Il Blog di Livia Turco

www.liviaturco.it



Quei dialoghi sull’aborto per scoprire il valore della vita

19 Marzo, 2017 (20:14) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Migranti, 20 anni fa la ‘Turco-Napolitano’: ma è ancora emergenza

7 Marzo, 2017 (17:05) | Dichiarazioni | Da: Redazione

Sono passati vent’anni dall’approvazione della ‘Turco¬Napolitano’ sui migranti, ma i problemi sembrano sempre gli stessi: irrisolti, anzi ingigantiti. E’ questo il triste quadro che emerge da un convegno tenutosi questo pomeriggio al Senato, un ventennio dopo il via libera del governo al pacchetto di misure, convertite in legge dal Parlamento nel 1998. 

Uno dei due autori della norma, Giorgio Napolitano (che al tempo era ministro degli Interni) prende atto amaramente che il sistema è “rimasto frantumato, inefficiente”, perché dopo l’approvazione della ’sua’ legge, è seguito “un diluvio di decreti (da parte sopratutto del centrodestra che poi conquistò il potere ndr) che vanificò ciò che avevamo previsto”. Livia Turco, già ministro alla Solidarietà sociale che contribuì a disegnare la legge, la difende: era stata pensata come “svolta” che “doveva dire basta alla gestione dell’immigrazione come emergenza”.

Già allora erano previsti una serie di accordi bilaterali ¬ ” non solo per la riammissione”, ricorda l’ex ministra ¬ con i Paesi di provenienza dei migranti. In particolare, poi, si voleva rendere più semplice l’accesso a chi voleva lavorare regolarmente in Italia. Questa, però, “fu una scommessa non vinta, perché altre norme, sull’onda di una fortissima campagna della destra, la ostacolarono”, spiega Turco, ancora appassionata ma altrettanto delusa.

“Avevamo previsto il sistema delle quote”, ha spiegato Napolitano riferendosi al numero di persone da accogliere in maniera legale attraverso i cosiddetti ‘decreti flussi’, a condizione che fossero già in possesso di un contratto firmato. Lo stesso ex ministro (ed ex presidente della Repubblica) ha ricordato che, in uno dei primi decreti, a fronte di 17mila posti messi a disposizione, entrarono regolarmente in Italia meno di 2mila persone (il 21% di quanto previsto).

E la ragione per Napolitano è semplice: non c’è stata la volontà di attuare le norme, che sono state via via diluite ed indebolite con altri pacchetti, come la ‘Bossi¬Fini’.”La cattiva moneta ha cacciato la buona moneta ¬ ha chiosato l’attuale ministro degli Interni, Marco Minniti ¬ e la cattiva moneta sono gli ingressi illegali: l’anno scorso ne abbiamo registrato 180mila, un numero dieci volte maggiore rispetto ai 17mila cui si apriva in quel decreto”.

Il titolare del Viminale, annunciando di voler adottare un approccio simile a quello della Turco¬Napolitano (fermare gli ingressi illegali e aprire a quelli regolamentati), ha ricordato che i dati dei primi mesi non sono bene auguranti: nel primo bimestre del 2017 si è registrato un aumento del 50% rispetto a quello precedente.Sconfortanti anche le notizie a livello europeo, dove ¬ come ammette lo stesso Minnitti ¬ si rischia sempre più che “vengano fuori i massimi egoismi nazionali”, nonostante gli appelli dello stesso Napolitano che già nel ‘98, intervenendo in Parlamento, parlava della necessità di un approccio europeo. L’entità della crisi emerge con poche ricordate da Minniti.

Dopo il Patto tra Turchia e Ue per la gestione dei migranti, si prevedeva di spostare dall’Italia 40mila persone cui è stato riconosciuto il diritto all’asilo. Finora, però, questi spostamenti (le famose ‘relocation’) sono stati meno di 4mila.”Siamo in un periodo storico in cui la durata della memoria politica è diventata minima, oramai, per colpa di tanti soggetti”, ha detto il presidente emerito Napolitano spiegando che le cause sono parecchie, vanno dalla scuola, alle famiglie, alla cultura, alla politica e all’informazione.

