Il Blog di Livia Turco

www.liviaturco.it



“Io, comunista italiana, orgogliosa come allora”, intervista a “Sette”

30 Ottobre, 2020 (12:34) | Interviste | Da: Redazione

Cuneese, cattolica, l’ex ministra di centrosinistra ricorda l’addio alla campagna per fare politica. «Andai a Torino, a Morozzo l’idea in cui credevo aveva significati sinistri». In città, lo choc: «Scoprii il terrorismo rosso e la presa che aveva su studenti e operai» di Tommaso Labate su “Sette” del Corriere della Sera

Dicono che il tempo lenisca i dolori, addolcisca i ricordi brutti, metta un filtro alle immagini che si vorrebbero dimenticare. Vera in parte la prima, false le altre due. «Quel giorno del 1977 lo ricordo come se fosse adesso. Era il primo ottobre, quarantatré anni fa. Il corpo di quel ragazzo, completamente ustionato, era davanti a me. Noi della Federazione giovanile comunista di Torino eravamo presenti al corteo di Lotta Continua, anche se non avevamo aderito alla manifestazione. Qualcuno dalla folla lanciò delle molotov all’interno di un bar, l’Angelo Azzurro, che si diceva fosse gestito da fascisti, anche se non era vero. Roberto Crescenzio, uno studente lavoratore, era là dentro. Il corpo che avevo davanti ai miei occhi era pietrificato. Non saprei come definirlo se non così, pietrificato…».

Il tempo di Livia Turco, oggi, è assorbito dal lavoro alla Fondazione Nilde Iotti, che ha fondato anni fa assieme a Marisa Malagoli Togliatti, figlia di Iotti e Palmiro Togliatti, e a una decina di altre amiche e compagne. Prima ancora è stata ministra della Salute e della Solidarietà sociale nei governi Prodi, D’Alema e Amato oltre che parlamentare per diverse legislature, col Pci, poi col Pds-Ds, infine col Pd. Nel 1977 era una giovane comunista arrivata da qualche anno a Torino da Morozzo, duemila anime in provincia di Cuneo. Un anno dopo sarebbe diventata la prima donna a guidare la Federazione dei giovani comunisti di Torino.

I suoi genitori la appoggiavano?

«A Morozzo non c’erano i comunisti. La parola stessa assumeva un significato sinistro, lassù. Avevo imparato la dignità della condizione operaia da mio papà ma la mia era una famiglia di cattolici, elettori della Dc. Dovetti andarmene a Torino per fare politica in santa pace».

Lei è cattolica, giusto?

«Messa tutte le domeniche, da bambina persino la lettura della poesia al parroco che se ne andava. Diventai comunista, anzi catto-comunista, quando Enrico Berlinguer teorizzò il compromesso storico. La scoperta più sconvolgente, per tutti quelli della mia generazione, era che ci fossero comunisti che predicavano la violenza e la lotta armata. Credetemi, scoprire l’esistenza del terrorismo rosso, e quanto potesse essere pervasivo presso operai e studenti, fu sconvolgente, lancinante».

Ha mai avuto paura?

«Nel movimento giovanile del Pci ci si sentiva protetti da una storia più grande di noi. Quindi, direi di no. Un po’ cominciai ad averne quando gambizzarono Nino Ferrero, bravissimo giornalista dell’ Unità, che aveva la redazione dove noi avevamo la nostra sede; lanciammo una campagna “contro ogni forma di violenza”, un messaggio che oggi potrebbe sembrare scontato ma che per quell’epoca, mi creda, non lo era».

Nel 1978 diventa la segretaria della Federazione dei giovani comunisti di Torino, prima donna a guidare l’organizzazione nella città della Fiat.

«Il battesimo di fuoco fu con una riunione alla quale era presente Giancarlo Pajetta».

Partigiano, l’uomo dell’occupazione della Prefettura di Milano nel ‘47, grande dirigente nazionale del Pci.

«Mi chiesero di fare un intervento alla sua presenza, una specie di battesimo di fuoco della mia segreteria. Dissi che noi giovani eravamo sconvolti dal terrorismo rosso, che avremmo difeso in ogni modo le istituzioni ma che quelle stesse istituzioni dovevamo cambiarle. I giovani del Pci stavano senza se e senza ma con lo Stato; ma la domanda di cambiamento dello Stato avremmo dovuto raccoglierla, senza esitazioni. Pajetta riprese la parola, disse una cosa tipo “faccio gli auguri alla segretaria dei giovani ma devo dire che inizia molto molto male; fa un intervento per dire che lo Stato va cambiato ma dimentica le cose che lo Stato fa per le nuove generazioni, come il voto ai diciottenni”. Non mi sentii intimidita. Ma sconcertata sì, lo ero, per quella risposta».

L’organizzazione giovanile nazionale era guidata da Massimo D’Alema. A Torino, nel Pci, c’erano Piero Fassino e Giuliano Ferrara. Un pezzo di classe dirigente nazionale degli anni a venire.

«D’Alema dimostrava di essere un leader lungimirante già da quell’esperienza di guida del movimento giovanile del Pci. Anche di Fassino ho incredibili ricordi, guidava la Federazione di Torino quando ero arrivata in città. Ricordo la manifestazione del 1974 per il referendum sul divorzio, venne Nilde Iotti, la dirigente che più di tutti si era battuta perché il Partito sostenesse con convinzione il No all’abrogazione della legge, cosa che all’inizio era tutt’altro che scontata».


La solidarietà nazionale delle maggioranze Dc-Pci com’era, agli occhi di una giovane comunista?

«Fu un grande insegnamento che non avrei mai dimenticato, neanche dopo. Il dialogo parlamentare da un lato e la protesta sociale dall’altro portarono all’approvazione di leggi che senza quell’esperienza non sarebbero mai arrivate. La legge Basaglia che chiuse i manicomi, la legge 194 sull’aborto, la 833 che istituiva il Servizio Sanitario Nazionale, la 285 sul lavoro».

Anni dopo lei sarebbe diventata la madre della legge sull’immigrazione pre epoca Bossi-Fini, la legge Turco Napolitano.

«Ne vado ancora orgogliosa. Anche di quello che successe dopo, con l’arrivo della Bossi-Fini, quando i medici italiani protestarono contro il rischio concreto che venisse tolta l’assistenza sanitaria agli immigrati che avevamo introdotto con la nostra legge».


Come fu la fine del Pci?

«Dolorosa. Io ero a favore della svolta di Occhetto ma andavo in giro per i congressi a sostenerne le ragioni con le lacrime agli occhi. Vede, per quelli della mia generazione l’essere altro rispetto all’Unione Sovietica era un tema già risolto. I conti li aveva fatti Enrico Berlinguer, con chiarezza. Ma capivamo con dolore che quella parola, comunismo, in certe parti del mondo aveva un significato che per noi non aveva; e per questo, con dolore, dovevamo rinunciarci».


