Il Blog di Livia Turco

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Il diritto all’amorevolezza non sostituisce il principio dell’autodeterminazione

8 Ottobre, 2019 (09:41) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Lettera a Quotidiano Sanità dell’8 ottobre 2019 in risposta all’articolo del professor Maurizio Mori


Gentile Direttore,

l’articolo del Prof. Maurizio Mori a proposito di una mia riflessione sul tema della Amorevolezza mi consente di sviluppare e precisare il mio pensiero. La mia riflessione seppur sollecitata dal dibattito che si è sviluppato sulla sentenza della Corte Costituzionale del 25 settembre in merito al suicidio assistito - sentenza che condivido ed apprezzo nei suoi contenuti - non aveva come riferimento la nuova normativa sulla suicidio assistito. Scaturiva e scaturisce da quello che vedo troppo trascurato nell’azione concreta e nel dibattito pubblico che è la condizione di sofferenza e fragilità delle persone costrette ad una lunga convivenza con la malattia e le diseguaglianze che la mancata presa in carico di tali situazioni crea e determina.

Diseguaglianze non viste, non nominate, taciute anche quando imperversa il dibattito sulla lotta alle diseguaglianze. E questo, mi sia consentito, preoccupa ed indigna la mia anima di persona di sinistra.

Non penso che il diritto alla amorevolezza sostituisca il principio dell’autodeterminazione.

Parlare di terzo diritto è una provocazione per dire che la presa in carico amorevole delle persone non può essere confinata nel buon cuore e nella filantropia ma deve configurarsi come diritto della persona garantito dal Sistema Sanitario Nazionale, dalle politiche sociali e dalla professionalità degli operatori oltreché dalla partecipazione attiva delle persone e dalla loro capacità di costruire legami sociali e relazioni umane.

Il punto è come intendere l’autodeterminazione e più precisamente quale la concezione della persona che deve decidere.

La persona come soggetto relazionale che riconosce il suo legame con l’altro ed in cui il legame con l’altro è parte attiva ed integrante dell’esercizio della libertà individuale? Oppure l’io solipsistico, individuo solitario che non riconosce il legame con l’altro e quanto questo legame sia partecipe dell’esercizio della scelta e della libertà individuale?

Tante volete sento prevalere questa seconda, anche nella cultura della sinistra.

Io credo che essa impoverisca sia nella elaborazione sia soprattutto nella pratica la relazione umana con la persona.

Credo molto semplicemente che l’autodeterminazione sia della” persona” così come definita dall’articolo 2 della nostra Costituzione, dunque soggetto in relazione con l’altro, aperto all’altro che valorizza il legame umano e dunque l’inderogabile dovere della solidarietà.

Per il legislatore, per colui che governa esercitare l’amorevolezza significa: immergersi nella vita quotidiana delle persone che ti stanno accanto, condividere i problemi, le ansie, ricercare insieme le soluzioni e non guardare i problemi dall’alto, stando fuori, giudicando dall’esterno come fanno troppe volte anche i cantori della sacralità della vita; non perdere mai la consapevolezza che la persona è unica ed irripetibile e dunque è buona ed è efficace una norma ed un provvedimento solo se riconosce la irripetibilità, e dunque la libertà, di ciascuna persona; riconoscere che ciascuna persona vive la sua vita in una comunità di affetti, in relazione con l’altro ed è in essa e tramite essa che esprime e costruisce la sua autonomia. Una persona quando non è piu’ capace di intendere e volere può esprimere la sua volontà se ha accanto un altra persona che l’ascolta, la conosce, condivide la sua esperienza di vita.

Questa relazione di fiducia e comunità di affetti è ciò che la legge deve promuovere e riconoscere e valorizzare per prendere le decisioni che riguardano la persona malata e fragile, in fine vita.

Il riconoscimento che ciascuna persona ha bisogno dell’altro ci sollecita a scrivere una nuova generazione di diritti, i diritti affettivi, di cui l’amorevolezza, il diritto a vedere riconosciuta la persona che ti ha voluto bene e di cui ti fidi. Come avviene nella figura dell’amministratore di sostegno e nella legge sul testamento biologico. Il diritto concreto ad essere preso in carico, a non essere lasciato solo. Insisto e’ questo il problema troppo eluso, trascurato, non visto.

