Il Blog di Livia Turco

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Livia e Marialba. Due compagne si ritrovano dopo tanti anni

19 Luglio, 2015 (10:13) | Blogroll | Da: Redazione

Livia  e  Marialba,  due donne che si sono  incontrate  a  Brindisi  per  sostenere  le lotte  delle  braccianti  contro i caporali; hanno sognato  la società comunista; hanno amato il PCI e le lotte  delle  donne: poi  si  sono  perse. Si  sono  reincontrate   tramite  internet leggendo la “Carta delle donne comuniste”. Marialba ha scritto nel 2010 un bel testo, “Il diritto alla solitudine”, eccolo. 

Il diritto alla solitudine (lettera aperta al mio psicoanalista)

di Marialba Pileggi

come sta, 

in queste ore avrei preferito essere in seduta con lei. Si ricorda quando avevo timore di staccarmi…Una botta allo stomaco ti uccide, e a stento riesci ad alzarti in piedi per il dolore. Eppure ero stata da lei tre quarti d’ora a mio agio con l’uncinetto dietro la testa e con ombre e tuoni che dal soffitto s’irradiano in tutta la stanza, senza chiedere perché, che cosa succede. Potevo essere rimproverata dal mio Professore.

Professore,

ho un aspetto fisico inversamente proporzionale alla mia integrità psichica. Sono brutta e asessuata. A casa mi guardano come se fossi pazza,  mi considerano malata, persona da isolamento. Sul mezzo tronco si sono formati dei grassi a pasta lievito. Per capire cosa voglio dire si soffermi sulla faccia di qualche politico di destra, vedrà l’afflosciarsi dei muscoli fermentare, e come nella lievitazione di una brioche avrà dopo appena due ore l’impasto che ricopre il mio torace.

A metà notte ritorna l’aspetto normale. Verso le cinque poi, ti senti bellissima. Ti svegli, ti guardi e vedi il tuo corpo. Un corpo giovane senza la struttura postbellica. Avambraccio con muscolo non appeso, ombelico senza righe e senza falda, gamba da bicicletta con caviglia da Gradiva e polpaccio senza piedistallo a mo’ di cavalla. Addirittura la sclera dell’occhio diventa verdina. Non male lo scambio, la mia sclera è color celestino. Finalmente non mi sento la bambola di Ibsen. 

In subliminale interviene una presenza e mi fa vedere su catalogo le possibili trasformazioni del mio volto, con la voce dei sogni mi nega in dialetto il volto più bello, il mio, e comincia a minacciarmi.

Dopo circa mezz’ora ritorno brutta e asessuata. Mi avvicino allo specchio e vedo la cellulite sui glutei, i cuscinetti attorno alla vita, mi chiedo se è un effetto da fascia oraria, da colazione o da doccia questo osceno movimento oscillatorio.

Mi convinco che è responsabilità del cibo. Meno male che non mangio in modo disordinato, qualcosa in più di una dieta che osservo da qualche anno. A questo punto mi torna in mente la ferita alla tempia sinistra bloccata al volo grazie a una telefonata.

Lo stravolgimento del volto insieme alla decadenza fisica inizia con quella strana cicatrice. Il mio corpo giorno dopo giorno appare asessuato, un corpo senza eros.

Chi mi conosce si accorge immediatamente di questa trasformazione, e prova disprezzo alla vista. Almeno a me che è sempre piaciuto il mio corpo accade così.

Un corpo senza eros non può mai essere il mio corpo. Non mi rassegno a questa evidenza nemmeno dinanzi alla documentazione cartacea. Oggi ho superato ogni limite.

Vado a farmi fotografare  e sul computer non appare il mio volto, appare l’altro. Non è una novità, se uso il Pc non solo il volto ma anche le mani, la pelle, non sono più mie. È visibile la gestualità di qualche persona discussa in seduta con lei. Subisco anche un rimbambimento elettronico che fa di tutto per rendermi analfabeta, lurida, sclerotica. Mi fa male la mano, la caviglia si gonfia, la pelle del piede si fa livida, il volto rasenta la foto pubblicata dalla Cgil.

Che orrore Kurtz; lo scorso secolo la foto del Pensionato era stata una eccezione.

In qualsiasi sede della Cgil  la mia faccia assume lineamenti somatici rozzi accompagnati da sudore e gonfiore.

In Corso Italia, dopo le riunioni contro la guerra in Iraq risolvo il problema con la benedizione pasquale.

In via dei Frentani  permane la rozzezza  del volto, e in ascensore appare per la prima volta un corpo lordotico e gibboso, classico corpo dell’ accettazione, un corpo cortisonico.

In autobus  e nei luoghi istituzionali il corpo addirittura  si accorcia. A quel punto  ti rifugi a casa  e contempli due vecchie foto. Una ha più di 50 anni, l’altra soltanto 15. Sono entrambi in bianco e nero. Rivedi il tuo volto e il tuo corpo, respiro, tagli là dove è presente un cugino che da sempre ti ha infastidito: un cugino fascista.

Quando abbiamo interrotto l’analisi, circa quattro anni oramai, eravamo fermi all’altro. 

Si ricorda, Professore.

Dell’altro  in questo periodo ho visto la parte peggiore, e senza analisi non ho più difese, reagisco allo stesso modo di chi non ha fatto questa esperienza, irritandomi.

L’analisi è come Dio, di essa si può fare soltanto esperienza, e io ho fatto analisi per circa due anni, due volte la settimana per tre quarti d’ora al giorno, si ricorda.

Diventi superba, quando incontri gli altri ti ritieni privilegiata e mostri un coraggio che mai avresti supposto in te. Ti senti solida anche tu che non sei medico, non sei psichiatra e hai l’esperienza di qualche colloquio, e della seduta.

Avrei voluto comunicare questa forza a chi una sera d’estate mi disse- salvati almeno tu, vai in analisi. Invece non ho potuto perché non ha voluto parlare con me al telefono quest’uomo, meno male che non è stato scorbutico l’internista che mi aveva ordinato di chiamare lei. Ma la comunicazione si è chiusa anche con lui  senza ragione. Un giorno all’improvviso mi ha detto: si trovi un altro medico.

Si ricorda i bei  tempi Professore nonostante l’uso smoderato di pane e crackers, fette biscottate senza zucchero, senza marmellata, caffè con dolcificante al bar, yogurt magro e i duecento o trecento ml di latte bianco. Calorie sufficienti per l’intera giornata. Cinquecento grammi di frutta e verdura fresca; carne e pesce mattina e sera, pollame almeno quattro volte la settimana, qualche uovo, e poi riso a volontà. 

Lei che è innanzitutto medico conosce la sazietà che produce una alimentazione studiata apposta per te. Mi pare abbiamo parlato dei suoi benefici.

Non sei più gonfia, in sovrappeso, non soffri più la disarticolazione corporea, non hai problemi di soffocamento. E scompaiono persino le oscillazioni metaboliche di circa quattro o cinque Kg al giorno.

La trasgressione di Piazza S. Ignazio - però- non ti farà ritrovare più il tuo corpo. A partire dalla spalla non mia, piena nella parte superiore, è di nuovo visibile la lordosi da accettazione. Peccato, era stata una trasgressione tra donne. E forse non è un caso l’effetto. Avevo notato nei corpi femminili del sindacato questo vizio della colonna vertebrale. 

Sostituisco allora il pane bianco o integrale con latte senza caffè, una colazione tipica del diabetico - e io non lo sono -con una colazione più adatta ad allontanare i veleni del metabolismo: una patata lessata e condita con olio d’oliva e poco sale, o un quadretto di levodopa ( fave senza cicorie per la prevenzione del Parkinson) 2 bicchieri di minerale non gasata, un  flamigni al cioccolato, un succo d’ananas come antinfiammatorio. Qualcuno mi aveva detto che soprattutto la patata avrebbe agito sui movimenti del cuore eliminando il peso in  eccesso.

La patata così rivisitata insieme all’atala bianca senza cambio e con freno a scatto sarà la terapia ideale, penso.

Immagino già due ore di bicicletta mattina e pomeriggio, e comincio a toccare le gambe, sento che non hanno più quel molliccio dei mesi scorsi e la struttura a cavallo.

Invece incontri ostacoli da tutte le parti. Le strade al mare affollate a prima ora da cani, gatti, ranocchi, ricci e scarafaggi in corteo che le attraversano.

I cani randagi ti sbarrano il tragitto e ti impediscono di raggiungere il forno. Rinunci ai quattro chilometri  e ti consoli con la perdita di peso e l’assenza di trombi. Merito dell’afa.

Scopri che la tua struttura ossea ritorna alordotica, normale. Quel vizio vertebrale non tuo era dovuto al sovrappeso.

