Il Blog di Livia Turco

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Giglia Tedesco, a San Macuto convegno a 10 anni dalla morte

12 Novembre, 2017 (14:06) | Post | Da: Redazione

Saranno le testimonianze di D’Alema, Veltroni, Salvato, Chiaromonte e tanti altri politici a ricordare Giglia Tedesco a dieci anni dalla morte in un convegno, organizzato dalla Fondazione ‘Nilde Iotti’ a San Macuto il 16 novembre prossimo. 

Giglia Tedesco apparteneva ad un’illustre famiglia, il nonno era il Ministro Liberale giolittiano Francesco Tedesco; il padre Ettore Tedesco fu un deputato liberale, che scelse l’Aventino, prima dell’avvento del fascismo.

Lei, cattolica comunista, moglie di Antonio Tatò, ha vissuto la sua vita tra l’impegno sociale e quello politico-istituzionale. Era entrata a far parte dell’Unione Donne Italiane nel 1945. Dal 1959 al 1973 aveva fatto parte della presidenza nazionale.

Si era poi iscritta al Partito Comunista Italiano nel 1946. Nel 1960 entra nel comitato centrale del partito, nel 1984 nella Direzione. È stata senatrice dal 1968 al 1994 e Vice Presidente del Senato nella IX Legislatura.

Ha fatto parte della Commissione Giustizia e della Commissione per la riforma del diritto di famiglia. È stata relatrice della legge sull’aborto, la 194. Nel libro ‘Ho imparato tre cose. Conversazioni con Giglia Tedesco’ raccontò che, appunto, erano tre le cose che la vita le aveva insegnato: “Dal Pci ho imparato che il noi è più importante dell’io”.

“Da mio marito ho imparato che bisogna guardare al futuro, alle cose che bisogna fare”. “Dal movimento delle donne, che bisogna sempre partire dalla propria esperienza. Che è una risorsa insostituibile”.

Ad aprire il convegno ‘il sorriso di Giglia Tedesco’, il 16 novembre alle 16.30 nella sala Refettorio di palazzo San Macuto, sarà la vice presidente della Camera Marina Sereni. A presiedere i lavori sarà Livia Turco, presidente della Fondazione ‘Nilde Iotti’. (Ansa)

Dialoghi sull’aborto e sull’obiezione di coscienza. Pensando alla vita

18 Febbraio, 2017 (19:39) | Post | Da: Redazione

Livia Turco, ex ministro della Solidarietà Sociale e della Salute e soprattutto figura storica della militanza di sinistra e del movimento delle donne, insieme a Chiara Micali, giornalista con alle spalle anni di esperienza all’Unicef e poi all’Agenas, hanno appena esordito in libreria con un libro difficile che si intitola “Per non tornare al buio. Dialoghi sull’aborto”.

Un libro “tosto”, come si diceva una volta. Per il tema, l’aborto, e il metodo scelto per parlarne, a metà tra saggio e inchiesta giornalistica.

“Aborto, parola dura da pronunciare, tema difficile da trattare. Tornare a parlarne è scomodo”, scrive la stessa Livia Turco, consapevole che la scelta di dedicargli un libro potrebbe non essere capita dai più.

Ma, con la caparbietà e la capacità di analisi che la contraddistinguono, l’ex ministro ed ex parlamentare, ora presidente della Fondazione Nilde Iotti, decide di affrontare il tema da un punto di vista oggi raro, quello della comprensione dei fenomeni, prima che della loro codifica a priori.

E’ il caso, su tutti, della questione delle questioni, quella che ha ispirato la scelta di scrivere questo libro: l’obiezione di coscienza dei medici e degli altri operatori sanitari.

Non aspettatevi una tiritera contro i medici obiettori. In questo libro Livia Turco e Chiara Micali hanno scelto un altro approccio, quello dell’ascolto e dell’analisi e lo hanno fatto andando a parlare direttamente con 8 ginecologi obiettori messi a confronto nelle loro ragioni con 11 non obiettori.

