Il Blog di Livia Turco

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Diritti Umani. “Non sono scontati, siano priorità politica”

19 Aprile, 2016 (19:29) | Dichiarazioni | Da: Redazione

“Le Drammatiche vicende che viviamo in questo nostro tempo: torture, dramma dei profughi, violenze sulle donne ,risorgere dei fili spinati ai confini, ci dicono che ciò che davamo per scontato non lo è ed emergono forme di discriminazione disumane vecchie e nuove”. Lo dichiara Livia Turco, già ministro per la solidarietà sociale e presidente della Fondazione Nilde Iotti, che domani al Senato organizza con la commissione Diritti Umani un convegno su questo tema.

 

“Bisogna che la politica - spiega Livia Turco - si riappropri dei Diritti Umani Fondamentali nella sua dimensione complessiva da cui derivano ciascuno dei diritti civili, sociali, di cittadinanza e di genere”. “Anche nel nostro paese dove vige l’articolo 2 della Costituzione, quei Diritti scontati non sono - aggiunge - Bisogna riaprire nel dibattito politico il valore dei Diritti Umani Fondamentali trovando strumenti sempre più efficaci e forti per tutelarli e promuoverli”.

 

A dibatterne domani saranno il senatore Luigi Manconi presidente della Commissione speciale Diritti Umani; Vincenzo Ferrone ordinario di Storia moderna dell’Università di Torino; Umberto Vincenti ordinario di Etica pubblica all’Università di Padova e padre Ottavio De Bertolis, filosofo del Diritto presso a Pontificia Università Gregoriana. (ANSA)

 

Qualunque forma di contratto associata alla maternità è abominevole

4 Marzo, 2016 (11:06) | Interviste | Da: Redazione

 Intervista a Livia Turco di Lorenzo Maria Alvaro su Vita del 2 marzo 2016

Il dibattito sulla maternità surrogata era iniziato ben prima dell’affaire Vendola. L’appello di Se non ora quando e la Carta di Parigi hanno svelato un grande movimento di femministe e lesbiche contrario a questo strumento. La discussione ha posto una prima questione terminologica. In molti sostengono che non si debba chiamareMaternità surrogata o utero in affitto ma “gestazione per altri”. Che ne pensa?

Che non cambia la sostanza. Capisco che c’è una profonda differenza tra lo sfruttamento e il cosiddetto dono. Ma la sostanza è sempre la stessa. Non a caso si stanno mobilitando tante femministe. La generazione non è un pezzo di corpo umano. Uno dei frutti della battaglia femminista riguarda proprio la differenza sessuale e il riconoscimento della differenza di genere e della peculiarità dell’essere donna. Una differenza che è vista come ricchezza e incardinata sulla relazione tra uomini e donne. Mi spiace che tanti si dimentichino che queste lotte ci hanno insegnato, anche attraverso travagli, a vivere la maternità non come un fatto biologico, non come uno stereotipo, non come un destino, non come un ruolo sociale entro il quale c’è il genere femminile. Ma come scelta. La consapevolezza che la generazione, che ha inizio sin dal grembo materno, è una relazione umana.

Eppure lei fu molto attiva nella battaglia sull’aborto…

Sì, e vorrei ricordare ai tanti uomini e donne di sinistra che quando facemmo la battaglia per l’autodeterminazione della donna riguardo all’aborto dicemmo che era un scelta che competeva esclusivamente alla donna perché solo lei sa e vive quella relazione umana con la vita che ha nel grembo. Sin dall’inizio del concepimento si costruisce quella relazione. Dicemmo che il grembo materno non è solo fisico ma anche psichico. Come possiamo oggi arretrare di fronte a questa acquisizione che è così vera e che infatti rende così drammatico l’aborto?

In molti invece mettono in contrapposizione gravidanza e maternità sostenendo che siano due cose diverse. Lei invece ritiene che siano la stessa cosa?

Certamente. Ma non lo sostengo io. La distinzione si può fare tra il generare e il crescere un figlio. Maternità e gravidanza invece semplicemente sono la stessa cosa. Chi pensa che la maternità sia la relazione arretra pesantemente culturalmente. È su questo punto che mi preoccupo perché siamo di fronte ad un vero baratro culturale. C’è il rischio del ritorno biologistico della gravidanza. Poi certo generare non significa necessariamente anche crescere. Generare è una facoltà femminile, crescere invece può avere tante forme. Ecco perché sono contrarissima all’utero in affitto. Perché vedo alterato questo punto. Anche quando si parla di dono.