Cominci a cercare il tuo seno, i muscoli dei glutei, i capelli non pagliosi, e il torace non aperto. Un torace che accolga i polmoni e non esponga le costole dello scheletro.

Il peso del seno rimane ancora oggi un mistero. 

Da sempre massaggiato con creme, oli, docce fredde e mai trattenuto da lacci, pizzi, elastici, ferri, imbottiture, o schiacciato da corpetti e reggiseni, questo seno non so dove sia potuto finire. Era un seno non carnoso  che a me piaceva molto.

Può l’aumento di peso aver comportato lo svuotamento e la quasi scomparsa del capezzolo sino a fissare sembianze materne o trans senza aver mai concepito, allattato o cambiato sesso? Non ho neanche subito l’intervento chirurgico con o senza silicone, e non ho tumori. 

Oppure quando il seno si ingrandisce, si svuota e si trasforma a pera è un problema che riguarda il gruppo sanguigno?

Il fenomeno si accentua in coincidenza di qualche presenza televisiva soprattutto rock.

Mi creda, Professore.

Comincio a sfogare la rabbia, essendo appassionata di rock, e scandisco ad alta voce il mio gruppo sanguigno A positivo. Dunque lenticchie, cavoletti di Bruxelles; spalla e tronco senza rotondità. Un corpo si diceva alla mia nascita da Nestogen mezza crema, classico corpo tedesco senza la sua imponenza. In una parola senza la Merkel. Quando il gruppo rimane A positivo ( non è facile, a casa mi attribuiscono un gruppo non mio, zero universale ) il tuo corpo non è il corpo di una vecchia bagascia, ritorna il corpo giovane e senti di essere a tuo agio con la struttura adolescenziale, fresca e non rivolta all’interno. E quando ti vogliono a ogni costo microcitemica o con screzio talassemico perché adori gli spinaci, le cozze, il filetto e la lenticchia ti auguri piuttosto l’impazzimento da marmellata d’arance, e per togliere di mezzo le dicerie cambio medico. 

Non c’è più chi mi confonde con Camilla di Inghilterra.

L’oscillazione dall’eros originario al corpo asessuato mi tormenta. 

Avevo riferito questa mia preoccupazione all’internista. Si spogli, mi disse, e subito mi fece accomodare sul suo lettino. Non fiatò, ma dalla visita colsi che avevo ragione: il mio corpo era proprio asessuato, non aveva le righe, ma era un corpo senza eros, un corpo non amato, un corpo isolato. Era un corpo con problemi di comunicazione. Mi ordinò l’analisi.

Il grigiore di quel giorno è indimenticabile. Cinquant’anni  di riconoscimenti erotici visibili in foto sin da bambina cancellati di colpo. Il mio corpo diventa un corpo morto. E tutte le foto, anche le foto scattate da mio padre mi appaiono foto da star. In ogni foto, anche nella foto più brutta, la prima cosa che comincio a notare è l’eros. Un  eros che mio padre aveva attribuito al costume rosso quando in acqua dove potevo affogare cercava di mandarmi giù, e lì provo lo stesso fastidio che mi fa voltare dall’altra parte quando mio padre osò tagliare la barba, o il fastidio che accompagna in questi ultimi anni il suo barbiere quando viene a casa.

Con la morte di mio padre espongo per mesi la sua foto con solo baffo - un attore - accanto a mia madre, a mia nonna, e a me.

Un volto, mi creda, uguale al suo, Professore.

Lei non ricorderà quando sono uscita dal suo studio e sono scoppiata in lacrime. Non volevo vederla per nessuna ragione al mondo dopo la prima conversazione. In lei vedevo mio padre.

Il suo volto senza baffi mi spaventava per la somiglianza con papà. Avrei dovuto essere la donna più felice della terra, d’incanto dopo le sue parole avevo ritrovato il mio volto.

Passava invece in secondo piano questo risultato, la mia testa era occupata dalla sua faccia, dal suo nome. Per fortuna che non abbiamo un nome solo, e non ho mai chiamato mio padre per nome. Era un suo desiderio però.

Mi invento così una sorta di parentela tra me e lei, e medito sui corpi di caulonia. Sulla loro bellezza, sul loro potere. Lei era l’esempio.

Alto più di 1.80, fisico atletico; le scarpe pesanti non mutano il suo portamento elegante, bronzeo, aristocratico. Formale. Neppure la voce, a volte banale, tradisce la sua bellezza rigorosa e severa, la bellezza di chi nasce in caulonia. Una bellezza spontanea ma potente nel linguaggio capace di risolvere conflitti che tu hai rimosso per buona parte della tua esistenza.

Più mi convinco di questa novità, più tocco con mano il mio decadimento fisico. Il decadimento del corpo che non comunica, di un corpo impazzito.

È la prima volta che guardandomi  stento a comprendere il sesso. Maschile, femminile, o trans. Capisco soltanto che non sono io. Tratti violacei e doppio mento, capelli impazziti e sottili come se non  fossero stati curati per oltre un decennio da un maestro che ho tradito una volta solamente a Bruxelles.

Non lo farò più.

Rido e penso al blocco della comunicazione con uno dei miei fratelli. Avremmo dovuto sentirci qualche settimana addietro. Essendo conosciuta la sua vocazione ambientalista suppongo un sequestro.

In una terra dove chi è contro il carbone è  messo al bando, è possibile anche questo soprattutto se hai fatto la tesi di laurea contro Cerano, la centrale a carbone più grande d’Europa e, sin dagli anni 70, sei stato sempre contro il nucleare.

Dove abito è una terra malata, Professore.

I tumori senza età sono di casa, i corpi deformi con pelle traslucida pure; intere famiglie con bambino prendono il sole con il corpo tatuato ( anche finto) e quando domandi perché  quel segno dicono che hanno un obbligo verso il defunto. L’idea di morte qui è pane quotidiano, come in tutte le terre di mafia.

Su appena quindicimila vivi si rivendica rappresentanza istituzionale per i morti, e c’è chi la ottiene.

Un fascino questo estraneo a uomini intelligenti come Nicola.

Nicola ha sempre anticipato le situazioni di almeno venti anni tenendo ferma l’unica eredità che ci appartiene: una educazione antifascista e non violenta che i fabbricatori di notizie e immagini false fanno di tutto per rovesciare. E non da oggi.

Sin da caulonia stravolgono cognomi, fatti,ci coprono di infamie, e tu non sai più se hai un fratello o tre, una o due sorelle, se tuo nonno era militare o laico socialista. Ti fermi all’800, a suo padre. Con lui sei tranquilla, ci sono i  riconoscimenti dei circoli di Bordeaux  sulla emancipazione femminile e in psicologia. Non siamo estinti. Ci sono innanzitutto io donna. Tu. Ci siamo noi. Neanche gli incendi di caulonia hanno potuto distruggere questa verità antica.

Professore,

lei che è nato in caulonia, ha l’impressione di un nuovo fascismo? È una domanda importante per me.

Il corpo che ha fatto analisi con lei non c’è più, Professore. Ho appena riacquistato il mio peso, il mio volto, la circonferenza del mio punto vita.

Punto vita  da 79,5 cm. in analisi a 67,5 cm. dopo 4 anni 

di non analisi. Era  64 cm. prima dell’analisi.

Il seno  gonfio con respiro da 101 cm. in analisi a 90 cm. dopo 4 anni di non analisi. Senza respiro da 95,5 cm. in analisi a 83,5 dopo 4 anni di non analisi.

Glutei o circonferenza della parte inferiore del tronco da 89 cm. in analisi a 66 cm. dopo 4 anni di non analisi.

Pancia  da 92,5 cm. in  analisi a 68,5 cm dopo 4 anni di non analisi.

Da  fianco  sinistro a fianco destro 42,5 cm. in analisi a 38,5 cm. dopo due anni di non analisi, a 26,5 cm. dopo 4 anni . Ritrovo l’osso destro al suo posto. Nel frattempo si era spostato in  alto.

La struttura ossea in questi anni diminuisce di 16,5 cm

Che piacere leggere 65 cm. massimo 68 sottrarre 10 e ritrovare il tuo peso forma: 57,5 Kg.

Non so se è una mia scoperta o se vale solo per me poter fare a meno della bilancia, e misurare il proprio peso attraverso la circonferenza del punto vita meno dieci.

Con un semplice metro ti risparmi oscillazioni e soldi. E con il tuo peso recuperi il tuo eros almeno quando sei con indumento.

Vorresti la foto e i complimenti del Professore.

È merito mio se ho un corpo che riprende la parola vestito e ti comunica lo spreco umano, il tuo.

Ora sei certa.

È un delitto interrompere l’esperienza di analisi proprio quando cominci a fidarti delle tue qualità, conosciute da te sin dall’infanzia e represse per timidezza.