Quelli che possiamo leggere nel libro sono dialoghi inediti, anche molto sinceri e che, forse per la prima volta almeno in una dimensione così pubblica come può essere quella di un libro, mettono a nudo ragioni e motivazioni di una scelta professionale e personale allo stesso tempo. Che, per qualcuno, è diventata anche una scelta di vita e che mai finora era stata scandagliata così a fondo con l’intento di “capirne” le ragioni e le motivazioni, senza frapporre un giudizio valoriale aprioristico.

Le interviste sono tutte da leggere, se non altro per il vissuto che ne emerge, sia sul piano dell’essere medico che dell’essere “persona” di questi professionisti.

Ma il libro di Livia Turco e Chiara Micali ha secondo me un obiettivo “altro”, dichiarato, ma che rischia di passare in secondo piano rispetto al tema centrale dell’aborto.

L’obiettivo è quello di provare a ragionare su un doppio fenomeno, probabilmente parallelo e non interconnesso ma dagli effetti comunque emblematici del Paese Italia di questi ultimi anni: il calo continuo e costante delle interruzioni volontarie di gravidanza e il calo altrettanto continuo e costante delle nascite.

In Italia, per la prima volta, gli aborti sono scesi sotto quota 90 mila. Se si pensa che nel 1982 erano quasi 235 mila (fu l’anno con il maggior numero di Ivg dall’entrata in vigore della legge 194 del 1978), il calo è impressionante.

Ma altrettanto impressionante è il calo costante delle nascite, ormai stabilmente sotto le 500 mila annue (nel 2015 si è toccato il record negativo di poco più di 485mila nuovi nati e le proiezioni 2016 confermano un ulteriore calo).

“L’esperienza materna è stata confinata in un cono d’ombra - riflette Livia Turco -  perché costa molta fatica per le donne, perché le parole a essa dedicate sono prevalentemente «costo»: per le aziende, per le famiglie, per il welfare. Ma il cono d’ombra ha ragioni più profonde. Attiene al piano simbolico e alla narrazione culturale”.

“La mia generazione, quella che ha vissuto la maternità senza accettare rinunce sul piano professionale e della libertà individuale, che ha vissuto il figlio come gioia intima e profonda, ma non sempre si è data e ha avuto il tempo per goderne la vicinanza – scrive ancora l’ex ministro - non ha percepito il problema di scrivere una nuova narrazione della maternità, di rappresentarla sul piano simbolico, di raccontarla con parole nuove, le parole della nostra esperienza”.

“Stiamo diventando una società sterile – scrive ancora Livia Turco - anche perché le relazioni umane si impoveriscono, perdono forza e calore”.

“L’etica della cura, che si sprigiona in modo particolare nell’esperienza della maternità, ma che appartiene al materno che vive in ciascuna donna, può immettere nella società e nella relazione con gli altri energia, fiducia, calore umano, ottimismo”.

“È il rovesciamento della mistica della maternità è l’idea che la relazione e la cura degli altri, dei bambini, dei vecchi, non sono responsabilità e destino privato e che non c’è specificità femminile nel costruire gli asili nido, nel promuovere i congedi parentali, nel prevedere assegni per i figli”, riflette l’autrice che pone a questo punto una questione “politica”: “Siamo di fronte a scelte fondamentali di politica economica e sociale, che possono essere arricchite con nuove iniziative”.

Ed ecco la proposta: “Il governo potrebbe istituire, presso la Presidenza del Consiglio, un Tavolo permanente sulle politiche di sostegno alla maternità e paternità che coinvolga tutti i ministeri, tutti gli attori economici e sociali, le Regioni e gli Enti locali per promuovere e coordinare le politiche di condivisione tra lavoro e cura delle persone; le politiche di sostegno alla maternità e paternità, per la cura dei figli”.

Ma questo salto tematico dal tema aborto al tema maternità si trasforma, nel libro di Turco e Micali, in un filo narrativo unico, come traspare benissimo da queste parole che aprono la lettera aperta “alle ragazze e ai ragazzi” di oggi che introduce il volume:

“Voglio parlarvi di un tema duro, difficile persino da dire, carico di sofferenza e di implicazioni morali: l’aborto.

