Il Blog di Livia Turco

www.liviaturco.it



Categoria: Articoli pubblicati

Perché da sinistra sostengo Orlando

7 Aprile, 2017 (09:30) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Sono 4 milioni le persone che vivono in condizioni di povertà assoluta. Oltre un milione sono  bambini   triplicati nel corso di un decennio. Nel 2005 erano meno del 4% ora sono il 10% delle persone in  povertà assoluta. Ci ha richiamato  a questa vergognosa realtà il recente Rapporto di  Save the Children. 

Dati caduti nel silenzio del dibattito pubblico. Silenzio insopportabile e colpevole perché questa dovrebbe essere assunta da tutti come la grande emergenza del paese  adottando provvedimenti che non siano solo dei “segnali di attenzione” al problema  ma costituiscano la proposta prioritaria, cruciale, determinata, cui il governo chiama alla assunzione di responsabilità  e  mobilita tutti gli attori economici e sociali.

Sono importanti il Fondo contro la povertà educativa ed il Decreto Legislativo   che introduce il Reddito di Inclusione sociale  per combattere la povertà assoluta ,approvato  recentemente  dal   Parlamento, con l’impegno eccellente in particolare di brave donne parlamentari,   e voluti  dai governi  Renzi -Gentiloni.

Ma le risorse sono insufficienti. La platea di persone coinvolta moto ridotta.  Bisogna fare subito i decreti attuativi e  trovare da subito le risorse per  conseguire l’obiettivo di abbattere la povertà assoluta nei prossimi 3 anni destinando 7 miliardi di euro. Come indica, attraverso uno studio accurato ed una lodevole esperienza sul campo, con i poveri, la proposta elaborata  dalle associazioni che compongono ”L’Alleanza contro la Povertà”. Bisogna farlo con la stessa determinazione con cui si sono  fatte altre scelte anche più costose come il bonus degli 80 euro o le leggi sul lavoro.

Ho apprezzato che tale  proposta sia stata assunta con molta convinzione dal Ministro Andrea  Orlando nella sua piattaforma  congressuale là dove scrive “ Sradicare in tre anni la povertà’ assoluta” . Così come apprezzo  che egli abbia fatto del tema dell’uguaglianza il filo conduttore del suo progetto e del suo programma” La lotta per l’uguaglianza è la lotta per  lo sviluppo e la democrazia”.

Se ci immergiamo nelle condizioni di vita di questi bambini e ragazzi possiamo comprendere bene cosa significhi povertà: povertà educativa che lascia il segno per tutta la vita, avere difficoltà a cogliere le opportunità di crescita sociale, cumulare disagi e ritardi difficilmente recuperabili in tempi brevi. La  povertà minorile di oggi si trasforma con maggiori probabilità nella povertà giovane ed adulta di domani, nella povertà che permane nel tempo.

Vivere una condizione di deprivazione materiale compromette anche le fondamentali relazioni sociali. Ad esmpio, non poter invitare amici per giocare e mangiare insieme, non  poter comprare libri extrascolastici, non poter  partecipare a gite scolastiche o ad eventi organizzati dalla scuola a pagamento, non avere abiti e scarpe nuove, come ci indicano in modo preciso i dati Istat. Il triste primato della povertà minorile del nostro paese nel contesto europeo non è una novità .Lo segnalano da molti anni gli accurati studi di Chiara Saraceno.

Lo denunciò nel 1996 il Primo Rapporto sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza  promosso dal Ministero della Solidarietà Sociale e coordinato dal rimpianto giudice minorile Carlo Alfredo Moro. Fummo sconvolti da quei dati e facemmo, governo Prodi  e poi d’Alema la prima ed unica legge sui Diritti dell’Infanzia  e dell’Adolescenza ( Legge 285/97).

Purtroppo  oggi quasi dimenticata e non  più applicata . Prendo dunque sul serio la proposta di Andrea Orlando di sradicare nei prossimi 3 anni la povertà assoluta attraverso un Reddito di Inclusione Sociale il cui costo è stato valutato in sette miliardi di Euro.

Sono risorse consistenti che sollecitano determinazione politica, individuazione di priorità ma anche soluzioni innovative. Avanzo due proposte che ho maturato con l’esperienza nel corso degli anni . Le rivolgo  in particolare al ministro Orlando che svolge nei prossimi giorni la sua assemblea programmatica ma anche perché ne discuta con il Governo.

