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Immigrati. L’esempio di Torino

18 Luglio, 2017 (09:02) | Articoli pubblicati | Da: Livia Turco

Tante volte la società è più avanti della politica. Mentre nella politica  impazzisce un becero e preoccupante dibattito sull’immigrazione tutto incentrato sulla rincorsa di un vecchio slogan della LegaNord, a Torino,  cento  imprenditori hanno scritto al Prefetto , al Sindaco, al Governatore della Regione  una lettera in cui si legge ”Metteteci nelle condizioni di assumere i migranti. Sono ragazzi che hanno imparato un mestiere e sono una risorsa importate per la nostra economia”. I migranti in questione sono rifugiati che hanno rivolto domanda d’asilo e mentre attendevano il responso della competente commissione si sono trovati un lavoro.

Difronte al diniego dello status di rifugiato (riconosciuto se sussistono casi di persecuzione, tortura e guerra, fino ad ora non sono stati valutati la situazione di integrazione lavorativa  raggiunta), questi ragazzi sarebbero finiti nel limbo della clandestinità ed i datori di lavoro avrebbero perso giovani che avevano apprezzato per il loro lavoro e su cui avevano investito. Di qui la richiesta alle autorità pubbliche di trovare le vie legali che consenta a questi giovani di continuare il loro lavoro. La soluzione individuata è il permesso di protezione umanitaria che fu inserito nella legge 40/98 poi diventata decreto Legislativo 2867/88.

I datori di lavoro piemontesi  hanno avanzato la stessa richiesta che molti loro colleghi tedeschi avevano rivolto ad Angela Merkel nel 2016. Il quel caso di fronte all’arrivo di migliaia di siriani, la Cancelliera aveva convocato lei stessa tutti i datori di lavoro proponendo un patto per l’integrazione lavorativa dei rifugiati che deve iniziare da subito, mentre i rifugiati sono  nei centri di accoglienza. Da subito in Germania    i rifugiati sono impegnati a imparare la lingua del paese ospitante e a dichiararsi disponibili per attività lavorative.In cambio le imprese hanno chiesto che i tirocinanti non siano  espulsi nel mezzo della loro istruzione e che possano  essere assunti  dopo il conseguimento del diploma al fine di raccogliere i risultati dell’investimento  realizzato per la loro formazione “

Promuovere e pretendere” .”Finanziare ed esigere”. La legge sull’integrazione del 2016 ha riconosciuto uno status giuridico sicuro ai richiedenti asilo che hanno intrapreso una formazione professionale per i tre anni del loro percorso formativo indipendentemente dall’esito della loro domanda. Se i datori di lavoro volessero assumerli dopo il conseguimento del diploma essi ottengono altri due anni di permesso giuridico, altrimenti hanno sei mesi  di tempo per trovare un altro datore di lavoro nel loro settore. Sono poi stati escogitati diversi modi per incoraggiare la convivenza tra tedeschi ed immigrati anche dalla società civile , come affidamenti in famiglia, presenza di tutori, tirocini nelle imprese, appartamenti condivisi.

Sarebbe importante che l’iniziativa di Torino non rimanesse un caso  isolato ma ci fosse una iniziativa del Governo verso tutto il mondo delle imprese per stipulare un programma di integrazione che parta dall’apprendimento della lingua all’inserimento lavorativo. Che costituisca  parte integrante del programma dell’accoglienza diffusa negli 8000 Comuni italiani.

Il merito della buona pratica di Torino è l’iniziativa in sé ma anche la questione politica e culturale  che pone e che invece è totalmente assente dal dibattito pubblico del nostro paese: quali politiche di integrazione? Come stiamo insieme italiani e migranti? Quale società della convivenza? Spiace sentire su questo un assordante silenzio anche da parte del governo , del PD e della sinistra.