È la tua creatività che fa paura, non è una forza che evoca morte. Nell’arte essa raggiunge livelli che allontano per timor reverenziale nei confronti di Giotto e Michelangelo, un modo di fare arte troppo distante da ciò che desidero comunicare: no al  nucleare, no al carbone, i cicli di vita del tremila, no alla violenza, il diritto alla solitudine.

Lei, quando si è complimentato con me, mi ha spinto a liberare sino in fondo questa forza. Mi ha detto l’ascolti e si faccia trasportare.

In quella occasione ha usato il noi. Avrei  desiderato discuterne in seduta, ma sono stata punita. Non ho più sentito la sua voce nemmeno al telefono. L’impedimento tra me e lei è stato totale.

Mi sono sentita un po’ stupida per averla presa sul serio. Non so quante volte ho catalogato come d’accordo i miei nondipinti. Quanti. Centinaia. Se non avessi rinunciato all’acrilico e al sintetico per i problemi respiratori  di mio padre, e alle cere a pastello o agli oli per la convivenza con mia madre, sarebbero stati migliaia i miei lavori, forse più delle opere di mio fratello Antonio, l’artista.

Ho fermato la mia creatività, ma sia certo Professore che non l’ho cacciata, non l’ho uccisa. Ho preso atto che potrei divenire anch’io una grande artista.Così ho inventato nuove tecniche e un modo più economico per esporre senza l’incubo del corniciaio.

Proprio ieri, dopo aver accertato il mio equilibrio con qualche posizione yoga, ho realizzato una mostra in una stanza della casa, colpa di Virginia Woolf.

Ho incorniciato  senza cornice e senza un chiodo più di venti nondipinti. Per la dimensione mi sono ispirata a  Firenze, via della Ninna 5 e a Rue Honoré 249  della vecchia Parigi. Ho realizzato su tela con carta di grammi 60/ 80 circa due metri di diritto alla solitudine, e mi sono circondata della loro bellezza. Ho risolto il problema dei prossimi anni. Dalla politica all’arte.

Sono alla ricerca del maestro per rivedere insieme il pastello a cera graffiato a spatola che ho dedicato a Tarsitano.

Lei che vive tra Roma e la caulonia conoscerà certamente Tarsitano.

È l’unico avvocato che nel nostro paese riuscì a far condannare Roberto Fiore.

È stato un onore poter essere difesa da Fausto Tarsitano in Camera di Consiglio, quando abbiamo vinto contro l’avvocato fascista di Pordenone, Edoardo Longo.

Con Francesco ( il nipote di Tarsitano) mi costituirò parte civile e Longo sarà condannato per diffamazione il 20 dicembre 2011 dal Tribunale di Mesagne ( Brindisi). Nonostante la condanna della Corte d’Appello di Lecce l’8 gennaio 2014 e la sentenza definitiva della Corte di Cassazione il 2 dicembre 2014 quel fascista fa circolare su internet le infamie contro di me e pubblica un libro venduto anche in America.

I miei lavori sono innanzitutto e soprattutto colori. Sono i miei vecchi sogni. 

Con essi rivendico la mia integrità psicofisicorganica, la mia privacy.

Non può esserci laicità senza privacy, senza nonviolenza, senza diritto contro la pena di morte nel mondo.

Sono orgogliosa  di poter rivendicare in assenza di luoghi con un semplice pastello la inviolabilità  della dignità umana ( art. 1 della Carta di Nizza 2000)  e tra questi diritti fondamentali  il no al nucleare  e il diritto alla nonviolenza.

Ho sostituito la firma con la mia impronta per dare continuità all’impegno antirazzista contro il governo e le destre di questo paese. Non so se già esiste il catalogo contro queste forze. Il mio nondipinto ha questa ambizione. È il luogo ritrovato per chi come me non  ha un partito da circa venti anni, tanti per chi ha fatto politica a tempo pieno sin dal 77, e non  l’ha mai ridotta alla politica classica, alla idea di morte.

Una passione la politica per me, essa interrompe la passione del nondipinto. I dieci e lode del liceo, la tempera in bianco e nero senza acqua del pescatore di Castro, che lo rappresenta in una mostra regionale testimonia l’attualità presente sin da allora ( il 75) in  queste prove. 

Il pastello a cera o a olio graffiato a spatola  in questi anni di non analisi convive anche su carta sottile con l’acrilico o il sintetico. È  una ulteriore  prova di comunicazione che mi auguro resista nel tempo come la vecchia tempera.

Nel sogno di Freud  ( una serie di bozzetti dedicati alla esperienza di analisi) la mescolanza di tecniche fa vedere sia il sogno a occhi aperti carico di bianco, sia in controluce il sogno di chi come me va a letto presto e si immerge in una attività  onirica che non riesce a interrompere più come una volta. Devo ancora capire se sogno molto o non sogno affatto, o siamo entrati in campo di sperimentazioni sugli esseri umani attraverso  il corpo di persone normali, il mio, senza che ne siano a conoscenza. Ad esempio l’eugenetica con la Lega e il principio darwinista che la costituisce non mi sorprenderebbe tra  queste sperimentazioni di massa.

Pur di andare a letto e sognare rinunciavo a tutto da bambina. Più che sogni, i miei sogni, erano veri e propri films. Il sogno si interrompeva su mia decisione la mattina a prima ora, e appariva la scritta The End. Un lavoro onirico ricco di colori, che ripudiavo appena diventava altro.

Sino alla fine degli anni 70 i colori, la loro limpidezza e trasparenza hanno prevalso sui personaggi. Gli anni 80  sono stati gli anni del volo. Mi piaceva stendermi in sogno e volare. A quel punto non riuscivo a distinguere come in pubblicità il sogno dalla realtà quotidiana. Ancora oggi, le confesso, non so se il volo è stato davvero un sogno. Mi piaceva volare a bassa quota senza trasformarmi in uccello. Ero lì con il mio corpo in posizione orizzontale, e sospesa in aria invece di cadere cominciavo a volare. I giri erano divertenti.

Ricordo un volo attorno a un albero, qualche sera ho provato la stessa emozione a Roma subito dopo la Bocca della verità. Camminavo a piedi e mi è parso di aver superato l’incrocio senza attraversare la strada. In quel periodo ero molto attenta ai fenomeni che mi circondavano. Ho visto colombe che trasportano biglietti da Piazzale dei Partigiani al palazzo Acea, la gallina sull’albero in Romagna, i voli sul Tevere di gabbiano reale dentro il sole cocente, e le ali di una colomba che immagini dietro la tua testa, e come nel Cantico dei cantici ( il quinto rotolo della Bibbia) una notte ti sveglia e ti dice Aprimi amica.

Non sognerò mai più così.

I miei sogni attuali sono tutti scontati, il mio sogno non è più il suo. Al nostro sogno posizione fetale si è sostituita la realtà di tutti i giorni. Tante realtà uguali.

Per non parlare, Professore, del sogno a occhi aperti.

Si rivela sempre un brutto sogno, tutto interno alla noia quotidiana, alle sue figure nevrotiche. Sono scomparse le qualità della mia struttura onirica. I colori. Già quattro anni fa in analisi il sogno era diventato una grande diapositiva che alla stessa ora della notte ti sveglia per farti ascoltare il peggio delle infamie. Fa nomi e cognomi. 

Tu vorresti soltanto continuare a dormire invece hai il coraggio necessario per dire ad alta voce… la prego, tutto in carne e ossa, e Per piacere buone parole. Con S. Agostino in soccorso interviene Terenzio e non sei più preoccupata.

Invece si materializzano odori di terra umida e non capisci perché devi udire parole che senza alcun pudore preannunciano la tua morte.

Un  attimo dopo non ti meravigli più. Convivi con scricchiolii in testa, punture sul volto e sul dorso, battiti violenti al cuore. Bandiere di AN  che non avresti potuto  concepire per principio ti avvolgono il corpo, e tu cerchi soltanto di riprendere sonno.

Il mondo etereo che accompagnava il tuo sogno è finito. Il mondo di oggi si colora di un giallo che niente ha a che fare con il più bel giallo del tuo nondipinto. Le telefonate del Professore non ci sono più, c’è il silenzio della morte. 

In questi ultimi mesi sono state sostituite da interferenze di sirene impazzite e da spiriti maligni. Almeno si definiscono così.

Sono spiriti che fumano, gesticolano, sporcano e si piazzano anche sul tuo letto. A volte puzzano. Urlano senza farsi capire, e litigano tra loro.

Prendo di corsa il Vangelo di Marco  ma devo verificare la sua inefficacia. Loro, questi spiriti, vogliono vivere in questo modo. Sono gli stessi spiriti che si affollano a squadre e pretendono di decidere al mio posto i colori dei miei bozzetti, fanno a gara per impedirti la realizzazione di ciò che desideri  comunicare.

