Il Blog di Livia Turco

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Cittadinanza e convivenza

17 Ottobre, 2017 (14:43) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

C’è  un aspetto  poco  sottolineato nel dibattito  pubblico sulla legge di riforma della cittadinanza per i minori figli di immigrati. Il fatto che tale riforma non solo favorisce l’integrazione dei giovani “ Italiani di fatto “ ma propone una concezione della cittadinanza maggiormente in sintonia con il nostro tempo. Perché  mitiga l’impianto  rigorosamente ed esclusivamente ius sanguinis  del nostro ordinamento.

La legge 91/92che disciplina attualmente la materia della cittadinanza  si basa infatti in modo esclusivo sul legame di sangue . Affonda le sue radici nella famiglia. La cittadinanza si acquisisce  per discendenza, come eredità, o per matrimonio come una dote.

Lo ius sanguinis e lo ius connubii  son gli assi portanti della nostra legislazione in vigore. La legge 91/92 fu elaborata avendo in mente l’Italia dell’emigrazione, fu concepita come uno strumento , in continuità con la legislazione precedente, per mantenere  un  legame forte tra il nostro paese  ed i nostri cittadini emigrati all’estero, legame che attraversa le generazioni. L’articolo 17 della legge 91 aveva  aperto una speciale  finestra  per consentire di  riacquistare la cittadinanza  agli stranieri di origine italiana residenti all’estero che l ‘avevano  persa  per qualunque motivo.

La finestra rimase  aperta  fino al 1997 e consentì  a 164.00 persone di diventare italiane. Recentemente con la legge 124/2006 tale  finestra è stata riaperta senza limiti di tempo. Per la prima volta il legislatore ha introdotto i requisiti della conoscenza linguistica e dei persistenti legami culturali con l’Italia  ma  è sufficiente   avere    almeno un nonno di nazionalità italiana per diventare italiano. Un antenato basta a diventare cittadino con tutti i diritti collegati a questo status che anche per quanto riguarda gli italiani che sono all’estero non sono pochi come il diritto di voto.

Come è noto la legge in vigore stabilisce a dieci anni di permanenza legale continuativa nel nostro paese, con determinati requisiti che attestino la piena integrazione ,  la condizione  per gli immigrati di rivolgere domanda di cittadinanza, il più elevato a livello europeo, mentre per i minori, unico paese in Europa, la legge stabilisce che essi possano rivolgere domanda per acquistare  la cittadinanza se sono vissuti “ininterrottamente” per 18 anni sul territorio italiano.

Dunque un minore che deve rientrare nel suo paese per alcuni anni per ragioni indipendenti dalla sua volontà perde il diritto. Per gli stranieri di origine italiana sono richiesti solo tre anni che diventano due se il soggiorno in Italia è avvenuto prima della maggiore età. L’altra via che ben si inserisce in questa concezione familista della cittadinanza è l’acquisizione per matrimonio. Il requisito richiesto sono 6 mesi di convivenza matrimoniale se la coppia risiede in Italia e tre anni se risiede all’estero.

Tutti gli altri paesi europei richiedono tempi più lunghi di durata del legame per i coniugi residenti nel paese. Con la legge che  consente anche alle donne di trasmettere la cittadinanza italiana( legge 123\ 1983) è concesso anche agli uomini stranieri di fare domanda di naturalizzazione, iure connubii, in  qualità di mariti delle italiane.

La prima discussione sulla riforma della legge sulla cittadinanza si svolse in un seminario promosso nel febbraio del 1999 dal  Ministero della Solidarietà Sociale del Governo Amato. Fu una discussione che coinvolse personalità di culture e appartenenze  politiche diverse e che partiva già allora da quello che gli operatori sociali e gli educatori definivano “ il limbo dell’identità” che vivevano i ragazzi  figli di immigrati cresciuti ed integrati nel nostro paese.

Fu sollecitata anche dalla scelta operata dal Governo e dal Parlamento  della Germania  che riformavano  la loro  legge sulla cittadinanza temperando il principio  dello ius soli.  Ne scaturì  una proposta di riforma complessiva della legge 91\92  che non fu portata in Consiglio dei Ministri e fu depositata dalla sottoscritta in Parlamento insieme con Luciano Violante nell’agosto del 2001 e costituisce la prima proposta di riforma della cittadinanza. Legge che non ebbe neanche la dignità di una discussione.