E’ questo “dovere costituzionale alla solidarietà” che è troppo disatteso sia dalle persone che dalle politiche pubbliche. Altro che filantropia.. !! Solo la cultura individualista e la cultura dello scarto considera la solidarietà pura filantropia.

E’ questo il problema alla base della mancata applicazione della legge 38/210 sulle cure palliative.

Per applicare la legge ci vuole la volontà politica dei decisori pubblici di investire su questa fase della vita, ci vuole una battaglia culturale che faccia confrontare le persone sul problema della fragilità, della sofferenza e della morte, bisogna formare gli operatori sanitari e sociali non son solo sul piano della competenza ma dell’esercizio della presa in carico amorevole dato che compito del medico è quello di prendersi cura in modo olistico della persona. Bisogna formare dei cittadini competenti che siano in grado di esigere i propri diritti.

Il mio pensiero pieno di gratitudine va alle tante realtà di cittadinanza attiva che si impegnano, che si prendono cura e che con il loro impegno promuovono cura e legami sociali. Inclusione e coesione sociale. Ai tanti operatori che nonostante le difficoltà prendono in carico in modo amorevole le persone e considerano l’amorevolezza parte integrante dell’esercizio della professione e della competenza.

Livia Turco

A Flamigni, da laica, dico che parlare di “Amorevolezza” non è una stupidaggine

4 Ottobre, 2019 (09:41) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Lettera a Quotidiano Sanità del 4 ottobre 2019 in risposta all’articolo del Professor Carlo Flamigni

Gentile Direttore,

vorrei rispondere a quanto scritto dal professor Carlo Flamigni in merito al mio articolo sul diritto all’amorevolezza. La mia riflessione nasce dalla mia esperienza di cittadina laica che si  è misurata e si misura  con le condizioni di lunga convivenza con la malattia.

Come donna politica che nella vita si è sempre battuta per la libertà di scelta, mi sono impegnata in Parlamento per la legge sul testamento biologico e sono stata autrice della legge 38/2010 sulle cure palliative e la lotta contro il dolore e come Ministra ho promosso provvedimenti concreti come le risorse per gli hospice, i loro standard, la professionalità degli operatori, le cure palliative pediatriche, i comunicatori per i malati di Sla, l’aggiornamento dei Lea.

Mi sento ora impegnata  da cittadina a portare avanti queste battaglie perché leggi importanti siano applicate.

E’ proprio questa esperienza umana sul campo che mi fa vedere quanto siano diffuse  le situazioni  di dolore da lei egregiamente descritte, quante eccellenze vi siano di presa in carico delle persone colpite da tale dolore da  parte del nostro sistema sanitario ma quanto siano diffuse le situazioni in cui il servizio sanitario e sociale non arriva o non arriva in modo adeguato.

E di quanto siano diffusi i fenomeni di abbandono e di solitudine. Che colpiscono in particolare i più poveri. Sono una donna di sinistra ed ho a cuore la giustizia sociale. Mi indigna profondamente constatare che la più tragica delle diseguaglianze è anche quella più nascosta e taciuta ed è  la diseguaglianza nella fragilità, nella non autosufficenza e nel fine vita.

Se non hai una famiglia con risorse adeguate, se non hai le informazioni adeguate, se sei solo,  vivi la tua fragilità e la fase finale della vita in stato di abbandono Questo non lo accetto! Mi indigna! Mi indigna che chi opera nella sanità e nel sociale faccia finta di non vedere o non abbia testa e cuore per vedere queste situazioni di abbandono.

Questa è la questione che ho inteso sollevare. L’ho fatto con il cuore.

Anche perché la parola Amorevolezza che per il professor Flamigni sembra sia una stupidaggine mi è scaturita dalla relazione umana con persone in carne ed ossa che chiedevano  uno sguardo amichevole ed un po’ di calore umano.

Livia Turco

Fine vita e diritto all’amorevolezza

1 Ottobre, 2019 (15:10) | Blogroll | Da: Redazione

Ogni volta che si affrontano le questioni etiche relative al  “fine vita”  il dibattito pubblico si polarizza tra i sostenitori della sacralità della vita e i sostenitori della libertà di scelta e l’autodeterminazione delle persone.

E’ accaduto anche di fronte alla recente sentenza della Corte Costituzionale, a mio avviso molto equilibrata e saggia, in merito al suicidio assistito.

