Il Blog di Livia Turco

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La nostra Repubblica ha anche “madri”. Non solo “padri”

7 Luglio, 2015 (16:31) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

”L’Italia è una repubblica che ha dei padri Costituenti, è vero, ma ha anche delle madri Costituenti e noi oggi, da oggi, lo vogliamo urlare perché siamo stufe di sentir parlare dell’Italia come di una repubblica di soli padri, è un falso storico”. Così Livia Turco in occasione della presentazione della vincitrice della borsa di studio sul tema promosso dalla Fondazione Nilde Iotti.

Parte da qui il progetto ”Rigenerare”, che vede in prima linea il gruppo Pd della Camera, la fondazione Nilde Iotti e che in occasione del 70esimo anniversario della Liberazione vuole ”ridare giustizia al ruolo fondamentale che le donne hanno avuto”.

”Vogliamo colmare una carenza storica - ha detto Livia Turco, presidente della fondazione Nilde Iotti - vogliamo ricordare le donne partigiane, i gruppi di difesa delle donne, che sono state il primo nucleo di partecipazione politica, il primo partito delle donne. E poi la conquista del diritto di voto e le nostre madri, le 21 costituenti che si continuano ad ignorare”.

Da qui l’appello: ”Che in occasione del 70esimo anniversario si faccia una grande campagna per le madri della Repubblica, si intitolino strade, piazze, si faccia una campagna nelle scuole. Perché è un falso storico che l’Italia sia una Repubblica di soli padri”, ha sottolineato la Turco.

Un modo, questo, di riconoscere il ruolo delle donne che ‘’sara’ anche il modo migliore per onorare l’importante anniversario e anche una occasione per offrire alle giovani generazioni un momento di analisi del passato e del presente, ha sottolineato Irene Manzi, Comitato per il 70esimo della Resistenza gruppo Pd della Camera. Previsti incontri in tutta Italia, nelle scuole. E non solo.

C’è anche una proposta di legge, a firma Marina Sereni, vice presidente della Camera, che ha come obiettivo quello di dedicare alla donne partigiane una ”loro giornata, il 24 aprile, che non sara’ una seconda festa della Liberazione, ma come richiesto anche dalle donne dell’Anpi, può essere un modo giusto ed adeguato per ricordare le nostre madri costituenti, cosa che ad oggi non è stata fatta”.

”Vogliamo tirare fuori dalla memoria il ruolo attivo delle donne - ha aggiunto Roberta Agostini, responsabile nazionale donne del Pd - è grazie a quel ruolo che entrarono in Parlamento e da allora hanno contribuito a rendere il nostro Paese nettamente migliore”. (ANSA).

Papa Francesco e la cura del bene comune

21 Giugno, 2015 (09:21) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Laudato si mi Signore, cantava Francesco D’Assisi. In questo bel cantico ci ricordava  che la nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, è come una grande madre  bella  che ci accoglie tra le sue braccia.

Questa sorella oggi protesta per il male che le provochiamo a causa  di un uso irresponsabile e di un abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che siamo suoi proprietari autorizzati a saccheggiarlo. Per questo tra i poveri  più abbandonati  e maltrattati  c’è  la nostra  oppressa e devastata terra. Che geme e soffre le doglie del parto. Dimenticando che noi stessi siamo terra. Il nostro corpo è costituito dagli elementi del pianeta e la sua aria e la sua acqua è quella che ci vivifica e ristora.

In questo inizio dell’Enciclica di Papa Francesco “Laudato si. La cura del bene comune”, è condensata tutta la sua portata dirompente.  Che risiede, a mio avviso, nell’essere un documento che coinvolge cuore e mente è che si rivolge a tutti. Un testo plurale in cui le fonti citate non sono solo le Sacre  Scritture, i Padri della Chiesa ma documenti di episcopati di tutto il mondo, cristiani appartenenti ad altre chiese, oltre alle fonti rigorosamente scientifiche.

Un testo che si rivolge a tutti ma riproponendo in modo radicale e netto una visione della vita, dell’uomo e della donna profondamente cristiana. La teologia della Creazione che ci propone non è solo l’attenzione al grande problema della natura, ma la visione della persona umana che si basa sulla fede in Dio, sull’amore  per l’uomo è per la natura intesa come parte integrante dell’umanità dell’uomo.

