Il Blog di Livia Turco

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Dimenticare le curde rende fragile la nostra libertà di donne

16 Ottobre, 2019 (08:53) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

No, non possiamo lasciare massacrare le donne e gli uomini del popolo curdo. Hevrin Khalef, la sua storia il suo impegno e la sua barbara uccisione ci appartengono.

E insieme a lei ci appartengono le migliaia di combattenti per la libertà, la democrazia, la dignità femminile. Dimenticarle o sentirle lontane rende fragile la nostra libertà di donne. L’appello lanciato qui dal gruppo “Se non ora quando libere” va raccolto.

Non solo per partecipare doverosamente alle mobilitazioni in corso ma per guardare più in profondità e capire che la lotta delle donne curde per la loro libertà è la conferma drammatica e concreta che la lotta per la libertà femminile non ha confini e deve nutrirsi del riconoscimento e della pratica della pluralità di culture e religioni. Perché in ciascuna di esse agisce da tempo la libertà femminile.

La battaglia accanto alle donne curde per la libertà, l’indipendenza, la democrazia e in particolare la lotta contro l’Isis dice a noi donne europee che l’orizzonte della nostra libertà e della nostra dignità passa attraverso questa pratica di relazione con donne di culture e religioni diverse, passa attraverso la scoperta dei luoghi nel mondo in cui agisce la libertà femminile per conoscerla e sostenerla.

Dobbiamo imparare a praticare nella nostra vita quotidiana questo allargamento del confine e il rapporto con la pluralità di culture e religioni. A partire dalle nuove italiane che vivono con noi e che nonostante tanti anni di convivenza restano a noi invisibili come le persone della porta accanto con le quali non ci siamo neanche poste il problema di costruire una relazione di conoscenza e di condivisione di gesti, parole e pensieri.

Ci sono obiettivi immediati che dobbiamo perseguire attraverso una azione europea come il cessate il fuoco, la sospensione immediata della fornitura di armi e l’embargo verso la Turchia, una efficace azione umanitaria.

Ma c’è un orizzonte nuovo da praticare ed entro cui scandire la nostra libertà di donne europee. Partendo dalla consapevolezza che il mito del confine, del guscio, della omogeneità culturale diventati paradigmi del pensiero e ingredienti del sentimento comune in questo nostro tempo sono veleno mortale per la libertà femminile.

Con le donne curde perché quel popolo abbia una patria e sia riconosciuto nella sua identità culturale e nella sua storia, perché sia sconfitto l’estremismo islamico, per la democrazia, la pace e la libertà.

Con le donne curde per costruire da donne un mondo nuovo, dai confini porosi, dal volto plurale, scandito dalla democrazia inclusiva e della convivenza.

Livia Turco

Il diritto all’amorevolezza non sostituisce il principio dell’autodeterminazione

8 Ottobre, 2019 (09:41) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Lettera a Quotidiano Sanità dell’8 ottobre 2019 in risposta all’articolo del professor Maurizio Mori


Gentile Direttore,

l’articolo del Prof. Maurizio Mori a proposito di una mia riflessione sul tema della Amorevolezza mi consente di sviluppare e precisare il mio pensiero. La mia riflessione seppur sollecitata dal dibattito che si è sviluppato sulla sentenza della Corte Costituzionale del 25 settembre in merito al suicidio assistito - sentenza che condivido ed apprezzo nei suoi contenuti - non aveva come riferimento la nuova normativa sulla suicidio assistito. Scaturiva e scaturisce da quello che vedo troppo trascurato nell’azione concreta e nel dibattito pubblico che è la condizione di sofferenza e fragilità delle persone costrette ad una lunga convivenza con la malattia e le diseguaglianze che la mancata presa in carico di tali situazioni crea e determina.

Diseguaglianze non viste, non nominate, taciute anche quando imperversa il dibattito sulla lotta alle diseguaglianze. E questo, mi sia consentito, preoccupa ed indigna la mia anima di persona di sinistra.

Non penso che il diritto alla amorevolezza sostituisca il principio dell’autodeterminazione.

Parlare di terzo diritto è una provocazione per dire che la presa in carico amorevole delle persone non può essere confinata nel buon cuore e nella filantropia ma deve configurarsi come diritto della persona garantito dal Sistema Sanitario Nazionale, dalle politiche sociali e dalla professionalità degli operatori oltreché dalla partecipazione attiva delle persone e dalla loro capacità di costruire legami sociali e relazioni umane.

Il punto è come intendere l’autodeterminazione e più precisamente quale la concezione della persona che deve decidere.

La persona come soggetto relazionale che riconosce il suo legame con l’altro ed in cui il legame con l’altro è parte attiva ed integrante dell’esercizio della libertà individuale? Oppure l’io solipsistico, individuo solitario che non riconosce il legame con l’altro e quanto questo legame sia partecipe dell’esercizio della scelta e della libertà individuale?

Tante volete sento prevalere questa seconda, anche nella cultura della sinistra.

Io credo che essa impoverisca sia nella elaborazione sia soprattutto nella pratica la relazione umana con la persona.

Credo molto semplicemente che l’autodeterminazione sia della” persona” così come definita dall’articolo 2 della nostra Costituzione, dunque soggetto in relazione con l’altro, aperto all’altro che valorizza il legame umano e dunque l’inderogabile dovere della solidarietà.

Per il legislatore, per colui che governa esercitare l’amorevolezza significa: immergersi nella vita quotidiana delle persone che ti stanno accanto, condividere i problemi, le ansie, ricercare insieme le soluzioni e non guardare i problemi dall’alto, stando fuori, giudicando dall’esterno come fanno troppe volte anche i cantori della sacralità della vita; non perdere mai la consapevolezza che la persona è unica ed irripetibile e dunque è buona ed è efficace una norma ed un provvedimento solo se riconosce la irripetibilità, e dunque la libertà, di ciascuna persona; riconoscere che ciascuna persona vive la sua vita in una comunità di affetti, in relazione con l’altro ed è in essa e tramite essa che esprime e costruisce la sua autonomia. Una persona quando non è piu’ capace di intendere e volere può esprimere la sua volontà se ha accanto un altra persona che l’ascolta, la conosce, condivide la sua esperienza di vita.