Voglio parlarvi di questo tema difficile per condividere con voi l’impegno e la speranza di una società libera dall’aborto, per costruire con voi una società materna, che sia accogliente del figlio che nasce, della maternità e della paternità.

Mi addolora pensare che tante volte voi giovani dovete rinunciare al desiderio di un figlio perché le condizioni economiche e sociali non lo consentono.

Mi addolora perché ho vissuto la bellezza della maternità, e nel mio impegno politico e istituzionale ho promosso leggi e provvedimenti a sostegno della maternità e paternità e per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

Se avere un figlio diventa un lusso siamo una società povera, sterile, disumana.

Per questo voglio parlarvi dell’aborto. Per dirvi che esso è un dramma, anche quando è frutto di una libera scelta. Un dramma che bisogna prevenire, che bisogna in ogni modo scongiurare di vivere, sia da giovani che da adulte. Aborto è la soppressione di una potenzialità di vita che diventerebbe figlio, se fosse accolta dal grembo materno. Le donne possono raccontarvi quanto sia duro vivere questa triste necessità, quale scacco del pensiero, quale sofferenza, quale senso di sconfitta e di perdita.

Voglio parlarvi dell’aborto perché mi consente di raccontarvi una storia bella e positiva di questo nostro paese che ci testimonia concretamente che l’aborto si può sconfiggere, che le donne possono scegliere liberamente la maternità e crescere con gioia i propri figli”.

“Per non tornare al buio” è infatti un lungo messaggio a più voci, delle autrici e dei professionisti intervistati che insieme hanno composto un’opera corale che è un vero e proprio “messaggio” per le nuove generazioni che non hanno mai vissuto, neanche da lontano quel periodo terribile e insieme vitalissimo per la società e la politica, che furono gli anni’70.

Cesare Fassari

da: Quotidiano Sanità 

Livia Turco

Per non tornare al buio

Dialoghi sull’aborto

A cura di Chiara Micali


Ediesse, 221 pagine, 14 euro

I ragazzi della Panchina

9 Luglio, 2015 (17:13) | Post | Da: Redazione

Era un giorno di freddo e pioggia quello in cui arrivai a Pordenone per incontrare un gruppo di giovani che avevano deciso di chiamarsi I ragazzi della Panchina. Credo fosse il 1998, ero Ministro della Solidarietà Sociale e giravo in lungo e in largo per l’Italia a conoscere le tante esperienze sociali. Mi consideravo Ministro di un Ministero sulla Strada. Per questo mi aveva molto incuriosito quel gruppo che portava quel nome che evocava tante cose.

La panchina può essere il luogo dell’incontro, dell’amicizia consolidata, della abitudine all’incontro. Può essere, all’opposto,il luogo dell’abbandono, della solitudine  di coloro che sono considerati scarti.

Avevo ricevuto l’invito anche da operatori del Sert di Pordenone che mi sembrava lavorasse con molta dedizione.Stavo preparando la Conferenza Nazionale sulle droghe”contro le droghe cura la vita”che svolgemmo a Napoli.Volevamo affermare che ciò’che conta e’la persona,non la sostanza. Bisogna separare la persona dalla sostanza.Per questo bisogna dare fiducia alla persona,investire su di essa.Posizione non facile mentre infuriava il dibattito ideologico su droghe leggere e droghe pesanti.Si spendevano molte chiacchiere e si facevano poche scelte concrete per le persone,in particolare da parte della politica.