Per promuovere concretamente la dignità della vita umana e rendere veramente libero l’esercizio della scelta bisogna praticare ed esplicitamente nominare un terzo diritto, il ”diritto all’ amorevolezza”.

Che deve essere un dovere per le famiglie, le istituzioni, la comunità, la comunità della cura.

L’amorevolezza rende concreto l’amore per la persona e crea le condizioni per  l’esercizio della libertà di scelta.

Perché l’amorevolezza si basa sulla relazione di cura, dell’ascolto, del rispetto, della presa in carico della persona, una relazione che trasmette anzitutto calore umano. Beni preziosi che fanno la differenza e contribuiscono in modo rilevante a definire la qualità della vita delle persone.

Siamo sicuri che questo bene fondamentale, la relazione di cura, sia alla base degli interventi sanitari, sociali, della attenzione delle famiglie e delle istituzioni?

Siamo sicuri che sia una opportunità per ciascuna persona malata?

Io ne dubito.

Resta avvolto in un cono d’ombra, nel dibattito pubblico, la condizione della lunga convivenza con la malattia che costituisce uno dei più rilevanti bisogni di salute.

La lunga convivenza con la malattia coinvolge situazioni e patologie diverse e andrebbe indagata nella condizione umana che la contraddistingue. Essa pone l’esigenza di un approccio olistico alla persona in cui la relazione umana, l’attivazione delle sue competenze, la lotta contro il dolore sono ingredienti universali e fondamentali.

Creare le condizioni affinché la lunga convivenza con la malattia, nelle multiformi situazioni e gradi di dipendenza in cui si manifesta, sia una condizione pienamente umana, è un nuovo diritto alla salute che bisogna elaborare e costruire.

Il diritto /dovere all’amorevolezza contrasta con la cultura dello “scarto” e con l’economicismo che determinano tante situazioni di abbandono, di solitudine, di enorme fatica per le famiglie. Fenomeni molto diffusi anche se silenziosi che inducono una sorta di “dovere di morire” il più rapidamente possibile che si abbatte maggiormente sui soggetti più poveri e privi di affetti famigliari.

Affermare il diritto alla amorevolezza e il dovere della amorevolezza illumina la concreta condizione della malattia, della sofferenza, della dipendenza. Illumina il silenzioso” dovere di morire” cui sono indotte persone povere, sole e fragili.

Mette al centro le cure mediche, le pratiche umane e sociali che possono alleviare la sofferenza e rendere umana la convivenza con la malattia. Facendo di queste politiche, interventi fondamentali e cruciali nei percorsi di assistenza e cura sanitari e sociali.

Oggi questo non c’è. Lo conferma ad esempio la situazione delle cure palliative e delle terapie  contro il dolore.

Previste come diritto della persona e come livello essenziale di assistenza da una legge che compie  dieci anni, la legge 38/2010, considerata tra le più  avanzate d’Europa essa resta poco applicata.

In essa la palliazione e la terapia del dolore sono collocate all’interno del percorso di cura dei pazienti e non limitatamente alla parte terminale della loro vita. La medicina delle cure palliative è e rimane un servizio alla salute. Non dunque una medicina per il morente e per aiutare a morire ma una medicina per la persona che rimane una persona vivente fino alla morte.

Le terapie contro il dolore considerano il dolore non come un male da sopportare ma una malattia che deve essere presa in carico, combattuta e alleviata. So bene che la disponibilità di cure palliative e di terapie contro il dolore non è in grado di alleviare stati acuti di malattia e condizioni umane non  più sopportabili.

Tuttavia se esse fossero considerate una priorità assoluta per le politiche di sanità, se esse fossero più presenti nel dibattito pubblico tante persone vivrebbero meglio e in condizioni più umane la convivenza con la malattia. Sarebbero un esempio di quella amorevolezza verso la persona che ciascuno di noi deve essere stimolato ad apprendere e praticare.

Livia Turco

Ex ministro della Salute

Stiamo diventando disumani

26 Luglio, 2019 (12:47) | Post | Da: Redazione

150 morti in mare sono una ferita profonda, sono una atrocità che non possiamo consentirci..

Quei morti ci dicono il decadimento della società  europea, ci dicono che stiamo smarrendo il senso della dignità umana.

Dobbiamo reagire, fermare questo squallore, colpire il cinismo e la disumanità di chi ci governa, dobbiamo mobilitare le coscienze.