Come si definirebbe oggi?

«Esattamente come mi definivo allora. Una comunista italiana. E, come allora, di questa storia continuo a essere orgogliosa».

CARTA D’IDENTITÀ

La vita — Livia Turco, nata in una famiglia cattolica e operaia il 13 febbraio 1955 a Morozzo (Cuneo), si è laureata in Filosofia a Torino, dove ha iniziato la militanza politica. Sposata con Agostino Loprevite nel 2006, dopo 20 anni di convivenza, ha un figlio, Enrico, nato nel 1992.

La politica — Diventa segretario provinciale della Fgci nel 1978. Eletta deputata nelle file del Pci per la prima volta nel 1987, è poi favorevole alla svolta della Bolognina: aderisce prima al Partito Democratico della Sinistra e poi ai Democratici di Sinistra e al Pd. Dal 1996 al 2001 è ministro per la Solidarietà sociale nei governi Prodi, D’Alema e Amato e ministro della Salute nel Prodi II dal 2006 al 2008. Nel 2013 decide di non ricandidarsi ed è assunta come funzionario del Pd, suscitando polemiche nel partito

Voto “No” per salvare la democrazia

13 Settembre, 2020 (10:49) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Ci sono dei momenti in cui bisogna dire basta! E questo è il momento di dire basta all’impoverimento della democrazia parlamentare, allo svuotamento del senso e della efficacia della rappresentanza democratica, alla retorica che da anni riduce le istituzioni fondamentali della nostra democrazia a casta, a costo, che racconta ai cittadini quanto il Parlamento sia brutto, sporco e corrotto.

Questo ha creato un sentimento di distacco dalla politica che non va a vantaggio dei cittadini ma dei poteri forti, delle oligarchie, delle segreterie dei partiti. La retorica del taglio alle poltrone, della democrazia diretta contrapposta alla democrazia rappresentativa, la riduzione del Parlamento a puro costo ha colpito non solo il prestigio del Parlamento ma ha ingannato i cittadini.

Perché, facendo una critica massimalista e generalizzata, il famoso “sono tutti uguali” ha nascosto e protetto di fatto i veri fannulloni, i corrotti, quelli che non conoscono e non applicano l’articolo 54 della Costituzione per cui nelle istituzioni si sta con “disciplina ed onore”.

La ragione per cui oggi dico No alla riduzione del numero dei parlamentari per dire basta a questa cultura che ha immiserito il linguaggio, la pratica politica e la funzione della rappresentanza parlamentare, è anche in relazione al momento storico che stiamo vivendo ed ai compiti che abbiamo di fronte. Altro che tattica politica, far cadere il governo, far saltare l’alleanza con i 5 Stelle!

Difendo il governo e sono a favore di una alleanza con i 5 Stelle, sostengo il segretario del mio partito Nicola Zingaretti. Il punto è con quale progetto e cultura politica si costruisce questa alleanza. Il punto è l’identità e la cultura politica della sinistra. Il dramma del Coronavirus dovrebbe dotarci di uno sguardo più acuto e profondo, farci vedere la nostra democrazia malata e definire il punto di vista ed il progetto necessario per rigenerarlo.

Io credo che questo punto di vista sia quello della Democrazia del Bene Comune. Da qui, dall’idea della democrazia che promuove il Bene Comune bisogna ripartire per realizzare le riforme, costruire un etica pubblica, promuovere una partecipazione popolare. Per realizzare la democrazia come governo attraverso la discussione.

Sono necessarie le riforme tentate molte volte nel corso della storia della nostra Repubblica per rendere il Parlamento il luogo centrale del dibattito politico come prevede  la nostra Costituzione; renderlo efficiente anche riducendo i tempi della decisione politica; garantire governabilità, trasparenza ed onestà all’azione del governo medesimo. La democrazia del Bene Comune ha bisogno di rigenerare la sua rappresentanza e di costruire un rapporto con le persone, con i corpi intermedi, che sia di reale confronto, di ascolto, di presa in carico dei problemi.

Questo secondo me è il punto più critico e più difficile da realizzare. Perché  il populismo ha dissolto il popolo, lo ha ridotto a ricevitore passivo di messaggi, a pulsioni da solleticare, a numeri da interpellare nelle piattaforme online. Il popolo si costruisce invece attraverso l’indicazione e la elaborazione condivisa di un progetto di società, la costruzione di relazioni umane e sociali, la presa in carico e la condivisone dei problemi, la promozione della cittadinanza attiva, la valorizzazione delle competenze, l’aiuto a chi è in difficoltà affinché diventi protagonista della vita sociale e politica.

Troppo spesso dimentichiamo il nesso che esiste tra la condizione sociale e la partecipazione politica, troppo spesso dimentichiamo l’articolo 3, secondo comma, della nostra Costituzione. “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i  lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Troppe volte abbiamo dimenticato e rinunciato alla pratica della democrazia inclusiva che è la vera anima della democrazia medesima. Ci siamo per esempio dimenticati dell’accrescersi dell’astensionismo che segnala un distacco tra i cittadini e le istituzioni pubbliche. La rinascita della democrazia e della rappresentanza parlamentare deve partire dalla ricostruzione di una vera politica popolare, in cui le persone si sentano comunità, siano coinvolte nel dibattito pubblico, siano ascoltate, siano prese in carico nelle loro ferite, fatiche e difficoltà, siano  chiamate a partecipare alle decisioni politiche.

La democrazia del Bene Comune ha dunque bisogno di un Parlamento che sia il vero luogo del dibattito pubblico, e delle decisioni, che eserciti un controllo sull’operato del governo, sia efficiente e rappresentativo. Monocameralismo, Senato delle Regioni, sfiducia costruttiva, tempi certi per la decisione politica: sono le riforme necessarie. Ha bisogno che si rigeneri la funzione della rappresentanza istituzionale e politica. La rappresentanza non ha solo aspetti pocedurali e non è fatta solo di numeri. La rappresentanza deve essere vera espressione della volontà popolare.

Dunque è importante il modo con cui si forma la volontà popolare e di traduce in volontà politica. Per questo c’è bisogno di costruire legame sociale e comunità, partecipazione attiva dei cittadini. C’è bisogno che si ricostruiscano grandi partiti popolari con una trasparente vita democratica al loro interno e la partecipazione attiva dei cittadini in applicazione dell’articolo 49 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto ad associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Manca una legge sui partiti che definisca le regole della vita democratica e le forme della partecipazione al loro interno e che devono essere uniformi.Solo una relazione tra rappresentanti delle istituzioni e cittadini, solo la partecipazione attiva delle persone e delle varie organizzazioni civiche e sociali, solo la presenza di partiti politici attivi ed organizzati secondo trasparenti regole democratiche possono fare del Parlamento luogo centrale del dibattito pubblico, della rappresentanza del paese e della decisone politica. Ed è quello che oggi manca. È da qui che bisogna partire per costruire un vero processo riformatore.

