Il Blog di Livia Turco

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Month: Luglio, 2019

No alla società del guscio

13 Luglio, 2019 (10:04) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

La macabra retorica salviniana contro gli immigrati sta saldando ceti sociali e culture diverse attorno ad una idea di società. La società del “ guscio” per usare una espressione secondo me efficace di Richard Sennet. Il Guscio protettivo non vuole gli immigrati, difende il territorio in cui vive, la sua economia ed identità culturale. E’ popolata da individui che  vivono in solitudine , perché soffrono la rottura dei legami sociali e vivono in condizioni di fragilità, soffrono per  mancanza di reddito e di certezze nella propria vita; ma è popolata anche da  individui soli  che  esaltano la cultura individualista del fare da sé e del pensare solo a se’ nel condurre l’azienda, nella gestione della sua partita Iva, nella più generale partita della vita. Nel “guscio” troviamo la persona sola che cerca  protezione alla sua fragilità e la persona forte, individualista che vive le altre persone ed i legami sociali come un impaccio al suo essere competitivo, chiede di essere lasciato libero nel suo egoismo, di non dovere nulla a nessuno,  di sentirsi sicuro di non correre il rischio di vedere il suo territorio minacciato dall’altro. Cosa tiene insieme nello stesso “ guscio” l’individuo solo e fragile e l’individuo forte, egoista e competitivo? La domanda di protezione sociale ed economica, di sicurezza, di identità territoriale, di difesa del proprio territorio. La diseguaglianza sociale e la paura degli immigrati sono i collanti più forti nell’esprimere questa inedita domanda di protezione. Anche se l’ingrediente culturale dell’individualismo , l’esaltazione egoistica del fare da sè, la riduzione della persona umana a consumatore, l’esaltazione edonistica del puro apparire viene da lontano, dalle politiche liberiste ed in Italia dal Berlusconismo. 

Ciò che colpisce in modo particolare guardando alla società italiana ed al consenso del vicepremier Matteo Salvini, con la grave e patetica subalternità del partito dei Cinque Stelle,  è la constatazione di quanto sia profondo, radicato e trasversale il rifiuto degli immigrati. In un paese che nel corso della sua storia  ha saputo far fronte ad emergenze umanitarie  ripetute con spirito di accoglienza e solidarietà al di là di chi ci governava, come è potuto sedimentarsi questo stereotipo dell’invasione e questo sentimento del rancore? Perché  anche nell’animo di tante persone di sinistra si è radicato il  “mandiamoli a casa loro”?  Nel rifiuto degli immigrati  contano  la crisi economica, il conflitto tra poveri , i problemi irrisolti del degrado urbano, le condizioni di insicurezza, il sentirsi abbandonati dall’Europa. Ma c’è qualcosa di più profondo se il valore della solidarietà e dell’accoglienza si è smarrito e se non si riesce dopo trent’anni di immigrazione e dopo che l’Italia è diventata un paese con una componente stabile di popolazione immigrata che, in grande parte, grazie alle proprie forze, si è  integrata, a liberarsi dallo stereotipo dell’immigrato usurpatore.

Qualcosa che ci chiama in causa come sinistra nel modo con cui abbiamo  letto ed interpretato il fenomeno dell’immigrazione , nel modo con cui lo abbiamo governato. Sintetizzo così la mia analisi: abbiamo fatto delle buone politiche nei governi nazionali e locali ma non abbiamo percepito che nel governo dell’immigrazione conta molto la dimensione simbolica, l’immaginario, il sentimento. Le nostre parole sono state solidarietà, accoglienza, l’immigrato risorsa che fa i lavori che gli italiani non fanno più e che salva le nostre pensioni. Raccontiamo questo immigrato risorsa  con le aride cifre dei dati Inps non con i volti e le storie vere delle persone in carne ed ossa. Non  siamo riusciti a far vedere gli immigrati reali nella loro positività.