Bisogna promuovere una grande manifestazione che renda onore a quei morti, che dica no a tutte le scelte scellerate del governo, che smuova l’Europa per ripristinare i salvataggi in mare, per costruire i corridoi umanitari, per realizzare una efficace politica di accoglienza e per realizzare finalmente un pò di solidarietà europea a partire dalla definizione di una politica di pace verso la Libia.

Bisogna convocare una Conferenza per costruire una nuova legge quadro sull’immigrazione coinvolgendo quella grande e bella Italia della convivenza che agisce e combatte, coinvolgere le espressioni della società civile e della politica europea.

Bisogna aprire il cantiere dell’Italia e dell’Europa della Convivenza a partire dalla domanda, come stiamo insieme storie, vite e  culture diverse?

Come costruiamo il motto dell’Unione Europea dell’Unità nella diversità?

Come costruiamo la società del futuro che non potrà che essere aperta e plurale?

Bisogna farlo subito!

Questa tragedia deve segnare la svolta nei nostri cuori, nelle nostre azioni, nella nostra iniziativa politica.

Livia Turco

No alla società del guscio

13 Luglio, 2019 (10:04) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

La macabra retorica salviniana contro gli immigrati sta saldando ceti sociali e culture diverse attorno ad una idea di società. La società del “ guscio” per usare una espressione secondo me efficace di Richard Sennet. Il Guscio protettivo non vuole gli immigrati, difende il territorio in cui vive, la sua economia ed identità culturale. E’ popolata da individui che  vivono in solitudine , perché soffrono la rottura dei legami sociali e vivono in condizioni di fragilità, soffrono per  mancanza di reddito e di certezze nella propria vita; ma è popolata anche da  individui soli  che  esaltano la cultura individualista del fare da sé e del pensare solo a se’ nel condurre l’azienda, nella gestione della sua partita Iva, nella più generale partita della vita. Nel “guscio” troviamo la persona sola che cerca  protezione alla sua fragilità e la persona forte, individualista che vive le altre persone ed i legami sociali come un impaccio al suo essere competitivo, chiede di essere lasciato libero nel suo egoismo, di non dovere nulla a nessuno,  di sentirsi sicuro di non correre il rischio di vedere il suo territorio minacciato dall’altro. Cosa tiene insieme nello stesso “ guscio” l’individuo solo e fragile e l’individuo forte, egoista e competitivo? La domanda di protezione sociale ed economica, di sicurezza, di identità territoriale, di difesa del proprio territorio. La diseguaglianza sociale e la paura degli immigrati sono i collanti più forti nell’esprimere questa inedita domanda di protezione. Anche se l’ingrediente culturale dell’individualismo , l’esaltazione egoistica del fare da sè, la riduzione della persona umana a consumatore, l’esaltazione edonistica del puro apparire viene da lontano, dalle politiche liberiste ed in Italia dal Berlusconismo. 

Ciò che colpisce in modo particolare guardando alla società italiana ed al consenso del vicepremier Matteo Salvini, con la grave e patetica subalternità del partito dei Cinque Stelle,  è la constatazione di quanto sia profondo, radicato e trasversale il rifiuto degli immigrati. In un paese che nel corso della sua storia  ha saputo far fronte ad emergenze umanitarie  ripetute con spirito di accoglienza e solidarietà al di là di chi ci governava, come è potuto sedimentarsi questo stereotipo dell’invasione e questo sentimento del rancore? Perché  anche nell’animo di tante persone di sinistra si è radicato il  “mandiamoli a casa loro”?  Nel rifiuto degli immigrati  contano  la crisi economica, il conflitto tra poveri , i problemi irrisolti del degrado urbano, le condizioni di insicurezza, il sentirsi abbandonati dall’Europa. Ma c’è qualcosa di più profondo se il valore della solidarietà e dell’accoglienza si è smarrito e se non si riesce dopo trent’anni di immigrazione e dopo che l’Italia è diventata un paese con una componente stabile di popolazione immigrata che, in grande parte, grazie alle proprie forze, si è  integrata, a liberarsi dallo stereotipo dell’immigrato usurpatore.