Questa relazione di fiducia e comunità di affetti è ciò che la legge deve promuovere e riconoscere e valorizzare per prendere le decisioni che riguardano la persona malata e fragile, in fine vita.

Il riconoscimento che ciascuna persona ha bisogno dell’altro ci sollecita a scrivere una nuova generazione di diritti, i diritti affettivi, di cui l’amorevolezza, il diritto a vedere riconosciuta la persona che ti ha voluto bene e di cui ti fidi. Come avviene nella figura dell’amministratore di sostegno e nella legge sul testamento biologico. Il diritto concreto ad essere preso in carico, a non essere lasciato solo. Insisto e’ questo il problema troppo eluso, trascurato, non visto.

E’ questo “dovere costituzionale alla solidarietà” che è troppo disatteso sia dalle persone che dalle politiche pubbliche. Altro che filantropia.. !! Solo la cultura individualista e la cultura dello scarto considera la solidarietà pura filantropia.

E’ questo il problema alla base della mancata applicazione della legge 38/210 sulle cure palliative.

Per applicare la legge ci vuole la volontà politica dei decisori pubblici di investire su questa fase della vita, ci vuole una battaglia culturale che faccia confrontare le persone sul problema della fragilità, della sofferenza e della morte, bisogna formare gli operatori sanitari e sociali non son solo sul piano della competenza ma dell’esercizio della presa in carico amorevole dato che compito del medico è quello di prendersi cura in modo olistico della persona. Bisogna formare dei cittadini competenti che siano in grado di esigere i propri diritti.

Il mio pensiero pieno di gratitudine va alle tante realtà di cittadinanza attiva che si impegnano, che si prendono cura e che con il loro impegno promuovono cura e legami sociali. Inclusione e coesione sociale. Ai tanti operatori che nonostante le difficoltà prendono in carico in modo amorevole le persone e considerano l’amorevolezza parte integrante dell’esercizio della professione e della competenza.

Livia Turco

A Flamigni, da laica, dico che parlare di “Amorevolezza” non è una stupidaggine

4 Ottobre, 2019 (09:41) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Lettera a Quotidiano Sanità del 4 ottobre 2019 in risposta all’articolo del Professor Carlo Flamigni

Gentile Direttore,

vorrei rispondere a quanto scritto dal professor Carlo Flamigni in merito al mio articolo sul diritto all’amorevolezza. La mia riflessione nasce dalla mia esperienza di cittadina laica che si  è misurata e si misura  con le condizioni di lunga convivenza con la malattia.

Come donna politica che nella vita si è sempre battuta per la libertà di scelta, mi sono impegnata in Parlamento per la legge sul testamento biologico e sono stata autrice della legge 38/2010 sulle cure palliative e la lotta contro il dolore e come Ministra ho promosso provvedimenti concreti come le risorse per gli hospice, i loro standard, la professionalità degli operatori, le cure palliative pediatriche, i comunicatori per i malati di Sla, l’aggiornamento dei Lea.

Mi sento ora impegnata  da cittadina a portare avanti queste battaglie perché leggi importanti siano applicate.

E’ proprio questa esperienza umana sul campo che mi fa vedere quanto siano diffuse  le situazioni  di dolore da lei egregiamente descritte, quante eccellenze vi siano di presa in carico delle persone colpite da tale dolore da  parte del nostro sistema sanitario ma quanto siano diffuse le situazioni in cui il servizio sanitario e sociale non arriva o non arriva in modo adeguato.

E di quanto siano diffusi i fenomeni di abbandono e di solitudine. Che colpiscono in particolare i più poveri. Sono una donna di sinistra ed ho a cuore la giustizia sociale. Mi indigna profondamente constatare che la più tragica delle diseguaglianze è anche quella più nascosta e taciuta ed è  la diseguaglianza nella fragilità, nella non autosufficenza e nel fine vita.

Se non hai una famiglia con risorse adeguate, se non hai le informazioni adeguate, se sei solo,  vivi la tua fragilità e la fase finale della vita in stato di abbandono Questo non lo accetto! Mi indigna! Mi indigna che chi opera nella sanità e nel sociale faccia finta di non vedere o non abbia testa e cuore per vedere queste situazioni di abbandono.

Questa è la questione che ho inteso sollevare. L’ho fatto con il cuore.

Anche perché la parola Amorevolezza che per il professor Flamigni sembra sia una stupidaggine mi è scaturita dalla relazione umana con persone in carne ed ossa che chiedevano  uno sguardo amichevole ed un po’ di calore umano.

Livia Turco

No alla società del guscio

13 Luglio, 2019 (10:04) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

La macabra retorica salviniana contro gli immigrati sta saldando ceti sociali e culture diverse attorno ad una idea di società. La società del “ guscio” per usare una espressione secondo me efficace di Richard Sennet. Il Guscio protettivo non vuole gli immigrati, difende il territorio in cui vive, la sua economia ed identità culturale. E’ popolata da individui che  vivono in solitudine , perché soffrono la rottura dei legami sociali e vivono in condizioni di fragilità, soffrono per  mancanza di reddito e di certezze nella propria vita; ma è popolata anche da  individui soli  che  esaltano la cultura individualista del fare da sé e del pensare solo a se’ nel condurre l’azienda, nella gestione della sua partita Iva, nella più generale partita della vita. Nel “guscio” troviamo la persona sola che cerca  protezione alla sua fragilità e la persona forte, individualista che vive le altre persone ed i legami sociali come un impaccio al suo essere competitivo, chiede di essere lasciato libero nel suo egoismo, di non dovere nulla a nessuno,  di sentirsi sicuro di non correre il rischio di vedere il suo territorio minacciato dall’altro. Cosa tiene insieme nello stesso “ guscio” l’individuo solo e fragile e l’individuo forte, egoista e competitivo? La domanda di protezione sociale ed economica, di sicurezza, di identità territoriale, di difesa del proprio territorio. La diseguaglianza sociale e la paura degli immigrati sono i collanti più forti nell’esprimere questa inedita domanda di protezione. Anche se l’ingrediente culturale dell’individualismo , l’esaltazione egoistica del fare da sè, la riduzione della persona umana a consumatore, l’esaltazione edonistica del puro apparire viene da lontano, dalle politiche liberiste ed in Italia dal Berlusconismo. 