E’ accaduto solo nella campagna che abbiamo fatto “ L’Italia sono anch’io”(2012-2013)con i ragazzi delle seconde generazioni per il diritto alla cittadinanza. Ricordo bene quella campagna in cui fummo protagonisti in tutta Italia con il Forum Pd sull’immigrazione, insieme con la rete dei Comuni e delle Associazioni con lo slogan “ Chi nasce e cresce in Italia è italiano”. In  quella occasione quei volti fecero breccia nel cuore e nell’immaginario dei cittadini italiani, ruppero lo stereotipo fino ad allora consolidato dell’immigrato o vittima da aiutare o usurpatore da cacciare. L’immigrato diventa finalmente cittadino come noi con diritti e doveri. In quel caso, difronte a quei volti che risultavano normali e familiari (è l’amico di mio figlio!!)emerse nella mente e nel cuore degli italiani una nuova immagine dell’immigrato accompagnato da un sentimento di empatia. Non caso quella campagna trovò ampio consenso nella società. La battaglia per lo ius soli non fu solo il perseguimento di una politica specifica che superava una grave discriminazione esistente nel nostro ordinamento verso le seconde generazioni di immigrati/e ma lo strumento che aveva veicolato nella società un nuovo immaginario e fatto circolare un nuovo sentimento verso gli immigrati. Questo nuovo sentimento andava sostenuto con determinazione proseguendo nella società e nelle istituzioni la battaglia perché quei ragazzi fossero riconosciuti italiani. La questione è che noi sinistra non abbiamo mai preso di petto sul piano della elaborazione culturale, del dibattito pubblico e della costruzione di una narrazione il tema:  “come stiamo insieme? cosa facciamo insieme? Come costruiamo comunità, cittadinanza, convivenza?”. Abbiamo costruito delle buone politiche di convivenza  nazionali e locali  ma esse non hanno parlato, non  hanno prodotto immagini, simboli,  non hanno raccontato una cultura, un modo di essere diverso della nostra società   e delle relazioni tra di noi.

Abbiamo consentito che nel dibattito pubblico imperversasse un immigrato astratto. Abbiamo il dovere oggi di contrastare in modo efficace la politica razzista del governo cercando di parlare al cuore delle persone che dicono no agli immigrati intessendo con loro un dialogo che dovrà essere lungo, paziente e costante. Ma fermo. Che aiuti a riscoprire il senso della solidarietà umana convincendo che senza di essa saremo tutti travolti e aiutando con la forza dell’esempio a scoprire l’umanità dell’altro. Conta dunque la relazione umana, il legame sociale, lo sforzo di fare incontrare nella quotidianità persone vere che vivono insieme gli stessi problemi: il lavoro che manca, la povertà, il degrado urbano. Dobbiamo dimostrare che abbiamo comuni problemi italiani  ed immigrati e che insieme possiamo risolverli  e costruire una società umana e sicura per tutti e tutte.

Dobbiamo far sentire vincente l’idea che “Insieme si può”. Lo dobbiamo e possiamo fare nei nostri quartieri, nelle nostre scuole, nei nostri luoghi di lavoro.

Lo dobbiamo fare da cittadini . Lo deve fare la sinistra e la politica. Se vuole rinascere la sinistra deve partire da qui, dalla costruzione del legame umano e sociale nel luogo del rancore e del conflitto vero l’altro  per costruire conoscenza reciproca, riconoscimento reciproco, guardarsi e scoprirsi comuni cittadini di un comune territorio,  di una comune patria e nazione. La sinistra deve dare volto , voce e forza all’Italia della Convivenza che c’è , che agisce come si è visto a Milano  a Roma, a Napoli, a Lampedusa nei porti e nei centri di accoglienza, tra le famiglie che accolgono i giovani cui è stata rifiutata la protezione umanitaria e da persone stanno diventando scarti sociali e soggetti illegali. Costruiti ad arte dal cinismo di Salvini per poter alimentare il suo immaginario e la sua retorica dell’immigrato brutto e cattivo. La sinistra deve esserci nei luoghi in cui colpevolmente non c’è stata, accanto a Soumalaya Sacho ammazzato mentre era sfruttato nelle campagne del Sud.