Qualcosa che ci chiama in causa come sinistra nel modo con cui abbiamo  letto ed interpretato il fenomeno dell’immigrazione , nel modo con cui lo abbiamo governato. Sintetizzo così la mia analisi: abbiamo fatto delle buone politiche nei governi nazionali e locali ma non abbiamo percepito che nel governo dell’immigrazione conta molto la dimensione simbolica, l’immaginario, il sentimento. Le nostre parole sono state solidarietà, accoglienza, l’immigrato risorsa che fa i lavori che gli italiani non fanno più e che salva le nostre pensioni. Raccontiamo questo immigrato risorsa  con le aride cifre dei dati Inps non con i volti e le storie vere delle persone in carne ed ossa. Non  siamo riusciti a far vedere gli immigrati reali nella loro positività.

E’ accaduto solo nella campagna che abbiamo fatto “ L’Italia sono anch’io”(2012-2013)con i ragazzi delle seconde generazioni per il diritto alla cittadinanza. Ricordo bene quella campagna in cui fummo protagonisti in tutta Italia con il Forum Pd sull’immigrazione, insieme con la rete dei Comuni e delle Associazioni con lo slogan “ Chi nasce e cresce in Italia è italiano”. In  quella occasione quei volti fecero breccia nel cuore e nell’immaginario dei cittadini italiani, ruppero lo stereotipo fino ad allora consolidato dell’immigrato o vittima da aiutare o usurpatore da cacciare. L’immigrato diventa finalmente cittadino come noi con diritti e doveri. In quel caso, difronte a quei volti che risultavano normali e familiari (è l’amico di mio figlio!!)emerse nella mente e nel cuore degli italiani una nuova immagine dell’immigrato accompagnato da un sentimento di empatia. Non caso quella campagna trovò ampio consenso nella società. La battaglia per lo ius soli non fu solo il perseguimento di una politica specifica che superava una grave discriminazione esistente nel nostro ordinamento verso le seconde generazioni di immigrati/e ma lo strumento che aveva veicolato nella società un nuovo immaginario e fatto circolare un nuovo sentimento verso gli immigrati. Questo nuovo sentimento andava sostenuto con determinazione proseguendo nella società e nelle istituzioni la battaglia perché quei ragazzi fossero riconosciuti italiani. La questione è che noi sinistra non abbiamo mai preso di petto sul piano della elaborazione culturale, del dibattito pubblico e della costruzione di una narrazione il tema:  “come stiamo insieme? cosa facciamo insieme? Come costruiamo comunità, cittadinanza, convivenza?”. Abbiamo costruito delle buone politiche di convivenza  nazionali e locali  ma esse non hanno parlato, non  hanno prodotto immagini, simboli,  non hanno raccontato una cultura, un modo di essere diverso della nostra società   e delle relazioni tra di noi.

Abbiamo consentito che nel dibattito pubblico imperversasse un immigrato astratto. Abbiamo il dovere oggi di contrastare in modo efficace la politica razzista del governo cercando di parlare al cuore delle persone che dicono no agli immigrati intessendo con loro un dialogo che dovrà essere lungo, paziente e costante. Ma fermo. Che aiuti a riscoprire il senso della solidarietà umana convincendo che senza di essa saremo tutti travolti e aiutando con la forza dell’esempio a scoprire l’umanità dell’altro. Conta dunque la relazione umana, il legame sociale, lo sforzo di fare incontrare nella quotidianità persone vere che vivono insieme gli stessi problemi: il lavoro che manca, la povertà, il degrado urbano. Dobbiamo dimostrare che abbiamo comuni problemi italiani  ed immigrati e che insieme possiamo risolverli  e costruire una società umana e sicura per tutti e tutte.

Dobbiamo far sentire vincente l’idea che “Insieme si può”. Lo dobbiamo e possiamo fare nei nostri quartieri, nelle nostre scuole, nei nostri luoghi di lavoro.

Lo dobbiamo fare da cittadini . Lo deve fare la sinistra e la politica. Se vuole rinascere la sinistra deve partire da qui, dalla costruzione del legame umano e sociale nel luogo del rancore e del conflitto vero l’altro  per costruire conoscenza reciproca, riconoscimento reciproco, guardarsi e scoprirsi comuni cittadini di un comune territorio,  di una comune patria e nazione. La sinistra deve dare volto , voce e forza all’Italia della Convivenza che c’è , che agisce come si è visto a Milano  a Roma, a Napoli, a Lampedusa nei porti e nei centri di accoglienza, tra le famiglie che accolgono i giovani cui è stata rifiutata la protezione umanitaria e da persone stanno diventando scarti sociali e soggetti illegali. Costruiti ad arte dal cinismo di Salvini per poter alimentare il suo immaginario e la sua retorica dell’immigrato brutto e cattivo. La sinistra deve esserci nei luoghi in cui colpevolmente non c’è stata, accanto a Soumalaya Sacho ammazzato mentre era sfruttato nelle campagne del Sud.