Ciò che colpisce in modo particolare guardando alla società italiana ed al consenso del vicepremier Matteo Salvini, con la grave e patetica subalternità del partito dei Cinque Stelle,  è la constatazione di quanto sia profondo, radicato e trasversale il rifiuto degli immigrati. In un paese che nel corso della sua storia  ha saputo far fronte ad emergenze umanitarie  ripetute con spirito di accoglienza e solidarietà al di là di chi ci governava, come è potuto sedimentarsi questo stereotipo dell’invasione e questo sentimento del rancore? Perché  anche nell’animo di tante persone di sinistra si è radicato il  “mandiamoli a casa loro”?  Nel rifiuto degli immigrati  contano  la crisi economica, il conflitto tra poveri , i problemi irrisolti del degrado urbano, le condizioni di insicurezza, il sentirsi abbandonati dall’Europa. Ma c’è qualcosa di più profondo se il valore della solidarietà e dell’accoglienza si è smarrito e se non si riesce dopo trent’anni di immigrazione e dopo che l’Italia è diventata un paese con una componente stabile di popolazione immigrata che, in grande parte, grazie alle proprie forze, si è  integrata, a liberarsi dallo stereotipo dell’immigrato usurpatore.

Qualcosa che ci chiama in causa come sinistra nel modo con cui abbiamo  letto ed interpretato il fenomeno dell’immigrazione , nel modo con cui lo abbiamo governato. Sintetizzo così la mia analisi: abbiamo fatto delle buone politiche nei governi nazionali e locali ma non abbiamo percepito che nel governo dell’immigrazione conta molto la dimensione simbolica, l’immaginario, il sentimento. Le nostre parole sono state solidarietà, accoglienza, l’immigrato risorsa che fa i lavori che gli italiani non fanno più e che salva le nostre pensioni. Raccontiamo questo immigrato risorsa  con le aride cifre dei dati Inps non con i volti e le storie vere delle persone in carne ed ossa. Non  siamo riusciti a far vedere gli immigrati reali nella loro positività.

E’ accaduto solo nella campagna che abbiamo fatto “ L’Italia sono anch’io”(2012-2013)con i ragazzi delle seconde generazioni per il diritto alla cittadinanza. Ricordo bene quella campagna in cui fummo protagonisti in tutta Italia con il Forum Pd sull’immigrazione, insieme con la rete dei Comuni e delle Associazioni con lo slogan “ Chi nasce e cresce in Italia è italiano”. In  quella occasione quei volti fecero breccia nel cuore e nell’immaginario dei cittadini italiani, ruppero lo stereotipo fino ad allora consolidato dell’immigrato o vittima da aiutare o usurpatore da cacciare. L’immigrato diventa finalmente cittadino come noi con diritti e doveri. In quel caso, difronte a quei volti che risultavano normali e familiari (è l’amico di mio figlio!!)emerse nella mente e nel cuore degli italiani una nuova immagine dell’immigrato accompagnato da un sentimento di empatia. Non caso quella campagna trovò ampio consenso nella società. La battaglia per lo ius soli non fu solo il perseguimento di una politica specifica che superava una grave discriminazione esistente nel nostro ordinamento verso le seconde generazioni di immigrati/e ma lo strumento che aveva veicolato nella società un nuovo immaginario e fatto circolare un nuovo sentimento verso gli immigrati. Questo nuovo sentimento andava sostenuto con determinazione proseguendo nella società e nelle istituzioni la battaglia perché quei ragazzi fossero riconosciuti italiani. La questione è che noi sinistra non abbiamo mai preso di petto sul piano della elaborazione culturale, del dibattito pubblico e della costruzione di una narrazione il tema:  “come stiamo insieme? cosa facciamo insieme? Come costruiamo comunità, cittadinanza, convivenza?”. Abbiamo costruito delle buone politiche di convivenza  nazionali e locali  ma esse non hanno parlato, non  hanno prodotto immagini, simboli,  non hanno raccontato una cultura, un modo di essere diverso della nostra società   e delle relazioni tra di noi.

Abbiamo consentito che nel dibattito pubblico imperversasse un immigrato astratto. Abbiamo il dovere oggi di contrastare in modo efficace la politica razzista del governo cercando di parlare al cuore delle persone che dicono no agli immigrati intessendo con loro un dialogo che dovrà essere lungo, paziente e costante. Ma fermo. Che aiuti a riscoprire il senso della solidarietà umana convincendo che senza di essa saremo tutti travolti e aiutando con la forza dell’esempio a scoprire l’umanità dell’altro. Conta dunque la relazione umana, il legame sociale, lo sforzo di fare incontrare nella quotidianità persone vere che vivono insieme gli stessi problemi: il lavoro che manca, la povertà, il degrado urbano. Dobbiamo dimostrare che abbiamo comuni problemi italiani  ed immigrati e che insieme possiamo risolverli  e costruire una società umana e sicura per tutti e tutte.

Dobbiamo far sentire vincente l’idea che “Insieme si può”. Lo dobbiamo e possiamo fare nei nostri quartieri, nelle nostre scuole, nei nostri luoghi di lavoro.

Lo dobbiamo fare da cittadini . Lo deve fare la sinistra e la politica. Se vuole rinascere la sinistra deve partire da qui, dalla costruzione del legame umano e sociale nel luogo del rancore e del conflitto vero l’altro  per costruire conoscenza reciproca, riconoscimento reciproco, guardarsi e scoprirsi comuni cittadini di un comune territorio,  di una comune patria e nazione. La sinistra deve dare volto , voce e forza all’Italia della Convivenza che c’è , che agisce come si è visto a Milano  a Roma, a Napoli, a Lampedusa nei porti e nei centri di accoglienza, tra le famiglie che accolgono i giovani cui è stata rifiutata la protezione umanitaria e da persone stanno diventando scarti sociali e soggetti illegali. Costruiti ad arte dal cinismo di Salvini per poter alimentare il suo immaginario e la sua retorica dell’immigrato brutto e cattivo. La sinistra deve esserci nei luoghi in cui colpevolmente non c’è stata, accanto a Soumalaya Sacho ammazzato mentre era sfruttato nelle campagne del Sud.