A sostegno della lotta dei suoi compagni che insegnano a tutti noi il valore della dignità umana come sta facendo il sindacalista e lavoratore Aboubakar Soumahoro. Come trent’anni fa nell’ agosto del 1989 fu accanto a Jerry Masloo, senegalese che raccoglieva pomodori, ucciso da un gruppo di balordi locali. Bisogna costruire una grande Conferenza sull’Immigrazione e la Convivenza, bisogna farlo ora, subito,  chiamando a raccolta questa Italia della convivenza, coinvolgendo anche forze politiche europee e società civile europea. Ma anche facendo un viaggio nei luoghi del rancore per ascoltare, per capire, per risolvere i problemi  Bisogna costruire una Piattaforma Europea; bisogna modificare radicalmente la legislazione italiana mettendo al centro misure che rendano praticabile e conveniente l’ingresso regolare ed affrontare finalmente il tema : come costruiamo il motto dell’Unione Europa dell’Unità nella Diversità?

Come facciamo diventare questo motto una pratica di costruzione della convivenza ed un idea di società della convivenza? Per combattere la paura e costruire un sentimento di sicurezza è da qui che bisogna partire. Il governo efficace dell’immigrazione è misurabile dalla qualità della convivenza tra europei ed immigrati che si realizza nei singoli paesi dell’Unione. Lo confermano realtà come la Germania, la Danimarca, il Belgio, la Svezia che hanno saputo non solo promuovere politiche di integrazione, sostenute da un dibattito pubblico ma le hanno innovate superando l’approccio assimilazionista e multiculturalista e cercando di rendere concreta l’idea forza della “interazione”. In Italia non c’è mai stato un dibattito pubblico su questi temi salvo il breve periodo dei governo dell’Ulivo con l’approvazione della legge 40/98 che prevedeva una Commissione Nazionale per le politiche di integrazione, risorse pubbliche del Fondo Nazionale per l’integrazione ed una legislazione contenente diritti sociali  e doveri connessi alla dignità della persona ed alla permanenza sul territorio. La Bossi Fini ha abrogato in gran parte quelle norme, ma molte sono state successivamente ripristinate  da sentenze della Corte Costituzionale.

Al di là delle norme si è però  sedimentata nel nostro paese, attraverso un originale welfare locale e comunitario, una Via Italiana alla Convivenza, ci sono nei comuni e nelle città , nelle scuole, nelle fabbriche, nei reparti di maternità, nei servizi sanitari e sociali tante esperienze concrete che parlano di successi della convivenza. Conoscerle, interrogarle, imparare da queste esperienze attraverso un dibattito pubblico è, secondo me, il modo efficace per contrastare la retorica dell’immigrato usurpatore e fare breccia nel cuore degli italiani. Perché entra in gioco la forza dell’esempio e della esperienza direttamente vissuta.

Livia Turco

Da Il Foglio dell’11 luglio 2019

Il riformismo di Nilde Iotti

3 Luglio, 2019 (11:33) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Una riformista con il Vangelo della Costituzione sempre in mano: così vedo Nilde Iotti quarant’anni dopo la sua elezione a Presidente della Camera.

In questo suo cimento che ne ha contraddistinto in modo costante l’azione ed il pensiero risiede  la sua modernità.

Dall’inizio del suo mandato da Presidente, annunciato nel suo breve discorso di insediamento, il giugno 1979, fino a quando lasciò l’Aula di Montecitorio nel 1993,il suo impegno è stato quello di fare vivere i valori della Costituzione attraverso la messa in campo di un azione riformatrice per rendere Il Parlamento e le istituzioni capaci di svolgere quella funzione centrale di rappresentanza, di guida,  di indirizzo e di governo necessari al Paese.