Si ricorda, Professore,

quanto mi piaceva l’idea di poter dipingere risurrezione con una grande croce di legno quasi nera  che spacca un muro di pietra bianca, il tufo, perché così mi comunica libertà, e proprio quando sono certa di aver completato il nondipinto si presenta lo spirito maligno, e  comincia a insultarmi con la svastica. Ci risiamo…

Si ricorda Professore,

la  mia mano a quel punto con la forza di un vulcano comincia a imbrattare  il cartone portato con me da Venaria, sino a cancellare anzi distruggere risurrezione. Mi irrito e scelgo di continuare ugualmente. Cambio idea. Consumo quasi tutto il sintetico bianco, prendo una punta di nero e comincio a passare la spatola, risurrezione si trasforma in hic et nunc in meno di un quarto d’ora. Non una figura  ma un’astrazione, una teoria, la grande lezione degli anni 80 sul Partito nuovo a Frattocchie. Hic et nunc, appunto.

Eppure, quando con la matita avevo appena schizzato risurrezione, ho visto tante figure che avrei volentieri fermato in tanti bozzetti.

Erano veri e propri capolavori.

La stessa cosa accade qualche giorno dopo con due rose fresche e colte in paradiso, il verso del Cantico dei cantici che tutti attribuiscono al Cantico di S. Francesco, invece è un verso del poeta che non trovi nemmeno nel testo a fronte in latino della Bibbia di Gerusalemme.

Per me è tra i più bei versi due rose fresche e colte in paradiso…

Mi sollecita almeno due immagini.

Una la dedico alla scena quinta.

Ripasso un vecchio disegno  con del sintetico bianco dove traspaiono le diapositive di due rose rosse su fondo grigio chiaro. Mi piace l’idea.

Dedico il secondo sintetico a rorida di rugiada. Usando il bianco e il nero copro con la spatola un altro vecchio bozzetto  che mi fa sognare Parigi. Viene fuori  una sorta di impressionismo datato, un falso impressionismo. Forse perché a Parigi non sono mai stata.

Nemmeno la punta di rosso afferra le mie intenzioni. Trasformo allora il bozzetto. Una sola rosa bianca appare da una pellicola bordeaux segnata di nero, vedo Nuovo cinema paradiso, ma appena decido di coprire tutto il foglio con tante pellicole la spatola si attacca al sintetico che si plastifica, e mi impedisce di continuare.

La rosa bianca rievoca più la Madonna con bambino che la Resistenza tedesca.

Imbratto tutto di rosso e subito dopo distruggo, rimane il desiderio di risurrezione. Ovvero la non liberazione dal proprio corpo,… la risurrezione  della carne, il piacere della libertà del corpo da tutto ciò che è falso e ottuso, laido e volgare, avido e violento.

Non so in quale testo ho letto queste parole, so soltanto che appartengono a Carlo Maria Martini.

Quando le ho inviato posizione fetale, qualcuno in sogno mi ha detto che non può essere suo.

Non creda se dovessero ripetere questa infamia a lei, Professore. È proprio suo posizione fetale. In seduta  abbiamo analizzato insieme il sogno. Per me non è stato semplice ricordare il suo corpo che sovrasta il mio, e mi ha sorpreso la naturalezza della sua reazione. Quasi un obbligo etico essere lì e salvarmi tout court dai commenti subliminali che avrebbero inquinato, come è avvenuto, posizione fetale.

Che volgarità confondere le differenti forme di relazione con i crimina carnis di Kant.

Lei però mi faccia sapere in qualsiasi modo se ha appeso posizione fetale, o è ancora accanto al volto di donna sulla sedia. Non le ho chiesto chi è e perché lì quel volto femminile, mi perdoni, ero presa dalla grande cornice marrone. Che raffinatezza da Uffizi e da Sistina. Non avrà gettato tutto in quella anta dove ha chiuso un capolavoro mai realizzato in  acrilico. Colori uguali all’oro zecchino che occupano l’azzurro del fondo.

Come ho potuto dedicarle  quel masso di crocoite.

Il delirio di onnipotenza che sfiori quando fai esperienza di comunicazione tra dimensione non razionale e spirituale  mi ha impedito di chiederglielo in questi anni.

Aveva ragione lei. Sono dimensioni queste che pretendono solitudine quanto il pensiero. Assisti all’impazzimento dell’essere umano quando le interrompi.

In seduta, si ricorda, mi aveva garantito che le presenze fisiche malefiche non possono materializzarsi.

In alcuni casi è stato così.

Anche a distanza abbiamo sconfitto presenze di senza corpi che emanavano tanfo cimiteriale; abbiamo eliminato rumori diabolici e mani invisibili che vogliono strapparti il corpo. Non abbiamo sconfitto la mancanza di solitudine, ma la malvagità man mano che si presentava sì.

La solitudine è un diritto che continuo a rivendicare, lei invece teorizza la impossibilità di questo diritto. Ha detto che devo abituarmi alla convivenza permanente con l’altro.

Non è possibile,  Professore.

Posso prendere atto della mia impotenza avendo scelto di non convertirmi al farmaco  ( si ricorda, abbiamo dedicato più di una seduta a questo) ma non desidero sostituire alla relazione in carne e ossa

le forme di comunicazione dei sogni, le loro voci. Tanto più che in questi anni di non analisi  ho vissuto un’altra struttura onirica, il sogno senza colori. Ovvero una realtà quotidiana di infamie nei miei e nei suoi confronti.

Mi creda  Professore, a differenza di chi mi circonda non ho mai preso in considerazione queste infamie, ho sempre combattuto il fabbricatore  di notizie e immagini false. La mia esperienza di analisi con lei non può essere scambiata per materiale utile a proiezioni porno.

Un  imperativo etico questo.

Tantomeno ho preso in considerazione l’infamia legata alla sua professione di psichiatra o l’infamia della pazzia per essere stata sul suo lettino. E ho capito  che allo psichiatra si preferisce lo psicologo, lo specialista in malattie nervose, lo psicoterapeuta, il neurologo, lo psichiatra da clinica, ma non l’analista. Non Freud. I sogni devono essere analizzati con la smorfia. In una parola non devi sapere chi sei.

Piuttosto lo psicofarmaco, le tecniche da lavaggio del cervello, la sedia della Gestalt, ma non il lettino. Lì non puoi stenderti. Lì sei pazza. Chi come me ha sempre desiderato l’analisi deve interromperla.

Non puoi neanche aver letto tante autorità  da Freud  alla Klein, da Jung alla Nussbaum, alla Kristeva, a Bion, a Foucault, a Melucci, Fornari, Garimberti, sino alla Estrema solitudine di Ben Jelloun o autorità come Farhad Khosrokhavar, M. Wieviorka, Taguieff, la Arendt, la Heller e S. Weil che mi ostino a considerare dalla sua parte. 

No, non puoi aver coinvolto la Irigaray nel sindacato dei pensionati Cgil. Non puoi aver conosciuto Geneviève Jordan e aver risolto con qualche parola di una apolide dell’Onu l’atrocità dei dolori alle gambe.

Non puoi essere così certa della tua integrità psichica e metterla al primo posto. Devi interrompere l’analisi, e se ti accorgi che Melanie Klein è sul tavolo del Professore devi crepare di invidia ma non puoi discuterne con lui; non potrai più fare i programmi che ti ha proposto. Sarà l’ultima seduta. Dopo le vacanze ci sentiamo al telefono, si ricorda. Addio tre quarti d’ora. Qualche minuto per qualche preoccupazione grave soltanto.

Arrangiati con lo psicoterapeuta della Asl, mi viene suggerito qui. E il camice, mi chiedo, che cosa ha a che fare con l’analisi.  Psicanalizzati da sola, allora. Per carità, è un gioco cattivo. Quando per gli esercizi spirituali ho tentato in casa di fare vuoto alla P. H. Kolvenbach (il gesuita olandese) che crudezza quegli esercizi. 

Erano così piacevoli gli incontri in conversione intellettuale con i padri in carne e ossa.

Certo avrò esagerato nelle letture come al solito, e non essendo obbediente al Papa merito la penitenza. Erano testi per chi pratica il voto di castità, povertà e obbedienza, dunque testi diretti ai sacerdoti, non a me che manca la vocazione, e l’ accesso alla compagnia essendo donna.

Eppure lei, Professore sa dell’accoglienza di qualche gesuita.

Non mi pareva vero quel tempo tutto per me. Anni di tempo. Quasi ogni giorno un dialogo continuo.