La cura del bene comune chiarisce ed attualizza questa visione antropologica. La cura è l’investimento sulle relazioni umane, è prendersi cura delle persone, è l’investimento amorevole in ogni cosa che ci circonda, persona o natura. La cura è la presa in carico di chi è fragile è debole è la lotta concreta contro la povertà. Ed è la promozione e la tutela dei beni comuni, quei beni come l’ambiente, la formazione, il lavoro,  il calore delle relazioni umane che compongono la dignità delle persona e definiscono la qualità della vita. La cura  rifugge dall’uomo demiurgo, che in nome del progresso e delle continue scoperte scientifiche non accetta “il limite”, lo infrange per andare sempre più avanti.

Ma proprio lo smarrimento della coscienza del limite (non tutto quello che si può si  deve fare) è alla base dei mali profondi che soffre il pianeta.

L’Enciclica analizza la questione ecologica in tutti i suoi aspetti con grande rigore scientifico, denuncia i mali come la “globalizzazione del paradigma tecnologico”, l’intima  relazione che intercorre  tra povertà e fragilità del pianeta. Avanza  proposte nette e coraggiose come la decrescita, la sobrietà (si tratta di convincere che meno è di più). Coglie il rapporto tra disastri ambientali, povertà ed emigrazione. Propone uno sviluppo basato in ogni campo sull’approccio ecologico.

Denuncia i poteri economici forti delle loro scelte scellerate e le profonde inadeguatezza della politica. Ma, sarebbe una perdita anche per i non credenti non cogliere la visione antropologica che è alla base dell’Enciclica. L’uomo che sa “curare ” e non solo fare scoperte, che accetta “il limite ” e trova il suo limite nel bene dell’altro e della comunità.

Che scopre il valore del tempo lento, della convivialità, del dono. Che sa fermarsi per guardare a che punto del traguardo sono arrivati gli altri.

E’ bellissimo il paragrafo dedicato a S.Francesco. “In lui si riscontra fino a che punto sono inseparabili le preoccupazioni per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e  la pace interiore.” Amare gli altri, combattere la povertà, amare la natura, riempie il cuore di gioia, è fonte di felicità.

Livia Turco

Da il Garantista del 21 giugno 2015

Le difficili sfide del governo dell’immigrazione

13 Giugno, 2015 (11:24) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Quello dell’immigrazione è  e  sarà un tema cruciale e duro da governare perché richiederà cambiamenti profondi nelle  forme della convivenza delle società europee  ed obbligherà a ridefinire  l’identità europea ed il senso della nazionalità e della cittadinanza. Tema ineludibile, rispetto al quale la cialtroneria e la meschinità del nostro Centrodestra e della Lega di volerlo rimuovere cavalcando le paure legittime delle persone arrecherà dei danni enormi al nostro paese ed alle generazioni future.

Tema ineludibile perché le cause dell’emigrazione restano tutte, anzi si complicano (diseguaglianze, differenziali salariali, crescita economica e  dei livelli di istruzione dei paesi più poveri , processi di urbanizzazione diffusi in tutto il mondo, le crisi ambientali con il possibile effetti di esodo di intere popolazioni a causa di desertificazioni o inondazioni di specifiche aree, le dinamiche demografiche). Il flusso piu’ consistente sarà dai paesi dell’Africa Subshariana.

L’esodo che assistiamo in questi giorni con i problemi dell’accoglienza si aggiungono a quelli della integrazione delle popolazioni, soprattutto  giovanili che sono parte integrante della società europea. Si rammenti poi  il dato  dello squilibrio demografico per cui l’Europa sarà sempre più popolazione anziana con un forte deficit di popolazione attiva. Dunque, una classe dirigente che si rispetti deve affrontare di petto ed in tutta la sua complessità il problema immigrazione

Considero una buona proposta l’Agenda europea recentemente presentata dalla Commissione  Europea soprattutto perché individua la centralità dell’Africa, perché propone politiche di cooperazione e di patnership con i Paesi del mediterraneo rendendoli protagonisti in modo attivo del governo dell’immigrazione.