Che si tratti di dono o di sfruttamento la questione viene stabilita per contratto. Da oggi dunque la vita è un bene disponibile?

In nome della libertà noi oggi consentiamo qualunque mercificazione. La vita umana non si compra. È un bene indisponibile. Qualunque forma di contratto associata alla maternità è abominevole. Sono disposta a discutere con toni pacati di tutto, ma con molta fermezza sui valori. Vedo uno scivolamento retorico sui diritti come se la parola diritto abbia perda il suo valore. Dietro la parola diritto oggi ci sono cose, beni. Diritto invece è dignità umana, non merce. Poi certo il desiderio di maternità e paternità è bello. Ma la genitorialità non è un diritto e non si può perseguire a tutti i costi. Io sono d’accordo che le coppie gay possano adottare. Tenendo ben presente che l’adozione è una cosa difficile. Che non è detto che vada a buon fine. E che quando capitano questi casi ci sono altri drammi e altre tragedie. Ma questa è un’altra faccenda…

È vero. Ma questo fa immaginare anche nel caso di gravidanza surrogata ci possano essere un sacco di casualità negative. In quei casi cosa capita. Questi contratti che lei sappia prevedono qualcosa in caso l’accordo salti o il figlio abbia problemi?

Non saprei. Voglio sperare che se una coppia desidera un figlio poi lo cresca. E spero che la madre biologica abbia sempre l’ultima parola. Ma non conosco nello specifico come sono costruiti questi contratti.

Del caso Vendola si sa che l’operazione è costata 130mila euro. Si dice che siano i costi sanitari sostenuti anche se una gravidanza normale è chiaro che non costi quelle cifre. Per questo però in molti ritengono che il nodo sia il denaro. Nel senso che essendo una pratica molto costosa e quindi appannaggio esclusivamente dei ricchi sia discriminatoria. La risposta sarebbe dunque la surrogazione low cost. Che ne pensa?

Credo che questa pratica sia folle. Ed è una battaglia culturale, le norme non servono. Deve essere semplicemente bandita questa possibilità. Certo il fatto che sia costosa accentua le distanze sociali. Ma non mi preoccupo sinceramente del povero che non può comprarsi un bambino. È evidente che è una pratica per ricchi. Sono altri i poveri per cui mi preoccupo.

Quali?

Le persone povere sono le donne che ricorrono a questa pratica per bisogno economico. Che vendono la prole per denaro. Il pensiero che molte donne in Paesi poveri come l’India o l’Ucraina o l’Indonesia siano sfruttare così mi scandalizza. Io sono di sinistra e voglio pensare queste persone il cui sfruttamento mi fa indignare. Perché dobbiamo ricordare solo la cosiddetta parte evoluta, come il Canada o gli Usa, in un’accezione veramente un po’ starna di evoluzione? Se dobbiamo parlare di poveri e ricchi si sappia che è questa pratica che sfrutta i più deboli. Anzi le più deboli. Da un punto di vista femminista tutto questo è inaccettabile e preoccupante.

L’intervento di Livia Turco alla scuola di formazione del PD

9 Febbraio, 2016 (11:12) | Dichiarazioni | Da: Redazione

Toccati i temi del welfare, diritti e immigrazione. La lezione di Livia Turco si è svolta il 7 febbraio alla due giorni della scuola politica del PD “Classe Democratica”, svoltasi il 6 e 7 febbraio presso la sede nazionale del partito a Roma.

Intervento di Livia Turco a Classe Democratica, la scuola di formazione del Partito Democratico

Dopo di noi. La prima vittoria di una lunga battaglia

5 Febbraio, 2016 (11:24) | Dichiarazioni | Da: Redazione

L’approvazione alla Camera della legge sul ‘dopo di noi’ è un punto di arrivo, la prima vittoria di una lunga battaglia che ci auguriamo porti in fretta all’approvazione del provvedimento al Senato”.

Lo dichiara Livia Turco, che per anni si è battuta per queste norme che, spiega, “vogliono dare un aiuto concreto alle famiglie con persone con disabilità”. “Una legge di civiltà che nasce da queste famiglie - dice ancora Turco - da chi quotidianamente si fa carico e si prende cura di figli e fratelli disabili e che vive nell’ angoscia di quale sarà il loro futuro una volta rimasti soli”. “E’ da loro che abbiamo imparato l’importanza del ‘dopo di noi’ - prosegue l’ex ministro della famiglia - per questo oltre a ringraziare i parlamentari che si sono battuti per approvarla ringrazio le famiglie”.