A sostegno della lotta dei suoi compagni che insegnano a tutti noi il valore della dignità umana come sta facendo il sindacalista e lavoratore Aboubakar Soumahoro. Come trent’anni fa nell’ agosto del 1989 fu accanto a Jerry Masloo, senegalese che raccoglieva pomodori, ucciso da un gruppo di balordi locali. Bisogna costruire una grande Conferenza sull’Immigrazione e la Convivenza, bisogna farlo ora, subito,  chiamando a raccolta questa Italia della convivenza, coinvolgendo anche forze politiche europee e società civile europea. Ma anche facendo un viaggio nei luoghi del rancore per ascoltare, per capire, per risolvere i problemi  Bisogna costruire una Piattaforma Europea; bisogna modificare radicalmente la legislazione italiana mettendo al centro misure che rendano praticabile e conveniente l’ingresso regolare ed affrontare finalmente il tema : come costruiamo il motto dell’Unione Europa dell’Unità nella Diversità?

Come facciamo diventare questo motto una pratica di costruzione della convivenza ed un idea di società della convivenza? Per combattere la paura e costruire un sentimento di sicurezza è da qui che bisogna partire. Il governo efficace dell’immigrazione è misurabile dalla qualità della convivenza tra europei ed immigrati che si realizza nei singoli paesi dell’Unione. Lo confermano realtà come la Germania, la Danimarca, il Belgio, la Svezia che hanno saputo non solo promuovere politiche di integrazione, sostenute da un dibattito pubblico ma le hanno innovate superando l’approccio assimilazionista e multiculturalista e cercando di rendere concreta l’idea forza della “interazione”. In Italia non c’è mai stato un dibattito pubblico su questi temi salvo il breve periodo dei governo dell’Ulivo con l’approvazione della legge 40/98 che prevedeva una Commissione Nazionale per le politiche di integrazione, risorse pubbliche del Fondo Nazionale per l’integrazione ed una legislazione contenente diritti sociali  e doveri connessi alla dignità della persona ed alla permanenza sul territorio. La Bossi Fini ha abrogato in gran parte quelle norme, ma molte sono state successivamente ripristinate  da sentenze della Corte Costituzionale.

Al di là delle norme si è però  sedimentata nel nostro paese, attraverso un originale welfare locale e comunitario, una Via Italiana alla Convivenza, ci sono nei comuni e nelle città , nelle scuole, nelle fabbriche, nei reparti di maternità, nei servizi sanitari e sociali tante esperienze concrete che parlano di successi della convivenza. Conoscerle, interrogarle, imparare da queste esperienze attraverso un dibattito pubblico è, secondo me, il modo efficace per contrastare la retorica dell’immigrato usurpatore e fare breccia nel cuore degli italiani. Perché entra in gioco la forza dell’esempio e della esperienza direttamente vissuta.

Livia Turco

Da Il Foglio dell’11 luglio 2019

Il riformismo di Nilde Iotti

3 Luglio, 2019 (11:33) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Una riformista con il Vangelo della Costituzione sempre in mano: così vedo Nilde Iotti quarant’anni dopo la sua elezione a Presidente della Camera. Nel suo costante impegno per riformare le istituzioni ,per costruire un rapporto positivo tra politica ed istituzioni risiede la modernità di Nilde Iotti.

Dall’inizio del suo mandato da Presidente,  il 20 giugno 1979, fino a quando lasciò l’Aula di Montecitorio nel 1993,il suo cimento è stato quello di fare vivere i valori della Costituzione attraverso la messa in campo di un azione riformatrice per rendere il Parlamento e le istituzioni capaci di svolgere quella funzione centrale di rappresentanza, di guida,  di indirizzo e di governo necessari al Paese.

Lo aveva anticipato nel discorso pronunciato il giorno della sua elezione a Presidente : “Affrontare quelle parti della Costituzione che il tempo e l’esperienza hanno dimostrato inadeguate…tutelare in primo luogo i diritti delle minoranze ma anche il diritto dovere della maggioranza di governare “. La democrazia deve rinnovarsi se vuole essere democrazia.

La democrazia ha in sé la forza per rinnovarsi: questa era la sua idea guida. Lei autorevole Costituente non esitò a dire fin dall’inizio che “vi sono nella Costituzione stessa parti che già al momento della sua approvazione erano per così dire vecchie, in quanto rispecchiavano il passato (penso ad esempio al sistema dei controlli).

Ed altre che  il trascorrere  degli anni ha inevitabilmente logorato”. (Camera 11 ottobre 1979,sessionededeicata al bilancio interno). Proprio perché voleva far vivere il principio costituzionale della centralità del parlamento era essenziale che il parlamento funzionasse. La funzionalità del Parlamento-ecco il suo primo assillo. Bisognava altresì che il governo potesse esercitare in tempi certi la sua funzione per rispondere ai problemi del paese. Bisognava inoltre che i partiti si rinnovassero e fossero i primi soggetti capaci di far vivere nel Parlamento le fondamentali scelte politiche e costruire nel Parlamento il necessario dialogo, confronto ed anche scontro.

“La sovranità popolare vive attraverso il Parlamento ,voglio ribadirlo . Ed è il Parlamento che deve investire il Governo della responsabilità della direzione politica del paese ,di cui delinea e verifica gli indirizzi fondamentali. Questa non è un idea vecchia della democrazia ma il modo di far convergere le varie forme di pluralismo che la società esprime, il tentativo- esso si moderno- di ”governare in molti”.

Centralità  del parlamento, funzionalità del medesimo, governabilità, efficace sistema delle autonomie locali  sono stati i suoi punti fermi derivanti dai principi  dello Stato fondato nella Costituzione: la sovranità popolare, il sistema delle libertà, il sistema delle autonomie.