Livia Turco 

Da: Huffington Post 

“Io”, “Noi” e le donne. Intervista a cura di Natalia Marino

29 Luglio, 2020 (10:32) | Interviste | Da: Redazione

“Ho avuto la fortuna di vivere la politica come passione”, spiega Livia Turco, già parlamentare e ministra, oggi presidente della Fondazione Nilde Iotti. Forse è una delle ragioni del calore con cui si è rivolta alle donne con la lettera aperta “L’onda d’urto femminile”, affinché tornino a reagire, a riprendere le redini delle loro vite. Nella consapevolezza che il dramma vissuto, e ancora viviamo, per il Covid-19, ha segnato per sempre un prima e un dopo. E se indilazionabile è costruire un nuovo modello di sviluppo, l’universo donna deve tornare ad essere protagonista.

“Care donne – abbiamo letto – dobbiamo costruire un’onda d’urto che invada la società e le istituzioni della politica”. Parole forti, Turco.

Con la pandemia ci siamo scoperti fragili e interconnessi gli uni agli altri e strettamente legati all’ambiente. Abbiamo capito che non siamo onnipotenti signori del mondo, ma solo una parte. Il Covid ci impone un cambiamento radicale, antropologico direi, altrimenti saranno guai. Va rimesso al centro il “noi”, i beni comuni. Finora siamo andati avanti ubriachi di “io” e ci siamo ritrovati in un dramma epocale. Non va dimenticato. E l’interdipendenza può solo essere elaborata in solidarietà, relazione umana, nel prendersi cura delle persone, nella convivenza tra culture diverse. Cioè quello che le donne hanno sempre sostenuto. I fatti oggi ci danno ragione. Ho preso atto però che le donne sono sparite dalla scena politica, la coralità delle donne, intendo.

Assenti o silenti, secondo Turco?

Mi spiego con un esempio. Dopo Chernobyl, con le donne del Pci, le scienziate, le realtà femminili e femministe promuovemmo un convegno. Ci interrogammo e scoprimmo la coscienza del limite, il valore del lavoro di cura, della tutela dell’ambiente, la centralità dei beni comuni, della comunità. E queste categorie politiche sono la cassetta degli attrezzi che abbiamo elaborato, intendo la mia generazione, ed è utilissima in questo tempo, indispensabile. So bene che nel passato non siamo riuscite a imporre questi strumenti ma appunto per questo mi vien da dire: se non ora quando? Alla imprescindibile condizione, sia chiaro, di aver la consapevolezza e di condividere la portata, radicale ribadisco, del cambiamento da realizzare. E quindi anche della pratica politica, perché prendersi cura è pratica politica. Ma è urgente elaborare ora un’idea di società, e adesso è anche il tempo delle decisioni politiche. Che tipo di sanità vogliamo? e che servizi sociali intendiamo avere di fronte all’esplodere dell’invecchiamento, oppure le esigenze dei bambini costretti a vivere il lockdown isolati in casa? Questo è il tempo delle scelte.

Eravamo ancora in lockdown quando il 2 giugno, Livia Turco, in qualità di presidente della Fondazione Nilde Iotti ha partecipato all’iniziativa di omaggio alle Madri Costituenti promossa dall’Anpi per celebrare la Festa della Repubblica. Nella lettera c’è un esplicito richiamo alle 21 donne elette nella prima assemblea democratica.

Io sono grata all’Anpi e alla nostra carissima presidente Carla Nespolo per questo straordinario 2 giugno. È stato bellissimo e importante ricordare le 21 Madri costituenti che ci hanno insegnato esattamente ciò che oggi manca alle donne: il valore del “noi”, del gioco di squadra. Vedo una pluralità di iniziative, una grande generosità, tante iniziative; ma quanto incide, concretamente, questo fare? Le Costituenti, al di là degli articoli della Carta, ci hanno lasciato in eredità una “vivente lezione”, cioè il modo di essere rappresentanti delle cittadine e dei cittadini, il legame fortissimo tra la politica e la vita delle persone, la loro capacità di essere “noi”. È possibile ricostruire questo “noi”? Io so bene che il mondo delle donne è plurale, che ci sono tanti femminili e femminismi, che esistono tante esperienze e che la pluralità è una ricchezza. Lo so bene. Pongo tuttavia questa domanda: stiamo incidendo nel modo più coerente con la nostra forza?

Come immagina ci si possa rivolgere alla coralità delle donne del nostro Paese?    

Il punto è proprio questo. Il “noi” è il popolo delle donne. Mi piacerebbe che la pluralità delle donne facesse un gesto, che battesse un colpo. Desidererei, confesso, una giornata con una grande mobilitazione delle donne. Non immagino affatto un’organizzazione femminile unica, per carità. Il “noi” che intendo è una predisposizione interiore al confronto, al costruire alleanze, è l’uscire dall’autoreferenzialità per costruire un legame con il popolo delle donne. Il richiamo alle 21 Madri è il “noi” e insieme il popolo delle donne, oggi è fondamentale la di pratica politica. Che senso ha dire “io mi prendo cura” e non essere immersi nel drammi sociali che viviamo?

Le donne italiane hanno molto combattuto e conquistato. Si tratta di passare il testimone?

Non è esattamente così. La generazione a cui appartengo la sua parte l’ha fatta, ed ora certamente deve passare il testimone ma ha il dovere di esserci ancora, ha l’obbligo della resilienza, della resistenza. Per intenderci. Nell’ultima legislatura le donne sono state protagoniste, numericamente significative, hanno fatto molte leggi, però non si è affatto percepita la forza delle donne e non si sono rese conto di quanto ancora sia lunga la strada da percorrere. È piuttosto prevalsa l’idea che bastasse l’affermazione, la consapevolezza e la bravura sul piano individuale, che fosse sufficiente fare buone alleanze con i maschi. Così non si è tentato un gioco di squadra. Invece le teche di cristallo esistono ancora in politica e adesso si ritroviamo a misurare disparità e discriminazioni. Ho sentito dire troppo spesso “Io, per la prima volta” in occasione di provvedimenti in favore delle donne. Ma come è possibile se quelle stesse battaglie le donne le hanno già portate avanti tanti anni fa? Quindi c’è stata la volontà di rompere nettamente con le generazioni precedenti. Da parte mia, credo molto nel rapporto tra madri e figlie perché ho conosciuto la bellezza di vivere questo tipo di rapporto. Penso a Nilde Iotti di cui quest’anno festeggiamo il centenario della nascita: un modello di leadership molto attuale, una grande personalità perfettamente conscia dei suoi talenti. Ma aveva sempre in mente il “noi”, le altre donne, ed è stata costante promotrice di una politica popolare. Che oggi si è smarrita. Nilde e così Giglia Tedesco, Adriana Seroni e tante altre donne del Pci avevano voluto fortemente investire sulle giovani compagne, che a loro volta non predicavano la rottamazione, sapevano ascoltare. Oggi vuol dire rimanere in campo, a prescindere da luoghi e ruoli. Non solo in politica, dove si decide, e sempre con l’umiltà della pratica.