A sostegno della lotta dei suoi compagni che insegnano a tutti noi il valore della dignità umana come sta facendo il sindacalista e lavoratore Aboubakar Soumahoro. Come trent’anni fa nell’ agosto del 1989 fu accanto a Jerry Masloo, senegalese che raccoglieva pomodori, ucciso da un gruppo di balordi locali. Bisogna costruire una grande Conferenza sull’Immigrazione e la Convivenza, bisogna farlo ora, subito,  chiamando a raccolta questa Italia della convivenza, coinvolgendo anche forze politiche europee e società civile europea. Ma anche facendo un viaggio nei luoghi del rancore per ascoltare, per capire, per risolvere i problemi  Bisogna costruire una Piattaforma Europea; bisogna modificare radicalmente la legislazione italiana mettendo al centro misure che rendano praticabile e conveniente l’ingresso regolare ed affrontare finalmente il tema : come costruiamo il motto dell’Unione Europa dell’Unità nella Diversità?

Come facciamo diventare questo motto una pratica di costruzione della convivenza ed un idea di società della convivenza? Per combattere la paura e costruire un sentimento di sicurezza è da qui che bisogna partire. Il governo efficace dell’immigrazione è misurabile dalla qualità della convivenza tra europei ed immigrati che si realizza nei singoli paesi dell’Unione. Lo confermano realtà come la Germania, la Danimarca, il Belgio, la Svezia che hanno saputo non solo promuovere politiche di integrazione, sostenute da un dibattito pubblico ma le hanno innovate superando l’approccio assimilazionista e multiculturalista e cercando di rendere concreta l’idea forza della “interazione”. In Italia non c’è mai stato un dibattito pubblico su questi temi salvo il breve periodo dei governo dell’Ulivo con l’approvazione della legge 40/98 che prevedeva una Commissione Nazionale per le politiche di integrazione, risorse pubbliche del Fondo Nazionale per l’integrazione ed una legislazione contenente diritti sociali  e doveri connessi alla dignità della persona ed alla permanenza sul territorio. La Bossi Fini ha abrogato in gran parte quelle norme, ma molte sono state successivamente ripristinate  da sentenze della Corte Costituzionale.

Al di là delle norme si è però  sedimentata nel nostro paese, attraverso un originale welfare locale e comunitario, una Via Italiana alla Convivenza, ci sono nei comuni e nelle città , nelle scuole, nelle fabbriche, nei reparti di maternità, nei servizi sanitari e sociali tante esperienze concrete che parlano di successi della convivenza. Conoscerle, interrogarle, imparare da queste esperienze attraverso un dibattito pubblico è, secondo me, il modo efficace per contrastare la retorica dell’immigrato usurpatore e fare breccia nel cuore degli italiani. Perché entra in gioco la forza dell’esempio e della esperienza direttamente vissuta.

Livia Turco

Da Il Foglio dell’11 luglio 2019

Il riformismo di Nilde Iotti

3 Luglio, 2019 (11:33) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Una riformista con il Vangelo della Costituzione sempre in mano: così vedo Nilde Iotti quarant’anni dopo la sua elezione a Presidente della Camera. Nel suo costante impegno per riformare le istituzioni ,per costruire un rapporto positivo tra politica ed istituzioni risiede la modernità di Nilde Iotti.

Dall’inizio del suo mandato da Presidente,  il 20 giugno 1979, fino a quando lasciò l’Aula di Montecitorio nel 1993,il suo cimento è stato quello di fare vivere i valori della Costituzione attraverso la messa in campo di un azione riformatrice per rendere il Parlamento e le istituzioni capaci di svolgere quella funzione centrale di rappresentanza, di guida,  di indirizzo e di governo necessari al Paese.

Lo aveva anticipato nel discorso pronunciato il giorno della sua elezione a Presidente : “Affrontare quelle parti della Costituzione che il tempo e l’esperienza hanno dimostrato inadeguate…tutelare in primo luogo i diritti delle minoranze ma anche il diritto dovere della maggioranza di governare “. La democrazia deve rinnovarsi se vuole essere democrazia.