“Orami chi ha memoria di quello che è avvenuto tre anni fa?”, ha chiesto retoricamente l’ex capo dello Stato. “Si scopre che c’è un velo di ignoranza paurosamente esteso ¬ ha sottolineato ancora l’ex presidente, al tempo ministro degli Interni ¬. Non so come si possa fare politica guardando al futuro se non si traggono dall’esperienza le lezioni che è possibile e doveroso trarre”. (La Presse)

8 marzo. Un partito delle donne con una “nostra” agenda

6 Marzo, 2017 (10:49) | Dichiarazioni | Da: Redazione

“Invece di andare avanti sulla presenza delle donne nella società, nelle Istituzioni e in politica sembra essere tornate indietro. E in particolare la politica è tornata ad essere di solo uomini”. La denuncia arriva da Livia Turco, presidente della Fondazione Nilde Iotti e già storica esponente della Sinistra che come ministro della Solidarietà Sociale e poi della Sanità si è battuta con provvedimenti di legge per migliorare la vita delle donne.

“Il prossimo 8 marzo è una data importante per cambiare direzione rispetto ad una presenza femminile troppo residuale in politica”, dice all’ANSA e propone:”apriamo il dibattito sull’utilità di un partito delle donne con un agenda serrata: occupazione femminile, asili nido, congedi per i padri, lotta alle violenze, reddito d’inserimento contro la povertà, politiche di convivenza tra italiane ed immigrate”.

E a questo scopo aggiunge:” si provveda ad istituire tavoli di convivenza tra donne italiane e immigrate. Penso ad un ‘tavolo’ per ogni comune per discutere e affrontare insieme i problemi che nascono nella convivenza quotidiana”. “Le donne - dice Livia Turco - devono diventare protagoniste della Società della Convivenza, e i ‘tavoli’ devono avere il riconoscimento dell’ istituzione locale”.

Secondo Livia Turco sarebbe un buon impegno anche quello di battersi “perché venga approvata al più presto la legge sullo ius soli per i figli dei migranti”. “E sarebbe un grande segnale di attenzione - conclude - che prima della fine della legislatura si approvasse il provvedimento che prevede per i figli sia il cognome del padre che quello della madre”.(ANSA).

Anche Comitato di bioetica dice di reclutare non obiettori

22 Febbraio, 2017 (18:32) | Dichiarazioni | Da: Redazione

“Il Governatore Zingaretti ha finalmente agito perché la legge 194 sia applicata, nel rispetto del diritto all’obiezione di coscienza e del garantire il servizio”. Lo afferma Livia Turco, ex ministro della Sanità, che ha appena pubblicato il libro “Per non tornare al buio’, dialoghi sull’aborto con medici obiettori e non. “Finalmente - aggiunge Livia Turco - in modo limpido si coniugano insieme il sacrosanto e doveroso diritto all’obiezione di coscienza da parte dei medici con la tutela della salute della donna”.

” A questo proposito - aggiunge - ricordo l’illuminate parere del comitato di bioetica, presieduto da Casavola, che nel 2012 ha raccomandato:’l'obiezione di coscienza deve essere disciplinata in modo tale da non discriminare né gli obiettori né i non obiettori e quindi non far gravare sugli uni o sugli altri, in via esclusiva, i servizi particolarmente gravosi’”.

“Specificando, inoltre, - ricorda ancora Livia Turco - come a questo scopo il reclutamento negli ambiti di biometica ‘può prevedere forme di mobilità del personale e di reclutamento differenziato’, in modo da equilibrare il numero degli obiettori e non obiettori”. “Un parere - insiste l’ex ministro - troppo poco conosciuto e considerato. Per questo nel mio libro dedicato alla legge sull’aborto parto proprio da lì e affronto l’obiezione di coscienza, che in Italia riguarda il 70% dei medici, parlandone con loro”.

Il volume, pubblicato da Ediesse e curato da Chiara Micali, vuole essere anche il racconto, dedicato alle generazioni più giovani, del percorso straordinario di impegno civile, di mobilitazione delle donne che ha portato all’approvazione della legge 194 del ‘78 sull’interruzione di gravidanza. Una memoria storica scritta da Livia Turco che si dice convinta che “per affrontare il problema etico e morale dell’aborto bisogna avere il coraggio di pensare a una società materna e a una politica materna. Per costruire una società libera dall’aborto”. (ANSA).