Bisogna attendere  la legislatura iniziata nel 2008 perché il tema sia  posto nell’agenda politica del Parlamento, anche grazie ad una forte mobilitazione sociale, con una discussione molto forte ed aspra che vide il centrodestra sulle barricate per  impedirne l’approvazione. Non propongo certamente di mettere in discussione il nostro speciale legame con gli italiani che vivono in tante parti del mondo e che da emigrati hanno contribuito a far crescere il nostro paese.

Quello che mi sembra necessario  è porre  il nostro paese in sintonia con i cambiamenti sociali e culturali   che sono intervenuti e dunque  mitigare il legame di sangue e familiare quali esclusivi pilastri della cittadinanza  con una concezione della medesima  che valorizza la permanenza nel territorio della nazione ospitante,   la condivisione  dei  valori e delle regole del nostro paese , il legame di amicizia ed  il perseguimento concreto e condiviso  del bene comune.

La cittadinanza come “amicizia civica e comunità di destini”. In cui conta molto il “ per che cosa viviamo insieme”  “come realizziamo insieme il bene comune”. E’ esattamente questo  il valore aggiunto che apporta la  legge in discussione  sulla riforma della cittadinanza  quando  prevede  che i minori nati in  famiglie  lungoresidenti  e integrate,  gli adolescenti che  abbiano frequentato un ciclo di studi,  siano  considerati  italiani, su richiesta dei genitori e con successiva convalida della scelta al diciottesimo anno da parte del  singolo giovane.

Anziché accanirsi contro queste norme di buonsenso  conviene avere ben presente che lo sforzo grande che deve fare il nostro paese è quello di prevenire il conflitto delle seconde generazioni esploso in altri paesi europei. Come reazione alle condizioni di esclusione in cui sono vissuti  nonostante la promessa di uguaglianza che lo Stato e le istituzioni avevano loro fatto.

Bisogna, insieme alla legge, fare grandi e mirati interventi nella formazione, per creare opportunità  di reale apprendimento della Lingua italiana, della cultura; per  consentire e favorire l’accesso a  percorsi formativi capaci di inserire nel mercato del lavoro.

Ci devono  preoccupare gli abbandoni scolastici, la rinuncia a perseguire gli studi da parte di tanti giovani figli di immigrati. Inoltre, bisogna promuovere tra i giovani, nuovi italiani, un adeguato senso civico attraverso  la cittadinanza attiva come la partecipazione al servizio civile e ad altre forme di impegno sociale e culturale che veda i giovani e le ragazze, italiani e nuovi italiani, tra loro mescolati.

La mescolanza, l’interazione nei gesti della vita quotidiana, la condivisione di obiettivi comuni, il conoscersi e riconoscersi sono le strade che realizzano la convivenza e che garantiscono la sicurezza per tutti/e.

Livia Turco

Articolo pubblicato su Il Dubbio

Una sala convegni della Camera dedicata a Nilde Iotti

11 Ottobre, 2017 (16:15) | Dichiarazioni | Da: Redazione

Una grande e bella notizia la scelta dell’Ufficio di Presidenza della Camera su proposta della Presidente Laura Boldrini di dedicare la nuova sala Convegni di Palazzo Theodoli alla figura di Nilde Iotti.

 Con questo gesto la Presidenza della Camera ricorda il rigore, l’autorevolezza, la generosita di Nilde Iotti e la sua capacità di farsi interprete dei sentimenti del Paese e di essere donna di dialogo profondamente rispettosa di ciascuna persona e di ciascuna forza politica.

Con questa bella scelta la Presidente della Camera e tutti i gruppi parlamentari raccolgono l’eredità  della  eleganza della politica che Nilde Iotti ha saputo praticare in ogni momento della sua vita.

Grazie di cuore alla Presidente Laura Boldrini ed a tutti i componenti dell’Ufficio di Presidenza della Camera.

Livia Turco 

Attacchi a D’Alema ingenerosi

6 Ottobre, 2017 (10:16) | Dichiarazioni | Da: Redazione

“Mi sembra quantomeno improprio e ingeneroso definire leader divisivo Massimo D’Alema che porta il merito storico di aver portato da segretario degli ex Ds per la prima volta la Sinistra al governo e da presidente del Consiglio di un Governo dell’Ulivo ha sostenuto riforme sociali importanti”.

Lo dichiara Livia Turco ministra dei Governi dell’Ulivo che ricorda il sostegno dato da D’Alema a riforme come quella “che ha riqualificato la sanità pubblica, la riforma Bindi, e il primo fondo per il Dopo di Noi dedicato alle famiglie di ragazzi disabili gravi e tanti altri provvedimenti sociali così come e’ avvenuto in tutta la stagione dei governi dell’Ulivo”. “Stagione bella - aggiunge - che ha dato molto al nostro paese”.