Come ci si rivolge alle giovani, qual è il terreno di incontro?

Ricostruendo un’alleanza generazionale, questo è il tema. All’interno di una stessa radicalità di pensiero. Nilde Iotti non si definiva femminista però ci è stata accanto, eccome. Questo è il tema: ricostruire la dimensione del “noi”. Naturalmente se condividiamo il punto di partenza: la tragedia del Covid ha cambiato completamente lo scenario e le donne sono quelle che stanno pagando di più, ancora una volta. Il mondo di precarietà, irregolarità, fatica, lavoro dequalificato è soprattutto femminile. Si tratta dunque, prima di tutto, di dare dignità al loro lavoro in un mercato occupazionale drammaticamente diviso tra le poche fortunate tutelate e le migliaia di precarie. Vogliamo riprendere a ragionare sul rapporto tra tempo di lavoro e tempo di vita? Sull’idea che la vita è un ciclo e ogni stagione ha il diritto di esprimersi? Sulla mescolanza dei tempi della vita? La questione del tempo è cruciale, concretissima. Oggi il tempo di lavoro è diventato tiranno, prosciuga, annienta gli altri spazi esistenziali. Le donne non hanno alcuna possibilità di scelta; pur di avere uno straccio di occupazione sono costrette ad accettare condizioni pesantissime e su di loro continua a gravare la cura degli anziani e dei figli. Non dimentichiamo che nel nostro Paese i servizi sociali sono praticamente inesistenti, nonostante siano trascorsi ben 20 anni dall’approvazione della legge quadro 328 sulla rete integrata dei servizi sociali. Ciò è accaduto perché ha prevalso la cultura neoliberista, con i bonus, l’esaltazione del dono e della gratuità, dei trasferimenti monetari, con il pretesto che le persone devono essere libere di scegliere… Ecco così siamo tornati all’assistenzialismo più becero anziché avere un welfare promotore delle capacità e del benessere delle persone tirar fuori le abilità anche delle persone più fragili. E la sinistra è stata subalterna.

Un j’accuse anche alla sua parte politica.

Insisto, oggi serve un cambiamento radicale se vogliamo finalmente costruire un welfare moderno, europeo in cui i servizi sociali siano considerati un grande investimento per lo sviluppo, l’occupazione, la crescita. Di questo hanno bisogno le donne. I servizi sociali non devono mendicare briciole. Nel welfare italiano deve esserci un unico fondo sociale, basta con la frantumazione fra fondi e fondini, e livelli sociali di assistenza obbligatori in una rete integrata di servizi. I governi dell’Ulivo avevano varato una grande e utilissima riforma che avrebbe saputo rispondere anche alla crisi epocale dettata dal coronavirus, se fosse stata applicata. Serve un welfare di comunità. Chiediamocelo: vogliamo costruire davvero un’alternativa alle Rsa, dove per il Covid sono morte centinaia di anziani? Vogliamo ritrovare il coraggio che ebbe Basaglia nel chiudere i manicomi? La pandemia ha portato allo scoperto problemi che avevamo, non possiamo più permetterci di cincischiare. È arrivato il tempo della radicalità.

L’antifascismo può avere un ruolo utile in questa visione?

L’antifascismo coincide con i valori della democrazia. E sul tappeto, non nascondiamolo, c’è la necessità di far rinascere la politica. Dobbiamo dire basta alla politichetta, dare peso al Parlamento. Ho scritto di un’onda d’urto che decida l’agenda politica e di governo del nostro Paese e che dobbiamo farlo oggi. Girando l’Italia per rendere omaggio a Nilde Iotti ho incontrato tante straordinarie persone, e sono state bellissime occasioni di dialogo. Pesaro ha dedicato a Nilde i centralissimi giardini del lungomare, inaugurati alla presenza del sindaco Matteo Ricci; a Torrita di Siena la piazza principale ora porta il suo nome; a Napoli abbiamo proposto all’Assemblea degli amministratori di intitolare strade e piazze alle donne Costituenti perché Nilde non avrebbe voluto essere ricordata da sola. Ed è questa la grande lezione ancora viva e attuale delle 21 Madri: intendere la rappresentanza come strumento per dare voce a donne e uomini liberi, protagonisti del loro futuro.


Natalia Marino

da “Patria Indipendente” 

La salute di comunità per una comunità in salute

22 Luglio, 2020 (19:57) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Una politica che si rispetti deve realizzare i profondi cambiamenti che il coronavirus ci ha squadernato. Oggi. Non domani. Con radicalità. Perché questo ci richiedono i cambiamenti necessari. A partire dal bene primario che è la salute. Ciascuno di noi in questi mesi credo che abbia ripetuto a sé stesso” prima di tutto la salute”.

La salute non solo come diritto fondamentale e come sistema sanitario pubblico. Che pure è essenziale.

Ma la salute come bene comune promosso da una comunità attiva e competente. Abbiamo toccato con mano il legame che ci unisce l’uno all’altra. Abbiamo visto la brutalità delle diseguaglianze sociali. Abbiamo visto quanto è brutale la cultura dello “scarto”. Anche perché i poveri e gli esclusi stanno aumentando.

Abbiamo visto il mondo in casa nostra. Ed abbiamo avuto una percezione concreta di cosa significhi “la salute globale”. E’ stato molto importante che il Ministro Roberto Speranza nel positivo lavoro che lo ha contraddistinto in questi mesi abbia annunciato con altri Paesi europei l’impegno per realizzare il vaccino che sarà messo a disposizione di tutti come bene comune.

D’altra parte proprio il bene salute come bene comune  ci indica la società che dobbiamo costruire, la società dei beni comuni come progetto  di vita, idea di società, e motore di sviluppo ed occupazione.

La salute bene comune e la comunità che produce salute si contraddistingue per alcune scelte: la valorizzazione delle competenze della persona nel promuovere la propria salute, la promozione di stili di vita che consentano di guadagnare salute, contesti di vita e di lavoro che abbiano al primo posto la promozione della salute delle persone, la promozione della cittadinanza e della democrazia come pratica del prendersi cura delle persone, il sistema di servizi, pratiche e competenze mediche e sociali che siano accanto alla persona, le vadano incontro, la prendono in carico nel suo contesto di vita, si avvalgono della sua competenza e partecipazione attiva.

E’ questa idea della salute bene comune promossa dalla comunità competente che deve ispirare la riorganizzazione delle cure primarie e della medicina territoriale.