Le mie attese non andarono deluse. Incontrai operatori molto motivati e preparati, giovani e meno giovani, come l’indimenticabile sguardo di Gigi Dal Bon, che avevano deciso di riprendere per mano la loro vita,di farsi aiutare rifuggendo da ogni paternalismo,ma rimettendo in gioco se stessi. Consapevoli di dover trovare in se stessi  le ragioni e la forza per uscire dal tunnel della sofferenza. Avevano avuto la fortuna di incontrare bravi e motivati operatori, amministratori locali ed una persona straordinaria come il poeta Zanzotto. Ricordo con emozione quegli  sguardi intensi che trasmettevano dolore e speranza,la dura franchezza  del linguaggio, il bisogno di non perdersi in chiacchiere..di venire al punto..Ed il punto era far conoscere la loro esperienza ed il loro progetto,la nascita dell’associazione i Ragazzi della Panchina che aveva bisogno di un luogo fisico ,di sostegno,di fiducia da parte di tutta la comunità e dalle istituzioni.

Ricordo l’affetto con cui seguivate la Ministra che cercava di darsi da fare. Mi avete dato tanta forza.

E’ stata molto importante l’esperienza de I ragazzi della Panchina perché ha puntato sulla forza interiore dei ragazzi,non ha fornito loro ricette o padri cui affidarsi ciecamente bensì’un percorso di scoperta e riscoperta del senso della vita , fatto con gli altri.

Perché ha cercato di diventare Comunità e di coinvolgere la comunità, di fare riflettere una città bella, perbene ed anche ricca come Pordenone, del dramma della droga, dell’Aids..Ed è stato molto importante avere avuto il coraggio di parlare della sofferenza dura della droga andando a guardare in faccia i ragazzi nelle scuole, per scuoterli e farli ragionare.

Sono passati vent’anni, come state Ragazzi della Panchina?

Sarei contenta di rivedervi, di vedere come siamo cambiati, cosa siete riusciti a fare di importante con le vostre fatiche, il vostro entusiasmo e l’amore di chi vi è stato accanto..

Io ho cercato di continuare a seguirvi..e vi ho sempre avuti nel mio cuore e nei miei pensieri.

Con tanto affetto e profonda gratitudine.

Vi auguro di continuare nella vostra lotta, vi auguro di avere il cuore pieno di gioia, vi auguro di sentire sempre attorno a voi il calore dell’amicizia.

Vi mando un forte abbraccio con il desiderio di reincontrarci.