L’integrazione è invece questione cruciale sia per gestire in modo efficace l’accoglienza dei rifugiati  sia verso i 5 milioni di migranti nuovi  italiani . Tanto più a fronte della crisi dei modelli consolidati nei paesi europei. In realtà nei territori si è sedimentata una via italiana all’integrazione . Ma sono esperienze isolate, non valorizzate, non raccontate all’interno di un progetto “ Europa ed Italia della Convivenza”. L’unico caso in cui si vararono politiche pubbliche per l’integrazione con relativo Fondo Nazionale fu con la legge 40/98 poi cancellato dal centrodestra. L’Italia ha la possibilità ed il dovere di prevenire i conflitti delle seconde  generazioni che sono esplosi in Francia, Belgio, Olanda  dove alla promessa di uguaglianza  ed inserimento i giovani avevano vissuto l’esperienza delle discriminazioni e della solitudine. Colpiscono le biografie di tanti giovani coinvolti dall’ISIS. Esse rinviano in tanti casi al fallimento dei processi di integrazione. Approvare la legge di riforma della  cittadinanza è  un dovere inderogabile, anche perché ha alle spalle tanti anni di battaglie parlamentari e sociali. Ma richiederà ancora  di più un impegno sulle politiche di integrazione. Quali sono i percorsi scolastici di questi giovani? quanti sono gli abbandoni e le criticità? Quali i sostegni che possono avere dalle loro famiglie?

Quali opportunità di socializzazione? Quanti dei loro genitori hanno imparato bene l’italiano e conoscono le regole ed i valori del nostro paese.? Quali sono le loro opportunità di inserimento lavorativo? Quali forme di partecipazione civica li coinvolgono? Queste domande valgono per i figli dei migranti  e per i figli  degli italiani, perché i problemi sono interconnessi e ci portano nella condizione giovanile nel nostro paese.

Sull’immigrazione non si scherza. Bisogna avere una barra limpida e dritta di valori e di pratiche di governo. Sarebbe doveroso accompagnare la fatica che si sta facendo per l’accoglienza, per gli accordi bilaterali, la lotta agli scafisti, gli impegni in Africa-interventi necessari e condivisibili- con la promozione insieme con i con i Comuni di  una Conferenza sulle politiche di integrazione per scrivere un Programma condiviso con i territori ed i tanti soggetti e le tante competenze di cui è ricca la società.  Sarebbe molto utile per definire il profilo dell’Italia e dell’Europa nuova che dobbiamo costruire. Sarebbe un messaggio di fiducia che potrebbe mettere a tacere i tanti  “ imprenditori della paura” che molto danno hanno arrecato all’Italia, per esempio non facendola attrezzare di un adeguato sistema di accoglienza dei rifugiati, facendo sprecare risorse economiche ed umane ( Come l’accoglienza improvvisata negli alberghi..)  .Se questi imprenditori della paura avessero avuto meno ascolto quando urlavano “ Sono tutti clandestini, aiutiamoli a casa loro” ora non ci troveremmo così impreparati difronte alla ennesima emergenza. Che non iniziano ora ma,  dalla vicenda dei Balcani, della Somalia, dell’Albania  hanno messo a prova il nostro paese nel corso di tanti anni. Per un governo efficace dell’immigrazione , che renda conveniente l’ingresso regolare per lavoro, promuova accordi bilaterali, sia sostenibile sul piano economico e sociale, promuova diritti ed esiga doveri,  bisogna dotare il nostro paese di una nuova  legge organica sull’immigrazione.

Bisogna abrogare la Bossi-Fini. Mi aspetto che questo venga indicato come impegno prioritario dei primi cento giorni da parte  di tutte le forze del centrosinistra. Nel frattempo è giusto sostenere la proposta di legge di iniziativa popolare promossa dai Radicali e da tante  associazioni impegnate sui temi dell’immigrazione.

Livia Turco

Huffington Post 

Per non tornare al buio

3 Maggio, 2017 (20:10) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Sappiamo che c’è un cono d’ombra sull’aborto: che ci impedisce di parlarne apertamente, che lo carica di non detto, che costruisce colpe su paure. Ma quel che il libro di Livia Turco – “Per non tornare al buio. Dialoghi sull’aborto” (ed. Ediesse), presentato in settimana in Parlamento – osa dire, è che il cono d’ombra non nasce lì, ma investe la maternità tutta.

