Il Blog di Livia Turco

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Dopo di noi. La prima vittoria di una lunga battaglia

5 Febbraio, 2016 (11:24) | Dichiarazioni | Da: Redazione

L’approvazione alla Camera della legge sul ‘dopo di noi’ è un punto di arrivo, la prima vittoria di una lunga battaglia che ci auguriamo porti in fretta all’approvazione del provvedimento al Senato”.

Lo dichiara Livia Turco, che per anni si è battuta per queste norme che, spiega, “vogliono dare un aiuto concreto alle famiglie con persone con disabilità”. “Una legge di civiltà che nasce da queste famiglie - dice ancora Turco - da chi quotidianamente si fa carico e si prende cura di figli e fratelli disabili e che vive nell’ angoscia di quale sarà il loro futuro una volta rimasti soli”. “E’ da loro che abbiamo imparato l’importanza del ‘dopo di noi’ - prosegue l’ex ministro della famiglia - per questo oltre a ringraziare i parlamentari che si sono battuti per approvarla ringrazio le famiglie”.

“La legge era pronta per essere approvata già nella scorsa legislatura - ricorda Turco - già licenziata all’unanimità dalla commissione Affari sociali della Camera, fu bloccata perchè non ebbe il parere favorevole del Governo Monti, che non riuscì a trovare le risorse”. “Per questo - conclude Livia Turco - voglio ringraziare il governo Renzi che con lungimiranza, invece, ha trovato le risorse per finanziare una legge umana e indispensabile”. (ANSA)

Le donne e l’immigrazione. Una riflessione dopo i fatti di Colonia

18 Gennaio, 2016 (09:50) | Blogroll | Da: Redazione

Dopo Colonia, nulla è più come prima. Ha ragione Lucia Annunziata, ci vuole chiarezza, profondità e coraggio nell’analisi. Non possiamo consegnare ai nostri figli e figlie un mondo in cui la violenza sulle  donne sia considerato strumento per combattere la nostra civiltà. Dobbiamo essere intransigenti nei confronti dei nostri uomini  e fermare stupri e violenze altrimenti non saremmo autorevoli nel pretendere severità inflessibile verso tutti. La libertà femminile deve diventare il paradigma di ogni civiltà e deve orientare le politiche di governo dell’immigrazione e della convivenza.

 

Fino ad ora questa consapevolezza  e questa scelta, nel nostro Paese, non è stata compiuta anche se  le politiche attuate dal centrosinistra hanno promosso pari diritti e doveri  tra italiane ed immigrate e proponevano un modello di integrazione innovativo. Ma le leggi e le politiche non sono tutto, contano prima di tutto la cultura, i messaggi culturali  e simbolici, i fatti politici che si costruiscono,  contano le relazioni umane.

 

Ed allora  mi sia consentito sollevare una questione prima di tutto alle donne progressiste, di sinistra, femministe (di ogni generazione a partire dalla mia). L’Italia è ormai un paese di immigrazione e fin dall’inizio essa è stata quasi per metà composta da donne. Le donne italiane nella società son state eccellenti autrici della  convivenza: le insegnanti nelle scuole, le mediche ed infermiere negli ospedali, le religiose salvando le donne sfruttate sulle strade, autorevoli studiose che hanno aiutato a costruire buone politiche, donne nei sindacati  e nelle associazioni,  imprenditrici. Ma la politica delle donne e le donne nella politica hanno   ignorato  questi processi.

 

Poche hanno scelto di battersi in modo esplicito per cercare di imporre nella dimensione pubblica un altro alfabeto rispetto a quello martellante e perdurante nel tempo che ha creato tanti danni al nostro Paese: siamo invasi  dai clandestini. Basta guardare all’associazionismo femminile: rigorosamente organizzato su base etnica, tranne rare e belle eccezioni, da una parte le associazioni femminile italiane dall’altra quelle delle donne immigrate. Se vogliamo che la libertà femminile diventi paradigma delle politiche di governo dell’immigrazione e di integrazione dobbiamo esserci con il massimo di impegno in prima persona. Fare la fatica di andare a cercare le  immigrate invisibili, quelle che hanno raggiunto i loro mariti ma sono chiuse in casa e non conoscono la lingua italiana.

 

Costruire una relazione con le donne di religione islamica per conoscere da vicino i loro pensieri, le loro vite, le loro differenze ed i conflitti che attraversano la loro comunità. Il fatto politico nuovo che dobbiamo costruire  è una alleanza tra italiane, europee ed immigrate nella scena pubblica per imporre finalmente nell’agenda politica del nostro paese ed in quella europea il tema cruciale: “Come  stiamo insieme noi e loro? Come costruiamo convivenza?”.  Nella consapevolezza che dobbiamo costruire strade nuove rispetto alle esperienze del multiculturalismo e dell’assimilazionismo. 