La democrazia deve rinnovarsi se vuole essere democrazia. La democrazia ha in sé la forza per rinnovarsi: questa era la sua idea guida. Lei autorevole costituente non esitò a dire fin dall’inizio che “vi sono nella Costituzione stessa parti che già al momento della sua approvazione erano per così dire vecchie, in quanto rispecchiavano il passato (penso ad esempio al sistema dei controlli).Ed altre che  il trascorrere  degli anni ha inevitabilmente logorato “(Camera 11 ottobre 1979,sessionededeicata al bilancio interno).

Proprio perché voleva far vivere il principio costituzionale della centralità del parlamento era essenziale che il parlamento funzionasse. La funzionalità del Parlamento-ecco il suo primo assillo. Bisognava altresì che il governo potesse esercitare in tempi certi la sua funzione per rispondere ai problemi del paese.

Bisognava inoltre che i partiti si rinnovassero e fossero i primi soggetti a far vivere nel parlamento le fondamentali scelte politiche e costruire nel parlamento il necessario dialogo, confronto ed anche scontro. “La sovranità popolare vive attraverso il Parlamento, voglio ribadirlo. Ed è il parlamento che deve investire nel governo della responsabilità della direzione politica del paese, di cui delinea e verifica gli. Questa non è un idea vecchia della democrazia ma il modo di far convergere le varie forme di pluralismo che la società esprime, il tentativo esso si moderno di ”governare in molti”.

Centralità  del parlamento, funzionalità del medesimo, governabilità, efficace sistema delle autonomie locali  sono stati i suoi punti fermi derivanti dai principi  dello Stato fondato nella Costituzione: sovranità popolare, il sistema delle libertà, il sistema delle autonomie.

Il suo pensiero si tradusse in azioni, lotte, proposte di riforme istituzionali. Questo avveniva nei difficili anni ottanta segnati da grandi mutamenti nella società, nel modo di essere dei partiti, anni appena successivi alla ferocia del terrorismo e che si misurarono con la ferocia dell’attacco mafioso, con l’aprirsi di una crisi dei partiti che sfocio nella vicenda di Tangentopoli e che vedeva le istituzioni troppe volte arretrate rispetto ai processi reali.

Nel gennaio del 1980 durante la discussione alla Camera sul Decreto Cossiga in materia di Antiterrorismo, Nilde Iotti decide di separare la discussione degli emendamenti dal voto di fiducia, in modo da impedire l’ostruzionismo.

Il cosiddetto LODO IOTTI poi rimasto come importante precedente della prassi parlamentare. Nel novembre del 1981 viene varato il primo pacchetto di riforma dei regolamenti definito da Nilde Iotti “Difensivo” perché volto ad evitare partiche ostruzionistiche. Proprio sull’approvazione della modifica la Iotti viene duramente contestata dalle minoranze ed in particolare dal gruppo radicale che propone oltre 50.000 emendamenti. Per evitare la manovra Nilde Iotti stabilisce che gli emendamenti possono essere assunti sotto forma di principi riassuntivi e sottoposti ad un solo voto.

Nel 1982 in ottobre inizia la sperimentazione della “sessione di bilancio” che prevede un contingentamento dei tempi di parola al fine di approvare il bilancio dello Stato senza ricorrere al bilancio provvisorio. Nel 1988 viene votata la riforma dell’articolo 49 della Costituzione al fine di generalizzare il sistema del voto palese e di limitare quello segreto. Nel 1992 entra a far parte della Commissione Bicamerale per le riforme istituzionali presieduta da Ciriaco De Mita che sarà chiamata a presiederla il 10 marzo del 1993. La Commissione porta a termine i lavori nel gennaio del 1994 ma il clima politico non consente di passare dalla fase dello studio a quello della discussione ed approvazione della riforma.

Il suo ultimo intervento sulle riforme istituzionali  fu svolto nel corso della Commissione Bicamerale presieduta da Massimo d’Alema.

Le sue idee riformatrici erano: Centralità del parlamento, il superamento del bicameralismo per costituire il Senato delle autonomie locali, la riduzione del numero dei parlamentari. Europeista convinta. Le donne l’eleganza della Politica

Livia Turco

(Articolo pubblicato su il Sole 24 Ore)