La democrazia ha in sé la forza per rinnovarsi: questa era la sua idea guida. Lei autorevole Costituente non esitò a dire fin dall’inizio che “vi sono nella Costituzione stessa parti che già al momento della sua approvazione erano per così dire vecchie, in quanto rispecchiavano il passato (penso ad esempio al sistema dei controlli).

Ed altre che  il trascorrere  degli anni ha inevitabilmente logorato”. (Camera 11 ottobre 1979,sessionededeicata al bilancio interno). Proprio perché voleva far vivere il principio costituzionale della centralità del parlamento era essenziale che il parlamento funzionasse. La funzionalità del Parlamento-ecco il suo primo assillo. Bisognava altresì che il governo potesse esercitare in tempi certi la sua funzione per rispondere ai problemi del paese. Bisognava inoltre che i partiti si rinnovassero e fossero i primi soggetti capaci di far vivere nel Parlamento le fondamentali scelte politiche e costruire nel Parlamento il necessario dialogo, confronto ed anche scontro.

“La sovranità popolare vive attraverso il Parlamento ,voglio ribadirlo . Ed è il Parlamento che deve investire il Governo della responsabilità della direzione politica del paese ,di cui delinea e verifica gli indirizzi fondamentali. Questa non è un idea vecchia della democrazia ma il modo di far convergere le varie forme di pluralismo che la società esprime, il tentativo- esso si moderno- di ”governare in molti”.

Centralità  del parlamento, funzionalità del medesimo, governabilità, efficace sistema delle autonomie locali  sono stati i suoi punti fermi derivanti dai principi  dello Stato fondato nella Costituzione: la sovranità popolare, il sistema delle libertà, il sistema delle autonomie.

Il suo pensiero si tradusse in azioni, lotte, proposte di riforme istituzionali. Questo avveniva nei difficili anni ottanta segnati da grandi mutamenti nella società, nel modo di essere dei partiti, anni appena successivi alla ferocia del terrorismo e che si misurarono con la ferocia dell’attacco mafioso, con l’aprirsi di una crisi dei partiti che sfociò nella vicenda di Tangentopoli e che vedeva le istituzioni troppe volte arretrate rispetto ai processi reali. Il suo impegno prioritario fu la riforma dei regolamenti parlamentari. Nel gennaio del 1980 durante la discussione alla Camera sul Decreto Cossiga in materia di Antiterrorismo, Nilde Iotti decide di separare la discussione degli emendamenti dal voto di fiducia, in modo da impedire l’ostruzionismo.

Il cosiddetto LODO IOTTI poi rimasto come importante precedente della prassi parlamentare. Nel novembre del 1981 viene varato il primo pacchetto di riforma dei Regolamenti definito da Nilde Iotti “Difensivo” perché volto ad evitare pratiche ostruzionistiche .Proprio sull’approvazione della modifica la Iotti viene duramente contestata dalle minoranze ed in particolare dal gruppo radicale che propone oltre 50.000emendamenti.Per evitare la manovra Nilde Iotti stabilisce che gli emendamenti possono essere assunti sotto forma di principi riassuntivi e sottoposti ad un solo voto. Nel 1982 in ottobre inizia la sperimentazione della “sessione di bilancio” che prevede un contingentamento dei tempi di parola al fine di approvare il bilancio dello Stato senza ricorrere al bilancio provvisorio.

Nel 1988 viene votata la riforma dell’articolo 49 della Costituzione al fine di generalizzare il sistema del voto palese e di limitare quello segreto. Nel 1992 Nilde Iotti entra a far parte della Commissione Bicamerale per le riforme istituzionali presieduta da Ciriaco De Mita che sarà chiamata a presiedere il 10 marzo del 1993.La Commissione porta a termine i lavori nel gennaio del 1994 ma il clima politico non consente di passare dalla fase dello studio a quello della discussione ed approvazione della riforma. Il suo ultimo intervento sulle riforme istituzionali  fu svolto il 28 gennaio 1998 a sostegno delle proposte  emerse nel corso della Commissione Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema.