Come ha indicato il movimento promosso da Don Luigi Colmegna “Prima la Comunità”. Ed è importante che nel recente  Decreto Ricostruzione sia stato approvato un emendamento, primo firmatario On. Graziano Del Rio,  che finanzia progetti di Comunità della Salute.

Ma il punto non è avere solo buone pratiche ma partire dalle buone pratiche -che si sono sedimentate nel nostro territorio a partire dal progetto varato e finanziato nel 2007 (Governo Prodi) delle Case della Salute – per far diventare la medicina di comunità e la salute come bene comune il sistema delle cure primarie diffuso ed uniforme su tutto il territorio nazionale.

Servono delle scelte nette. Anche perché sono temi e questioni, elaborazioni, leggi che datano più di vent’anni.

Due ad esempio: il Decreto Legislativo 229/98 e la legge quadro sulla rete integrata dei servizi sociali  la 328/2000.

Non è seria e credibile la retorica che è diventata linguaggio comune sulla centralità della medicina territoriale se non ci interroghiamo sulle ragioni per cui essa è rimasta cenerentola del sistema sanitario e non è diventato il secondo pilastro del sistema della salute, sul come mai primeggia comunque e sempre il ruolo dell’ospedale.

La mia risposta è che non si è voluto costruire il progetto della integrazione socio sanitaria  e della Casa della Salute perché non si è capito l’importanza della salute come bene comune promossa da una comunità in salute, non si è voluto realizzare quella abusata parola: integrazione.

Perché  giocano interessi economici ed una scala valoriale relativa alla reputazione, considerazione dei servizi e delle professioni mediche e socio sanitarie che considerano minore la medicina territoriale.

Al  contrario abbiamo visto le difficoltà alla integrazione dei professionisti, al lavoro di equipe, alla integrazione di servizi anche perché è difficile integrare i servizi sanitari con i servizi sociali quando questi ultimi non esistono.

Se vogliamo guardare in faccia una delle sconfitte della sinistra - per l’aggressività del progetto di welfare del Centro destra incentrato sulla esaltazione dei valori del “Dono” e della “Bontà” che si concretizzavano  in  pesanti tagli al servizio sanitario pubblico e nella archiviazione dei servizi sociali in cambio di bonus monetari, progetto contrastato in modo debole dalla sinistra - basta guardare alla indecenza dell’abbandono di una riforma frutto di una lunga e vasta mobilitazione sociale, la 328 del 2000 “Per un sistema integrato di interventi e servizi sociali”.

Essa   parla di promozione del benessere delle persone, di valorizzazione delle loro  capacità  a partire da quelle delle persone più fragili, di sostegno alla normalità dei compiti famigliari, di promozione dei diritti dell’infanzia, di progetto individualizzato per le persone disabili e non autosufficienti, di lotta alla povertà.

E’ stato  abbandonato a sé stesso, definanziato, senza i livelli essenziali sociali, senza un  piano sociale nazionale che contenga una lettura aggiornata e condivisa dei bisogni sociali.

I pochi servizi  sono affidati alla responsabilità ed alla cura dei comuni. Nonostante ci sia un Titolo V della Costiruzione che al suo articolo 117 comma 2 lettera m, mette in capo allo Stato il compito di definire i livelli sociali essenziali.

Come sarebbe stato diverso affrontare i drammi del coronavirus, i problemi dei bambini e degli anziani non autosufficienti se, anziché cedere alla cultura dei bonus e dei trasferimenti monetari, avessimo costruito la rete di quei servizi fondamentali e si fosse inteso il lavoro sociale una grande infrastruttura del paese, un grande investimento per lo sviluppo e l’occupazione e non il serbatoio di lavori considerati minori, sottopagati e non tutelati.

Quale grande merito bisogna riconoscere al Terzo Settore, al Servizio Civile,  che resta confinato come una canna d’organo a sé stante anziché  partecipare alla programmazione condivisa delle politiche sociali e della salute.

Dunque una salute di comunità e la comunità che produce salute, come in tutti i paesi europei, deve costruire il pilastro delle politiche sociali, il  pilastro del welfare che continua a mancare.

Sulla base di una tenace mobilitazione degli assistenti sociali - quei professionisti tanto bistrattati e che invece  dovrebbero essere rispettati e considerati  nella loro specifica esperienza che li mette a contatto degli “scarti umani “, delle fragilità e  delle emergenze -finalmente  è  stato scritto  su iniziativa delle parlamentari Lisa Noja e Elena Carnevali ed è stato approvato nel Decreto Ricostruzione un emendamento che prevede che  i servizi previsti al comma 4 dell’articolo 22 della 328/2000, i servizi di segretariato sociale, pronto intervento, emergenza, domiciliarità   facenti  capo alle Regioni, devono essere considerati livelli essenziali.

Dunque esigibili dai cittadini ed obbligatoriamente erogati e garantiti  dalle istituzioni. Ora ci vogliono le risorse per attuarlo.

L’avvio di questo sistema di comunità compete al Ministero della Salute che non a caso si chiama salute, dunque promozione attiva del benessere delle persone.

Stanziando le risorse necessarie e dotandosi di una governance adeguata. E’ doveroso che si costruisca un lavoro condiviso tra Ministero  Salute e Ministero del  Lavoro e delle Politiche Sociali, con Regioni e Comuni per definire i Livelli sociali.

Anzi, data l’urgenza e la rilevanza, e la pluralità di Fondi che affrontano materie sociali,  dovrebbe su questo attivarsi la funzione di indirizzo e coordinamento della Presidenza del Consiglio che coinvolga nella definizione del Piano sociale e dei livelli sociali tutti i ministeri insieme alle regioni ed enti locali  al terzo settore ed alle parti sociali, comprese quelle economiche.

Perché la salute e l’inclusione sociale devono essere considerati motore dello sviluppo e della crescita. Se vogliamo davvero voltare pagina.

La  Salute di comunità  si contraddistingue per alcuni punti di fondo che devono fondare l’impianto della Cure territoriali.

1) I servizi sanitari e sociali devono “andare  incontro” alle persone, scovare il loro disagio, non attendere che le persone vadano ai servizi perché tante volte quelle persone i servizi non li conoscono;  attivare politiche differenziate, a seconda dei bisogni delle persone, secondo  il principio dell’universalismo selettivo che come ci aveva insegnato Ermanno Gorrieri non è un ossimoro ma un modo concreto per praticare  servizi universalistici.

2) Le figure professionali, il no profit, l’intervento pubblico, la comunità nel suo insieme ascoltano e valorizzano  le competenze della persona nella promozione della sua salute .

3) Le politiche della salute sono promosse e valutate attivando la partecipazione attiva dei cittadini, di tutti i corpi intermedi,  secondo il principio della democrazia deliberativa.

4) Il Prendersi cura delle persone deve diventare un ingrediente della cittadinanza e della democrazia e dunque deve impegnare  tutti i cittadini e le cittadine.

