Il Blog di Livia Turco

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Categoria: Interviste

Il mio impegno per Roma

3 Giugno, 2016 (09:05) | Interviste | Da: Redazione

Non rinnego nulla. Ero militante con D’Alema e lo sono con Giachetti…

28 Maggio, 2016 (17:06) | Interviste, Senza categoria | Da: Redazione

Qualunque forma di contratto associata alla maternità è abominevole

4 Marzo, 2016 (11:06) | Interviste | Da: Redazione

 Intervista a Livia Turco di Lorenzo Maria Alvaro su Vita del 2 marzo 2016

Il dibattito sulla maternità surrogata era iniziato ben prima dell’affaire Vendola. L’appello di Se non ora quando e la Carta di Parigi hanno svelato un grande movimento di femministe e lesbiche contrario a questo strumento. La discussione ha posto una prima questione terminologica. In molti sostengono che non si debba chiamareMaternità surrogata o utero in affitto ma “gestazione per altri”. Che ne pensa?

Che non cambia la sostanza. Capisco che c’è una profonda differenza tra lo sfruttamento e il cosiddetto dono. Ma la sostanza è sempre la stessa. Non a caso si stanno mobilitando tante femministe. La generazione non è un pezzo di corpo umano. Uno dei frutti della battaglia femminista riguarda proprio la differenza sessuale e il riconoscimento della differenza di genere e della peculiarità dell’essere donna. Una differenza che è vista come ricchezza e incardinata sulla relazione tra uomini e donne. Mi spiace che tanti si dimentichino che queste lotte ci hanno insegnato, anche attraverso travagli, a vivere la maternità non come un fatto biologico, non come uno stereotipo, non come un destino, non come un ruolo sociale entro il quale c’è il genere femminile. Ma come scelta. La consapevolezza che la generazione, che ha inizio sin dal grembo materno, è una relazione umana.

Eppure lei fu molto attiva nella battaglia sull’aborto…

Sì, e vorrei ricordare ai tanti uomini e donne di sinistra che quando facemmo la battaglia per l’autodeterminazione della donna riguardo all’aborto dicemmo che era un scelta che competeva esclusivamente alla donna perché solo lei sa e vive quella relazione umana con la vita che ha nel grembo. Sin dall’inizio del concepimento si costruisce quella relazione. Dicemmo che il grembo materno non è solo fisico ma anche psichico. Come possiamo oggi arretrare di fronte a questa acquisizione che è così vera e che infatti rende così drammatico l’aborto?

In molti invece mettono in contrapposizione gravidanza e maternità sostenendo che siano due cose diverse. Lei invece ritiene che siano la stessa cosa?

Certamente. Ma non lo sostengo io. La distinzione si può fare tra il generare e il crescere un figlio. Maternità e gravidanza invece semplicemente sono la stessa cosa. Chi pensa che la maternità sia la relazione arretra pesantemente culturalmente. È su questo punto che mi preoccupo perché siamo di fronte ad un vero baratro culturale. C’è il rischio del ritorno biologistico della gravidanza. Poi certo generare non significa necessariamente anche crescere. Generare è una facoltà femminile, crescere invece può avere tante forme. Ecco perché sono contrarissima all’utero in affitto. Perché vedo alterato questo punto. Anche quando si parla di dono.

Che si tratti di dono o di sfruttamento la questione viene stabilita per contratto. Da oggi dunque la vita è un bene disponibile?

In nome della libertà noi oggi consentiamo qualunque mercificazione. La vita umana non si compra. È un bene indisponibile. Qualunque forma di contratto associata alla maternità è abominevole. Sono disposta a discutere con toni pacati di tutto, ma con molta fermezza sui valori. Vedo uno scivolamento retorico sui diritti come se la parola diritto abbia perda il suo valore. Dietro la parola diritto oggi ci sono cose, beni. Diritto invece è dignità umana, non merce. Poi certo il desiderio di maternità e paternità è bello. Ma la genitorialità non è un diritto e non si può perseguire a tutti i costi. Io sono d’accordo che le coppie gay possano adottare. Tenendo ben presente che l’adozione è una cosa difficile. Che non è detto che vada a buon fine. E che quando capitano questi casi ci sono altri drammi e altre tragedie. Ma questa è un’altra faccenda…

È vero. Ma questo fa immaginare anche nel caso di gravidanza surrogata ci possano essere un sacco di casualità negative. In quei casi cosa capita. Questi contratti che lei sappia prevedono qualcosa in caso l’accordo salti o il figlio abbia problemi?