Oggi da convinta non credente sto male, sono sincera. Ho interrotto anche la mia ricerca spirituale, non avevo scelta. Dove abito non è possibile continuare questa ricerca. È come se volessi improvvisarmi psichiatra o psicologa o psicoanalista. Come se per qualche lettura fatta presumi di avere gli strumenti per ripercorrere la tua infanzia, e scrivere i fatti che sin dalla nascita attribuisci al sesso.

Appartiene alla memoria visiva del passato di circa venti anni fa questo tragico gioco da non ripetere.

Ricordo che scoprii l’acqua calda con questo capriccio da presuntuosa. Scoprii il mio eros. Un eros che si trasformava  in dolore ogni volta che volevo fissarlo in immagine. Proprio come nel corpo asessuato di questi ultimi anni.

Può un corpo giovane vivere da un giorno all’altro il trauma del corpo asessuato senza comprendere perché, come e quando sia potuto avvenire questo passaggio di morte?

Può essere un passaggio del ciclo di vita dinanzi alla impreparazione dell’essere umano? Qualcosa che appartiene solo a me donna più che cinquantenne.

Sono domande banali per chi si occupa da sempre di menopausa, ma io non sono medico, anzi ho paura e diffido dei medici sino a considerarli se donne i nuovi terroristi, con qualche eccezione è ovvio.

Forse mi è chiara la causa che mi ha impedito la pratica legale nello studio di uno dei miei fratelli, lui i medici li difende. Ha  sempre avuto questa passione. La malattia non gli fa paura, a me sì. E non voglio neanche pormi il problema. È un campo dove ho scelto di rimanere fuori, rivendico la mia ignoranza.

Si immagini  che ho confuso la nascita del dente  del giudizio con la manipolazione corporea a distanza.

Ho frainteso l’avvenimento.

Di notte tra un rumore e l’altro ho colto la flagranza del dente che spuntava. Non essendo scienziata posso permettermi qualche fraintendimento ed errore. Non ho responsabilità.

Nel fenomeno del capello ho addirittura commesso un errore imperdonabile.

Ero convinta di essere malata, affetta da una malattia sconosciuta. Un dorso deturpato dalla produzione di capelli. Ricordo la sua risata. E la mia incredulità dinanzi alle sue parole. Io non posso avere questo problema,  mi disse. Per me invece l’ipotesi della malattia si estendeva a livello di massa. In tutte le persone vedevo capelli in caduta. Ero una di loro. L’essere stata immune da questa epidemia sino ad allora mi inorgogliva.

Mai un capello sugli indumenti, sul collo, sul resto del corpo, neanche quando lavavi la testa.

Vanto di famiglia i capelli senza caduta, sani, doppi, pieni di salute. E poi tanti, sino al disprezzo del doppio taglio, doppio shampoo e asciugatura doppia. Solo l’elastico riusciva a tenerli insieme.

Ora invece bastava toccare il dorso per ritrovarsi in mano capelli senza radice.

Saranno lunghi peli prodotti dal derma e lasciati in incubazione, immagino.

Comincio a coglierli  in flagrante e mi confido con qualche dermatologo, e con lei.

I dermatologi vogliono avere più elementi, non conoscono il fenomeno e mi sollecitano a studiarlo, lei invece continuerà  a ridere.

Mi impegno a osservare quotidianamente il fenomeno. Raccolgo i capelli che trovo sul dorso, sono incerta però se farli analizzare in laboratorio. Evito, visti gli errori in altre analisi, da una tiroide, alla talassemia, alla sclerosi, malattie mai avute.

Proseguo nel mio compito e scopro la loro comparsa dappertutto e in tutte le dimensioni e i colori. Bianchi, rossi, neri, a fiocchetti, elettrizzati, spezzati, sottili, grossi, lunghi. Tra le dita, sulla spalla, tra i pantaloni, e anche in gola.

Potevo morire quella volta a Bologna. Alla Festa nazionale de l’Unità( l’ultima). Sarà frutto del latte o del cibo, ho pensato, e sotto lo sguardo di tutti senza vergogna riesco a tirare fuori un lungo capello nero che intasava la cavità interna del collo, mi tranquillizzo appena ritorno a respirare.

Prenoto subito una, due visite. Sono sempre più preoccupata. Trovo l’errore.

È la premessa.

È un fenomeno, il fenomeno del capello che non appartiene al mio corpo, al corpo umano. Esso non è un fenomeno del  derma.  Si manifesta su tutti i corpi e su tutte le superfici. Si ricorda, Professore, il capello che per la prima volta appare sul foglio bianco, in riunione? Una favola dinanzi al suo moltiplicarsi dopo l’interruzione della esperienza di analisi e degli esercizi spirituali.

Vedo tocco e raccolgo capelli sul pavimento, nel bagno dopo aver pulito, sul letto appena rifatto. Controllo ogni centimetro quadro soprattutto se nella stanza deve entrare qualcuno dopo di me. Perché mai deve supporre una sporcizia inesistente e attribuire a me un capello non mio. Addirittura per stroncare la sua presenza anche nel piatto sono costretta al Bernardaud. Devo però eliminare qualsiasi alibi a partire dalla testa. Taglio i capelli. Da quel giorno vedo anche peluzzi da barba, e per giunta neri in casa di mio fratello con i capelli rossi.

Mi incuriosisco e mi fermo in  attesa di osservare la ricomparsa di capelli lunghi. Li vedo e mi convinco che hanno soltanto le sembianze dei capelli.

Devo ancora capire cosa sono.

Compaiono dappertutto ma non si formano come la polvere. Al contrario trovi questi non capelli là dove hai pulito.

Un vero e proprio fenomeno da impazzimento. Ha ragione il dermatologo che non si è posto il problema quando mi ha visitato e ho accennato al fenomeno. 

Marsiglia, saponi senza nikel, e tanta idratazione e protezione solare per fermare le deturpazioni sul dorso.

Non ho bisogno dell’immunopatologo o della biopsia. È sufficiente un semplice disinfettante e  un pò di crema. E ‘ solo un problema estetico.

Ti riconcili con qualche medico donna e ai dermatologi precedenti puoi dire che hai risolto il problema: non sei malata, non sei infetta, non sei sporca.

Posso andare al mare e in piscina senza le infamie - metastasi, lupus, sclerosi xerosi. Puoi ritornare a dare la mano ai bambini.

Il fenomeno del non capello  è un mistero.

Mi chiedo se è parte del mistero della vita umana, se il mistero riguarda solo me  qualcuno al mondo

o ciascuna di noi.

Sul fatto che sia un fenomeno estraneo al corpo umano anche se si manifesta su di esso non ho dubbi. È un mistero. E come tale appartiene all’altro. Senza l’altro il non capello non si materializza. Non  puoi né vederlo, né toccarlo, tantomeno raccoglierlo, scompare al tatto.

Non posso occuparmi del fenomeno, devo ancora risolvere la rosacea del volto, e lo spessore contadino della pelle che non hai mai avuto per patrimonio genetico, oltre alle  macchie estetiche sul dorso.

Insomma non puoi avere la presunzione della autorità. Diventeresti isterica, nevrastenica, e già urli parolacce mai pronunciate sino a trenta anni. O sino a ieri.

Ridi. Tanto il Professore  non ti rimprovera, sono autorizzata alla risata. E non mi sento né volgare, né cretina.

Sono sola, non mi ascolta nessuno, comincio allora a cantare una vecchia nenia

ninna o ninna o… questo bimbo a chi lo do …

Non si ritragga Professore,

non la cerco per riferirle queste considerazioni. Sarò da lei quando avrò superato l’impedimento che ha interrotto la mia esperienza di analisi.

Potrei impazzire.

Non so se ha mai provato lei che è psichiatra un dolore pari alla morte. Comincia così.

Avverti una morsa che stringe forte la parte più oscura degli occhi. E stringe talmente forte da far sgorgare solo una lacrima che ti accarezza il viso e si perde.

È terribile.

Apri gli occhi e attraverso un velo di sudore vedi. Cosa è difficile dirlo.

Avverti uno scuotimento alla testa, un respiro affannoso, il peso del seno, una stanchezza che pervade il braccio,  l’immobilità del piede e la parola che non è capace di parlare. La pesantezza del collo.

Con il mio pastello a cera contemplo  gli Uffizi, Firenze, via della Ninna 5, Sala 25  e da una finestra vedo posizione fetale ( carta su tavola, diametro 120 cm.)

Lei che dice Professore, posso osare?

27 luglio 2010                                                                            

Marialba Pileggi 

 

Marialba…sei  proprio  tu?  Ti  leggo  e  mi spiazzi… non solo  mi coinvolgi.

Cara Marialba,

ti ricordi quando ci siamo incontrate?