La maternità di oggi infatti, a guardarla in faccia, non ha identità. Lo capiamo perché non riusciamo a parlarne senza toccarne gli estremi: surrogata, negata, santificata, mortificata. La maternità “normale” non sembra avere spazio nella narrazione del terzo millennio.

E Livia Turco lo spiega così: “L’esperienza materna è stata confinata in un cono d’ombra perché costa molta fatica per le donne, perché le parole ad essa dedicate sono prevalentemente “costo”: per le aziende, per le famiglie, per il welfare”. E aggiunge: “Il cono d’ombra ha radici più profonde. Attiene al piano simbolico e alla narrazione culturale”. La maternità senza rinunce della sua generazione non ha avuto infatti il dono di una nuova narrazione: privata di parole nuove che la definissero sia simbolicamente che concretamente, l’esperienza della maternità è rimasta così schiacciata tra ciò che non è più e ciò che non è ancora.

“E’ stato talmente duro liberarsi dallo stereotipo della maternità imposta, è stato talmente doloroso sentirci definire egoiste perché abbiamo preteso la possibilità di scegliere la maternità e anche assumerci il dramma il dolore dell’aborto, che non ci siamo rese conto di quanto siamo state brave a vivere la maternità come gioia interiore, nuova cittadinanza sociale, nuova femminilità, nuova relazione con gli uomini”. Non lo hanno “cantato” come avrebbero potuto, e di quel canto oggi non è rimasto niente.

Le 50 pagine di introduzione che precedono le 150 pagine di interviste a ginecologi, obiettori e non, sul tema dell’aborto, potrebbero essere un libro a sé. Se non fosse che tracciano un perimetro nuovo e coraggioso al tema dell’IVG, l’Interruzione Volontaria di Gravidanza, che dal 1978 in Italia è legale ma difficile, dolorosa e sempre sotto attacco.

E il perimetro è quello di una necessità più grande, un’opportunità preziosa: “La cura delle persone deve diventare un grande obiettivo politico, un orizzonte di vita, un modo di essere delle relazioni pubbliche, un tratto della democrazia”. Iniziando proprio con la più difficile ed esclusiva delle esperienze, quella che oggi non ha un volto né per difendersi né per affermarsi: la scelta di essere madri o di non esserlo.

Per questo l’autrice lancia un invito accorato alle nuove generazioni, che hanno la possibilità di riscrivere, meglio, questa storia. “Care ragazze, cari ragazzi, ora tocca a voi!” scrive infatti nella lettera che apre il libro: “create un’immagine pubblica della maternità che sia bella perché vera. Un’immagine della maternità in cui donne e uomini crescono insieme i figli, in cui le mamme fanno politica, volontariato, pratica sociale, portando con sé i figli e trovando tempo e spazio per loro nei luoghi pubblici, nei luoghi della polis. In cui i papà imparino a prendersi cura dei figli: li rende uomini più maturi e con tanta ricchezza in più nel cuore, perché scoprono sentimenti e dimensioni nuovi della vita.

Create un’immagine pubblica che rappresenti “la potenza della maternità”. Una potenza che dovremmo tutti imparare perché è la potenza del dono, della gratuità, della presa in carica dell’altro. Per questo dovete pretendere dalla politica che si impegni finalmente a costruire una società accogliente nei confronti del figlio che nasce. Sarebbe bello se voi riusciste a realizzare quello che noi non siamo riusciti a fare”.

E, in tutto il libro, risuona forte la raccomandazione: non date niente per scontato! Anche i diritti che oggi abbiamo: possono portarceli via. Parliamo sempre, parliamo di tutto, anche dell’aborto: per non tornare al buio.