Non saprei. Voglio sperare che se una coppia desidera un figlio poi lo cresca. E spero che la madre biologica abbia sempre l’ultima parola. Ma non conosco nello specifico come sono costruiti questi contratti.

Del caso Vendola si sa che l’operazione è costata 130mila euro. Si dice che siano i costi sanitari sostenuti anche se una gravidanza normale è chiaro che non costi quelle cifre. Per questo però in molti ritengono che il nodo sia il denaro. Nel senso che essendo una pratica molto costosa e quindi appannaggio esclusivamente dei ricchi sia discriminatoria. La risposta sarebbe dunque la surrogazione low cost. Che ne pensa?

Credo che questa pratica sia folle. Ed è una battaglia culturale, le norme non servono. Deve essere semplicemente bandita questa possibilità. Certo il fatto che sia costosa accentua le distanze sociali. Ma non mi preoccupo sinceramente del povero che non può comprarsi un bambino. È evidente che è una pratica per ricchi. Sono altri i poveri per cui mi preoccupo.

Quali?

Le persone povere sono le donne che ricorrono a questa pratica per bisogno economico. Che vendono la prole per denaro. Il pensiero che molte donne in Paesi poveri come l’India o l’Ucraina o l’Indonesia siano sfruttare così mi scandalizza. Io sono di sinistra e voglio pensare queste persone il cui sfruttamento mi fa indignare. Perché dobbiamo ricordare solo la cosiddetta parte evoluta, come il Canada o gli Usa, in un’accezione veramente un po’ starna di evoluzione? Se dobbiamo parlare di poveri e ricchi si sappia che è questa pratica che sfrutta i più deboli. Anzi le più deboli. Da un punto di vista femminista tutto questo è inaccettabile e preoccupante.

L’utero in affitto è una pratica abominevole

9 Dicembre, 2015 (10:24) | Interviste | Da: Redazione

Intervista di Livia Turco ad Avvenire (8 dicembre 2015)


«L’utero in affitto? Una pratica semplicemente a-bo-mi-ne-vo-le». Scandisce le sillabe, Livia Turco, e poi chiede conferma: «Lo sente come sono indignata? ». Una vita politica tutta a sinistra, tra Pci, Pds, Ds e Pd, più volte ministro nei governi Prodi e D’Alema, oggi è presidente della Fondazione “Nilde Iotti: le donne, la cultura, la società”. 


Per quali precise ragioni ha aderito anche lei, insieme a tante donne della sinistra e del femminismo, alla campagna contro la cosiddetta maternità surrogata?

Dopo tante battaglie di civiltà, oggi il corpo della donna è ridotto alla più bieca forma di mercificazione. Dopo tante conquiste, dopo tanti anni, tante passioni, energie spese a far capire ai nostri uomini che la maternità è una relazione, che il corpo della donna è un grembo psichico, è il luogo che dà la vita, ripiombiamo indietro di secoli. Non è accettabile. Abbiamo detto a gran voce queste cose quando si è trattato di far riconoscere il valore della maternità come dimensione e pensiero femminile. Come libertà delle donne. Come etica e responsabilità tutta nostra. Le abbiamo dette quando si è trattato di rivendicare la bellezza della maternità ma anche quando giustificavamo una scelta dolorosa come l’aborto… Ci abbiamo impiegato anni a capirlo noi e poi a farlo capire ai nostri uomini, e oggi, dopo tutto ciò, questo grembo che dà la vita è ridotto a mercimonio, proposto ad altri per denaro. 


Decenni di rivendicazioni vanificate dalla banalissima forza del business, dunque?

Si parla di gratuità, ma non ci credo, e comunque al più si tratterebbe di casi eccezionali. La norma è lo sfruttamento. 


Come giudica l’ambiguità di molti giornali e tivù, che ancora prospettano l’utero in affitto come una conquista di civiltà e, se costretti a ospitare le ragioni del no, accanto pubblicano – a difesa – inverosimili storie di felici maternità surrogate? 

Non capiscono cosa dicono. Questo modo di fare giornalismo è frutto di arretratezza, ottusità e subalternità culturale al mercantilismo che nella nostra società prevale su tutto. Ma anche al pesante relativismo etico, per cui tutto è diventato diritto. Da quando in qua esiste il diritto a un figlio? 


C’è chi sostiene che la mobilitazione contro è strumentale, visto che in Italia la pratica è illegale. 