5) Vanno valutati gli impatti che sulla salute della persona e della comunità hanno i cosiddetti “determinanti della salute” ed essi  vanno tradotti in politiche concrete di miglioramento dei contesti di vita rendendo concreto il principio indicato dall’Unione Europea molti anni fa “la salute in tutte le politiche”.

6) Il servizio cruciale per promuovere la comunità della salute è il Punto Unico di Accesso che sia in grado di orientare le persone e rendere concretamente fruibili i servizi presenti nel territorio.

7) I servizi sociali e sanitari che costruisco la rete della comunità devono essere accessibili h 24.

8) Bisogna che i servizi sanitari e sociali territoriali, attualmente dispersi e frammentati, siano visibili e fruibili, dunque siano concentrati  entro uno stesso luogo fisico. La Casa della Salute o la Casa della Comunità.

9) La medicina di comunità opera secondo programmi condivisi, sulla base del Programma delle Attività Territoriali  del distretto, del Piano Sociale di Zona, Del Piano Integrato di Salute. Sviluppa programmi di prevenzione per tutto l’arco della vita, basati su conoscenze epidemiologiche e sulla partecipazione informata dei cittadini. Mantiene, tramite il distretto, rapporti regolari di collaborazione con l’ospedale di riferimento, anche per la definizione di protocolli per accessi e dimissioni programmate.

10) Realizza la ricomposizione delle  professioni sanitarie, realizza concretamente l’attività interdisciplinare tra medici, specialisti, infermieri, terapisti, assistenti sociali e altre figure sociali  anche per integrare operativamente le  prestazioni sanitarie con quelle sociali. Va risolta  la questione dirimente del ruolo del medico di famiglia, dalla questione anomala di un libero professionista convenzionato con il sistema sanitario nazionale alla sua formazione universitaria.

Mi auguro vivamente, avendo sempre riposto molta fiducia nella figura del medico di famiglia, che tale cambiamento avvenga e sia proposto dalla categoria medesima.

La salute bene comune e la comunità della salute possono aprire un cambiamento che riguarda non solo il sistema delle cure per la salute  ma il modo di costruire la comunità. Per rigenerare i legami umani e sociali.

Costruire una cooperazione tra risorse e soggetti presenti sul territorio e realizzare progetti di sviluppo condivisi.

Valorizzare il lavoro in tutti i suoi aspetti a  partire dal lavoro di cura. Costruire una scansione tra il tempo di lavoro e gli altri tempi della vita che consenta a ciascuna persona, in ogni stagione della vita, di vivere la mescolanza tra lavoro, cura, formazione, tempo della convivialità e del dono, tempo per sé.

Far rinascere la democrazia come partecipazione attiva e  presa in carico delle persone.

 

Livia Turco

da: Quotidiano Sanità 

L’onda d’urto delle donne

18 Giugno, 2020 (14:31) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Care donne, dobbiamo cambiare passo. Lo dico da cittadina che ha una storia politica e che sente oggi la passione ed il dovere di fare la sua parte per costruire un mondo nuovo, una società umana. Dobbiamo avere l’ambizione di costruire una nuova stagione di protagonismo femminile. 

Dobbiamo costruire un “onda d’urto” che invada la società e le istituzioni della politica. Un “onda d’urto”  che decida l’agenda politica e di governo del nostro Paese. Dobbiamo farlo oggi. Non domani.

Nel dramma che abbiamo vissuto si è vista in modo travolgente la forza delle donne. Noi sappiamo che quella  forza scandisce la normalità della vita di questo nostro paese ma essa è sempre stata ignorata, non vista, taciuta.

Ora non si può far finta di nulla, non si può passare oltre. Non lo dobbiamo permettere. Quella forza ha inciso nella dimensione simbolica del nostro paese. Tante donne in questa terribile pandemia hanno conosciuto la fatica, la sofferenza  ed oggi vivono l’umiliazione della esclusione sociale , della perdita di lavoro, della precarietà.

Tutti gli studi e  le statistiche dicono che le donne sono le più esposte insieme ai giovani a subire gli effetti economici e sociali della pandemia. Forza e fatica sono le due dimensioni della vita delle donne. Traduciamola in un protagonismo politico efficace.

Facciamolo nei prossimi giorni e mesi che  decideranno le scelte fondamentali per la rinascita del nostro Paese e dell’Europa. Quale sviluppo economico, quale lavoro, quale welfare, quale riconoscimento pubblico del tempo della maternità e del lavoro di cura, quale sanità pubblica, quale sistema di istruzione, quali politiche dei tempi di vita e degli spazi della vita, quali politiche ambientali, quale democrazia, come si governa questo paese.

Non è questione di parità, bisogna superare il concetto di parità, per costruire un modello di sviluppo a misura di donne e uomini.

Noi dobbiamo esserci. Dobbiamo essere determinanti. In questi giorni sono state avanzate da gruppi significativi di donne tante proposte importanti. Si è vista all’opera una azione politica diffusa e plurale di tante donne. In alcuni casi si sono realizzate significativi incontri tra donne della società e donne impegnate nelle istituzioni.

Abbiamo apprezzato l’autorevolezza di studiose e di scienziate. Abbiamo sentito la forza delle donne nei sindacati. Abbiamo  visto il lavoro di sindache coraggiose. Abbiamo apprezzato il lavoro di tante parlamentari .Ci sono provvedimenti adottati dal governo. Tutto questo però non produce forza politica adeguata a orientare l’agenda politica.

Qui il cambio di passo. Andare in ordine sparso, impegnarsi ciascuna nella propria associazione o gruppo è segno di generosità, è la testimonianza di una ricchezza e di una pluralità di impegno.

Ma rischia, appunto, di rimanere una testimonianza. Noi dobbiamo contare e partecipare alle decisioni. Per questo dobbiamo creare ora   una ”onda d’urto” che costruisca l’agenda politica.

Oggi. Non domani. Ed allora mi chiedo e vi chiedo se non sia giunta l’ora per creare questa  “onda d’urto” , di mettere insieme le forze, di confrontare i pensieri, di scriverli in un  testo condiviso anche perché i tanti documenti , le tante proposte in realtà convergono in un programma di governo che in larga parte condividiamo.

Come ci insegna la storia delle nostre lotte e conquiste, come ci insegnano le Madri Costituenti, “l’unione fa la forza”. Ma questo valore in questi anni lo abbiamo smarrito.

Dobbiamo ritrovare la bellezza  del NOI. Si, anche noi donne che siamo molto brave a predicare il noi ma poi ci siamo adagiate a praticare l’io, anche se nel piccolo gruppo. Vogliamo tessere questo NOI per costruire una agenda di governo per il nostro Paese e per l’Europa? Un NOI che coinvolga le madri e le figlie, le italiane e le nuove italiane.  Solo così saremo “un onda d’urto” e potremo esercitare una influenza nella politica e nella società.