Riccarda Zezza

(Sole 24 Ore

Ricordo di Bice Foà Chiaromonte

25 Aprile, 2017 (08:03) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

“È con immenso dolore che annunciamo la morte di Bice Foà Chiaromonte, che all’inizio degli anni ‘70 partecipò alla fondazione del Cidi (Centro di iniziativa democratica degli insegnanti). Donna, ebrea e comunista, così amò definirsi nel titolo della sua autobiografia (riedito recentemente da Harpo 2017). Straordinaria e generosa intellettuale, ha dato un originale e innovativo contributo alla costruzione di una cultura per una scuola di liberi ed eguali. La sua instancabile iniziativa e il suo apporto di idee hanno contribuito a rendere il Cidi un attore fondamentale nella storia della scuola italiana. Ci mancheranno la sua intelligenza, la sua cultura, la sua ironia.”

Con questo comunicato il Cidi ha salutato Bice Chiaromonte, come era nota nel mondo della scuola e dei comunisti italiani. In base al codice di famiglia in vigore fino al 1975, Bice aveva assunto, infatti, il cognome del marito Gerardo Chiaromonte, e, come lei stessa scrive nel suo libro, era stata dimidiata della sua identità, privandola del cognome con il quale era nata: ‘Foà’.  Libro scritto non per vanità della memoria, ma per bucare “bolle di silenzio” riguardanti pezzi  di storia e costruzione del popolo italiano, al quale apparteneva come  frutto di un miscuglio incredibile, fino quasi a dimenticare  la propria  radice ebraica. “Tu vuoi rimuovere la tua ebraicità, vedrai che saranno gli altri a ricordartela” l’ammonisce il fratello Gualtiero, così come hanno fatto le leggi fasciste e una leggera – ma diffusa e perdurante – diffidenza culturale.

Nata a Napoli nel 1930, Bice, apparteneva ad una grande, ramificata, numerosa famiglia ebraica, testimone di una parabola che la vede in prima fila nelle battaglie risorgimentali, nella difesa della Patria durante le due guerre mondiali, colpita e sparpagliata per il mondo dalle leggi razziali, in prima fila nell’antifascismo e nella Resistenza.

Ricorda Bice, nel suo libro, l’arrivo a Napoli, appena liberata, di una brigata ebraica - sulla cui bandiera campeggiava la stella di David - formatasi nell’agosto1944, inquadrata nell’Ottava armata dopo molti rifiuti delle gerarchie inglesi e composta per lo più da ebrei residenti in Palestina. La brigata partecipò alla battaglia di Cassino dove molti furono massacrati e contribuì allo sfondamento verso Bologna.

“Molti di quei sionisti non italiani provenienti da vari paesi del mondo morirono per la libertà e la vita di noi italiani”. Dopo un’infanzia dolce ed un’adolescenza segnata dalle leggi razziali, la giovane Foà decide di iscriversi a ingegneria. Due le donne a richiedere l’iscrizione, l’altra non le piaceva, così cambia e si iscrive ad architettura. Bice vive gli studi di architettura come impegno politico; mentre frequenta il terzo anno, conduce, con altri studenti, un’indagine campione sui Sassi di Matera, per studiare una “modalità di rappresentazione di quel groviglio di stradine, grotte che fungevano da abitazione e non solo”.

All’università, dove entra come indipendente nel Consiglio interfacoltà, scopre il grande valore del dialetto napoletano unitamente al mondo del lavoro con i comunisti. Nel corso della campagna elettorale contro la cosiddetta legge truffa del 1953, mentre era in giro a far tessere per il PCI, decide di rendere concreta la sua partecipazione alla vita del Partito e vi si iscrive. Amendola la rimbrotta “adesso trovalo tu un altro indipendente”.

Non sa nulla, come molti altri, di marxismo, e men che mai di storia del Partito, ma come sosteneva Cacciapuoti (responsabile di organizzazione di Napoli)  ”Voi intanto iscrivetevi, il marxismo viene dopo”.  Partecipa ai Comitati per la Rinascita del Mezzogiorno, un movimento di massa che nella visione di Giorgio Amendola doveva essere capace di trasformare la plebe in popolo.  Nel 1956 sposa il dirigente del Pci Gerardo Chiaromonte (1924-1993), allora funzionario, vice di Giorgio Amendola il quale  considerava lui e Giorgio Napolitano i suoi dioscuri.