Livia Turco

A Lampedusa, prima che la crisi degenerasse

4 Ottobre, 2011 (17:18) | Post | Da: Livia Turco

Partii una mattina, nel mese di maggio, per andare a Lampedusa. Decisi una visita informale per vedere con i miei occhi ed ascoltare con le mie orecchie quanto stava accadendo.
Mi sembrava impossibile che l’Italia non riuscisse ad accogliere quel numero di tunisini, che dopo un anno secondo le cifre ufficiali del Ministero, è di 50.000 (compresi i profughi dalla Libia).
All’aeroporto vennero ad attendermi i responsabili del circolo PD di Lampedusa, molto attivo nell’accoglienza e che lavorava con le associazioni ed i gruppi di volontariato sul territorio.
Durante il tragitto in macchina mi aggiornavano di quanto era successo.
I giovani tunisini che erano venuti in Italia come transito verso gli altri paesi europei per cercare lavoro erano ragazzi miti, perbene che chiedevano aiuto alla popolazione.
E la popolazione di Lampedusa gliel’aveva data.
I lampedusani avevano accolto quei giovani come fossero parte della loro famiglia.
Anche perché si vergognavano delle condizioni in cui li aveva abbandonati lo Stato e della totale indifferenza del governo.
Infatti, erano lì da giorni e giorni, rimanevano sul porto, senza essere identificati.
I racconti erano commoventi: i lampedusani offrivano loro cibo, coperte, ma anche sigarette giochi  in comune per allentare la tensione.
Ma con il trascorrere del tempo in entrambe le parti cresceva l’indignazione e il disagio per le condizioni di abbandono in cui erano lasciati.
Lampedusa è un luogo di transito. Il Centro di accoglienza che era diventato una eccellenza in Italia ed Europa funzionava come prima accoglienza ed identificazione ma non di permanenza delle persone. Altrimenti, in breve tempo l’isola sarebbe scoppiata.
Con la macchina attraversai la città e arrivai al Porto. Lungo la strada incontrammo frotte di giovani che camminavano per l’Isola.
Era impressionante vedere questa marea di giovani che camminavano veloci, senza meta, alla ricerca di qualcosa che non sapevano. Mi colpì la velocità del passo, la determinazione negli sguardi ma anche la grande tristezza degli occhi. Camminavano in una terra bellissima, ma attorno ad essa c’era solo il mare. Bellissimo, ma nemico perché quello che volevano quei giovani era attraversarlo ma non sapevano come.
Arrivammo al Porto. Immagini di desolazione umana che non potrò dimenticare e che ho denunciato ripetutamente nell’Aula parlamentare.
In uno spiazzo assolato migliaia di persone stipate, in piedi. Per dormire potevano contare sulle coperte che portavano loro i lampedusani, a partire da Don Stefano, dalla chiesa e dalla Caritas che per tutta la notte camminavano tra quei disperati per dare loro un po’ di conforto e per evitare che si accendesse la scintilla dello scontro.
La presenza dello Stato era visibile in 3 bagni chimici, una tenda della Croce Rossa per le emergenze sanitarie, la presenza (ammirevole) dei poliziotti esposti alla esplosione della rabbia, e poi sacchetti gettati all’ora di pranzo e cena contenente un panino, un po’ di riso ed una bottiglia di acqua minerale.
Visitai il Centro di identificazione, anche esso stipato, ed i centri dia accoglienza dei minori.
I lampedusani si erano davvero sostituiti allo Stato nella gara di solidarietà ma anche per garantire la sicurezza.
All’ora di pranzo raggiunsi la Caritas, Don Stefano, c’era anche Oliviero Forti. Mi raccontarono della solidarietà della gente ma di quanto fosse ormai diventata insostenibile la situazione, come non fosse più possibile tenere stipate migliaia di persone su quello spiazzo. Com’era dura la notte perché per coricarsi e dormire un po’, lo spazio non bastava, c’era bisogno di almeno una coperta, l’aria cominciava a diventare fetida per la puzza.
Potevano scatenarsi conflitti duri. Fino a quando ce l’avrebbe fatta la gente, il volontariato, la chiesa? Bisognava subito identificare e portare via quelle persone.
L’Italia aveva conosciuto emergenze molto più consistenti e maggiori che non 20.000 tunisini ma il governo italiano li ignorava, volutamente, deliberatamente.
Aveva predisposto un piano di accoglienza di ipotetici 50.000 profughi che sarebbero dovuti arrivare dalla Libia, ma non faceva nulla per i tunisini che erano lì, perché erano clandestini e bisognava esibire il pugno di ferro.
Il messaggio di Don Stefano fu chiaro: i lampedusani sono stati meravigliosi, hanno insegnato all’Italia che cos’è l’accoglienza e la dignità umana, ma ora non ce la fanno più. I tunisini che sono sul porto vanno identificati e lasciati raggiungere le loro famiglie, oppure accolti qui da noi su tutto il territorio nazionale.
Nel pomeriggio incontrai altre associazioni di volontariato, e poi andai in comune a salutare il sindaco, i consiglieri comunali e lì assistetti ad una discussione concitata su come proseguire la solidarietà, che però era diventata insostenibile e su come farsi sentire dallo Stato.
Le opinioni tra loro divergevano ed io non ero in grado di dare un contributo se non prendermi l’impegno di riferire in Parlamento quanto avevo visto ed ascoltato, protestare con il governo e proporre delle soluzioni
Così feci. La soluzione che proponemmo, un permesso umanitario temporaneo previsto dalla legge in vigore e sperimentato dal governo D’Alema durante il dramma dei Balcani, aveva funzionato allora, poteva funzionare ora.
Questa volta il governo ha accettato un suggerimento dall’opposizione ed ha applicato ai tunisini il permesso umanitario temporaneo, pur tra mille polemiche e contraddizioni e facendosi anche rimproverare dall’Europa.
Quel pomeriggio mi ha insegnato tante cose soprattutto quanto è dura in determinate circostanze la pratica della solidarietà ma quanto essa sia ineludibile ed insostituibile.
Per garantire la dignità umana.
Livia Turco
 