Il PD e l’ipertrofia dell’io maschile

22 Febbraio, 2017 (09:31) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

“L’eleganza della politica” questa è l’eredità che ci hanno lasciato donne come Nilde Iotti e Tina Anselmi.

In questi anni, lasciato il Parlamento, ho scelto di fare politica in modo diverso, dedicandomi a far vivere  attraverso la  Fondazione Nilde Iotti, insieme ad altre donne_ diverse per generazione, storia e cultura_ quel  messaggio tra i giovani. Nelle scuole,  parlando delle nostre Madri, della Costituzione, della storia delle donne. In queste occasioni ho constatato che quel messaggio veniva accolto, incuriosiva, coinvolgeva quei  giovani che avevo di fronte. Ma anche nei circoli PD, nei centri sociali delle periferie, nelle associazioni di volontariato.

Ieri durante l’assemblea del PD , nel mio cuore sofferente, si sono affacciate Nilde Iotti e Tina Anselmi, ho cercato l’eleganza della politica in quel luogo.

Mi sono chiesta e mi chiedo  come può  accadere che padri del PD lascino il partito che hanno fatto nascere ed a cui hanno dedicato tante energie, tanta passione e tanta fatica.

La risposta l’ho trovata nell’eredità  di quelle due Madri. Ciò  cha ha smarrito il PD è proprio “l’eleganza della politica”. Eleganza, cioè perseguire sempre il bene comune, avere  il gusto di ascoltarsi, la consapevolezza di quanto siano importanti le relazioni umane, il rispetto,  la solidarietà tra le generazioni, la competenza, l’umiltà di imparare ed ascoltare. Avere degli ideali e praticarli. Verificare l’efficacia della propria azione nel rapporto con gli altri, risolvere giorno per giorno  i problemi,  far vivere una politica popolare che sappia prendersi cura delle persone.

“Prendersi cura” ecco una delle parole del Lingotto  pronunciata da Walter Veltroni che è andata del tutto smarrita. Ecco una parola preziosa  per fare una politica efficace nel rapporto con le persone e per essere comunità. Ecco una parola preziosa per combattere i populismi. Una parola preziosa per tessere relazioni tra di noi.

Al prendersi cura in questi anni si è sostituito l’ipertrofia dell’io maschile che ha massacrato le relazioni umane, ha fatto perdere di vista la solidarietà tra le generazioni. Ha sostituito la logica dell’apparire a quella dell’essere. La politica si è rinchiusa nei recinti delle istituzioni. Il tempo della politica è stato scandito dalla retorica “per la prima volta dopo vent’anni” mettendo sullo stesso piano destra e sinistra e dimenticando che tane cose dell’oggi  erano iniziate durante i governi dell’Ulivo.  Questa è la radice del male oscuro che vive il PD.  Perché    la politica è pensiero, abilità tattica, visione strategica, uso del potere ma è anche e molto “rammendo sociale”, cucitura delle relazioni umane.

Mi spiego anche così il silenzio delle donne in questo dibattito ed in questo scontro.

Ieri  Matteo Renzi  nella sua relazione ha rivendicato al suo Governo il merito di aver promosso donne in ruoli apicali. Ha ragione. Personalmente l’ho riconosciuto ed apprezzato in tante occasioni. Ho inteso il mio lavoro di questi anni come un passaggio di testimone e sono stata felice di apprezzare il protagonismo delle ministre, le loro competenze, i loro successi, le leggi importanti approvate.

Ma prima  del tuo Governo, caro segretario non ci sono stati solo “convegni sulla differenza di genere” ci sono  state dure battaglie che hanno visto protagoniste migliaia di donne ottenendo  importanti risultati nei loro partiti,  gruppi parlamentari, fino  ad introdurre la modifica all’art. 51 della Costituzione il  principio” A tal fine la Repubblica promuove le pari opportunità tra donne e uomini” (Legge Costituzionale n.1 del  30 maggio 2003).

E’ proprio alle donne che mi rivolgo. Dobbiamo aggredire questo male oscuro che attanaglia Il PD e la politica nel suo insieme.