Non era facile essere la moglie di un funzionario di partito: pochi soldi e poco il tempo da dedicare alla famiglia, anche con le migliori intenzioni. Bice continua nel suo impegno, ma con la nascita delle due bambine (Franca, nel 1957, e Silvia tre anni dopo) si vede costretta ad interrompere gli studi di architettura, benché per la laurea le manchino solo due esami, consegue allora  la maturità artistica che le permetterà di insegnare disegno tecnico.

Quando Gerardo viene nominato nel 1965 responsabile della Sezione agraria nazionale, la famiglia si trasferisce a Roma, dove Bice insegna negli Istituti per geometri di Palestrina (14 ore settimanali) e di Frascati (altre quattro ore), per poi passare, una volta laureata (1970) , all’insegnamento dell’educazione artistica nelle scuole medie della capitale.

Sempre in ombra, ma mai silente, rispetto a Gerardo Chiaromonte (in seguito direttore de l’Unità e di Rinascita, capogruppo al Senato del Pci, presidente della commissione antimafia), Bice frequenta il mondo intellettuale e tutti i massimi  dirigenti del Partito, ne testimonia nel suo libro che ricostruisce, con gusto, il come eravamo.

“Negli anni sessanta molti insegnanti impegnati, o no, in organizzazioni di partito, erano insoddisfatti di come il Pci affrontava il tema dell’insegnamento “. Insieme a Luciana Franzinetti Pecchioli dà vita, quindi, al  Cidi, che non era una gamba del Pci, ma un organismo autonomo, all’interno del quale Bice esercitava la propria indipendenza.

E’ Giorgio Napolitano il dirigente di partito più  convinto dell’importanza  del Cidi, il cui  obiettivo era   la realizzazione della Costituzione italiana attraverso iniziative democratiche.  ”Per capire, per migliorare e trasformare il nostro mondo, bisogna non solo desiderarlo, ma bisogna sapere… Nel momento in cui diciamo no al nozionismo, diciamo si a una conoscenza e un’informazione che siano collegate alla realtà del mondo di oggi e di domani”, così scrive Luciana Pecchioli.

E’ un’operazione in cui Bice impegna il suo cuore e la sua intelligenza di madre, di insegnante, di militante politica, per arrivare a definire “i contenuti culturali dell’insegnamento, la ricerca e l’acquisizione degli strumenti indispensabili per la formazione critica dei giovani, la rivalutazione del ruolo degli insegnanti, in una scuola di massa qualificata ai più alti livelli”. Una organizzazione piena di donne: lei redige verbali figurati, ossia assai disegnati, qualcuna lavorava a maglia durante le riunioni.

Scrive nella presentazione del Menabò  ”cosa deve essere la scuola? E noi insegnanti?…. una scuola che educa è secondo noi, una scuola  ricca di valori della società moderna”. Tutte impegnate a lasciare un segno. “Se non si lascia il segno che ci si sta a fare nella scuola?”. Bice Foà ci piace ricordarla così, come  donna impegnata nel più ampio processo di costruzione ed evoluzione  di questo Paese che ha caratterizzato l’impegno di molte donne.

Ci piace anche però ricordarne le risate, l’ironia e l’autoironia e il suo amore per la musica, il canto “antico” da Bach alle canzoni napoletane di cui era finissima interprete.


Livia Turco

da l’Unità del 25 aprile  

Perché da sinistra sostengo Orlando

7 Aprile, 2017 (09:30) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Sono 4 milioni le persone che vivono in condizioni di povertà assoluta. Oltre un milione sono  bambini   triplicati nel corso di un decennio. Nel 2005 erano meno del 4% ora sono il 10% delle persone in  povertà assoluta. Ci ha richiamato  a questa vergognosa realtà il recente Rapporto di  Save the Children. 

Dati caduti nel silenzio del dibattito pubblico. Silenzio insopportabile e colpevole perché questa dovrebbe essere assunta da tutti come la grande emergenza del paese  adottando provvedimenti che non siano solo dei “segnali di attenzione” al problema  ma costituiscano la proposta prioritaria, cruciale, determinata, cui il governo chiama alla assunzione di responsabilità  e  mobilita tutti gli attori economici e sociali.