La prima, la creazione di un Fondo Nazionale e Fondi Regionali contro la povertà cofinanziati da risorse  pubbliche e private chiedendo alle aziende di partecipare direttamente stanziando risorse economiche. La lotta alla povertà non costituisce , come sento dire in tutti i convegni,  un fattore determinante anche per lo sviluppo e la crescita economica? Allora bisogna essere coerenti.

Tale impegno delle aziende nella  alimentazione di un Fondo nazionale e  di Fondi regionali contro la povertà costituisce di fatto  un ampliamento di quel welfare aziendale ,incentivato dallo Stato, che si va estendendo in quasi tutte le categorie dei lavoratori, ultimo il contratto dei metalmeccanici attraverso l’accordo con i sindacati, compresa la Fiom .  Perché  l’impegno delle aziende per il welfare non dovrebbe essere sollecitato e previsto nell’aiutare a risolvere la priorità più urgente?

La seconda proposta.  Si potrebbe realizzare  una riforma della legge 222/1989, articolo 48 che indica le finalità cui sono destinate le risorse  dell ‘ 8 per mille di competenza dello Stato. Si potrebbero togliere alcune attività  oggi finanziate attraverso questo strumento, aggiunte nel corso degli anni,  per introdurre come finalità principale  il finanziamento di un Fondo Nazionale contro la Povertà. Sono sicura che, se sostenuta da una adeguata campagna di sensibilizzazione , tale proposta troverebbe il consenso di molti italiani e  si raccoglierebbero  molte risorse.

Sono altresì convinta che  la Chiesa di Francesco  Bergoglio  e le altre Chiese non  avrebbero  timore della concorrenza tra risorse destinate allo Stato e risorse destinate alla Chiesa. Ci sarebbe  finalmente una bella  gara pubblica, promossa e  sostenuta in prima persona dallo Stato all’insegna della solidarietà e  per l’applicazione della nostra  Costituzione che prevede l’eguaglianza della dignità delle persone.

Tali proposte sono da intendersi come integrative dell’impegno pubblico che deve restare prioritario e deve tradurre la lotta alla povertà assoluta attraverso lo strumento del  Reddito di Inclusione Sociale quale primo Livello di Assistenza e delle Prestazioni  Sociali previsti dalla legge quadro 328/2000(Art.32), e richiamata nel Decreto Legislativo recentemente approvato dal Parlamento. La questione è quella di un organica politica contro la povertà e di un organica politica per la famiglie per consentire ai nostri giovani di avere i figli che desiderano. Su di esse, dal mio punto di vista, si misura l’efficacia di un’ azione di governo  ed il profilo rifomista e di sinistra di una forza politica.

Andrea Orlando nella lettera di presentazione della sua mozione ci rammenta una questione cruciale di cui si parla poco: il rapporto tra diseguaglianze economiche e diseguaglianze nella partecipazione politica. Quando le persone sono povere, sono ai margini della società, non hanno le informazioni  sufficienti,  non  conoscono le opportunità che  hanno  a disposizione, quando  tutto  il tempo della vita è preso dall’assillo di come arrivare a fine mese non si pensa alla politica, anzi la si sente lontana e non si sente il bisogno tante volte di andare a votare.

Per combattere la povertà ci vuole una politica popolare che sappia prendere in carico le persone e promuova i talenti di tutti e che sproni alla partecipazione politica affinchè  essa sia  avvertita proprio da chi è più in difficolta come utile, prossima, efficace. Andrea esprime questo concetto con un pensiero bellissimo. Il ricordo di Pio La Torre che è stato un grande dirigente politico, è morto combattendo contro  le mafie , è un Padre della nostra Patria. Pio La Torre quando ha iniziato  era un giovane figlio di braccianti, cresciuto in un sobborgo di Palermo.” Diciamoci la verità. Nessun partito politico offrirebbe oggi ad un giovane come Pio La Torre l’opportunità di condurre quella battaglia. Nemmeno il Partito Democratico. Per questo voglio cambiarlo, unirlo e ricostruirlo”. Condivido pienamente. Altrimenti che senso ha chiamarsi Democratico?

Livia Turco

Da L’Unità

Lo spinello spiegato a mio figlio

22 Marzo, 2017 (09:30) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Mai e poi mai devi fumare uno spinello, mai e poi mai devi fare ricorso a qualche  sostanza, perché sai dove inizi, ma non sai come finisci». A mio figlio, che ha oggi 25 anni, ho sempre detto così.