Il suo pensiero si tradusse in azioni, lotte, proposte di riforme istituzionali. Questo avveniva nei difficili anni ottanta segnati da grandi mutamenti nella società, nel modo di essere dei partiti, anni appena successivi alla ferocia del terrorismo e che si misurarono con la ferocia dell’attacco mafioso, con l’aprirsi di una crisi dei partiti che sfociò nella vicenda di Tangentopoli e che vedeva le istituzioni troppe volte arretrate rispetto ai processi reali. Il suo impegno prioritario fu la riforma dei regolamenti parlamentari. Nel gennaio del 1980 durante la discussione alla Camera sul Decreto Cossiga in materia di Antiterrorismo, Nilde Iotti decide di separare la discussione degli emendamenti dal voto di fiducia, in modo da impedire l’ostruzionismo.

Il cosiddetto LODO IOTTI poi rimasto come importante precedente della prassi parlamentare. Nel novembre del 1981 viene varato il primo pacchetto di riforma dei Regolamenti definito da Nilde Iotti “Difensivo” perché volto ad evitare pratiche ostruzionistiche .Proprio sull’approvazione della modifica la Iotti viene duramente contestata dalle minoranze ed in particolare dal gruppo radicale che propone oltre 50.000emendamenti.Per evitare la manovra Nilde Iotti stabilisce che gli emendamenti possono essere assunti sotto forma di principi riassuntivi e sottoposti ad un solo voto. Nel 1982 in ottobre inizia la sperimentazione della “sessione di bilancio” che prevede un contingentamento dei tempi di parola al fine di approvare il bilancio dello Stato senza ricorrere al bilancio provvisorio.

Nel 1988 viene votata la riforma dell’articolo 49 della Costituzione al fine di generalizzare il sistema del voto palese e di limitare quello segreto. Nel 1992 Nilde Iotti entra a far parte della Commissione Bicamerale per le riforme istituzionali presieduta da Ciriaco De Mita che sarà chiamata a presiedere il 10 marzo del 1993.La Commissione porta a termine i lavori nel gennaio del 1994 ma il clima politico non consente di passare dalla fase dello studio a quello della discussione ed approvazione della riforma. Il suo ultimo intervento sulle riforme istituzionali  fu svolto il 28 gennaio 1998 a sostegno delle proposte  emerse nel corso della Commissione Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema.

Le sue idee riformatrici erano: centralità del parlamento, il superamento del bicameralismo per costituire il Senato delle autonomie locali, la riduzione del numero dei parlamentari, maggiori poteri all’esecutivo con l’introduzione dell’istituto della sfiducia costruttiva, ampliamento dei poteri d’inchiesta e di controllo da parte del Parlamento . Era consapevole e lo sottolineò in molte occasioni che per far vivere la democrazia della nostra Costituzione non fosse sufficiente la riforma delle istituzioni ma fosse necessario un rinnovamento profondo della politica a partire dal sistema politico e dai partiti. Come ebbe ad affermare in modo mirabile in un suo discorso nel 1992 ( La tecnica della libertà).

“La strada è quella del rinnovamento dei partiti, radicale e profondo, fatto a viso scoperto, in modo trasparente, sotto il controllo dell’opinione pubblica, che deve veder cambiare non tanto e solo le facce ma i metodi di azione, i comportamenti nelle responsabilità pubbliche, le scelte, le selezioni dei nuovi gruppi dirigenti che devono essere democratiche e cristalline, in modo che non si possa dire che il lupo perde il pelo ma non il vizio.” Parole e pensieri che suonano molto attuali. Europeista convinta fu una delle costruttrici dell’Unione europea, impegnandosi nella discussione interna al PCI affinchè  abbracciasse  questa visone e compisse in modo convinto questa scelta strategica. Nel 1969 viene eletta membro della Assemblea parlamentare  europea che aveva il compito di definire le istituzioni europee , carica che ricopre fino al 1979 quando viene eletto per la prima volta a suffragio universale il Parlamento Europeo.

Durante la sua presidenza intensificò le relazioni tra i parlamenti degli stati europei e si dedicò con passione a coltivare le  relazioni internazionali .Sostenne in modo convinto la candidatura di Altiero Spinelli nelle liste del PCI al Parlamento Europeo. Continuerà a dedicarsi all’Europa impegnandosi dal 1996 al 1999 alla assemblea del Consiglio d’Europa.

Nilde Iotti fu una donna delle istituzioni ma aveva ben presente nel cuore e nella testa che il nutrimento fondamentale delle istituzioni è la partecipazione popolare. Essere rappresentanti nelle Istituzioni e delle istituzioni significa far vivere  nelle istituzioni medesime la vita del popolo italiano. Il legame tra vita e politica tra persone e politica : questo è il cuore e l’anima della democrazia.

Lei coltivò sempre e fino all’ultimo il rapporto con le persone, con quelle che appartenevano ai ceti più deboli per sostenere la loro battaglia della giustizia sociale, con le donne con cui costruì un legame speciale anticipato in modo mirabile nel suo discorso di insediamento alla Presidenza della Camera: ” Comprenderete la mia emozione per essere la prima donna nella storia d’Italia a ricoprire una delle più alte cariche dello Stato. Io stessa- non ve lo nascondo-vivo in modo quasi emblematico questo momento, avvertendo in esso un significato profondo che supera la mia persona e investe milioni di donne che attraverso lotte faticose  pazienti e tenaci si sono aperte la strada verso la loro emancipazione. Essere stata una di loro ed aver speso tanta parte del mio lavoro per il loro riscatto, per l’affermazione di una loro pari responsabilità sociale ed umana, costituisce e costituirà sempre un motivo di orgoglio nella mia vita.”

“Sono una donna che lavora “; “ sono una di voi”: queste erano sue espressioni ricorrenti proprio per significare il legame di prossimità che aveva con le donne italiane. Ed era ricambiata tanto che come raccontano indagini e sondaggi del tempo(Indagine Doxa del 1981) era la donna più popolare, veniva prima persino a Sofia Loren ed a Monica Vitti. Fu sempre dalla parte delle donne anche se non amava definirsi femminista ed io credo che lei non capì il femminismo. La mia collaborazione con lei fu più intensa a partire dal 1986 quando fui nominata responsabile nazionale delle donne del PCI.