Sono importanti il Fondo contro la povertà educativa ed il Decreto Legislativo   che introduce il Reddito di Inclusione sociale  per combattere la povertà assoluta ,approvato  recentemente  dal   Parlamento, con l’impegno eccellente in particolare di brave donne parlamentari,   e voluti  dai governi  Renzi -Gentiloni.

Ma le risorse sono insufficienti. La platea di persone coinvolta moto ridotta.  Bisogna fare subito i decreti attuativi e  trovare da subito le risorse per  conseguire l’obiettivo di abbattere la povertà assoluta nei prossimi 3 anni destinando 7 miliardi di euro. Come indica, attraverso uno studio accurato ed una lodevole esperienza sul campo, con i poveri, la proposta elaborata  dalle associazioni che compongono ”L’Alleanza contro la Povertà”. Bisogna farlo con la stessa determinazione con cui si sono  fatte altre scelte anche più costose come il bonus degli 80 euro o le leggi sul lavoro.

Ho apprezzato che tale  proposta sia stata assunta con molta convinzione dal Ministro Andrea  Orlando nella sua piattaforma  congressuale là dove scrive “ Sradicare in tre anni la povertà’ assoluta” . Così come apprezzo  che egli abbia fatto del tema dell’uguaglianza il filo conduttore del suo progetto e del suo programma” La lotta per l’uguaglianza è la lotta per  lo sviluppo e la democrazia”.

Se ci immergiamo nelle condizioni di vita di questi bambini e ragazzi possiamo comprendere bene cosa significhi povertà: povertà educativa che lascia il segno per tutta la vita, avere difficoltà a cogliere le opportunità di crescita sociale, cumulare disagi e ritardi difficilmente recuperabili in tempi brevi. La  povertà minorile di oggi si trasforma con maggiori probabilità nella povertà giovane ed adulta di domani, nella povertà che permane nel tempo.

Vivere una condizione di deprivazione materiale compromette anche le fondamentali relazioni sociali. Ad esmpio, non poter invitare amici per giocare e mangiare insieme, non  poter comprare libri extrascolastici, non poter  partecipare a gite scolastiche o ad eventi organizzati dalla scuola a pagamento, non avere abiti e scarpe nuove, come ci indicano in modo preciso i dati Istat. Il triste primato della povertà minorile del nostro paese nel contesto europeo non è una novità .Lo segnalano da molti anni gli accurati studi di Chiara Saraceno.

Lo denunciò nel 1996 il Primo Rapporto sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza  promosso dal Ministero della Solidarietà Sociale e coordinato dal rimpianto giudice minorile Carlo Alfredo Moro. Fummo sconvolti da quei dati e facemmo, governo Prodi  e poi d’Alema la prima ed unica legge sui Diritti dell’Infanzia  e dell’Adolescenza ( Legge 285/97).

Purtroppo  oggi quasi dimenticata e non  più applicata . Prendo dunque sul serio la proposta di Andrea Orlando di sradicare nei prossimi 3 anni la povertà assoluta attraverso un Reddito di Inclusione Sociale il cui costo è stato valutato in sette miliardi di Euro.

Sono risorse consistenti che sollecitano determinazione politica, individuazione di priorità ma anche soluzioni innovative. Avanzo due proposte che ho maturato con l’esperienza nel corso degli anni . Le rivolgo  in particolare al ministro Orlando che svolge nei prossimi giorni la sua assemblea programmatica ma anche perché ne discuta con il Governo.

La prima, la creazione di un Fondo Nazionale e Fondi Regionali contro la povertà cofinanziati da risorse  pubbliche e private chiedendo alle aziende di partecipare direttamente stanziando risorse economiche. La lotta alla povertà non costituisce , come sento dire in tutti i convegni,  un fattore determinante anche per lo sviluppo e la crescita economica? Allora bisogna essere coerenti.