Selezionare in loco le persone che hanno diritto d’asilo, promuovere il ritorno nei paesi di origine  attraverso incentivi economici di quelli   che da noi verrebbero espulsi  sono misure importanti che l’Europa deve portare avanti con determinazione . Altrettanto cruciale è il principio della solidarietà nella gestione delle emergenze.

Ma non si puo’ eludere un interrogativo: perché è cosi’ difficile costruire una politica europea dell’immigrazione. Non tutto è spiegabile con la crescita dei populismi ,con gli egoismi nazionali. Ravviso due questioni che attengono alla storia politica e culturale del vecchio continente.

L’immigrazione ha sempre fatto parte della storia dei singoli paesi europei ma in modo molto peculiare, fortemente intrecciato alla peculiare storia nazionale. Non si puo’ parlare di comuni dinamiche europee dell’immigrazione o di una comune storia europea dell’immigrazione.

Queste peculiarità nazionali, questo intreccio nazione immigrazione è alla base della difficoltà a pensare una convenienza comune ed una storia comune, a forme comuni di convivenza tra nativi e migranti. E, dunque a politiche comuni.

L’altro dato, secondo me più impegnativo e duro, è che pur avendo conosciuto i diversi paesi europei modelli diversi di integrazione di cui almeno  tre hanno fatto scuola-assimilazionismo francese, neocomunitarismo inglese, multiculturalismo olandese, tutti e tre non hanno mantenuto le promesse di integrazione. Non c’è stata integrazione sociale sostanziale, soprattutto tra i giovani. Il riconoscimento delle differenze  si è tradotto in tolleranza delle differenze e o loro sostanziale ghettizzazione.

Dopo l’uccisione  di Pim Fortuyin , laeder del neo partito populista Olandese   da paese di un giovane  olandese di origine  mussulmana  e gli attentati alla metropolitana di Londra da  parte di giovani inglesi di origine mussulmana  si è realizzatala svolta  assimilazionista in  ogni paese . Anzi, la conoscenza della lingua e della cultura del paese ospitante diventa non solo obbligo doveroso per chi arriva ma criterio di selezione per chi deve essere ammesso all’ingresso. La lingua, l’educazione civica da fattore di integrazione e cittadinanza a fattore di esclusione.

Se la parola d’ordine delle politiche europee sull’integrazione è stata “interazione” come processo bidirezionale che deve coinvolgere e cambiare entrambi i soggetti; dialogo con l’altro ed accoglimento della peculiarità della sua cultura,  fuori da ogni relativismo etico, nell’ambito dei nostri valori costituzionali ,nei fatti questo non è avvenuto.

Come mai? Come mai  in ciascun paese europeo è stato cosi’ non praticato ciò che con toni ed in modi diversi  da tutti sostenuto: riconoscere l’altro nella sua identità e cultura?

Perché nell’immaginario collettivo, nel senso comune, nella cultura diffusa, di noi europei - nonostante gli immigrati soprattutto nei paesi di più antica immigrazione siano ormai una popolazione integrata, che accetta regole e valori del paese ospitante - essi restano per noi forza-lavoro, lavoratori ospiti e non cittadini.

Questo in ragione del fatto che da parte delle classi dirigenti di ciascun paese europeo di fatto è prevalso un approccio economico corporativo al tema immigrazione.

I migranti, le loro vite, le loro culture  non sono diventati ingredienti delle identità nazionali e della identità europea. Nel corso di tanti anni, tranne rare eccezioni, non sono stati chiamati a costruire la comunità, a concorrere a definire le scelte che la riguardano. Non sono stati incentivati a diventare attori della polis, ad occupare e praticare  la scena pubblica.

Sono rimasti confinati nella dimensione economica e privata.

Mi spiego tutto cio’ con il permanere, soprattutto in noi italiani, di una concezione della cittadinanza e della identità italiana, come un fatto omogeneo, connesso al legame di sangue. Nonostante il cosmopolitismo della nostra cultura e gli italiani sparsi nel mondo  il sentimento dell’identità nazionale non  è diventato capace di praticare la pluralità.

Anche per questo facciamo fatica a sentirci europei.

Ecco, io penso che la difficoltà a costruire una politica europea dell’immigrazione risieda in questa concezione omogenea e nazionalista della cittadinanza e dell’identità nazionale che in modo diverso coinvolge ciascun paese europeo.