“La legge era pronta per essere approvata già nella scorsa legislatura - ricorda Turco - già licenziata all’unanimità dalla commissione Affari sociali della Camera, fu bloccata perchè non ebbe il parere favorevole del Governo Monti, che non riuscì a trovare le risorse”. “Per questo - conclude Livia Turco - voglio ringraziare il governo Renzi che con lungimiranza, invece, ha trovato le risorse per finanziare una legge umana e indispensabile”. (ANSA)

Sì a stepchild adoption ma no ambiguità su utero in affitto

20 Gennaio, 2016 (10:29) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Mi auguro con tutto il cuore che il Parlamento approvi finalmente la legge sulle Unioni Civili sanando così discriminazioni ed ingiustizie verso persone che hanno il solo torto di amarsi con molta intensità.

Spero sia approvata anche la norma che prevede l’adozione co-parentale (Stepchild adoption), il figlio naturale di uno dei due genitori. Come avete ben illustrato su VITA si tratta dell’applicazione di una norma già esistente nel nostro ordinamento, l’articolo 44 della legge sulle adozioni.

Ciò che chiedo al legislatore è di formulare questa norma in modo rigoroso che non dia adito, seppur indirettamente alla pratica dell’utero in affitto.

Rispetto ai temi della procreazione, della genitorialità e più in generale sulle questioni che attengono alla vita ed alla morte ho maturato l’importanza di tre discrimini valoriali: l’amorevolezza concreta nei confronti delle persone; la coscienza del limite verso le nuove tecniche: non tutto quello che si può si deve fare; la maternità non è un diritto ma l’esercizio di una responsabilità.

Nelle scelte concrete mi faccio illuminare da questi valori. L’amorevolezza concreta nei confronti delle persone mi induce a guardare con sguardo, mente e cuore, partecipe alle nuove coppie ed ai nuovi genitori che si amano con grande intensità e che crescono con grande amore i propri figli, coppie i cui legami durano nel tempo , sono intensi e suscitano commozione nel vederli. Perché discriminali, non riconoscerli solo perché gay e lesbiche? Perché non riconoscere a queste coppie la possibilità di adottare il figlio del partner?

Il valore della coscienza del limite nei confronti delle nuove tecniche e la consapevolezza che la maternità non è un diritto ma l’esercizio di una responsabilità mi fa dire un no netto, forte, intransigente contro la maternità surrogata o utero in affitto.

Un no netto perché questa pratica stravolge e cancella anni di elaborazione delle donne che si sono liberate dall’idea della maternità come fatto biologistico, del grembo materno come puro contenitore naturale su cui altri potevano decidere, si sono liberate dallo stereotipo della maternità come destino da subire per elaborare invece l’umanità e la bellezza della maternità. Umanità che inizia proprio dal grembo materno che non è solo grembo fisico ma psichico in cui inizia la relazione tra madre e figlio. Relazione di primaria importanza che nutre il figlio nella sua formazione ma che resterà nel tempo ed accompagnerà la sua crescita. La relazione madre figlio che si forma nel grembo materno è fonte di umanità non solo per la crescita di ciascun figlio ma perché paradigmatica di una visione antropologica., quella che riconosce la centralità delle relazioni umani, che fonda la libertà individuale sul riconoscimento della dipendenza di ciascuna persona dall’altro, per cui la libertà è riconoscimento del legame e della responsabilità che ci unisce all’altro. Questo vale soprattutto nella procreazione. Mettere al mondo un figlio non è un diritto ma l’esercizio di una responsabilità. Il sacrosanto desiderio ad avere un figlio non può essere esercitato ad ogni costo ma deve tenere conto di come crescerà il figlio. Per questo non bisogna guardare solo alle tecniche che possono offrire la possibilità di una maternità ma a problemi troppo trascurati come la crescita della sterilità dovuta tante volte ad un un orologio sociale che non tiene conto dell’orologio biologico per cui i giovani che non trovano lavoro e non possono essere indipendenti possono scegliere un figlio secondo un tempo sociale che stravolge il tempo biologico.