Tale impegno delle aziende nella  alimentazione di un Fondo nazionale e  di Fondi regionali contro la povertà costituisce di fatto  un ampliamento di quel welfare aziendale ,incentivato dallo Stato, che si va estendendo in quasi tutte le categorie dei lavoratori, ultimo il contratto dei metalmeccanici attraverso l’accordo con i sindacati, compresa la Fiom .  Perché  l’impegno delle aziende per il welfare non dovrebbe essere sollecitato e previsto nell’aiutare a risolvere la priorità più urgente?

La seconda proposta.  Si potrebbe realizzare  una riforma della legge 222/1989, articolo 48 che indica le finalità cui sono destinate le risorse  dell ‘ 8 per mille di competenza dello Stato. Si potrebbero togliere alcune attività  oggi finanziate attraverso questo strumento, aggiunte nel corso degli anni,  per introdurre come finalità principale  il finanziamento di un Fondo Nazionale contro la Povertà. Sono sicura che, se sostenuta da una adeguata campagna di sensibilizzazione , tale proposta troverebbe il consenso di molti italiani e  si raccoglierebbero  molte risorse.

Sono altresì convinta che  la Chiesa di Francesco  Bergoglio  e le altre Chiese non  avrebbero  timore della concorrenza tra risorse destinate allo Stato e risorse destinate alla Chiesa. Ci sarebbe  finalmente una bella  gara pubblica, promossa e  sostenuta in prima persona dallo Stato all’insegna della solidarietà e  per l’applicazione della nostra  Costituzione che prevede l’eguaglianza della dignità delle persone.

Tali proposte sono da intendersi come integrative dell’impegno pubblico che deve restare prioritario e deve tradurre la lotta alla povertà assoluta attraverso lo strumento del  Reddito di Inclusione Sociale quale primo Livello di Assistenza e delle Prestazioni  Sociali previsti dalla legge quadro 328/2000(Art.32), e richiamata nel Decreto Legislativo recentemente approvato dal Parlamento. La questione è quella di un organica politica contro la povertà e di un organica politica per la famiglie per consentire ai nostri giovani di avere i figli che desiderano. Su di esse, dal mio punto di vista, si misura l’efficacia di un’ azione di governo  ed il profilo rifomista e di sinistra di una forza politica.

Andrea Orlando nella lettera di presentazione della sua mozione ci rammenta una questione cruciale di cui si parla poco: il rapporto tra diseguaglianze economiche e diseguaglianze nella partecipazione politica. Quando le persone sono povere, sono ai margini della società, non hanno le informazioni  sufficienti,  non  conoscono le opportunità che  hanno  a disposizione, quando  tutto  il tempo della vita è preso dall’assillo di come arrivare a fine mese non si pensa alla politica, anzi la si sente lontana e non si sente il bisogno tante volte di andare a votare.

Per combattere la povertà ci vuole una politica popolare che sappia prendere in carico le persone e promuova i talenti di tutti e che sproni alla partecipazione politica affinchè  essa sia  avvertita proprio da chi è più in difficolta come utile, prossima, efficace. Andrea esprime questo concetto con un pensiero bellissimo. Il ricordo di Pio La Torre che è stato un grande dirigente politico, è morto combattendo contro  le mafie , è un Padre della nostra Patria. Pio La Torre quando ha iniziato  era un giovane figlio di braccianti, cresciuto in un sobborgo di Palermo.” Diciamoci la verità. Nessun partito politico offrirebbe oggi ad un giovane come Pio La Torre l’opportunità di condurre quella battaglia. Nemmeno il Partito Democratico. Per questo voglio cambiarlo, unirlo e ricostruirlo”. Condivido pienamente. Altrimenti che senso ha chiamarsi Democratico?

Livia Turco

Da L’Unità

Lo spinello spiegato a mio figlio

22 Marzo, 2017 (09:30) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Mai e poi mai devi fumare uno spinello, mai e poi mai devi fare ricorso a qualche  sostanza, perché sai dove inizi, ma non sai come finisci». A mio figlio, che ha oggi 25 anni, ho sempre detto così.

Leggi l’articolo su Grazia

Quei dialoghi sull’aborto per scoprire il valore della vita

19 Marzo, 2017 (20:14) | Articoli pubblicati | Da: Redazione