Puo’ sembrare paradossale ma per costruire una politica europea dell’immigrazione ,più che dalle frontiere, dall’equa ripartizione dei profughi bisogna partire dalle fondamenta: la cittadinanza europea, l’identità europea, il sentimento europeo.

Non si tratta di inventare nulla ma di sviluppare concretamente il concetto di cittadinanza europea contenuta nel Trattato di Lisbona e nella Carta dei diritti umani fondamentali che contempla il  riconoscimento della pluralità di culture dento l’orizzonte dei valori universali della dignita’ umana, libertà, democrazia. Il sentimento della cittadinanza europea apre alla pluralità, indica  il motto dell’unità nella diversità. Puo’  far scattare la curiosità umana e culturale verso gli italiani con il trattino, i nuovi italiani, quelli che vivono con noi da anni   ma non abbiamo imparato a conoscere, continuiamo a considerarli quelli di cui non possiamo fare a meno perché fanno i lavori che non vogliamo più fare noi  o coloro che ci rubano il lavoro.

Una politica europea dell’immigrazione potrà veramente esserci quando in nome dei valori europei considereremo  gli immigrati non forza lavoro ma   persone, cittadini portatori di una diversità che può arricchire la nostra democrazia ed i nostri valori.


Livia Turco

Il Garantista, 13 giugno 2015 

“Muri Salvini e Maroni portano solo rabbia e non risolvono”

13 Giugno, 2015 (11:24) | Dichiarazioni | Da: Redazione

(ANSA) - ROMA, 13 GIU - “‘Costruiamo ponti e non muri’ é il monito di Papa Francesco. Dobbiamo raccoglierlo perché é l’unico modo per salvarci. Per costruire una convivenza pacifica. I muri di Salvini e Maroni portano solo rabbia e disperazione e non risolvono i problemi”. Lo dichiara l’ex ministro e prima firmataria della legge sull’immigrazione che porta il suo nome, Livia Turco.

“Se dopo vent’anni di flussi migratori ci troviamo senza un sistema decente di accoglienza dei rifugiati e richiedenti asilo - sostiene Livia Turco - è perché la destra che ha governato ha alzato muri, predicato menzogne, mai risolto i problemi, perdendo tanto tempo e sprecando tanti soldi”. “Anche per questo - aggiunge - siamo poco credibili in Europa”.

Dunque, secondo Livia Turco “va respinta senza indugi la retorica leghista, mentre è necessario garantire ordine e sicurezza ma anche sollecitare la solidarietà nei cittadini italiani”.

“Le forze politiche italiane, ma anche quelle sociali e culturali dovrebbero sostenere con determinazione la battaglia del governo Italiano per la Nuova Agenda europea dell’immigrazione che- secondo Livia Turco - contiene politiche innovative come, in particolare, il coinvolgimento dei Paesi di transito dei migranti in un ruolo attivo, oppure la selezione degli aventi diritto allo status di profugo, prevedendo rimpatri assistiti per i migranti economici.

“Solo con un paese unito,che si dimostra capace di governare l’immigrazione e che fa la sua parte sarà possibile essere credibili ed avere potere negoziale per raggiungere obiettivi ambiziosi come la riforma di Dublino 2 ed introdurre il principio dell’equa distribuzione delle persone”, conclude. (ANSA)