Io militante tutta d’un pezzo, piemontese, torinese, cresciuta con il senso del dovere sia in famiglia che nel PCI torinese con la sua dura etica rivoluzionaria e del lavoro. Ero da poco entrata nella mitica segreteria nazionale del PCI come responsabile delle donne. Mi chiamasti per venire in Puglia a combattere contro lo sfruttamento dei caporali nei confronti delle braccianti. Lottavano per avere il diritto al pulmino che le portasse sul lavoro. Lo facesti in modo perentorio come era nel tuo stile.

Eri perentoria e sorridente sempre. Ricordo come stavi dalla parte delle braccianti. Con quale trasporto umano le difendevi, urlavi le loro ragioni raccontavi e condannavi le condizioni in cui lavoravano, di vero e proprio sfruttamento. Quelle donne dal volto duro e provato dalla fatica ma  anche  volti  belli  della giovinezza ti volevano bene. Sentivano che ti saresti spesa fino all’ultimo per loro. Capii la tua umanità ed anche l’impeto e l’ardore del tuo carattere.

Mi metteva allegria la tua  risata  cristallina. La ricordo ora come fosse ieri. L’Ho ricordata nel corso degli anni chiedendomi “Che fara’ Marialba”

Eri bella, ma noi non guardavamo o pensavamo alla bellezza…eravamo divorate dalla passione politica, drogate di politica. Non ci davamo il tempo per parlare dei corpi, degli amori…le nostre conversazioni erano tutte sulla politica… poi pero ’ nella  nostra  vita  gli amori   c’erano  ed anche allo specchio ci guardavamo…

Ora leggo questo tuo dialogo con lo psicoanalista e  cerco  Marialba, cerco di capire cosa è stata la tua vita, cerco di capire i tuoi sentimenti ed anche il tuo dolore, cerco di capire cosa ti ha ferita… mi colpisce la tua rivendicazione  del diritto alla solitudine…

Mi spiazza  il racconto del rapporto con il tuo corpo che vedi e descrivi in   modo impietoso come decadente  e lo contrapponi al tuo bisogno dell’eros ed alla integrità del tuo pensiero e della tua mente…

Questo tuo bisogno di piacere e piacerti  non è affatto banale…non è il rimpianto per il tempo che passa e che cambia i corpi…non è la ricerca affannosa di fermare il tempo per continuare ad essere belle e piacenti…

No …questo bisogno dell’eros, questo indugiare sul tuo corpo che può tornare ad essere bello ed attraente è il tuo urlo contro chi ti considera strana…forse un po’ matta perché non ha capito e condiviso le scelte della tua vita; è l’urlo contro le ingiustizie che hai dovuto subire; è  l’urlo contro le delusioni da parte delle persone che sentivi i” compagni” e che ti hanno lasciata sola.

E’ come se tu dicessi  “Miei cari, mio caro mondo, sto al mondo con la testa che non solo funziona ma è  piena di idee e voglio che il  mio corpo bello vi conquisti perché voglio dirvi con la sua bellezza e capacità seduttiva che la mia testa vi  puo’ raccontare pensieri  importanti. Non so cosa farmene della vostra commiserazione …piuttosto preferisco vivere sola, rivendico il mio diritto alla solitudine…

E’ così cara Marialba’? Riesco a capirti? Reincontrarti  dopo tanto tempo  mi pone in atteggiamento di ascolto  e  di  rispetto  verso la tua vita.

Ma se devo dirti ciò’ che  colgo dalle tue parole  è l’urlo contro chi  non ha colto i tuoi talenti, il tuo bisogno di radicalità nella vita e nel modo di vivere la politica.

E’ l’espressione di una femminilità che ricerca se stessa, che non vuole vedersi appassire perché  crede nella vita, vuole continuare quella scoperta che abbiamo fatto attraverso un impegnativo viaggio interiore “che cosa vuol dire io sono una donna”. Tu continui a ricercare in te stessa “cosa vuol dire io sono una donna.” L’autenticità e la forza dell’inventare e reinventare la propria femminilità nel pensiero e nella vita quotidiana.  E’ una fatica che dobbiamo continuare a fare ciascuna di noi. Quel viaggio interiore alla ricerca della nostra autenticità non deve finire mai. Altrimenti diventiamo vecchie, nostalgiche, magari  arcigne. Oppure ci adagiamo  sul giorno per giorno lasciando che si spenga la passione politica.

Quella passione che ci ha animate per tutta la vita e che  è  la cosa più’ bella che io posso raccontare a mio figlio. Quella passione politica che ci ha consentito di ottenere risultati importanti per le donne e per tutta la società.

Quella passione politica  che ci faceva dire ”Noi” e ci faceva gioire quando riuscivamo a strappare risultati concreti per tutte. Che miglioravano la vita di tutte. Anche tu hai proseguito la passione politica, con la tua radicalità, per la difesa dell’ambiente, per il lavoro, contro ogni forma di razzismo…

Capisco che hai vissuto momenti duri subendo le angherie di un fascista che hai portato in   Tribunale  e contro cui hai vinto in modo limpido la tua causa…Ma questo signore ,come tu scrivi, continua a perseguitarti disseminando infamie sulla rete.

Rivendichi il diritto alla solitudine.

Una rivendicazione che può  sembrare paradossale…non si può vivere soli…

Però capisco la preferenza di vivere con i propri sogni. ,le proprie  angosce,  lontana dagli sguardi piuttosto che dover sempre spiegare chi sei ,come stai ,perché sei così’..

La solitudine può aiutare  a maturare i necessari distacchi verso persone, cose, ambienti che hanno fatto soffrire. Può aiutare  a costruire un pensiero  nuovo su di se’, sulla vita.

Ma  può durare un tempo. Non è per sempre.

Può durare il tempo necessario per costruire una forza interiore che ti metta in un rapporto di serenità e forza nel rapporto con gli altri. Certo è tanto più facile uscire dalla solitudine  se il mondo attorno a te è generoso e ti offre  delle opportunità.

Ti auguro con tutto il cuore, cara Marialba, che il tuo diritto alla solitudine ti apra il cuore e la mente verso pensieri positivi, ti faccia ritrovare il gusto e la gioia di incontrare le altre e gli altri.

Ti faccia maturare una nuova fiducia, nonostante le delusioni e le sofferenze, verso gli altri e le altre.

Forse è giunto il momento di riscoprire il valore della relazione tra donne.

Anche se l’esperienza ci dice che non è un “pranzo di gala”…ma è il luogo della nostra libertà e può creare relazioni umane autentiche …che sono il bene più’ prezioso.

Ti abbraccio.

Livia

I ragazzi della Panchina

9 Luglio, 2015 (17:13) | Post | Da: Redazione

Era un giorno di freddo e pioggia quello in cui arrivai a Pordenone per incontrare un gruppo di giovani che avevano deciso di chiamarsi I ragazzi della Panchina. Credo fosse il 1998, ero Ministro della Solidarietà Sociale e giravo in lungo e in largo per l’Italia a conoscere le tante esperienze sociali. Mi consideravo Ministro di un Ministero sulla Strada. Per questo mi aveva molto incuriosito quel gruppo che portava quel nome che evocava tante cose.

La panchina può essere il luogo dell’incontro, dell’amicizia consolidata, della abitudine all’incontro. Può essere, all’opposto,il luogo dell’abbandono, della solitudine  di coloro che sono considerati scarti.

Avevo ricevuto l’invito anche da operatori del Sert di Pordenone che mi sembrava lavorasse con molta dedizione.Stavo preparando la Conferenza Nazionale sulle droghe”contro le droghe cura la vita”che svolgemmo a Napoli.Volevamo affermare che ciò’che conta e’la persona,non la sostanza. Bisogna separare la persona dalla sostanza.Per questo bisogna dare fiducia alla persona,investire su di essa.Posizione non facile mentre infuriava il dibattito ideologico su droghe leggere e droghe pesanti.Si spendevano molte chiacchiere e si facevano poche scelte concrete per le persone,in particolare da parte della politica.

Le mie attese non andarono deluse. Incontrai operatori molto motivati e preparati, giovani e meno giovani, come l’indimenticabile sguardo di Gigi Dal Bon, che avevano deciso di riprendere per mano la loro vita,di farsi aiutare rifuggendo da ogni paternalismo,ma rimettendo in gioco se stessi. Consapevoli di dover trovare in se stessi  le ragioni e la forza per uscire dal tunnel della sofferenza. Avevano avuto la fortuna di incontrare bravi e motivati operatori, amministratori locali ed una persona straordinaria come il poeta Zanzotto. Ricordo con emozione quegli  sguardi intensi che trasmettevano dolore e speranza,la dura franchezza  del linguaggio, il bisogno di non perdersi in chiacchiere..di venire al punto..Ed il punto era far conoscere la loro esperienza ed il loro progetto,la nascita dell’associazione i Ragazzi della Panchina che aveva bisogno di un luogo fisico ,di sostegno,di fiducia da parte di tutta la comunità e dalle istituzioni.