Dobbiamo essere capaci di andare controcorrente, non farci affascinare noi stesse dall’ipertrofia dell’io, dalla logica del puro apparire. Dobbiamo smetterla di essere “seconde” ai nostri presunti capi. Dobbiamo esercitare la nostra autonomia e costruire un’alleanza tra donne.  Dobbiamo imporre con passione e determinazione  la superiorità della pratica del “prendersi cura”, del  “rammendo sociale”. Solo così salveremo la politica, salveremo la sinistra, salveremo il PD.

Livia Turco

da l’Unità 

Dialoghi sull’aborto e sull’obiezione di coscienza. Pensando alla vita

18 Febbraio, 2017 (19:39) | Post | Da: Redazione

Livia Turco, ex ministro della Solidarietà Sociale e della Salute e soprattutto figura storica della militanza di sinistra e del movimento delle donne, insieme a Chiara Micali, giornalista con alle spalle anni di esperienza all’Unicef e poi all’Agenas, hanno appena esordito in libreria con un libro difficile che si intitola “Per non tornare al buio. Dialoghi sull’aborto”.

Un libro “tosto”, come si diceva una volta. Per il tema, l’aborto, e il metodo scelto per parlarne, a metà tra saggio e inchiesta giornalistica.

“Aborto, parola dura da pronunciare, tema difficile da trattare. Tornare a parlarne è scomodo”, scrive la stessa Livia Turco, consapevole che la scelta di dedicargli un libro potrebbe non essere capita dai più.

Ma, con la caparbietà e la capacità di analisi che la contraddistinguono, l’ex ministro ed ex parlamentare, ora presidente della Fondazione Nilde Iotti, decide di affrontare il tema da un punto di vista oggi raro, quello della comprensione dei fenomeni, prima che della loro codifica a priori.

E’ il caso, su tutti, della questione delle questioni, quella che ha ispirato la scelta di scrivere questo libro: l’obiezione di coscienza dei medici e degli altri operatori sanitari.

Non aspettatevi una tiritera contro i medici obiettori. In questo libro Livia Turco e Chiara Micali hanno scelto un altro approccio, quello dell’ascolto e dell’analisi e lo hanno fatto andando a parlare direttamente con 8 ginecologi obiettori messi a confronto nelle loro ragioni con 11 non obiettori.

Quelli che possiamo leggere nel libro sono dialoghi inediti, anche molto sinceri e che, forse per la prima volta almeno in una dimensione così pubblica come può essere quella di un libro, mettono a nudo ragioni e motivazioni di una scelta professionale e personale allo stesso tempo. Che, per qualcuno, è diventata anche una scelta di vita e che mai finora era stata scandagliata così a fondo con l’intento di “capirne” le ragioni e le motivazioni, senza frapporre un giudizio valoriale aprioristico.

Le interviste sono tutte da leggere, se non altro per il vissuto che ne emerge, sia sul piano dell’essere medico che dell’essere “persona” di questi professionisti.

Ma il libro di Livia Turco e Chiara Micali ha secondo me un obiettivo “altro”, dichiarato, ma che rischia di passare in secondo piano rispetto al tema centrale dell’aborto.

L’obiettivo è quello di provare a ragionare su un doppio fenomeno, probabilmente parallelo e non interconnesso ma dagli effetti comunque emblematici del Paese Italia di questi ultimi anni: il calo continuo e costante delle interruzioni volontarie di gravidanza e il calo altrettanto continuo e costante delle nascite.

In Italia, per la prima volta, gli aborti sono scesi sotto quota 90 mila. Se si pensa che nel 1982 erano quasi 235 mila (fu l’anno con il maggior numero di Ivg dall’entrata in vigore della legge 194 del 1978), il calo è impressionante.

Ma altrettanto impressionante è il calo costante delle nascite, ormai stabilmente sotto le 500 mila annue (nel 2015 si è toccato il record negativo di poco più di 485mila nuovi nati e le proiezioni 2016 confermano un ulteriore calo).

“L’esperienza materna è stata confinata in un cono d’ombra - riflette Livia Turco -  perché costa molta fatica per le donne, perché le parole a essa dedicate sono prevalentemente «costo»: per le aziende, per le famiglie, per il welfare. Ma il cono d’ombra ha ragioni più profonde. Attiene al piano simbolico e alla narrazione culturale”.