Massimo ti voglio bene ma non esporti in prima persona

23 Marzo, 2015 (17:19) | Interviste | Da: Redazione

Intervista a La Stampa del 23 marzo 2015

Leggi l’intervista

Migranti, la strada buona dell’Italia L’analisi

14 Luglio, 2014 (10:52) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

 Di Livia Turco da L’Unità - 7 luglio

Con l’operazione Mare Nostrum e la predisposizione del piano di accoglienza che sta facendo il governo, l’Italia finalmente sta gestendo il dramma degli arrivi e dei morti in mare con la consapevolezza che non siamo di fronte ad una emergenza ma ad un fenomeno di lungo periodo, strutturale e chiama per nome coloro che sfidando la morte arrivano da noi: non sono clandestini ma persone che fuggono dalle guerre, dai conflitti, dalle carestie e dunque bisognosi di protezione internazionale. Questo flusso è destinato a durare e l’Italia al pari degli altri Pasei europei, deve essere attrezzata a gestire politiche di accoglienza e di integrazione. Come è stato scritto da più parti, deve fare i compiti a casa per avere l’autorevolezza di imporre una svolta europea. Che è ormai improcrastinabile per l’Europa stessa e non solo per l’Italia. Il ritardo che dobbiamo recuperare è il frutto di quelle dissennate politiche del centrodestra basate sul facile slogan: no all’immigrazione, sono tutti clandestini. Tali politiche e tale retorica, che ha coinvolto il sentimento profondo degli italiani, hanno paralizzato il nostro Paese dentro la spirale: spiazzati dagli eventi e costretti a rincorrere l’emergenza, costretti a stanziare risorse ingenti per l’accoglienza. Facendo un grave danno al nostro Paese che si sentiva in balia di presunte invasioni e si è trovato ,anche a causa di quella retorica sbagliata a gestire da solo i problemi. Aver confuso immigrazione economica e richiedenti asilo ha creato danni enormi. Ora finalmente ci si è incamminati sulla buona strada. Bisogna proseguire e gestire tutta la politica dell’immigrazione con un ottica di lungo periodo. Bisogna rispondere ad interrogativi cruciali e molto concreti: come cambierà l’immigrazione nei prossimi anni sul piano internazionale? Quale sarà nei prossimi anni la dinamica dei flussi migratori? Quale rapporto tra l’immigrazione, la crisi economica attuale ed il rilancio della crescita e dello sviluppo in Europa? Come costruire il motto europeo della «Unità nella diversità»? Cosa significa questo per l’Italia? Quale società, quale nazione dobbiamo costruire nel nuovo millennio? Bisogna partire dalla consapevolezza che l’immigrazione non è un segmento della società ma un «fattore», un «agente» del cambiamento. È un «determinante» della crescita,dello sviluppo e della coesione sociale. L’Europa per uscire dalla crisi ha bisogno di investire sul capitale umano, sulla promozione della mobilità delle persone, sulla costruzione di legami, contatti, scambi economici, sociali e culturali con i Paesi del Mediterraneo e dell’Europa Orientale. La promozione della mobilità delle persone e la valorizzazione del capitale umano dovrebbe essere la cifra peculiare del suo modello di sviluppo. Per questo e non solo per la sua composizione demografica avrà bisogno dell’immigrazione. Pertanto l’innovazione da costruire dal punto di vista del suo modello sociale è come rendere praticabile la mobilità delle persone. Bisogna inventare politiche di welfare che garantiscano la portabilità dei diritti, a partire da quelli pensionistici, proteggano dalla caduta nella povertà. Bisogna facilitare la libera circolazione dei lavoratori immigrati lungoresidenti nello spazio europeo. Definire quote di ingresso a livello europeo, promuovere parternariati per la mobilità delle persone.Bisogna definire politiche di ingresso per lavoro mirate e differenziate, come l’ingresso per ricerca di lavoro, sponsor collettivi includendo anche le università’ per incentivare l’ingresso di studenti stranieri. Politiche attive del lavoro che puntino alla qualificazione e valorizzazione anche dei lavori svolti dai migranti, come il lavoro di cura. Vi è poi il tema cruciale «quale convivenza, quale nazione, quale società europea vogliamo essere». Credo sia necessario che su questo si apra finalmente un dibattito pubblico. Non basta accontentarsi della situazione di fatto in cui ci troviamo che vede prevalere un modello di integrazione basato sullo stare gli uni accanto agli altri senza distrurbarsi ma senza fare la fatica del conoscersi e riconoscersi. Bisogna definire un orizzonte comune e condiviso di valori, avere obbiettivi comuni di crescita e sviluppo del nostro Paese, bisogna costruire relazioni positive tra italiani ed immigrati. Insomma,bisogna costruire il motto europeo del ‘unità nella diversità.Torna allora cruciale la questione della partecipazione politica dei migranti. Per sollecitare e rendere concreto l ‘esercizio della responsabilità verso il Paese che li ospita. Cittadinanza per i figli dei migranti nati in Italia, diritto di voto e partecipazione politica:sono battaglie che il Pd deve rilanciare e condurre con determinazione.