Leggi l’articolo su Grazia

Quei dialoghi sull’aborto per scoprire il valore della vita

19 Marzo, 2017 (20:14) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Il PD e l’ipertrofia dell’io maschile

22 Febbraio, 2017 (09:31) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

“L’eleganza della politica” questa è l’eredità che ci hanno lasciato donne come Nilde Iotti e Tina Anselmi.

In questi anni, lasciato il Parlamento, ho scelto di fare politica in modo diverso, dedicandomi a far vivere  attraverso la  Fondazione Nilde Iotti, insieme ad altre donne_ diverse per generazione, storia e cultura_ quel  messaggio tra i giovani. Nelle scuole,  parlando delle nostre Madri, della Costituzione, della storia delle donne. In queste occasioni ho constatato che quel messaggio veniva accolto, incuriosiva, coinvolgeva quei  giovani che avevo di fronte. Ma anche nei circoli PD, nei centri sociali delle periferie, nelle associazioni di volontariato.

Ieri durante l’assemblea del PD , nel mio cuore sofferente, si sono affacciate Nilde Iotti e Tina Anselmi, ho cercato l’eleganza della politica in quel luogo.

Mi sono chiesta e mi chiedo  come può  accadere che padri del PD lascino il partito che hanno fatto nascere ed a cui hanno dedicato tante energie, tanta passione e tanta fatica.

La risposta l’ho trovata nell’eredità  di quelle due Madri. Ciò  cha ha smarrito il PD è proprio “l’eleganza della politica”. Eleganza, cioè perseguire sempre il bene comune, avere  il gusto di ascoltarsi, la consapevolezza di quanto siano importanti le relazioni umane, il rispetto,  la solidarietà tra le generazioni, la competenza, l’umiltà di imparare ed ascoltare. Avere degli ideali e praticarli. Verificare l’efficacia della propria azione nel rapporto con gli altri, risolvere giorno per giorno  i problemi,  far vivere una politica popolare che sappia prendersi cura delle persone.

“Prendersi cura” ecco una delle parole del Lingotto  pronunciata da Walter Veltroni che è andata del tutto smarrita. Ecco una parola preziosa  per fare una politica efficace nel rapporto con le persone e per essere comunità. Ecco una parola preziosa per combattere i populismi. Una parola preziosa per tessere relazioni tra di noi.

Al prendersi cura in questi anni si è sostituito l’ipertrofia dell’io maschile che ha massacrato le relazioni umane, ha fatto perdere di vista la solidarietà tra le generazioni. Ha sostituito la logica dell’apparire a quella dell’essere. La politica si è rinchiusa nei recinti delle istituzioni. Il tempo della politica è stato scandito dalla retorica “per la prima volta dopo vent’anni” mettendo sullo stesso piano destra e sinistra e dimenticando che tane cose dell’oggi  erano iniziate durante i governi dell’Ulivo.  Questa è la radice del male oscuro che vive il PD.  Perché    la politica è pensiero, abilità tattica, visione strategica, uso del potere ma è anche e molto “rammendo sociale”, cucitura delle relazioni umane.

Mi spiego anche così il silenzio delle donne in questo dibattito ed in questo scontro.

Ieri  Matteo Renzi  nella sua relazione ha rivendicato al suo Governo il merito di aver promosso donne in ruoli apicali. Ha ragione. Personalmente l’ho riconosciuto ed apprezzato in tante occasioni. Ho inteso il mio lavoro di questi anni come un passaggio di testimone e sono stata felice di apprezzare il protagonismo delle ministre, le loro competenze, i loro successi, le leggi importanti approvate.

Ma prima  del tuo Governo, caro segretario non ci sono stati solo “convegni sulla differenza di genere” ci sono  state dure battaglie che hanno visto protagoniste migliaia di donne ottenendo  importanti risultati nei loro partiti,  gruppi parlamentari, fino  ad introdurre la modifica all’art. 51 della Costituzione il  principio” A tal fine la Repubblica promuove le pari opportunità tra donne e uomini” (Legge Costituzionale n.1 del  30 maggio 2003).

E’ proprio alle donne che mi rivolgo. Dobbiamo aggredire questo male oscuro che attanaglia Il PD e la politica nel suo insieme.