Fu una madre autorevole ma anche complice e materna. La sentii accanto nelle battaglie più audaci come la CARTA DELLE DONNE COMINISTE, la politica dei tempi di vita e di lavoro, le norme antidiscriminatorie nella politica, le cosiddette quote rosa, la legge contro la violenza sessuale ecc. Le ho voluto molto bene e la porto costantemente nel mio cuore e nei miei pensieri

Livia Turco

(Articolo pubblicato su il Sole 24 Ore) 

Nuove idee per la sinistra: la promozione sociale

27 Aprile, 2019 (12:39) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

La promozione sociale delle persone  in questo nostro tempo ha il suo ingrediente fondamentale  nella “relazione umana”, nella “cura” delle persone , nel progetto di una Società Umana a misura di donne e uomini. Il legame umano e sociale, la relazione di riconoscimento, cura, condivisione ,apertura verso l’altro sono il nutrimento del benessere delle persone, della inclusione sociale, della comunità, della cittadinanza.

Investire nelle relazioni umane , valorizzare le capacità di tutte le persone, creare relazioni umane significative è una responsabilità di ciascuna persona, della comunità, delle istituzioni ed anche della politica. Non a caso l’articolo 2 della nostra Costituzione recita” La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica economica e sociale”. Ciò che colpisce di questo nostro tempo  è l’impoverimento delle relazioni umane, la rottura del legame comunitario, le tante forme di solitudine che coinvolgono sia i giovani che gli anziani , sia gli uomini che le donne. Penso in particolare alla povertà educativa che  rende più triste la vita dei nostri bambini e ragazzi e restringe gli orizzonti della loro vita; alla solitudine delle famiglie che hanno persone fragili anche perché le politiche pubbliche stanno dimenticando le fragilità mettendole a carico esclusivo delle famiglie; la solitudine delle persone che vivono la fase finale della vita.

Penso anche al permanere di situazioni di incomunicabilità tra donne e uomini ed alla difficoltà degli uomini a comprendere il valore ed il senso della libertà femminile. Che è la radice fondamentale dei tanti fenomeni di violenza degli uomini sulle donne. Esiste una scomoda verità sull’Europa. Quasi un terzo dei nostri bambini e dei nostri giovani è povero o rischia di diventarlo , milioni di giovani non riescono a trovare un lavoro che consenta loro di costruirsi un futuro e più della metà degli adulti in Europa ritiene che le giovani generazioni avranno un vita peggiore della loro. I nostri giovani, questi figli della precarietà, sono la più grande questione politica e sociale che sta difronte al nostro paese  ed all’Europa, il punto da cui deve ripartire la sinistra per rinascere. Sono una bella gioventù che troppo poco conosciamo, che si arrovella nel cercare  la propria strada, che è consapevole di dover  percorrere sentieri inesplorati dai padri e dalle madri, che ha bisogno di adulti autorevoli che ascolta volentieri se questi adulti sono capaci di costruire empatia , sanno ascoltarli e li sollecitano ad essere  protagonisti del loro futuro.

Guardando la nostra società dal punto di vista della relazione umana si scopre che molteplici e nuovi sono i fattori che generano diseguaglianze: non solo il lavoro ed il reddito ma la possibilità o meno di muoversi nel mondo globale; la possibilità di vivere con pienezza i tempi  di vita o la costrizione a subire la tirannia del tempo di lavoro che condiziona tutti gli altri tempi della vita e che tante volte porta alla rinuncia della maternità e paternità; l’incidenza che i contesti di vita e di lavoro, il livello d’istruzione e le condizioni famigliari,  hanno sulla salute delle persone; la formazione e la  frequentazione di luoghi sociali; il permanere della diseguaglianza di genere.

Questo sguardo sulle diseguaglianze ha delle ricadute sull’agenda politica e di governo ,definisce le priorità politiche, la qualità dello sviluppo e del welfare.

I processi di globalizzazione hanno spogliato tante volte i territori dei  tradizionali luoghi  di lavoro che erano anche luoghi di identità sociale e comunitaria , di cultura. Ci sono stati gli arrivi degli immigrati , necessari alla nostra vita e generalmente ben integrati con l’aiuto degli imprenditori, del volontariato, dei comuni, del sindacato, delle chiese. Ma, in fase di crisi economica, e di identità sociali  rancorose sono diventati il “ capro espiatorio” delle nostre paure, la ragione concreta, visibile di ciò che ci far stare male, il nemico da colpire. Si sono costruite delle comunità intese come “ Guscio”: luoghi di separazione, di chiusura, di difesa, di contrapposizione all’altro .Come scrive Bauman  nel suo libro “ Voglia di comunità”(Laterza Ed.)  questa società del Guscio accentua le ragioni dell’ansia moderna che risiedono invece  nel processo di atomizzazione, in quel cercare soluzioni individuali a problemi che sono comuni. ”

Nel mondo sempre più globalizzato viviamo tutti una condizione di interdipendenza e di conseguenza nessuno di noi può essere padrone del suo destino. Ci sono compiti con cui ogni singolo individuo si confronta ma che non possono essere affrontati e superati individualmente. Tutti noi abbiamo la necessità di acquisire il controllo sulle condizioni nelle quali affrontiamo le sfide della vita, ma per gran parte di noi tale controllo può  essere ottenuto solo collettivamente. Se mai può  esistere  una comunità nel mondo degli individui può essere ed è necessario che sia una comunità intessuta di comune e reciproco interesse; una comunità responsabile, volta a garantire il pari diritto di essere considerati esseri umani e la pari capacità di agire in base a tale diritto. Bisogna elaborare positivamente questa condizione di interdipendenza che lega gli uni agli altri .Bisogna costruire la comunità non come separazione ma la comunità come costruzione di un reciproco interesse”(Baumann).