Quale Welfare. Alcune riflessioni

22 Gennaio, 2011 (14:11) | Post | Da: Livia Turco

di Livia Turco
Promuovere le capacità di ciascuna persona, anche di quella più fragile e di quella diversamente abile; creare le condizioni affinché ciascuna persona possa essere attiva e dare il suo contributo alla comunità: questo è l’obiettivo di una società umana. Per promuovere le capacità di ciascuna persona bisogna creare il lavoro, investire sulla formazione, valorizzare la comunità ed i legami sociali, investire nella rete integrata dei servizi sociali.
Le politiche sociali e la rete integrata dei servizi sociali attivano relazioni umane e sociali, accompagnano ed inseriscono in modo attivo ciascuna persona, tirandone fuori e valorizzandone le capacità.
Per questo sono politiche di crescita e di sviluppo e di lotta alle diseguaglianze sociali. La rete integrata dei servizi sociali, così come previsto dalla legge quadro 328 del 2000 costituisce una condizione fondamentale per realizzare il welfare locale e comunitario che, insieme al lavoro consente l’inserimento attivo, combatte l’assistenzialismo e le diseguaglianze prende in carico le fragilità, è di sostegno ai compiti di cura svolti dalle persone e dalle famiglie. La rete integrata dei servizi sociali è ancora fortemente inadeguata alle esigenze del nostro paese ed è diffusa in modo diseguale. Essa subirà un forte arretramento dopo la cancellazione del Fondo Nazionale per le Politiche Sociali operato dal governo con le ultime leggi di stabilità. Sono e saranno sempre più colpite le persone più fragili, aumenterà la loro solitudine e la fatica delle loro famiglie. Il PD considera la battaglia per i servizi sociali una fondamentale battaglia di civiltà e di giustizia.
L’attuazione della legge sul Federalismo Fiscale deve essere l’occasione per definire i livelli essenziali di assistenza, dotati di adeguato finanziamento, affinché siano riconosciuti diritti certi per le persone più fragili ed esposte: lotta alla povertà, inserimento delle persone disabili, presa in carico delle persone non autosufficienti, sostegno ai figli minori. Sono queste le priorità.
Nel mondo e nell’economia globale le persone devono essere capaci di rischiare, di intraprendere di spostarsi da una parte all’altra del paese e tra i paesi europei. È allora necessaria una rete di protezione per evitare che chi rischia, chi intraprende, chi si sposta da un paese all’altro cada nella povertà. Il Reddito di Solidarietà Attiva, una misura universalistica di lotta alla povertà è la prima innovazione che il nostro paese deve costruire. Il Reddito di Solidarietà Attiva è una misura universalistica rivolta alle persone che per qualunque ragione si trovano in condizioni di povertà, un reddito temporaneo erogato dall’INPS, accompagnato da un piano personalizzato di reinserimento sociale e di ricerca attiva del lavoro. Tale proposta è contenuta in un disegno di legge del PD.
Di fronte alla globalizzazione dei mercati nella libera circolazione delle persone, prevista dalla Carta dei diritti umani fondamentali dell’Unione Europea, bisogna pensare ad un welfare europeo che consenta la libera circolazione delle persone evitando sia la concorrenza tra i ceti deboli che la caduta nella povertà. Un reddito minimo di inserimento europeo potrebbe essere una proposta corrispondente a questa necessità.
Dobbiamo costruire un welfare europeo della sicurezza per tutti, italiani ed immigrati, basata sul riconoscimento di diritti doveri sulla lotta all’esclusione sociale e alla promozione della legalità. A partire dall’apprendimento della lingua e la cultura italiana da parte degli immigrati attraverso un adeguato programma di interventi predisposto dallo Stato, Regioni, Enti locali. È urgente un piano nazionale delle politiche di integrazione e di civile convivenza tra italiani ed immigrati elaborato dal Governo, Regioni, Comuni e le parti sociali dotato di un finanziamento adeguato in cui confluiscono risorse pubbliche, risorse private.
 