 

L’alternativa non è tra un Europa con gli immigrati ed un Europa con i soli  europei.  Avremo bisogno degli immigrati perché abbiamo smesso di fare figli e questo non sembra essere un problema per molte di noi e non è un problema per la politica. La nostra economia avrà bisogno di giovani e verranno in tanti soprattutto dall’Africa. Dunque dobbiamo avere il coraggio della verità. Servono  pene  severe per chi delinque e meccanismi di espulsione più rapidi ed efficaci. Ma al nostro sentimento di insicurezza dobbiamo anche dire che la scelta vera che dobbiamo compiere è tra un Europa popolata da europei ed europei con il trattino (Italo–marocchino, italo-cinese  ecc..) che non solo rispettano le nostre regole  ma si innamorano dei nostri valori ed un Europa composta da tribù di popoli e culture, l’uno accanto all’altro, che non si parlano, non si conoscono, offrono le loro braccia ed il loro lavoro perché solo questo noi gli chiediamo ed in cambio  utilizzano  le nostre opportunità.

 

Quest’ultima  è in gran parte l’integrazione fino ad ora realizzata. Per costruire la nostra sicurezza  dobbiamo costruire l’Europa abitata da europei ed europei  con il trattino che  si innamorano dei nostri valori  e rispettano le nostre regole. Il tema è come garantire i diritti fondamentali della persona, esigere pari doveri ed al contempo garantire uno spazio pubblico in cui i soggetti portatori di una identità culturale diversa da quella del paese ospitante possano mettere a confronto  le loro rispettive posizioni in modo pacifico, e soprattutto possano  trovare il consenso attorno ai limiti  in cui possono esprimerle.

 

L’accettazione da parte di chi è portatore di una particolare cultura del nucleo fondamentale di valori del paese ospitante è la soglia al di sotto della quale non è possibile  accogliere alcuna richiesta di riconoscimento a livello istituzionale, cioè  pubblico, di quella cultura. Al di sopra di quella soglia il compito da assolvere da parte delle istituzioni e dei corpi intermedi  è quello di discernere ciò che di una cultura è tollerabile, da ciò che è rispettabile, da ciò che è condivisibile e può,  dunque, essere accolto dal nostro ordinamento.

 

La strada da seguire credo sia quella “dell’integrazione politica”, promuovendo il coinvolgimento attivo delle persone immigrate nella polis per sollecitarle ad assumersi delle responsabilità verso la vita della nostra comunità. Costruire insieme obiettivi comuni per migliorare la vita di tutti. Attraverso la discussione pubblica ed il reciproco confronto in cui ciascuno porta il suo patrimonio di valori ed il suo differente punto di vista. Lo sottopone al setaccio dei nostri valori irrinunciabili, per costruire nuove sintesi sui temi concreti del governo della comunità. Per fare questo ci deve essere uno spazio pubblico in cui tutti possano dialogare tra di loro e tutti siano chiamati all’esercizio della democrazia. Le persone immigrate devono essere coinvolte nella dimensione pubblica, non essere considerate semplice forza lavoro ma, persone, con diritti e doveri e con  la possibilità di esercitare la partecipazione politica. Questo è il vero terreno che costruisce insieme l’inclusione sociale e la sicurezza perché attiene all’esercizio della responsabilità.

 

Avanzo una proposta. Dopo essere  andate tutte a Colonia a manifestare con le donne tedesche  il valore della libertà femminile, sarebbe utile ed interessante che le donne Parlamentari attivassero un “tavolo di lavoro permanente”  cui invitare  le più importanti associazioni di donne italiane e di donne migranti. Per esercitare concretamente la convivenza. Per discutere e confrontare  le  politiche  da scegliere per realizzarla.

 

Livia Turco

Sulle Unioni Civili

10 Gennaio, 2016 (10:51) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

E’ molto importante  che il Parlamento approvi subito una legge sulle Unioni Civili consentendo così, finalmente, a persone dello stesso sesso di vivere una vita dignitosa, cancellando discriminazioni profondamente ingiuste. E’ importante il dibattito che si è aperto nel PD che vede posizioni diverse  esprimersi e confrontarsi con reciproco rispetto e pacatezza. Proprio perché apprezzo lo sforzo delle senatrici e dei senatori e del gruppo dirigente del PD scrivo per porre quesiti al fine  di rendere chiare le  scelte compiute (almeno per me).