Il processo di impoverimento  delle  relazioni umane ci riporta ad una questione ancora più di fondo: la mutazione antropologica che ha sostituito la persona , il soggetto in relazione aperto all’altro , che è alla base delle moderne Costituzioni europee e sicuramente della nostra Costituzione , con l’io solitario, individualista, consumatore, che si realizza nel consumo e nel godimento individuale. Questa mutazione antropologica è frutto del capitalismo finanziario globale, dei mutamenti dei sistemi di comunicazione  ed anche di correnti culturali, anche progressiste,  che hanno esaltato la libertà individuale perdendo di vista il valore del legame comunitario, hanno messo al centro i diritti civili trascurando a volte la condizione sociale con una banalizzazione della libertà individuale medesima e  della concezione dei diritti.

Il  tema della promozione sociale della persona coincide con una nuova rivoluzione antropologica per ritrovare il senso profondo della relazione che unisce l’uno all’altro , avere la consapevolezza che la soggettività umana è interdipendente, che la libertà individuale è connessa alla elaborazione positiva della interdipendenza che ci lega gli uni agli altri , alle altre. L’ apertura all’altro è parte della  libertà personale, della  autonomia individuale. Per stare bene c’è bisogno dell’altro ; ” fare del bene fa stare bene” dicono le persone impegnate nel volontariato. Bisogna dunque far rinascere questa soggettività aperta che investe nel legame umano, sociale e comunitario .Tanto più  oggi che viviamo in un mondo interdipendente dove i problemi sono comuni e ci legano gli uni agli altri: l’ambiente, il lavoro, la produzione, la cultura.

Bisogna costruire una soggettività umana ed una cittadinanza incentrata sul valore- necessità di prendersi cura dell’altro e sulla ambizione di una vita che esprima e dia valore a tutti i talenti ed a tutte le dimensioni della esistenza umana e sociale. Bisogna riprendere l’idea marxiana e rielaborata da Antonio Gramsci dell’Uomo Onnilaterale che vive e vuole vivere con pienezza tutti i tempi della vita: lavoro, cura, formazione, mobilità, dono, tempo per sé. Promuovere una trasformazione economica e sociale che renda possibile vivere con pienezza tutte le dimensioni della vita. In questa società umana dovrà esserci molto spazio per i beni comuni, per la conservazione del territorio, della comunità, della cultura e dovrà avere un forte attaccamento alle tradizioni. Bisognerà costruire una solidarietà tra le generazioni come quella che in questi anni di dura crisi ha unito le madri con le figlie con le nonne con le bisnonne  che sono state l’anello forte della solidarietà famigliare e sociale  consentendo di far fronte ai compiti di cura, alle fragilità, alla precarietà economica, alle carenze del nostro welfare  ed ha saldato  una alleanza culturale che ha consentito di tramandare affetti e saperi. Bisognerà anche accettare i  “confini porosi”, imparare la mescolanza tra popoli e tra culture , una mescolanza  vissuta come necessità e ricchezza scoprendo non solo la fatica ma la curiosità della convivenza tra persone con storie e culture diverse.

E’ attraverso la fatica del  “conoscersi” e “riconoscersi” che le persone con storie e culture diverse possono vivere insieme, scambiarsi forza ed umanità, dirimere i conflitti ed i contrasti, agire insieme per migliorare la qualità della vita del proprio territorio. Non basta stare l’uno accanto all’altro senza fare la fatica del conoscersi e riconoscersi. Non basta il principio della tolleranza. L ‘esperienza dimostra che con il tempo nascono dei conflitti. Bisogna costruire un orizzonte condiviso di valori, promuovere il rispetto di diritti e doveri. Attraverso la pratica della interazione e la cura delle relazioni umane e sociali. Che è la via della convivenza e della sicurezza come dimostrano tante esperienze positive realizzate da comuni, scuole , fabbriche, servizi sociali, ospedali, chiese, reparti  di maternità. Bisogna dare volto e voce a questa Italia della convivenza anche attraverso azioni concrete come un Forum nazionale della Convivenza che esponga, valorizzi e discuta ogni anno  le buone pratiche della convivenza.

La pedagogia dell’esperienza trasmette un contagio positivo “se ci sono riusciti loro possiamo farcela anche noi”, crea cultura, allarga il pensiero. La relazione umana consente  e favorisce la Conversazione , lo scambio tra  gli interlocutori al fine di trovare un accordo su qualche elemento di discussione.” La Conversazione rimane la via maestra per arrivare all’accordo, e dunque alla convivenza pacifica e reciprocamente vantaggiosa, collaborativa e solidale: e ciò perché la Conversazione non ha rivali, né alternative praticabili” (Baumann).  Bisogna  promuovere in modo diffuso un dibattito pubblico ed una partecipazione di italiani ed immigrati nella polis per affrontare insieme i problemi della propria comunità. Si potrebbero attivare nei Municipi e nei Comuni i “Tavoli della Convivenza”  con la partecipazione di associazioni italiane e di migranti in una logica di interazione. Per aprire finalmente nel nostro paese il dibattito pubblico sul tema: come si costruisce l’unità nella diversità? Che è il motto originario dell’Unione Europea. Quale società della convivenza e quali politiche per realizzarla?

Per realizzare la promozione sociale delle persone c’è bisogno di una democrazia inclusiva che dia potere alle persone medesime come indica l’articolo 3 della nostra Costituzione. Considero molto interessante quanto scritto a questo proposito nel Rapporto della Commissione Indipendente del Gruppo dell’Alleanza Progressisti dei Socialisti e Democratici Europei ne il  Rapporto sull’Uguaglianza Sostenibile: Ripristinare una Democrazia per tutti “ Rafforzare la democrazia attraverso un contratto dei cittadini di Democrazia sostenibile per tutti per promuovere un piano in 8 punti che comprenda il rafforzamento dei sindacati, la società civile, la democrazia partecipativa, la trasparenza, la piena partecipazione delle donne alla vita economica e politica ,politiche regionali dal basso verso l’alto, mezzi d’informazione ed una magistratura indipendente ed obiettivi di politica pubblica al di là dei soliti indicatori di Pil”.

Non c’è promozione sociale se non si rigenera la democrazia. Troppe volte abbiamo dimenticato anche a sinistra che la democrazia è vitale ed efficace quando è  democrazia inclusiva.