Immigrazione. Un fazzoletto d’Africa in Italia

20 Maggio, 2010 (17:39) | Post | Da: Livia Turco

Voglio condividere con voi questo diario di un mio viaggio a Caserta in quello che, una volta, era un cotonificio…

di Livia Turco

A Caserta, vicino alla stazione, c’è il centro sociale ex cotonificio, sorto nel 1995. È una struttura grande, poco accogliente nelle sue stanze e nei suoi ambienti. Dentro entra anche l’acqua e fa freddo. È una struttura che la comunità di Caserta e di tutta Italia, a partire dalle istituzioni, dovrebbero considerare un loro gioiello. È animato da un gruppo di volontari tenaci, appassionati, competenti, generosi. Nessun aggettivo riesce a definire persone come Fabio Basile che ne è il fondatore, Mimma D’Amico sua alter ego e altri giovani di cui non mi sono annotata il nome. Il centro sociale ex cotonificio di Caserta accoglie gli ultimi della terra, uomini dalla pelle nera. Comincia da qui, con Pina Picierno, combattiva e radicata parlamentare del posto, e con Enzo Amendola, segretario regionale del Pd campano che con Pina rappresentano le giovani speranze del Pd, un “viaggio nell’Italia dell’immigrazione e della civile convivenza” che condurremo in ogni regione d’Italia. Prossima tappa: Rosarno e i paesi della locride. Bisogna guardare con i propri occhi, ascoltare con le proprie orecchie, cercare di dire qualcosa e prendersi degli impegni. Così, secondo me, si costruisce la battaglia culturale per affermare i diritti e la dignità delle persone e il radicamento nel territorio. È Fabio a raccontare: ”Il centro sociale nasce nel 1995 e abbiamo iniziato a lavorare con la comunità senegalese. Ora le comunità sono più numerose e tutte concentrate nella zona di Castel Volturno, circa 6000 persone, con ganesi, liberiani, e dalla Costa d’avorio. Offriamo assistenza legale agli immigrati, cerchiamo di aiutarli a sbrigare ogni tipo di pratica. Si rivolgono a noi per ottenere il permesso di soggiorno, quando arriva una bolletta, quando subiscono un sopruso o cercano un lavoro, per comunicare con la famiglia, quando hanno un problema sanitario. Vengono da noi perché noi andiamo da loro. Sappiamo dove e come vivono e periodicamente li incontriamo. Sono tutti senza permesso di soggiorno. Tenuti volutamente in condizioni di irregolarità perché altrimenti come potresti farli vivere in case diroccate, affittare un letto nel giardino a 20 euro e farli lavorare 12 ore al giorno per 25 euro? Castel Volturno è uno snodo importante per il governo dell’immigrazione nel sud perché è luogo di incontro di una presenza stabile di migranti, rifugiati, irregolari. Qui ritornano dopo le stagioni in Puglia a Calabria. Lavorano nell’agricoltura, ma anche nell’edilizia e nel terziario. L’immigrato irregolare a Castel Volturno fa diventare oro tutto ciò che tocca per i proprietari delle case e per gli imprenditori. Sono fragili e ricattabili perché senza permesso di soggiorno e per questo tenuti volutamente nella irregolarità”. Fabio, Mimma e Gianluca della Caritas parlano di un difficile rapporto con la Questura e gli enti locali, di un contatto positivo con il ministero degli Interni nella persona del prefetto Morcone, capo del dipartimento immigrazione che a Castel Voltura era venuto dimostrando particolare sensibilità. Il 18 settembre 2008 ci fu la strage con i 6 morti, a cui seguì la rivolta degli immigrati. Dopo i fatti di Rosarno, il governo ha istituito un task force con enti locali e associazioni di volontariato per contrastare il lavoro nero e bonificare le zone degradate. Ci spostiamo da Caserta per andare a incontrare le comunità di africani. Siamo accompagnati anche da Prospero, un mediatore culturale ganese, molto colto che parla