“La mia generazione, quella che ha vissuto la maternità senza accettare rinunce sul piano professionale e della libertà individuale, che ha vissuto il figlio come gioia intima e profonda, ma non sempre si è data e ha avuto il tempo per goderne la vicinanza – scrive ancora l’ex ministro - non ha percepito il problema di scrivere una nuova narrazione della maternità, di rappresentarla sul piano simbolico, di raccontarla con parole nuove, le parole della nostra esperienza”.

“Stiamo diventando una società sterile – scrive ancora Livia Turco - anche perché le relazioni umane si impoveriscono, perdono forza e calore”.

“L’etica della cura, che si sprigiona in modo particolare nell’esperienza della maternità, ma che appartiene al materno che vive in ciascuna donna, può immettere nella società e nella relazione con gli altri energia, fiducia, calore umano, ottimismo”.

“È il rovesciamento della mistica della maternità è l’idea che la relazione e la cura degli altri, dei bambini, dei vecchi, non sono responsabilità e destino privato e che non c’è specificità femminile nel costruire gli asili nido, nel promuovere i congedi parentali, nel prevedere assegni per i figli”, riflette l’autrice che pone a questo punto una questione “politica”: “Siamo di fronte a scelte fondamentali di politica economica e sociale, che possono essere arricchite con nuove iniziative”.

Ed ecco la proposta: “Il governo potrebbe istituire, presso la Presidenza del Consiglio, un Tavolo permanente sulle politiche di sostegno alla maternità e paternità che coinvolga tutti i ministeri, tutti gli attori economici e sociali, le Regioni e gli Enti locali per promuovere e coordinare le politiche di condivisione tra lavoro e cura delle persone; le politiche di sostegno alla maternità e paternità, per la cura dei figli”.

Ma questo salto tematico dal tema aborto al tema maternità si trasforma, nel libro di Turco e Micali, in un filo narrativo unico, come traspare benissimo da queste parole che aprono la lettera aperta “alle ragazze e ai ragazzi” di oggi che introduce il volume:

“Voglio parlarvi di un tema duro, difficile persino da dire, carico di sofferenza e di implicazioni morali: l’aborto.

Voglio parlarvi di questo tema difficile per condividere con voi l’impegno e la speranza di una società libera dall’aborto, per costruire con voi una società materna, che sia accogliente del figlio che nasce, della maternità e della paternità.

Mi addolora pensare che tante volte voi giovani dovete rinunciare al desiderio di un figlio perché le condizioni economiche e sociali non lo consentono.

Mi addolora perché ho vissuto la bellezza della maternità, e nel mio impegno politico e istituzionale ho promosso leggi e provvedimenti a sostegno della maternità e paternità e per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

Se avere un figlio diventa un lusso siamo una società povera, sterile, disumana.

Per questo voglio parlarvi dell’aborto. Per dirvi che esso è un dramma, anche quando è frutto di una libera scelta. Un dramma che bisogna prevenire, che bisogna in ogni modo scongiurare di vivere, sia da giovani che da adulte. Aborto è la soppressione di una potenzialità di vita che diventerebbe figlio, se fosse accolta dal grembo materno. Le donne possono raccontarvi quanto sia duro vivere questa triste necessità, quale scacco del pensiero, quale sofferenza, quale senso di sconfitta e di perdita.

Voglio parlarvi dell’aborto perché mi consente di raccontarvi una storia bella e positiva di questo nostro paese che ci testimonia concretamente che l’aborto si può sconfiggere, che le donne possono scegliere liberamente la maternità e crescere con gioia i propri figli”.

“Per non tornare al buio” è infatti un lungo messaggio a più voci, delle autrici e dei professionisti intervistati che insieme hanno composto un’opera corale che è un vero e proprio “messaggio” per le nuove generazioni che non hanno mai vissuto, neanche da lontano quel periodo terribile e insieme vitalissimo per la società e la politica, che furono gli anni’70.

Cesare Fassari

da: Quotidiano Sanità 

Livia Turco

Per non tornare al buio

Dialoghi sull’aborto

A cura di Chiara Micali


Ediesse, 221 pagine, 14 euro