Ricordo l’affetto con cui seguivate la Ministra che cercava di darsi da fare. Mi avete dato tanta forza.

E’ stata molto importante l’esperienza de I ragazzi della Panchina perché ha puntato sulla forza interiore dei ragazzi,non ha fornito loro ricette o padri cui affidarsi ciecamente bensì’un percorso di scoperta e riscoperta del senso della vita , fatto con gli altri.

Perché ha cercato di diventare Comunità e di coinvolgere la comunità, di fare riflettere una città bella, perbene ed anche ricca come Pordenone, del dramma della droga, dell’Aids..Ed è stato molto importante avere avuto il coraggio di parlare della sofferenza dura della droga andando a guardare in faccia i ragazzi nelle scuole, per scuoterli e farli ragionare.

Sono passati vent’anni, come state Ragazzi della Panchina?

Sarei contenta di rivedervi, di vedere come siamo cambiati, cosa siete riusciti a fare di importante con le vostre fatiche, il vostro entusiasmo e l’amore di chi vi è stato accanto..

Io ho cercato di continuare a seguirvi..e vi ho sempre avuti nel mio cuore e nei miei pensieri.

Con tanto affetto e profonda gratitudine.

Vi auguro di continuare nella vostra lotta, vi auguro di avere il cuore pieno di gioia, vi auguro di sentire sempre attorno a voi il calore dell’amicizia.

Vi mando un forte abbraccio con il desiderio di reincontrarci.

Livia Turco

La nostra Repubblica ha anche “madri”. Non solo “padri”

7 Luglio, 2015 (16:31) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

”L’Italia è una repubblica che ha dei padri Costituenti, è vero, ma ha anche delle madri Costituenti e noi oggi, da oggi, lo vogliamo urlare perché siamo stufe di sentir parlare dell’Italia come di una repubblica di soli padri, è un falso storico”. Così Livia Turco in occasione della presentazione della vincitrice della borsa di studio sul tema promosso dalla Fondazione Nilde Iotti.

Parte da qui il progetto ”Rigenerare”, che vede in prima linea il gruppo Pd della Camera, la fondazione Nilde Iotti e che in occasione del 70esimo anniversario della Liberazione vuole ”ridare giustizia al ruolo fondamentale che le donne hanno avuto”.

”Vogliamo colmare una carenza storica - ha detto Livia Turco, presidente della fondazione Nilde Iotti - vogliamo ricordare le donne partigiane, i gruppi di difesa delle donne, che sono state il primo nucleo di partecipazione politica, il primo partito delle donne. E poi la conquista del diritto di voto e le nostre madri, le 21 costituenti che si continuano ad ignorare”.

Da qui l’appello: ”Che in occasione del 70esimo anniversario si faccia una grande campagna per le madri della Repubblica, si intitolino strade, piazze, si faccia una campagna nelle scuole. Perché è un falso storico che l’Italia sia una Repubblica di soli padri”, ha sottolineato la Turco.

Un modo, questo, di riconoscere il ruolo delle donne che ‘’sara’ anche il modo migliore per onorare l’importante anniversario e anche una occasione per offrire alle giovani generazioni un momento di analisi del passato e del presente, ha sottolineato Irene Manzi, Comitato per il 70esimo della Resistenza gruppo Pd della Camera. Previsti incontri in tutta Italia, nelle scuole. E non solo.

C’è anche una proposta di legge, a firma Marina Sereni, vice presidente della Camera, che ha come obiettivo quello di dedicare alla donne partigiane una ”loro giornata, il 24 aprile, che non sara’ una seconda festa della Liberazione, ma come richiesto anche dalle donne dell’Anpi, può essere un modo giusto ed adeguato per ricordare le nostre madri costituenti, cosa che ad oggi non è stata fatta”.

”Vogliamo tirare fuori dalla memoria il ruolo attivo delle donne - ha aggiunto Roberta Agostini, responsabile nazionale donne del Pd - è grazie a quel ruolo che entrarono in Parlamento e da allora hanno contribuito a rendere il nostro Paese nettamente migliore”. (ANSA).

Papa Francesco e la cura del bene comune

21 Giugno, 2015 (09:21) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Laudato si mi Signore, cantava Francesco D’Assisi. In questo bel cantico ci ricordava  che la nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, è come una grande madre  bella  che ci accoglie tra le sue braccia.

Questa sorella oggi protesta per il male che le provochiamo a causa  di un uso irresponsabile e di un abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che siamo suoi proprietari autorizzati a saccheggiarlo. Per questo tra i poveri  più abbandonati  e maltrattati  c’è  la nostra  oppressa e devastata terra. Che geme e soffre le doglie del parto. Dimenticando che noi stessi siamo terra. Il nostro corpo è costituito dagli elementi del pianeta e la sua aria e la sua acqua è quella che ci vivifica e ristora.

In questo inizio dell’Enciclica di Papa Francesco “Laudato si. La cura del bene comune”, è condensata tutta la sua portata dirompente.  Che risiede, a mio avviso, nell’essere un documento che coinvolge cuore e mente è che si rivolge a tutti. Un testo plurale in cui le fonti citate non sono solo le Sacre  Scritture, i Padri della Chiesa ma documenti di episcopati di tutto il mondo, cristiani appartenenti ad altre chiese, oltre alle fonti rigorosamente scientifiche.

Un testo che si rivolge a tutti ma riproponendo in modo radicale e netto una visione della vita, dell’uomo e della donna profondamente cristiana. La teologia della Creazione che ci propone non è solo l’attenzione al grande problema della natura, ma la visione della persona umana che si basa sulla fede in Dio, sull’amore  per l’uomo è per la natura intesa come parte integrante dell’umanità dell’uomo.

La cura del bene comune chiarisce ed attualizza questa visione antropologica. La cura è l’investimento sulle relazioni umane, è prendersi cura delle persone, è l’investimento amorevole in ogni cosa che ci circonda, persona o natura. La cura è la presa in carico di chi è fragile è debole è la lotta concreta contro la povertà. Ed è la promozione e la tutela dei beni comuni, quei beni come l’ambiente, la formazione, il lavoro,  il calore delle relazioni umane che compongono la dignità delle persona e definiscono la qualità della vita. La cura  rifugge dall’uomo demiurgo, che in nome del progresso e delle continue scoperte scientifiche non accetta “il limite”, lo infrange per andare sempre più avanti.

Ma proprio lo smarrimento della coscienza del limite (non tutto quello che si può si  deve fare) è alla base dei mali profondi che soffre il pianeta.

L’Enciclica analizza la questione ecologica in tutti i suoi aspetti con grande rigore scientifico, denuncia i mali come la “globalizzazione del paradigma tecnologico”, l’intima  relazione che intercorre  tra povertà e fragilità del pianeta. Avanza  proposte nette e coraggiose come la decrescita, la sobrietà (si tratta di convincere che meno è di più). Coglie il rapporto tra disastri ambientali, povertà ed emigrazione. Propone uno sviluppo basato in ogni campo sull’approccio ecologico.

Denuncia i poteri economici forti delle loro scelte scellerate e le profonde inadeguatezza della politica. Ma, sarebbe una perdita anche per i non credenti non cogliere la visione antropologica che è alla base dell’Enciclica. L’uomo che sa “curare ” e non solo fare scoperte, che accetta “il limite ” e trova il suo limite nel bene dell’altro e della comunità.

Che scopre il valore del tempo lento, della convivialità, del dono. Che sa fermarsi per guardare a che punto del traguardo sono arrivati gli altri.

E’ bellissimo il paragrafo dedicato a S.Francesco. “In lui si riscontra fino a che punto sono inseparabili le preoccupazioni per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e  la pace interiore.” Amare gli altri, combattere la povertà, amare la natura, riempie il cuore di gioia, è fonte di felicità.

Livia Turco

Da il Garantista del 21 giugno 2015

Le difficili sfide del governo dell’immigrazione

13 Giugno, 2015 (11:24) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Quello dell’immigrazione è  e  sarà un tema cruciale e duro da governare perché richiederà cambiamenti profondi nelle  forme della convivenza delle società europee  ed obbligherà a ridefinire  l’identità europea ed il senso della nazionalità e della cittadinanza. Tema ineludibile, rispetto al quale la cialtroneria e la meschinità del nostro Centrodestra e della Lega di volerlo rimuovere cavalcando le paure legittime delle persone arrecherà dei danni enormi al nostro paese ed alle generazioni future.