Ma dovremo costruire anche “onda lunga” che raccolga i pensieri per cambiare i paradigmi, il sistema di valori con cui è stato governato questo mondo. Dobbiamo costruire una nuova Civiltà che parta dalla consapevolezza del nostro essere soggetti fragili ed interconnessi gli uni agli altri, le une alle altre.

Abbiamo una cassetta degli attrezzi in cui filoni del femminismo e di diversi pensieri femminili hanno elaborato categorie politiche: la coscienza del limite, il valore dei tempi di vita, la democrazia della cura, il valore delle relazioni umane, il prendersi cura delle persone come ingrediente della democrazia e della cittadinanza, il valore della convivenza tra culture diverse.

Esse avrebbero dovuto governare il mondo negli anni che abbiamo alle spalle e molte di noi, io tra loro, sentiamo il peso di non essere riuscite a farle diventare  le categorie fondanti del pensiero della sinistra.

Dobbiamo ricominciare, scovare pensieri nuovi, attraverso il dialogo tra di noi, l’ascolto reciproco, insieme, madri e figlie, italiane e nuove italiane. Dobbiamo elaborare con autorevolezza il pensiero di una nuova Civiltà, per una società umana a misura di donne e uomini. Insomma, dobbiamo riscoprire e fare rivivere il senso profondo e la forza  della relazione tra donne.

Livia Turco

da: La Repubblica 

Per un tempo di vita che duri tutta la vita

29 Maggio, 2020 (14:08) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Il virus sconosciuto che si è abbattuto sul nostro pianeta e sulle nostre vite ha, tra le altre cose, portato uno sconvolgimento nella scansione sociale e nell’uso del tempo e sicuramente ha inciso sul nostro tempo interiore. La reclusione ha significato per molti di noi, abituati a vite freneticamente attive, scoprire il tempo lento e credo che per molti sia stata la possibilità di recuperare tanti momenti di vita trascurati come appunto, il rapporto con la casa, con gli affetti, con lo studio, con la memoria. Un tempo lento che ci ha scaraventato in faccia con durezza la concretezza delle diseguaglianze sociali.

Ben diverso un tempo lento vissuto in una casa comoda ed accogliente con il lavoro tutelato, dal tempo lento di chi vive in famiglie numerose in case piccole, con persone portatrici di fragilità e con l’assillo della perdita del lavoro e del reddito che non c’è. Abbiamo visto squadernarsi di fronte a noi come grandi problemi umani e sociali la vita dei nostri bambini, la vita dei nostri vecchi.

Ci siamo resi conto di quanto poco sappiamo dei problemi e delle aspettative di queste diverse fasi della vita perché in questi anni la rappresentazione sociale del tempo è stata divorata dal tempo della produttività, della fretta, della velocità connessa alla fase centrale della vita, come se questa fosse l’unica della nostra vita. Abbiamo dimenticato che la nostra vita è un “ciclo di vita” scandito da fasi, stagioni, cui corrispondono bisogni individuali e sociali peculiari. Paradossale per una società composta da una grande quantità di popolazione anziana e dove avere un figlio è diventato un lusso.

Abbiamo assistito ad un cambiamento profondo del lavoro che, con il lavoro agile ed il telelavoro, ha visto spostare il suo luogo di produzione nella casa, nella famiglia vale a dire nel luogo storicamente antitetico al mercato ed alla dimensione pubblica. Abbiamo visto quanto sia cruciale e centrale il tempo della cura delle persone nei suoi diversi aspetti: cura delle persone nella malattia, cura delle ferite sociali, cura dei contesti e dei luoghi sociali.

Nulla sarà più come prima, ne sono profondamente convinta. A partire dalla necessità di dare un nuovo senso ai tempi della nostra vita e costruire una scansione sociale che consenta di realizzare l’obiettivo di un tempo di vita che duri per tutta la vita. C’è stata una stagione, gli anni novanta, in cui questa consapevolezza del valore del tempo - scaturita dalla nuova soggettività delle donne, che volevano vivere con pienezza il tempo della maternità senza sacrificarlo sull’altare del lavoro o senza dover rinunciare alla pienezza del tempo di lavoro, con la pretesa di avere persino un tempo per stesse - si tradusse in dibattito pubblico, in azione politica efficace.

Libri come “Time To Care” di Laura Balbo, “Tempo da vendere e tempo da usare” di Carla Ravaioli, suscitarono un ampio dibattito. Scesero in campo sociologhe, urbaniste, femministe ,sindacati, lavoratrici, imprenditrici. Una proposta di legge d’iniziativa popolare “Le donne cambiano i tempi,” proposta dalle donne comuniste, raccolse in breve tempo 300.000 firme. Comparvero i piani regolatori dei tempi delle città che hanno avuto come protagoniste sindache ed assessore come Alfonsina Rinaldi a Modena e Mariella Gramaglia a Roma.

Il Piano Regolatore dei tempi delle città e l’Ufficio Tempo ed orari insieme alla inedita esperienza di mutualità come Le Banche del tempo sono diventati gli articoli 24 e 27 della legge 53/2000 e sono tuttora norme vigenti. L’esperienza italiana fece scuola in Europa, Barcellona, Parigi e tante altre città hanno costruito e continuano a costruire nuove politiche dei tempi di vita. Il contesto era quello del tempo scandito dalla organizzazione fordista del lavoro e l’esigenza primaria era conciliare il tempo di lavoro con gli altri tempi della vita, dare visibilità e riconoscimento sociale al tempo della cura, consentire alle donne di vivere con pienezza il tempo della maternità, riconoscere le peculiarità delle diverse stagioni della vita ed evitare che ciascuna coincidesse solo con una funzione sociale ma che tutte fossero attraversate dai tempi diversi della cura e del tempo per se’, della convivialità e del dono.

Successivamente questo dibattito si è spento, le conquiste legislative dimenticate. I processi di globalizzazione hanno portato uno sconvolgente cambiamento nella scansione sociale del tempo ed anche del suo valore. Siamo diventate società permanentemente attive. Questo scardina l’organizzazione dei tempi sociali e rende difficile connettere i tempi di lavoro con le gli orari dei servizi, dei negozi e delle scuole.

Il tempo di lavoro si è dilatato a dismisura, è diventato tiranno di tutti gli altri tempi di vita. Ha occupato tutta la giornata, la notte, le settimane, l’anno. Per di più è diventato una risorsa scarsa per cui pur di averlo le persone sono state disponibili ad accettare questa tirannia del tempo di lavoro. Non per tutti. C’è chi può scegliersi il tempo di lavoro, vivere un tempo di lavoro gratificante, scegliere di collocarlo in momenti diversi della vita. Insomma la fine della organizzazione fordista del lavoro, la destrutturazione del tempo di lavoro, la sua delocalizzazione ha accentato le diseguaglianze sociali.