inglese ed è punto di riferimento di tutti gli africani della zona. Percorriamo la famosa domiziana, strada lunghissima, fiancheggiata da una pineta verdissima e popolata quasi tutta da immigrati, lì fermi che aspettano il bus inframezzati da qualche italiano. Stanno insieme tranquillamente. Si capisce guardandoli che è una convivenza di lungo periodo divenuta abituale anche se non è proprio felice. Spesso si accendono conflitti per chi deve salire sul pulman. Il primo incontro è in una abitazione diroccata, in stato di totale abbandono in mezzo ai campi al confine con il comune di San Giuliano, un paesaggio indescrivibile: materassi, letti, frigoriferi accatastati. Vivono lì dentro oltre 100 persone. Vengono ad incontrarci e ci sono quasi tutti. Prospero dice loro chi siamo, che siamo lì in difesa della loro dignità e dei loro diritti, per cambiare le leggi che li opprimono; si raccontano molto volentieri. Raccontano dello sfruttamento, delle 12 ore di lavoro, della paga che tante volte non arriva, del paradosso che se protestano perché non sono pagati vengono denunciati per estorsione, delle irruzioni della polizia alle 4 del mattino che sequestra soldi e telefonini. Delle bollette carissime che devono pagare, della paura di andare in ospedale perché temono di essere denunciati. La stragrande maggioranza sono arrivati nel 2002, dopo l’ultima sanatoria. Il loro miraggio è il permesso di soggiorno. Quando riescono a averlo, in genere emigrano al nord. Il lavoro non gli manca, sono molto ricercati in tante parti del Mezzogiorno. Quando ci congediamo ci dicono con i loro occhi intensissimi “aiutataci ad avere un lavoro dignitoso”. Ci spostiamo a Prescopagano, una frazione di Castel Volturno che in realtà è un fazzoletto di Africa. Case basse, assolate, per lo più degradate, pochi negozi, gruppi di persone che parlano fra loro. Ci accoglie nella sua casa mamma Agata, una delle poche donne africane presenti che prepara un piatto per tutti. Ci troviamo nel giardino, accorrono in tanti. Magari con la speranza che il politico che viene da Roma porti buone notizie. Anche qui, le persone si raccontano volentieri e i problemi sono sempre gli stessi. Quando li salutiamo, un uomo giovane con le lacrime agli occhi mi dice: “Voglio vedere mia madre, è dal 2002 che sono qui e da allora non la vedo”. Non è il solo, quasi tutti hanno lasciato in Gana, in Senegal o nella Costa d’Avorio i genitori e anche i bambini. Dovremmo andare a fare visita in un’altra frazione ma Fabio e Mimma, che sono molto ospitali, vogliono che concludiamo la giornata portandoci via un po’ di speranza e ci fanno incontrare l’altra faccia di Castel Volturno, quella del regolare permesso di soggiorno. Valeria, rifugiata delle Liberia, con la figlia Celine che ha frequentato il 4° anno dell’istituto alberghiero e parla un italiano fluente, hanno aperto il ristirante ‘african point’. Ci offre il cous cous con molte verdure e spezie in un locale accogliente, pulito e pieno di colori dove una tv trasmette programmi africani. Regolarizzare queste persone, senza ricorrere a sanatorie ma con interventi mirati, applicando la nuova direttiva europea che prevede la denunciare del datore di lavoro che sfrutta immigrati irregolari e mettere in galera chi affitta a prezzi esosi case degradate e letti nel giardino, sono misure che cambierebbero il volto di Castel Volturno e di tanta parte del Mezzogiorno. Ne guadagnerebbero anche gli italiani onesti del posto e sarebbe un colpo alla criminalità. Su questi aspetti insistono molto Fabio, Mimma, Gianluca e gli altri. Noi lo diremo al ministro Maroni. Queste misure sarebbero un tassello a quella lotta alla criminalità che lui sta conducendo con impegno.