Le sue idee riformatrici erano: centralità del parlamento, il superamento del bicameralismo per costituire il Senato delle autonomie locali, la riduzione del numero dei parlamentari, maggiori poteri all’esecutivo con l’introduzione dell’istituto della sfiducia costruttiva, ampliamento dei poteri d’inchiesta e di controllo da parte del Parlamento . Era consapevole e lo sottolineò in molte occasioni che per far vivere la democrazia della nostra Costituzione non fosse sufficiente la riforma delle istituzioni ma fosse necessario un rinnovamento profondo della politica a partire dal sistema politico e dai partiti. Come ebbe ad affermare in modo mirabile in un suo discorso nel 1992 ( La tecnica della libertà).

“La strada è quella del rinnovamento dei partiti, radicale e profondo, fatto a viso scoperto, in modo trasparente, sotto il controllo dell’opinione pubblica, che deve veder cambiare non tanto e solo le facce ma i metodi di azione, i comportamenti nelle responsabilità pubbliche, le scelte, le selezioni dei nuovi gruppi dirigenti che devono essere democratiche e cristalline, in modo che non si possa dire che il lupo perde il pelo ma non il vizio.” Parole e pensieri che suonano molto attuali. Europeista convinta fu una delle costruttrici dell’Unione europea, impegnandosi nella discussione interna al PCI affinchè  abbracciasse  questa visone e compisse in modo convinto questa scelta strategica. Nel 1969 viene eletta membro della Assemblea parlamentare  europea che aveva il compito di definire le istituzioni europee , carica che ricopre fino al 1979 quando viene eletto per la prima volta a suffragio universale il Parlamento Europeo.

Durante la sua presidenza intensificò le relazioni tra i parlamenti degli stati europei e si dedicò con passione a coltivare le  relazioni internazionali .Sostenne in modo convinto la candidatura di Altiero Spinelli nelle liste del PCI al Parlamento Europeo. Continuerà a dedicarsi all’Europa impegnandosi dal 1996 al 1999 alla assemblea del Consiglio d’Europa.

Nilde Iotti fu una donna delle istituzioni ma aveva ben presente nel cuore e nella testa che il nutrimento fondamentale delle istituzioni è la partecipazione popolare. Essere rappresentanti nelle Istituzioni e delle istituzioni significa far vivere  nelle istituzioni medesime la vita del popolo italiano. Il legame tra vita e politica tra persone e politica : questo è il cuore e l’anima della democrazia.

Lei coltivò sempre e fino all’ultimo il rapporto con le persone, con quelle che appartenevano ai ceti più deboli per sostenere la loro battaglia della giustizia sociale, con le donne con cui costruì un legame speciale anticipato in modo mirabile nel suo discorso di insediamento alla Presidenza della Camera: ” Comprenderete la mia emozione per essere la prima donna nella storia d’Italia a ricoprire una delle più alte cariche dello Stato. Io stessa- non ve lo nascondo-vivo in modo quasi emblematico questo momento, avvertendo in esso un significato profondo che supera la mia persona e investe milioni di donne che attraverso lotte faticose  pazienti e tenaci si sono aperte la strada verso la loro emancipazione. Essere stata una di loro ed aver speso tanta parte del mio lavoro per il loro riscatto, per l’affermazione di una loro pari responsabilità sociale ed umana, costituisce e costituirà sempre un motivo di orgoglio nella mia vita.”

“Sono una donna che lavora “; “ sono una di voi”: queste erano sue espressioni ricorrenti proprio per significare il legame di prossimità che aveva con le donne italiane. Ed era ricambiata tanto che come raccontano indagini e sondaggi del tempo(Indagine Doxa del 1981) era la donna più popolare, veniva prima persino a Sofia Loren ed a Monica Vitti. Fu sempre dalla parte delle donne anche se non amava definirsi femminista ed io credo che lei non capì il femminismo. La mia collaborazione con lei fu più intensa a partire dal 1986 quando fui nominata responsabile nazionale delle donne del PCI.

Fu una madre autorevole ma anche complice e materna. La sentii accanto nelle battaglie più audaci come la CARTA DELLE DONNE COMINISTE, la politica dei tempi di vita e di lavoro, le norme antidiscriminatorie nella politica, le cosiddette quote rosa, la legge contro la violenza sessuale ecc. Le ho voluto molto bene e la porto costantemente nel mio cuore e nei miei pensieri

Livia Turco

(Articolo pubblicato su il Sole 24 Ore)