Vorrei, in premessa, ricordare a noi tutti l’esperienza di leggi come il diritto di famiglia, il divorzio l’aborto, contro la violenza sessuale. Ci insegnano, nella loro concreta applicazione, che  è fondamentale la limpidezza dei valori e dei principi cui la legge si ispira  e la  chiarezza  della mediazione che essa realizza tra i diversi valori in gioco.

Il punto su cui intervengo è quello controverso tra stepchild adoption e la maternità surrogata  o utero in affitto. Molte  e molti  di quelli  che hanno sollevato obiezioni o richiesto chiarimenti non lo hanno fatto strumentalmente per attaccare la legge ma per avere chiare le scelte che il legislatore  compie. Per poterle  condividere e sostenere difronte all’opinione pubblica. 


Mi sia consentito di dire che troppe volte le risposte che ho ascoltato e letto mi sono parse   elusive della preoccupazione sollevata. Si è detto e scritto che non c’è nessun rapporto tra le due questioni, che bisogna tutelare il supremo interesse del minore, che non bisogna lasciare ai tribunali le scelte, che bisogna guardare alle nuove forme di genitorialità. Tutti punti condivisibili ma che non chiariscono fino in fondo. Sono convinta che per crescere un bambino, se è preferibile la presenza di un padre e di una madre, tuttavia bisogna prendere atto positivamente del diffondersi  di una genitorialità amorevole ed efficace da parte di coppie omossessuali. Pertanto, in una riforma della legge sulle adozioni, credo sia saggio regolamentare tale realtà.


L’adozione riguarda i minori in stato di abbandono: una condizione giuridica ed umana  chiara rispetto alla quale il tribunale dei minori ed i servizi sociali devono valutare la capacità della coppia di crescere  ed educare il bambino in modo armonico. In questo caso il valore in gioco è la capacità di amore e di cura della coppia.  Nel caso della stepchild adoption  si tratta di un figlio naturale di uno dei due partner della coppia omosessuale. Dunque i valori in gioco sono non soltanto la capacità di crescere il figlio e di amarlo ma la generazione del figlio.  Se nelle coppie lesbiche è chiaro chi è la madre(una delle due componenti) nella coppia gay è lecito e doveroso porre la domanda: dov’è la madre? Ha rinunciato al figlio che  è stato affidato al padre nel superiore interesse del minore? La madre è deceduta? O ci si è rivolti ad altre madri? 


C’è differenza tra usare l’espressione procreazione  e quella di generazione del figlio naturale. Scrivere in modo chiaro  generazione del figlio naturale   credo sia essenziale per dimostrare che non c’è legame tra lo stepchild e l’utero in affitto. Credo  inoltre sia utile ribadire in questa legge come in tutte quelle che attengono all’istituto della filiazione ,il divieto della maternità surrogata. Perché  se è vero che tale divieto è contenuto nella legge 40 va detto che tale legge è stata così pesantemente destrutturata dalle sentenze della Corte Costituzionale da non avere l’autorevolezza e la forza di far vivere quel divieto sul piano culturale   e  simbolico  oltrechè   su quello concreto. 


L ’impatto della maternità surrogata sull’istituto della filiazione è talmente sconvolgente  che il suo divieto va considerato un principio fondamentale  da applicare  in modo espansivo all’interno  del nostro ordinamento ogni qual volta si intervenga sulla filiazione riguardante sia le coppie eterosessuali che omosessuali. Questa scelta normativa  corrisponde ad una scelta valoriale molto netta: no, sempre e comunque, alla maternità surrogata.


E’ stato un passaggio epocale la elaborazione della maternità come relazione madre e figlio che ha il suo inizio nel grembo materno, grembo fisico e psichico. Quella relazione forma la personalità del figlio, è ciò che gli dà la vita non solo perché lo fa nascere ma lo nutre di un nutrimento fondamentale per la sua crescita che è la relazione d’amore. Riconoscere la madre, riconoscere la maternità come relazione umana primaria e di primaria importanza significa riconoscere un bene essenziale per il figlio  e non solo ribadire l’autorevolezza della madre e la sua centralità nel processo generativo e di filiazione. La maternità surrogata cancella tutto questo, riduce il grembo materno a contenitore fisico che toglie autorevolezza alla madre  arrecando un danno al figlio. 