Non mi basta che qui sia proibita, perché chi vuole farlo va all’estero. Posso essere d’accordo sul fatto che la questione delle adozioni non c’entri e che unire i due temi sia una forma di strumentalizzazione politica da parte di alcuni, ma ciò non può giustificare in alcun modo il silenzio contro un obbrobrio vero e proprio, indegno di una società civile. 


L’appello, per molti anni rimasto appannaggio del solo mondo cristiano, ora ha raggiunto e unito trasversalmente il mondo laico. Ma prima delle femministe italiane si sono fatte sentire quelle francesi, capitanate da Sylviane Agacinski, che per febbraio ha annunciato una massiccia mobilitazione. Come mai questo ritardo in Italia? 

Perché in Francia vige una laicità meno attenta ai valori: a causa di un minore senso religioso, le pratiche e le tecnologie corrono di più che nel nostro Paese, dunque lì c’era una maggiore urgenza di reazione.


Tra i tanti firmatari, ancora pochi uomini. Eppure quanto accade dovrebbe indignare tutti in quanto esseri umani. Non trova?Aderiscano anche loro, li vogliamo accanto. Spero capiscano che avere un figlio non significa fabbricare qualcosa. Mi rivolgo soprattutto ai nostri figli, ai giovani padri: imparino quanto di umanamente straordinario c’è nella relazione tra una madre e il figlio che mette al mondo. Solo pensare che una donna possa ‘fare’ un figlio perché con quel figlio, che non vedrà mai più, potrà campare è blasfemo. 


Se avvenisse gratuitamente, sarebbe meno grave? 

Cambia poco. Quel figlio ha una sola madre, che non può produrlo per altri. Io da ministro della Solidarietà sociale ho sempre sostenuto che la genitorialità non è automaticamente quella biologica ma è la capacità di una presa in carico, sono sempre stata a favore della genitorialità diffusa, insomma, ma portare in grembo un figlio per cederlo ad altri su commissione è una forma di arretramento spaventoso. E questo va detto chiaramente ai giovani, ingannati dai media e superficiali, che non immaginano a cosa ci porterà questa logica individualista se non ci fermiamo in tempo.

Massimo ti voglio bene ma non esporti in prima persona

23 Marzo, 2015 (17:19) | Interviste | Da: Redazione

Intervista a La Stampa del 23 marzo 2015

Leggi l’intervista

Legge 40: “Sconfitta l’ideologia, vince la vita vera”

9 Aprile, 2014 (12:03) | Interviste | Da: Redazione

Intervista a Livia Turco su La Stampa del 9 aprile 2014

Livia Turco è ormai lontana dalle aule parlamentari ma della legge 40 è stata una delle protagoniste, prima come parlamentare di opposizione durante l’approvazione e poi come ministra della Salute quando la legge era in vigore manifestando la sua contrarietà. Non sa nulla della sentenza, ride quando apprende che i giudici della Corte hanno dichiarato illegittimo il divieto di eterologa. “Che gioia! Ora la legge 40 non esiste più! E’ la vittoria della vita reale, dei sentimenti contro l’ideologia. La legge 40 era una camicia di forza che si è sovrapposta costringendo la vita delle persone a fare quello che non era nei loro desideri, nella loro natura”.

Non è un caso che la Corte Costituzionale e i tribunali la stiano smontando.
“Sì, è così. La 194 è stata una legge frutto dell’ascolto di tutte le forze parlamentari e infatti è una legge che resiste molto bene al tempo, ed è lungimirante e efficace . La legge 40, invece, è stata imposta dalla maggioranza, è stata un emblema dello svuotamento del Parlamento rendendo impossibile ogni tentativo di modifica da parte dell’opposizione. E’ una legge indifferente che non ha ascoltato i bisogni degli italiani e quindi si è rivelata del tutto inefficace”.

Lei riuscì almeno a abolire il divieto di diagnosi reimpianto sull’embrione.
“Sì ma dopo una lotta immane. Lo feci con un blitz facendo pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale le linee guida prima di lasciare il ministero. Erano linee guida che avevano superato tutti i passaggi istituzionali, che permettevano solo una interpretazione esatta della legge ma per impedirmi di approvarle mi arrivarono le telefonate di tutti i capi del centrosinistra che prima non mi avevano mai telefonato. Ebbi l’esatta percezione del potere di ingerenza delle autorità ecclesiastiche. Per fortuna esistono i cittadini e le associazioni, persone come Filomena Gallo che con la loro determinazione hanno permesso di arrivare al grande risultato di oggi”.

Flavia Amabile