“In un tempo nuovo e difficile come l’attuale - conclude Livia Turco - guardare a quella stagione non è nostalgia ma è utile”, per questo, “voglio esprimere profonda ed affettuosa solidarietà a Massimo D’Alema di fronte ai tanti insulti ed attacchi”. (ANSA).

Migranti. Il 3 ottobre raccontiamo storie accoglienza

2 Ottobre, 2017 (18:23) | Dichiarazioni | Da: Redazione

“Il 3 ottobre giornata dedicata alle vittime dell’immigrazione vogliamo raccontare la forza e l’ esempio del grande popolo dell’accoglienza e della convivenza”.

Così Livia Turco, presidente della Fondazione Nilde Iotti, spiega l’appuntamento di domani quando in occasione della Giornata in ricordo dei migranti morti nel Mediterraneo a Roma sarà presentato il libro ‘L’isola dei giusti’ di Daniele Belli. “Il libro - aggiunge l’ex ministro per la Solidarietà sociale - racconta la storia di sette abitanti di Lesbo che per tutta la loro vita hanno dato ospitalità ai migranti venuti dal mare”.

“L’isola greca di Lesbo è abitata da ottantamila persone, nei dodici mesi tra la primavera del 2015 e del 2016 ha visto arrivare via mare dalla Turchia seicentomila persone, un numero sette volte superiore alla popolazione. Queste persone sono state accolte dagli abitanti di Lesbo prima ancora che arrivassero le Istituzioni”, spiega Livia Turco.

“In questo nostro tempo - aggiunge - non ci sono solo le persone che hanno paura, non c’è solo ostilità verso gli immigrati, non c’è solo il razzismo. C’è un popolo dell’ accoglienza che ha il coraggio e la forza semplice di dare ospitalità a chi viene dalla fame, dalla guerra e dalla miseria”.

“Questo popolo della convivenza va raccontato, fatto conoscere perchè ci aiuta a liberarci dalle paure, ci sollecita a seguirli nel loro esempio”, conclude Livia Turco. A dibattere del libro saranno domani, alle 17, alla sala Sisma del Senato il sottosegretario all’Interno Domenico Manzione, Filippo Miraglia dell’Arci e Roberto Zaccaria presidente Cir. (ANSA).

Cittadinanza. Non è una questione di élite

23 Settembre, 2017 (09:40) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Tra gli argomenti  contro la riforma che consente” agli italiani di fatto” giovani figli di immigrati  di esserlo riconosciuti anche per legge  mi ha colpito la tesi del Sen. Sacconi secondo cui questo tema come quello del fine vita starebbe a cuore alle élite  e non al popolo.

Non c’è dubbio che molte persone nel nostro paese fanno fatica nella vita quotidiana e sono assillati dai problemi concreti del reddito e del lavoro e vivono  con ansia la presenza di immigrati e si sentono  assaliti dalla paura.  Ma se  chi fa politica conosce bene il popolo ed è in relazione con le persone  non può non aver incontrato da qualche parte  quel  “ popolo della convivenza”  che è diffuso, radicato nei territori.

Sono lavoratori e lavoratrici, insegnanti, imprenditori, medici , persone anziane   che attraverso i gesti della vita quotidiana nel lavoro, nella scuola, nei quartieri, negli ospedali, nelle famiglie  hanno imparato a conoscere gli immigrati, a fidarsi di loro, hanno costruito relazioni positive.

Hanno imparato a vivere questi giovani” italiani di fatto” come loro figli, parte delle loro famiglie. E’ un grave danno per il bene comune che questo “ popolo della convivenza” non sia conosciuto, raccontato e valorizzato dalla politica, dai media e dalle èlite del nostro paese. Far conoscere e valorizzare questo popolo  aiuterebbe molto a combattere la paura.

E’ questo popolo che anni fa, esattamente nel  2010 quando   le associazioni, i sindacati  molti Comuni  ed il Forum del PD sull’immigrazione lanciarono la Campagna  “ L’Italia sono anch’io” raccogliendo migliaia di firme su una proposta di legge di iniziativa popolare incontrammo in ogni parte del paese.