Sollecita la partecipazione attiva di tutte le persone a partire da quelle più fragili, più deboli, quelle  la cui  condizione sociale   pone ai margini della società. Non bastano le leggi ed i provvedimenti ci vogliono soggetti che agiscano  il conflitto sociale ,  promuovano mobilitazione , dibattito pubblico. Bisogna reinventare una politica popolare ed anche il senso e la pratica della  rappresentanza, due aspetti della stessa medaglia. Come ci insegna la storia del nostro paese a partire dall’esempio dei nostri Padri e delle nostre Madri Costituenti. Non bastano i referendum, le primarie. Bisogna costruire una “Democrazia deliberativa” in cui le persone siano  coinvolte nella discussione e nella deliberazione pubblica delle scelte che devono essere assunte a tutti  i livelli delle istituzioni. Quando i cittadini deliberano si scambiano le proprie opinioni,  discutono le loro rispettive idee  sulle principali questioni politiche e pubbliche. La democrazia deliberativa è quella che tira fuori , con arte maieutica, le competenze di ciascuna persona . Per renderle , appunto, capaci della  “deliberazione” sui temi del governo del paese .Che devono incidere  nelle decisioni pubbliche.

La promozione sociale della persona è quella che fa vivere la “ coscienza del limite: “ non tutto quello che si può si deve fare”. Innanzitutto nei confronti dei processi sempre più invasivi della mercificazione del corpo umano e della vita umana come la pratica dell’utero in affitto. Limite e responsabilità  sono il nutrimento del diritto , altrimenti i diritti individuali diventano un catalogo di cose, merci, di rivendicazioni. Diritto è dignità umana , esercizio della responsabilità, rifiuto della mercificazione dei corpi, della natura, delle sfere di vita.

Sviluppo umano; Europa dei popoli ed Europa Sociale; Dignità del lavoro; Welfare delle 3 G: solidarietà tra  generazioni,  generi,  genti; un Welfare Generativo che promuove i beni comuni, costruisce il futuro a partire dai problemi dell’oggi. Un Welfare Europeo che realizzi un piano europeo contro la povertà, promuova il diritto alla mobilità delle persone attraverso un reddito minimo d’inserimento europeo ed una base minima di Protezione Sociale conforme alle raccomandazioni Oil, promuova ed estenda l’esperienza degli Erasmus ed il Servizio Civile Europeo. Il comparto Europeo dei Diritti Sociali adottato nel 2017 deve essere integrato in provvedimenti legislativi.

Il Welfare non può limitarsi oggi a promuovere politiche redistributive attraverso il soggetto pubblico. Le politiche di Welfare sono strettamente connesse alle politiche di sviluppo e devono essere considerate politiche di sviluppo. Bisogna puntare su uno sviluppo che valorizzi il capitale umano, i beni comuni, l’inclusione sociale. Tutti i soggetti economici devono sentirsi coinvolti nella promozione dell’inclusione sociale, del benessere delle persone , dei territori, della sostenibilità ambientale.

Le politiche pubbliche devono sollecitare tutti gli attori economici e sociali a promuovere il Welfare locale e comunitario ed  i Patti territoriali per lo sviluppo solidale; devono realizzare  l’indicazione dell’Unione Europea “ La Salute ed il Benessere sociale in tutte le politiche” attraverso programmi intersettoriali per la salute ed il benessere sociale,  regionali e nazionali .

La promozione sociale delle persone non può dimenticare che la persona non è un soggetto neutro. La dualità del genere umano , la differenza maschile e femminile è una ricchezza dell’esperienza di vita. Bisogna riscoprire questo pensiero e far rivivere questa consapevolezza. Essa sollecita un processo di trasformazione sociale , propone un ripensamento del pensiero e dello sguardo sulla vita.

Per costruire una nuova amicizia e nuove relazione tra donne e uomini .Al difuori degli stereotipi di genere e superando ogni forma di gerarchia e di supremazia degli uomini sulle donne. Dopo tanti anni di femminismo e di battaglie legislative e culturali bisogna chiedersi quanto siano cambiate le relazioni tra donne e uomini sia nelle generazioni mature che in quelle giovani. Il cambiamento più significativo è rappresentato dall’ingresso nel lavoro delle donne in tutte le professioni che ha portato una differenza di approcci di qualità ed ha sollecitato gli uomini ad assumersi la responsabilità di padri. Questa rottura dei ruoli storicamente così radicata nel nostro paese - gli uomini che lavorano e che fanno i papà  prendendosi del tempo per i figli- le donne che si affermano nel lavoro dedicandosi ai figli- costituisce una svolta  profonda sul piano  simbolico e non solo pratico. Costituisce il definitivo superamento di quella distinzione per cui la sfera pubblica e la razionalità compete agli uomini, la cura delle persone alle donne. Consente di trasmettere ai giovani una nuova definizione di maschile e di femminile, in cui ciascuno è al contempo cura della vita, relazioni pubbliche, partecipazione attiva alla polis a partire dal lavoro.

Siamo solo agli inizi di questo processo , permangono stereotipi , discriminazioni, diseguaglianze tra donne e uomini e tra le donne. Ma la  strada di una nuova identità maschile e femminile è tracciata. Essa va alimentata con buone politiche pubbliche come  la strategia dei congedi parentali incentivando quello dei padri, i servizi all’infanzia, la buona e piena  occupazione femminile. Credo che la consapevolezza della differenza sessuale possa oggi svolgere una funzione preziosa  nella umanizzazione della società in questo tempo delle  solitudini e delle relazioni umane impoverite. Può  spronare le donne di tutte le generazioni  a  far vivere  il loro legame speciale con la vita, il loro speciale prendersi cura delle persone come energia, forza per rendere espansivo questo principio, per espandere la cultura del prendersi cura quale risorsa economica ,sociale, culturale e politica. Gli  uomini possono agire la loro differenza libera dalla  gabbia degli stereotipi del possesso, della gerarchia, elaborando la loro nuova esperienza del prendersi cura e della mescolanza dei tempi di vita per farla diventare, con la loro forza ed influenza, motore della trasformazione sociale e culturale.

Livia Turco