Dobbiamo essere capaci di andare controcorrente, non farci affascinare noi stesse dall’ipertrofia dell’io, dalla logica del puro apparire. Dobbiamo smetterla di essere “seconde” ai nostri presunti capi. Dobbiamo esercitare la nostra autonomia e costruire un’alleanza tra donne.  Dobbiamo imporre con passione e determinazione  la superiorità della pratica del “prendersi cura”, del  “rammendo sociale”. Solo così salveremo la politica, salveremo la sinistra, salveremo il PD.

Livia Turco

da l’Unità 

Fermiamo il degrado della politica

3 Febbraio, 2017 (18:00) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Fermiamo il degrado della politica. Facciamolo noi del PD prima di essere anche noi travolti dall’infamia più dura che è il disprezzo e la lontananza del nostro popolo.

Guai se il PD diventasse complice di questo degrado! Quando un uomo come Giorgio Napolitano che ha dedicato la sua vita al bene comune ed alla nostra nazione viene travolto dagli insulti di uomini e donne come Salvini e Meloni perché svolge un argomentazione pacata circa la necessità che il Governo prosegua la legislatura la nostra preoccupazione di democratici deve essere molto alta.

Non solo perché viene colpita una grande persona e le istituzioni che rappresenta ma per il linguaggio che trasuda disprezzo e  per le affermazioni  che non si preoccupano di entrare nel merito e di argomentare una tesi differente ma sono un miscuglio di volgarità che esprimono il totale disinteresse verso il paese. Per fermare il degrado della politica bisogna sprigionare la forza della democrazia, far vivere nella società la rivoluzione democratica. Ed allora bisogna invertire nettamente la rotta che governa il nostro  partito.

Dare forza alla democrazia significa prima di tutto amare il proprio  Paese e le sue persone. Che  senso ha dirsi democratici e di sinistra se non si decide di usare tutto il tempo della legislatura per fare quelle riforme che non possono più attendere come la legge contro la povertà; la riforma della cittadinanza che consenta ai giovani figli di immigrati  che sono  italiani di fatto di esserlo  anche  per legge,  e non vivano più  l’angoscia ,  al compimento dei 18 anni anche se sono cresciuti in Italia ma   non hanno  un lavoro o non frequentano  l’università di  essere espulso dal nostro paese; la legge quadro che riconosce l’identità ed i diritti dei minori non accompagnati che sono numerosi nelle  nostre città. Che vergogna sarebbe se il PD concludesse questa legislatura senza  aver approvato queste leggi!

Vogliamo continuare ad essere l’unico Paese in Europa senza un reddito di inserimento contro la povertà? Facciamola ed applichiamola questa benedetta legge! La sperimentammo già con i Governi dell’Ulivo nel 1998! Costruiamo  con le imprese un Fondo Nazionale e Fondi regionali per finanziare  il Reddito di Inclusione Sociale e renderla una misura decente. Alle aziende non dobbiamo solo dare le  detrazioni fiscali per il welfare aziendale.

Chiediamo anche a   loro di dare un contributo per combattere la povertà. Quando il PD attorno al tema della lotta alla povertà dedicherà un po’ di passione, un po’ di discussione, un po’ di tempo per girare tra le varie Caritas  sarà un partito autorevole. E’ questa la vera sfida, di civiltà e di sinistra,  contro la demagogia dei Cinque Stelle. Non la campagna sui costi della politica che sta creando la singolare  situazione per cui la politica sta diventando un affare per ricchi. Quanti operai, quanti lavoratori eleggeremo in Parlamento? Domanda antiquata?

Non credo se come ci ha insegnato Norberto Bobbio la forza della democrazia sta nel  promuovere l’eguaglianza e l’inclusione anche nella sfera politica. Perché  se si è poveri, se si è affannati ad arrivare alla fine del mese non si ha certamente voglia di occuparsi di politica. Se non c’è una politica popolare che si preoccupa di valorizzare il merito e di superare le diseguaglianze nella politica,  in Parlamento e nelle  istituzioni avremo solo i ricchi e benestanti, non i lavoratori ed i giovani laureati  meritevoli.Se il PD non si impegnerà a fondo per ottenere queste riforme farò fatica a sentirmi a casa mia. Per le tante battaglie che ho fatto nel corso degli anni e per il senso che ha per me la parola sinistra.

Sprigionare la forza della democrazia significa fare ciò’ che fino ad ora non è stato fatto: dopo una sconfitta elettorale così pesante dove anche  una parte del tuo elettorato vota contro le tue scelte e dove l’80% dei giovani ti dice No bisogna attivare in modo collettivo  quella pratica impegnativa eppure così preziosa che è “l’ascolto” , e poi confrontarsi su quanto le persone ci hanno detto per farne  tesoro nelle scelte politiche che si compiono.