Tema ineludibile perché le cause dell’emigrazione restano tutte, anzi si complicano (diseguaglianze, differenziali salariali, crescita economica e  dei livelli di istruzione dei paesi più poveri , processi di urbanizzazione diffusi in tutto il mondo, le crisi ambientali con il possibile effetti di esodo di intere popolazioni a causa di desertificazioni o inondazioni di specifiche aree, le dinamiche demografiche). Il flusso piu’ consistente sarà dai paesi dell’Africa Subshariana.

L’esodo che assistiamo in questi giorni con i problemi dell’accoglienza si aggiungono a quelli della integrazione delle popolazioni, soprattutto  giovanili che sono parte integrante della società europea. Si rammenti poi  il dato  dello squilibrio demografico per cui l’Europa sarà sempre più popolazione anziana con un forte deficit di popolazione attiva. Dunque, una classe dirigente che si rispetti deve affrontare di petto ed in tutta la sua complessità il problema immigrazione

Considero una buona proposta l’Agenda europea recentemente presentata dalla Commissione  Europea soprattutto perché individua la centralità dell’Africa, perché propone politiche di cooperazione e di patnership con i Paesi del mediterraneo rendendoli protagonisti in modo attivo del governo dell’immigrazione.

Selezionare in loco le persone che hanno diritto d’asilo, promuovere il ritorno nei paesi di origine  attraverso incentivi economici di quelli   che da noi verrebbero espulsi  sono misure importanti che l’Europa deve portare avanti con determinazione . Altrettanto cruciale è il principio della solidarietà nella gestione delle emergenze.

Ma non si puo’ eludere un interrogativo: perché è cosi’ difficile costruire una politica europea dell’immigrazione. Non tutto è spiegabile con la crescita dei populismi ,con gli egoismi nazionali. Ravviso due questioni che attengono alla storia politica e culturale del vecchio continente.

L’immigrazione ha sempre fatto parte della storia dei singoli paesi europei ma in modo molto peculiare, fortemente intrecciato alla peculiare storia nazionale. Non si puo’ parlare di comuni dinamiche europee dell’immigrazione o di una comune storia europea dell’immigrazione.

Queste peculiarità nazionali, questo intreccio nazione immigrazione è alla base della difficoltà a pensare una convenienza comune ed una storia comune, a forme comuni di convivenza tra nativi e migranti. E, dunque a politiche comuni.

L’altro dato, secondo me più impegnativo e duro, è che pur avendo conosciuto i diversi paesi europei modelli diversi di integrazione di cui almeno  tre hanno fatto scuola-assimilazionismo francese, neocomunitarismo inglese, multiculturalismo olandese, tutti e tre non hanno mantenuto le promesse di integrazione. Non c’è stata integrazione sociale sostanziale, soprattutto tra i giovani. Il riconoscimento delle differenze  si è tradotto in tolleranza delle differenze e o loro sostanziale ghettizzazione.

Dopo l’uccisione  di Pim Fortuyin , laeder del neo partito populista Olandese   da paese di un giovane  olandese di origine  mussulmana  e gli attentati alla metropolitana di Londra da  parte di giovani inglesi di origine mussulmana  si è realizzatala svolta  assimilazionista in  ogni paese . Anzi, la conoscenza della lingua e della cultura del paese ospitante diventa non solo obbligo doveroso per chi arriva ma criterio di selezione per chi deve essere ammesso all’ingresso. La lingua, l’educazione civica da fattore di integrazione e cittadinanza a fattore di esclusione.

Se la parola d’ordine delle politiche europee sull’integrazione è stata “interazione” come processo bidirezionale che deve coinvolgere e cambiare entrambi i soggetti; dialogo con l’altro ed accoglimento della peculiarità della sua cultura,  fuori da ogni relativismo etico, nell’ambito dei nostri valori costituzionali ,nei fatti questo non è avvenuto.

Come mai? Come mai  in ciascun paese europeo è stato cosi’ non praticato ciò che con toni ed in modi diversi  da tutti sostenuto: riconoscere l’altro nella sua identità e cultura?

Perché nell’immaginario collettivo, nel senso comune, nella cultura diffusa, di noi europei - nonostante gli immigrati soprattutto nei paesi di più antica immigrazione siano ormai una popolazione integrata, che accetta regole e valori del paese ospitante - essi restano per noi forza-lavoro, lavoratori ospiti e non cittadini.

Questo in ragione del fatto che da parte delle classi dirigenti di ciascun paese europeo di fatto è prevalso un approccio economico corporativo al tema immigrazione.

I migranti, le loro vite, le loro culture  non sono diventati ingredienti delle identità nazionali e della identità europea. Nel corso di tanti anni, tranne rare eccezioni, non sono stati chiamati a costruire la comunità, a concorrere a definire le scelte che la riguardano. Non sono stati incentivati a diventare attori della polis, ad occupare e praticare  la scena pubblica.

Sono rimasti confinati nella dimensione economica e privata.

Mi spiego tutto cio’ con il permanere, soprattutto in noi italiani, di una concezione della cittadinanza e della identità italiana, come un fatto omogeneo, connesso al legame di sangue. Nonostante il cosmopolitismo della nostra cultura e gli italiani sparsi nel mondo  il sentimento dell’identità nazionale non  è diventato capace di praticare la pluralità.

Anche per questo facciamo fatica a sentirci europei.

Ecco, io penso che la difficoltà a costruire una politica europea dell’immigrazione risieda in questa concezione omogenea e nazionalista della cittadinanza e dell’identità nazionale che in modo diverso coinvolge ciascun paese europeo.

Puo’ sembrare paradossale ma per costruire una politica europea dell’immigrazione ,più che dalle frontiere, dall’equa ripartizione dei profughi bisogna partire dalle fondamenta: la cittadinanza europea, l’identità europea, il sentimento europeo.

Non si tratta di inventare nulla ma di sviluppare concretamente il concetto di cittadinanza europea contenuta nel Trattato di Lisbona e nella Carta dei diritti umani fondamentali che contempla il  riconoscimento della pluralità di culture dento l’orizzonte dei valori universali della dignita’ umana, libertà, democrazia. Il sentimento della cittadinanza europea apre alla pluralità, indica  il motto dell’unità nella diversità. Puo’  far scattare la curiosità umana e culturale verso gli italiani con il trattino, i nuovi italiani, quelli che vivono con noi da anni   ma non abbiamo imparato a conoscere, continuiamo a considerarli quelli di cui non possiamo fare a meno perché fanno i lavori che non vogliamo più fare noi  o coloro che ci rubano il lavoro.

Una politica europea dell’immigrazione potrà veramente esserci quando in nome dei valori europei considereremo  gli immigrati non forza lavoro ma   persone, cittadini portatori di una diversità che può arricchire la nostra democrazia ed i nostri valori.


Livia Turco

Il Garantista, 13 giugno 2015 

“Muri Salvini e Maroni portano solo rabbia e non risolvono”

13 Giugno, 2015 (11:24) | Dichiarazioni | Da: Redazione

(ANSA) - ROMA, 13 GIU - “‘Costruiamo ponti e non muri’ é il monito di Papa Francesco. Dobbiamo raccoglierlo perché é l’unico modo per salvarci. Per costruire una convivenza pacifica. I muri di Salvini e Maroni portano solo rabbia e disperazione e non risolvono i problemi”. Lo dichiara l’ex ministro e prima firmataria della legge sull’immigrazione che porta il suo nome, Livia Turco.

“Se dopo vent’anni di flussi migratori ci troviamo senza un sistema decente di accoglienza dei rifugiati e richiedenti asilo - sostiene Livia Turco - è perché la destra che ha governato ha alzato muri, predicato menzogne, mai risolto i problemi, perdendo tanto tempo e sprecando tanti soldi”. “Anche per questo - aggiunge - siamo poco credibili in Europa”.

Dunque, secondo Livia Turco “va respinta senza indugi la retorica leghista, mentre è necessario garantire ordine e sicurezza ma anche sollecitare la solidarietà nei cittadini italiani”.

“Le forze politiche italiane, ma anche quelle sociali e culturali dovrebbero sostenere con determinazione la battaglia del governo Italiano per la Nuova Agenda europea dell’immigrazione che- secondo Livia Turco - contiene politiche innovative come, in particolare, il coinvolgimento dei Paesi di transito dei migranti in un ruolo attivo, oppure la selezione degli aventi diritto allo status di profugo, prevedendo rimpatri assistiti per i migranti economici.

“Solo con un paese unito,che si dimostra capace di governare l’immigrazione e che fa la sua parte sarà possibile essere credibili ed avere potere negoziale per raggiungere obiettivi ambiziosi come la riforma di Dublino 2 ed introdurre il principio dell’equa distribuzione delle persone”, conclude. (ANSA)