Questo popolo     difronte all’immagine dei  ragazzi e ragazze  figli di immigrati aveva riflettuto in modo nuovo sull’immigrazione. Proprio questi ragazzi “ Italiani di Fatto “ avevano aiutato la gente normale, il popolo ed anche le élite a liberarsi dallo stereotipo  attraverso cui guardiamo solitamente  l’immigrato : come usurpatore o come vittima. Quasi mai come cittadino. Fu importante la battaglia legislativa che conducemmo in Parlamento in un contesto molto aspro ma fu importantissima la battaglia culturale che si svolse nel paese.

Ricordo che allora i sondaggi vedevano con favore sia la riforma della cittadinanza che il diritto di voto agli immigrarti. Ed i tempi non erano facili. Vi erano sia gli sbarchi che gli imprenditori della paura. Il contesto di questi anni è sicuramente più duro e complesso.

Ma credo vada riconosciuto con molta franchezza che su questo tema non c’è stata battaglia culturale nel paese e questo ha pesato molto. Ricordo inoltre che la riforma della cittadinanza costituiva una priorità nel programma che il PD propose alle elezioni nel 2013, era scritta in modo chiarissimo,  era stata indicata dall’allora segretario Bersani come un provvedimento dei primi cento giorni di Governo.

Non amo le polemiche ma se arriviamo così affannati a fine legislatura , dopo due anni (13 ottobre2015) di approvazione del testo  alla Camera,  vuol  dire che esso non è stato una priorità per il PD e neanche per le  altre forze di sinistra. Bisogna  porre questo tema come base di  nuovo centrosinistra e di un nuovo Ulivo.

Voglio ricordare che la prima riforma della legge sulla cittadinanza fu discussa in un convegno promosso dal Governo dell’Ulivo, Ministero della Solidarietà Sociale nel febbraio del  1999 e ne scaturì una legge  depositata dalla sottoscritta nel 2001. Il primo Ulivo fu sul tema lungimirante ma non coraggioso.

Questa volta bisogna avere lungimiranza e determinazione. Perché la  cittadinanza ai figli degli immigrati che risiedono da tempo nel nostro Paese , lo amano, lo rispettano, ne conoscono le regole e la cultura è la metafora  della società che dobbiamo costruire: la società della Convivenza capace di realizzare il motto dell’Unione Europea dell’unità nella diversità.

Una società basata sull’eguaglianza di dignità e di rispetto di ciascuna persona,  in cui la cittadinanza non si basa  sul legame di sangue   ma sulla condivisione di valori e regole, sulla capacità delle persone di costruire relazioni umane, di conoscersi e riconoscersi, di partecipare alla vita pubblica per la costruzione del bene comune. La cittadinanza  come “ amicizia civica “ e “ comunità di destino”.

Livia Turco

da Huffington Post

Ius soli: basta chiacchiericcio, serve legge

12 Settembre, 2017 (18:14) | Dichiarazioni | Da: Redazione

“Basta con le promesse e il chiacchiericcio: l’approvazione della legge sullo Ius soli è una priorità importante per il bene del nostro Paese”.

Lo dice Livia Turco, firmataria con Giorgio Napolitano della prima legge quadro sull’immigrazione, nel giorno in cui la riunione dei capigruppo deve decidere la calendarizzazione dei lavori, e quindi anche la discussione sullo ius soli.

“La legge sullo Ius soli - sostiene l’ex ministro per la solidarietà sociale - mette al centro la costruzione di relazioni positive tra italiani ed immigrati. Solo cosi’ si combatte la paura”. “Non solo - aggiunge - consente ai giovani italiani di fatto di sentirsi pienamente parte della nostra società ma ci obbliga a guardare le persone immigrate per quelle che sono, persone che aiutano il nostro paese e ci aiutano a vivere Meglio. Si pensi alle donne madri di questi giovani cui abbiamo affidati i nostri figli ed i nostri anziani”. E Livia Turco continua sottolineando come sia indispensabile “accompagnare la legge con un piano nazionale per l’integrazione che nel nostro paese manca da vent’anni. Il primo ed unico lo fece il governo dell’Ulivo nel 1998″.

“Dispiace che una legge così importante arrivi a fine legislatura e sia rimasta in Commissione per due anni - nota - ora il Governo deve porre la fiducia nel momento che ritiene più opportuno in questo autunno. Deve indicare chiaramente un periodo nel calendario dei lavori”. E conclude: “Ciascuna forza politica si assuma le sue responsabilità. Basta con le promesse ed il chiacchiericcio. Ci vuole chiarezza. Per questo anche oggi sarò in piazza con i nostri nuovi italiani”. (ANSA).