Nell’era dei social resta comunque insostituibile la relazione umana, il guardarsi in faccia, lo scambio di pensiero e di umanità. Tanto più nel rapporto con i giovani. Perché abbiamo perso queste doti, questa pratica preziosa,  proprio quando viviamo in tempo in cui, come ci hanno spiegato e spiegano tanti studiosi, nella società liquida ed atomizzata è con la forza delle relazioni umane, della comunità che si riscopre il senso della politica ed il gusto di costruire insieme un progetto, un idea di società, uno sguardo sul futuro. Questo per me è il congresso.

Non uno scontro tra ceti politici, non una conta, non l’annuncio solitario di laedership ma la costruzione attraverso un confronto schietto ed anche aspro di un progetto per il paese e per l’ Europa. Le novità sconvolgenti che attraversano il mondo, il deperimento del progetto europeo, la necessità di ridefinire i sistemi di welfare e le politiche di sviluppo, l’urgenza di discutere quale è la convivenza possibile tra italiani, europei  ed immigrati  sono temi impegnativi che richiedono studio, pensiero condiviso, elaborazione collettiva, scelte politiche. Insomma, un partito.

Altrimenti la sinistra diventa irrilevante. Nella vittoria dei populisti non c’è solo l’egoismo, il rancore, la paura di perdere diritti ed opportunità, la rivolta contro l’arretramento sociale c’è anche il bisogno del “ guscio”, di trovare il calore di una comunità, di sentire protetta la propria identità il proprio territorio. C’è la centralità della relazione umana.

Come spiegare che il calore del guscio lo si può vivere anche in una società aperta e mobile che anzi quel calore  sarebbe arricchito da quello della creatività e della sfida, della curiosità  che rende più bella la vita e più acuto il pensiero? Conta la battaglia culturale ma conta moltissimo la politica, per quello che dice  per quel che fa e  per la comunità che crea. Conta se sei partito e il partito che sei, se scontro di potere tra correnti e rissa oppure comunità di pensiero, di passione, di concretezza, di battaglia quotidiana per il bene comune.

Vogliamo, possiamo discuterne? O sono soltanto le ubbie di una romantica e di una nostalgica che non capisce la politica ai tempi moderni? Ho bisogno di saperlo e, come me, in tanti hanno bisogno di saperlo.

Livia Turco  (da L’Unità)

PS. Massimo sostegno all’Unità.  Impegniamoci tutti e tutte per salvare questo piccolo tesoro.

6 Gennaio, 2017 (12:36) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Un’idea di società

C’è una grande assente nel dibattito  pubblico sull’immigrazione, una assenza che non consente di andare alla radice dei problemi che connotano  l’immigrazione in questo nostro tempo. E’  il tema della convivenza tra europei, italiani  ed immigrati. Come stiamo insieme noi e loro? Quale idea di società ? Come tradurre il motto costitutivo   dell’Unione Europea dell’unità nella diversità? Porre questo tema significa incedere in una divagazione intellettualistica? Riproporre in modo  stucchevole il  dibattito sulla crisi o meno del multiculturalismo?

Niente affatto. Si tratta di un  tema molto concreto ed urgente che va affrontato per rispondere alle emergenze che stiamo vivendo. Il Governo ed i Comuni italiani stanno affrontando l’emergenza rifugiati con quella che viene definito  “modello diffuso di  accoglienza”. Si tratta di un idea  ed una pratica molto importante che va molto sostenuta , valorizzata e discussa perché potenzialmente contiene un progetto di convivenza.

Il modello diffuso accoglie in una comunità pochi nuovi  venuti , li inserisce nei luoghi della vita quotidiana, costruisce con loro una relazione umana di conoscenza , di coinvolgimento  nella cultura e regole del nostro Paese , di valorizzazione dei loro talenti in lavori utili alla comunità. Nel modello diffuso di accoglienza c’è l’ingrediente fondamentale della convivenza: conoscersi e riconoscersi, lavorare insieme, scoprire di avere obiettivi comuni. Contiene l’idea di una società della mescolanza sostenibile. Il problema è che solo 2000 Comuni hanno accettato di misurarsi con tale progetto.