Anche perché questo lavoro si è dislocato in luoghi lontani, è scomparso dai territori e dai luoghi in cui era radicato, ha smembrato identità collettive. Con le nuove tecnologie misuriamo le possibilità ma anche i vincoli offerti dall’essere sempre “connessi”: accanto al venire meno dei confini tra spazi/tempi di vita, non va sottovalutata la possibilità di risparmiare tempo (ad esempio di viaggio) oltre che di poter mantenere relazioni “ faccia a faccia” a distanza anche a livello quotidiano.

A fronte di questi cambiamenti, aumentano sia le esigenze di mantenere confini e distinzioni, sia , all’opposto di ridurli, attraversarli, ridefinirli. Anche se i tempi sociali continuano ad essere in larga misura standardizzati, aumenta anche il desiderio, ed in diversi casi anche la capacità di riorganizzazioni personalizzate di temi/spazi di vita. Stiamo diventando una società più” mobile”, sapersi muovere, spostarsi da una città all’altra e da un paese all’altro offre maggiori opportunità di lavoro e di crescita professionale ma comporta anche maggiori fatiche.

La mobilità è un fattore di crescita, economica e culturale. Bisogna evitare che esso diventi un ulteriore fattore di diseguaglianza sociale tra chi ha la possibilità egli strumenti culturali per muoversi e chi no. Bisogna promuovere il diritto alla mobilità delle persone. bisogna promuovere il diritto dovere alla formazione continua già prevista nella legge 53/2000 con il congedo per formazione ma che ora deve diventare parte integrante del tempo di lavoro, parte della dimensione lavorativa.

Questo ampliamento del tempo di lavoro non è stato accompagnato da un welfare che offrisse opportunità di sevizi, di beni comuni per accompagnare e sostenere il tempo di lavoro. Anzi questi beni comuni si sono molto impoveriti, rendendo difficili le connessioni tra il tempo di lavoro ed i tempi sociali. Le persone ed in particolare le donne sono state costrette a fare acrobazie per conciliare i normali compiti della vita con la perdita della possibilità di vivere tempi importati come il tempo prezioso della maternità, lo studio, il tempo per se’. E’ cresciuta la quantità del lavoro di cura richiesto dalle persone, dalle famiglie, dalla società.

Per la sua importanza nella vita delle persone, come fattore di inclusione sociale attraverso le tante esperienze di cittadinanza attiva. Ma esso è rimasto, nella rappresentazione pubblica e nel suo valore economico e sociale un tempo minore, poco remunerato, e, soprattutto è rimasto un tempo delle donne. Nell’ultimo decennio si è costruito una catena della cura che ha unito madri, figlie, nonne, bisnonne, supportate dalle donne migranti. Un anello forte della solidarietà femminile che ha consentito di non essere travolti dalla crisi finanziaria del 2008 e dai tagli pesanti apportati al welfare pubblico.

La cura delle persone deve essere un tempo pubblico, ingrediente della crescita economica, del benessere sociale. Ma anche ingrediente della cittadinanza e della democrazia. Due sono le scelte che rendono concreto anche sul piano simbolico questo valore della cura.

1) Riconoscere in modo adeguato il lavoro di cura svolto nelle famiglie dalle lavoratrici della cura, dotarlo di formazione, prevedere la loro iscrizione in appositi Albi presso gli Uffici comunali cui possono riferirsi le persone e le famiglie, dotare questo lavoro di uno status simile agli altri lavori superando ad esempio la norma che non prevede per queste lavoratrici l’assistenza sanitaria pubblica in caso di malattia mentre oggi il periodo di malattia, non superiore ai 15 giorni, è a carico delle famiglie.

2) Il servizio civile universale, cioè obbligatorio nella fase giovanile della vita. La cura delle persone diventa così sul piano simbolico e concreto un tempo pubblico, della cittadinanza civica. ll tempo del coronavirus con la pratica obbligata del distanziamento fisico comporta una diversa organizzazione del tempo e degli spazi. Anziché procedere in ordine sparo credo sia importante assumere questo cambiamento e pensarlo, gestirlo dentro un grande progetto ed una idea di società che rimetta al centro il valore dei tempi di vita e la costruzione di una diversa organizzazione dei tempi sociali che consenta a ciascuno, in ogni stagione della vita, pur rispettando le peculiarità e gli obblighi sociali di ciascuna, di vivere la MESCOLANZA dei tempi di vita.

Ci vuole un idea di crescita e sviluppo che metta al centro come grande fattore di sviluppo i beni comuni: salute ambiente, scuola, sostegno alle responsabilità famigliari. Bisogna dare dignità a tutti il lavori ed un welfare che riconosca i diritti di tutti i lavori superando la distinzione che si è aggravata tra lavori garantiti e lavori precari. Incentivare e regolamentare tutte le forme di lavoro flessibile che consenta concretamente la mescolanza dei tempi.

Bisogna costruire un welfare che sostituisca la babele degli attuali trasferimenti monetari in un welfare di comunità che a partire dalla promozione della salute come bene comune e dalla comunità che genera salute realizzi la connessione tra interventi sociali, sanitari, formativi, lavorativi attraverso la partecipazione attiva delle persone e la valorizzazione della loro competenze. Un Welfare che sia radicato nella comunità competente, che la animi e la sostenga e che costruisca finalmente il pilastro delle politiche sociali attraverso la rete integrata di interventi e servizi sociali.

Per una presa in carico attiva delle persone che tiri fuori di ciascuna, a partire dalle persone più fragili, le abilità e le competenze. Bisogna rilanciare i Piani Regolatori dei Tempi delle città per costruire citta aperte che offrano opportunità di vita sociale, economica, di formazione, di cultura lungo tutto l’arco della giornata e della settimana per consentire alle persone di vivere la mescolanza dei diversi tempi di vita. Una società permanentemente attiva ha bisogno di una” città aperta” che offra un ampia gamma di opportunità connesse ai vari tempi della vita. Tempi di vita significano spazi e luoghi.

Il tempo lento, della convivialità e del dono, il tempo della cultura, fanno riscoprire luoghi abbandonati o trascurati: gli orti, i cortili, le piazze, i borghi, le biblioteche, le chiese ecc.. ed inventare spazi nuovi. Bisogna consentire a ciascuna persona e ciascuna famiglia di costruire un “cocktail personalizzato” dei tempi di lavoro e di vita. Bisogna promuovere il mutuo aiuto, i legami sociali, lo scambio del tempo, come suggerisce la bella esperienza de le “Banche del tempo”.

Vivere la mescolanza dei diversi tempi di vita, lavoro, cura, formazione, cultura, dono, convivialità, impegno sociale, credo sia la cifra del cambiamento che dobbiamo realizzare. Questa mescolanza, accessibile a tutti e tutte, è la possibilità di una vita piena, di una società umana. E’ il modo concreto per attuare l’idea di un Tempo della vita che duri tutta la vita.

Livia Turco

da Huffington Post