sociali non son solo sul piano della competenza ma dell’esercizio della presa in carico amorevole dato che compito del medico è quello di prendersi cura in modo olistico della persona. Bisogna formare dei cittadini competenti che siano in grado di esigere i propri diritti.

Il mio pensiero pieno di gratitudine va alle tante realtà di cittadinanza attiva che si impegnano, che si prendono cura e che con il loro impegno promuovono cura e legami sociali. Inclusione e coesione sociale. Ai tanti operatori che nonostante le difficoltà prendono in carico in modo amorevole le persone e considerano l’amorevolezza parte integrante dell’esercizio della professione e della competenza.

Livia Turco

A Flamigni, da laica, dico che parlare di “Amorevolezza” non è una stupidaggine

4 Ottobre, 2019 (09:41) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Lettera a Quotidiano Sanità del 4 ottobre 2019 in risposta all’articolo del Professor Carlo Flamigni

Gentile Direttore,

vorrei rispondere a quanto scritto dal professor Carlo Flamigni in merito al mio articolo sul diritto all’amorevolezza. La mia riflessione nasce dalla mia esperienza di cittadina laica che si  è misurata e si misura  con le condizioni di lunga convivenza con la malattia.

Come donna politica che nella vita si è sempre battuta per la libertà di scelta, mi sono impegnata in Parlamento per la legge sul testamento biologico e sono stata autrice della legge 38/2010 sulle cure palliative e la lotta contro il dolore e come Ministra ho promosso provvedimenti concreti come le risorse per gli hospice, i loro standard, la professionalità degli operatori, le cure palliative pediatriche, i comunicatori per i malati di Sla, l’aggiornamento dei Lea.

Mi sento ora impegnata  da cittadina a portare avanti queste battaglie perché leggi importanti siano applicate.

E’ proprio questa esperienza umana sul campo che mi fa vedere quanto siano diffuse  le situazioni  di dolore da lei egregiamente descritte, quante eccellenze vi siano di presa in carico delle persone colpite da tale dolore da  parte del nostro sistema sanitario ma quanto siano diffuse le situazioni in cui il servizio sanitario e sociale non arriva o non arriva in modo adeguato.

E di quanto siano diffusi i fenomeni di abbandono e di solitudine. Che colpiscono in particolare i più poveri. Sono una donna di sinistra ed ho a cuore la giustizia sociale. Mi indigna profondamente constatare che la più tragica delle diseguaglianze è anche quella più nascosta e taciuta ed è  la diseguaglianza nella fragilità, nella non autosufficenza e nel fine vita.

Se non hai una famiglia con risorse adeguate, se non hai le informazioni adeguate, se sei solo,  vivi la tua fragilità e la fase finale della vita in stato di abbandono Questo non lo accetto! Mi indigna! Mi indigna che chi opera nella sanità e nel sociale faccia finta di non vedere o non abbia testa e cuore per vedere queste situazioni di abbandono.

Questa è la questione che ho inteso sollevare. L’ho fatto con il cuore.

Anche perché la parola Amorevolezza che per il professor Flamigni sembra sia una stupidaggine mi è scaturita dalla relazione umana con persone in carne ed ossa che chiedevano  uno sguardo amichevole ed un po’ di calore umano.

Livia Turco