Mancano all’appello seimila comuni. Come convincerli? Contano certamente gli incentivi economici  ma conta soprattutto dimostrare che con quei nuovi  venuti gli italiani non perdono la loro identità culturale, la comunità non viene deturpata, non  si corre nessuna minaccia per la propria vita. Anzi, quelle persone nuove e diverse possono arricchire la vita della comunità ospitante. Come raccontano molte cronache di giornali locali che riferiscono dei successi ottenuti da tanti comuni anche piccoli.

C’è un’Italia della convivenza diffusa e sedimentata da tempo  nei territori, nelle periferie delle città, nelle scuole, nei luoghi di lavoro . Essa è rimasta nascosta ed inascoltata. Bisogna raccontarla, farla conoscere, discuterla per capire cosa imparare da questi successi per definire una via italiana alla convivenza, un idea di società plurale. Solo con la pedagogia dell’esperienza, solo con la forza dell’esempio, fatto conoscere, discusso in modo collettivo si potranno convincere i seimila comuni e mettere così le basi per un Italia più sicura e serena. Non si può rimanere fermi al ritornello “ sicurezza e solidarietà” che ripetiamo da vent’anni.

L’Italia  è già  interetnica e multiculturale. Bisogna tradurre questo dato di fatto in consapevolezza culturale, civica, politica, in un idea nuova di società. La scelta che dobbiamo compiere attraverso un dibattito pubblico è molto netta: ci accontentiamo di stare gli uni accanto agli altri, tribù ’ separate che si ignorano, il cui problema è solo quello di non pestarsi i piedi?

Oppure vogliamo fare la fatica del conoscersi e riconoscersi, definire un orizzonte comune di valori, imparare a risolvere insieme i problemi , a condividere i momenti di difficoltà e quelli di festa? Vogliamo coinvolgere in questo processo gli immigrati stessi, a partire  da quelli che da molti anni sono qui con noi, e sarebbero ben contenti di non essere considerati solo forza lavoro ma cittadini che agiscono nella polis dotati di diritti e doveri verso la comunità? Vogliamo finalmente guardare in faccia “ gli italiani senza cittadinanza” i figli dei migranti nati in Italia che non accetteranno l’integrazione subalterna che è stata riservata ai loro genitori e da loro accettata. Non vorranno sentirsi cittadini di serie B.?

Vogliamo approvare prima dello scadere della legislatura quella benedetta riforma della cittadinanza  per cui questi giovani siano non solo italiani di fatto ama anche per legge? Vogliamo proporre l’educazione interculturale per tutti nelle scuole quale asse educativo fondamentale? Vogliamo imparare a praticare  la mescolanza nei luoghi della  vita quotidiana?

Costruire la società della convivenza in modo consapevole ed attraverso un dibattito condiviso valorizza le scelte importanti compiute dai Governi  Letta, Renzi  ed ora confermate da Gentiloni,  della stipula di accordi bilaterali con i paesi da cui provengono i flussi migratori perché l’Italia potrà esibire la sua capacità di integrazione, valorizza le politiche di cooperazione con i paesi del Mediterraneo e con l’Africa.

Non si costruisce l’Italia della convivenza con il reato di immigrazione clandestina, con i Cie  con le norme repressive ed inefficaci sulle espulsioni, con le norme sull’ingresso di lavoro che hanno fomentato la  clandestinità contenute nella legislazione vigente, le norme della Bossi Fini e della Berlusconi Maroni. Per  costruire una vera svolta nel governo dell’immigrazione, per costruire la società della convivenza  è necessario costruire una nuova “ legge quadro sull’immigrazione” ed una legge organica sul diritto d’asilo.

E’ una priorità non rinviabile. C’è un precedente da cui si può imparare qualcosa ed è la legge quadro dei governi dell’Ulivo  che nel 1998 con coraggio e spirito innovatore aprì una nuova pagina. Durò poco perché prevalse lo spirito ideologico e la cultura repressiva del centrodestra che ci ha  lasciato in eredità tanti problemi non risolti. Potrebbe essere utile da parte del Governo promuovere una Conferenza nazionale sull’immigrazione che veda la partecipazione dei tanti attori economici, sociali , culturali del volontariato, cittadini migranti.

Potrebbe essere utile che Anci, Regioni, Governo promuovessero ogni anno un Forum sull’Italia della Convivenza , un luogo in cui si raccolgono si illustrano e si discutono le buone pratiche della convivenza  realizzate nei territori del nostro paese ed anche in Europa. Per  praticare la pedagogia dell’esperienza.

Livia Turco