La bellezza della relazione materna che si forma a partire dal grembo materno è che essa cresce dentro di sé il figlio che è altro da sé, è un altra persona ed il compito genitoriale è insegnare a quel figlio di imparare a stare al mondo in modo autonomo. L’immagine della madre curva sul figlio piccolo che gli insegna a camminare e dunque ad allontanarsi da sé per andare da solo nel mondo è una metafora bellissima dell’etica della maternità. L’etica di una libertà responsabile che elabora il legame di dipendenza dall’altro come parte della a autonomia e libertà individuali . Questa etica della maternità credo costituisca un ingrediente importante di un etica pubblica , di un senso civico, che abbia al centro la cura delle persone e la presa in carico delle persone.

Tutto ciò viene stravolto da una pratica che considera il grembo materno grembo fisico che si può comprare per fare un figlio che sarà separato dalla madre e che la madre cresce nel suo grembo sapendo che tra loro non ci sarà nessuna relazione.

Pratica tanto più degradante e disumana quando questa donna porta in grembo il figlio per combattere la sua condizione di povertà. Non solo cresce un figlio con il quale non avrà nessuna relazione ma lo fa, separandosi per mesi dagli altri figli, dalla famiglia, reclusa in centri ad hoc, con la consapevolezza che ciò che porta in grembo non è parte del suo amore ma un oggetto che gli serve per avere i soldi per continuare a vivere.

Tutto ciò è disumano e noi donne dell’occidente benestante, patria dei diritti umani e dei diritti delle donne, della dignità femminile dovremmo con cuore e mente indignati opporci con tutte le nostra forze. Anche se queste donne sono lontane dal nostra sguardo immediato dovremmo dotarci di una vista più acuta e di un pensiero più lungimirante, avere un cuore più generoso. Per dire no a questa forma barbara di sfruttamento del corpo della donna e di cancellazione della libertà e dignità femminile.

Quando si tratta di dignità umana il mondo non ha confini, e, poi, il mondo è già in casa nostra.

Livia Turco

Pubblicato su “Vita” il 20 gennaio 2016

Le donne e l’immigrazione. Una riflessione dopo i fatti di Colonia

18 Gennaio, 2016 (09:50) | Blogroll | Da: Redazione

Dopo Colonia, nulla è più come prima. Ha ragione Lucia Annunziata, ci vuole chiarezza, profondità e coraggio nell’analisi. Non possiamo consegnare ai nostri figli e figlie un mondo in cui la violenza sulle  donne sia considerato strumento per combattere la nostra civiltà. Dobbiamo essere intransigenti nei confronti dei nostri uomini  e fermare stupri e violenze altrimenti non saremmo autorevoli nel pretendere severità inflessibile verso tutti. La libertà femminile deve diventare il paradigma di ogni civiltà e deve orientare le politiche di governo dell’immigrazione e della convivenza.

 

Fino ad ora questa consapevolezza  e questa scelta, nel nostro Paese, non è stata compiuta anche se  le politiche attuate dal centrosinistra hanno promosso pari diritti e doveri  tra italiane ed immigrate e proponevano un modello di integrazione innovativo. Ma le leggi e le politiche non sono tutto, contano prima di tutto la cultura, i messaggi culturali  e simbolici, i fatti politici che si costruiscono,  contano le relazioni umane.

 

Ed allora  mi sia consentito sollevare una questione prima di tutto alle donne progressiste, di sinistra, femministe (di ogni generazione a partire dalla mia). L’Italia è ormai un paese di immigrazione e fin dall’inizio essa è stata quasi per metà composta da donne. Le donne italiane nella società son state eccellenti autrici della  convivenza: le insegnanti nelle scuole, le mediche ed infermiere negli ospedali, le religiose salvando le donne sfruttate sulle strade, autorevoli studiose che hanno aiutato a costruire buone politiche, donne nei sindacati  e nelle associazioni,  imprenditrici. Ma la politica delle donne e le donne nella politica hanno   ignorato  questi processi.

 

Poche hanno scelto di battersi in modo esplicito per cercare di imporre nella dimensione pubblica un altro alfabeto rispetto a quello martellante e perdurante nel tempo che ha creato tanti danni al nostro Paese: siamo invasi  dai clandestini. Basta guardare all’associazionismo femminile: rigorosamente organizzato su base etnica, tranne rare e belle eccezioni, da una parte le associazioni femminile italiane dall’altra quelle delle donne immigrate. Se vogliamo che la libertà femminile diventi paradigma delle politiche di governo dell’immigrazione e di integrazione dobbiamo esserci con il massimo di impegno in prima persona. Fare la fatica di andare a cercare le  immigrate invisibili, quelle che hanno raggiunto i loro mariti ma sono chiuse in casa e non conoscono la lingua italiana.

 

Costruire una relazione con le donne di religione islamica per conoscere da vicino i loro pensieri, le loro vite, le loro differenze ed i conflitti che attraversano la loro comunità. Il fatto politico nuovo che dobbiamo costruire  è una alleanza tra italiane, europee ed immigrate nella scena pubblica per imporre finalmente nell’agenda politica del nostro paese ed in quella europea il tema cruciale: “Come  stiamo insieme noi e loro? Come costruiamo convivenza?”.  Nella consapevolezza che dobbiamo costruire strade nuove rispetto alle esperienze del multiculturalismo e dell’assimilazionismo. 

 

L’alternativa non è tra un Europa con gli immigrati ed un Europa con i soli  europei.  Avremo bisogno degli immigrati perché abbiamo smesso di fare figli e questo non sembra essere un problema per molte di noi e non è un problema per la politica. La nostra economia avrà bisogno di giovani e verranno in tanti soprattutto dall’Africa. Dunque dobbiamo avere il coraggio della verità. Servono  pene  severe per chi delinque e meccanismi di espulsione più rapidi ed efficaci. Ma al nostro sentimento di insicurezza dobbiamo anche dire che la scelta vera che dobbiamo compiere è tra un Europa popolata da europei ed europei con il trattino (Italo–marocchino, italo-cinese  ecc..) che non solo rispettano le nostre regole  ma si innamorano dei nostri valori ed un Europa composta da tribù di popoli e culture, l’uno accanto all’altro, che non si parlano, non si conoscono, offrono le loro braccia ed il loro lavoro perché solo questo noi gli chiediamo ed in cambio  utilizzano  le nostre opportunità.

 

Quest’ultima  è in gran parte l’integrazione fino ad ora realizzata. Per costruire la nostra sicurezza  dobbiamo costruire l’Europa abitata da europei ed europei  con il trattino che  si innamorano dei nostri valori  e rispettano le nostre regole. Il tema è come garantire i diritti fondamentali della persona, esigere pari doveri ed al contempo garantire uno spazio pubblico in cui i soggetti portatori di una identità culturale diversa da quella del paese ospitante possano mettere a confronto  le loro rispettive posizioni in modo pacifico, e soprattutto possano  trovare il consenso attorno ai limiti  in cui possono esprimerle.

 

L’accettazione da parte di chi è portatore di una particolare cultura del nucleo fondamentale di valori del paese ospitante è la soglia al di sotto della quale non è possibile  accogliere alcuna richiesta di riconoscimento a livello istituzionale, cioè  pubblico, di quella cultura. Al di sopra di quella soglia il compito da assolvere da parte delle istituzioni e dei corpi intermedi  è quello di discernere ciò che di una cultura è tollerabile, da ciò che è rispettabile, da ciò che è condivisibile e può,  dunque, essere accolto dal nostro ordinamento.

 

La strada da seguire credo sia quella “dell’integrazione politica”, promuovendo il coinvolgimento attivo delle persone immigrate nella polis per sollecitarle ad assumersi delle responsabilità verso la vita della nostra comunità. Costruire insieme obiettivi comuni per migliorare la vita di tutti. Attraverso la discussione pubblica ed il reciproco confronto in cui ciascuno porta il suo patrimonio di valori ed il suo differente punto di vista. Lo sottopone al setaccio dei nostri valori irrinunciabili, per costruire nuove sintesi sui temi concreti del governo della comunità. Per fare questo ci deve essere uno spazio pubblico in cui tutti possano dialogare tra di loro e tutti siano chiamati all’esercizio della democrazia. Le persone immigrate devono essere coinvolte nella dimensione pubblica, non essere considerate semplice forza lavoro ma, persone, con diritti e doveri e con  la possibilità di esercitare la partecipazione politica. Questo è il vero terreno che costruisce insieme l’inclusione sociale e la sicurezza perché attiene all’esercizio della responsabilità.

 

Avanzo una proposta. Dopo essere  andate tutte a Colonia a manifestare con le donne tedesche  il valore della libertà femminile, sarebbe utile ed interessante che le donne Parlamentari attivassero un “tavolo di lavoro permanente”  cui invitare  le più importanti associazioni di donne italiane e di donne migranti. Per esercitare concretamente la convivenza. Per discutere e confrontare  le  politiche  da scegliere per realizzarla.

 

Livia Turco