Ancora più grave se si considera che nella grande prevalenza delle situazioni essa è una forma di sfruttamento della povertà femminile in tanta parte del mondo. Questo dovrebbe indignare la nostra coscienza, portarci a reagire, a mobilitarci contro una pratica che colpisce donne deboli se è vero che il mondo è in casa nostra e che il valore della dignità umana e della uguaglianza non conosce confini. Questa forma di sfruttamento è talmente blasfema ed indicibile da travolgere la libertà femminile  e da non consentirci di fare dei distinguo, in nome della libertà,  tra donne che scelgono e donne che subiscono. Il danno di quelle che subiscono tale pratica come sfruttamento ci coinvolge tutte, incatena la nostra libertà. La consapevolezza del  danno  arrecato a tutta l’umanità delle donne deve darci il coraggio di reagire,  in nome del bene comune e della  responsabilità verso se stesse e verso le altre, deve darci la forza e la determinazione di batterci  perché quel brutale sfruttamento abbia fine cancellando  la pratica che lo origina.   


Tante donne in Europa si stanno mobilitando. Cosa aspettiamo noi donne italiane a prendere parte a questa mobilitazione con il cuore indignato e con la mente preoccupata non solo per la sorte di tante sorelle ma di un bagaglio culturale, di principi, tra cui il valore della differenza sessuale, il valore delle relazioni umane a partire da quella che lega madre e figlio nel grembo materno.


Avere un figlio non è un diritto ma una responsabilità .E’ la realizzazione di un desiderio profondo che ha come finalità la nascita e la crescita di un altro da sé. La bellezza di mettere al mondo un figlio è che si mette  al mondo un’altra persona  ,un altro da sé,  rispetto al quale la felicità più grande  è la dedizione ,la cura per realizzare il suo bene. Perché non dovremmo  dire queste cose ora? Perché non dirle noi che vogliamo combattere le discriminazioni verso le persone omosessuali? Perché  non dirle noi e lasciare che altri strumentalizzino un tema così  grande?  Quando  è in gioco il valore della dignità umana e dell’eguaglianza di rispetto non è lecito affermare “questo non è il momento…”tanto più se  siamo consapevoli di aver perso del tempo prezioso per fare la nostra parte.


Livia Turco

Da l’Unità del 10 gennaio 2016

Immigrazione e integrazione. I vecchi modelli non bastano più

20 Dicembre, 2015 (09:51) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Di fronte al tormentato quadro internazionale  ed al continuo sbarco di persone credo sia doveroso porsi gli interrogativi più difficili, coniugare lo sforzo dell’emergenza con la definizione del futuro possibile ed auspicabile.

Tra gli interrogativi cruciali vi è il seguente: come stiamo insieme noi e loro, come costruiamo l’Italia e l’Europa della convivenza che coniughi l’unità nella diversità?

Insomma, quale Italia e quale Europa vogliamo costruire per il futuro?

Sappiamo di non poterci ispirare a modelli che, se sono stati efficaci in passato, ora rivelano la loro profonda insufficienza: multiculturalismo ed  assimilazionismo.

L’Unione Europe ha indicato la strada della intercultura, della interazione, ma tale indicazione ha prodotto linee guida, indirizzi in taluni settori come la scuola, ha animato esperienze ma non ha inciso sulla concezione della cittadinanza e della nazionalità, non ha prodotto un nuovo  modello di convivenza. Cosa significa cittadinanza plurale? Nazione plurale?

Si può dare una risposta a questo interrogativo definendo un modello nuovo di convivenza sia a partire da studi e dibattiti che sono accumulati nel tempo sia attraverso le tante esperienze concrete cresciute sui territori.

Sarebbe utile ed importante che il Governo istituisse un Tavolo della Convivenza radunando forze intellettuali e sociali per definire le linee di un modello e proporlo al dibattito pubblico per  costruire politiche condivise.

Un punto mi sembra fondamentale. L’intercultura intende superare la unilateralità di ciascun modello fin qui sperimentato ed assume come punto di partenza che la persona immigrata debba conoscere,condividere e praticare la lingua,le regole ed i valori del paese ospitante. Ma questo non è sufficiente non solo perchè mutila la persona immigrata di una parte della sua personalità ma occulta una ricchezza per la società e per ciascuno di noi che è il rapporto con l’altro e dunque la sua storia, la sua cultura d’origine, il suo bagaglio di conoscenze..Il tema è come può avvenire la contaminazione tra culture, inteso come arricchimento reciproco non solo nella vita individuale ma nella società e nella polis, portando ad un arricchimento  dei valori e della cultura del paese ospitante.Tema tante volte enunciato ed anche dibattuto ma che ha avuto scarsi esiti concreti.Ora non è più rinviabile.

Il tema è come garantire i diritti fondamentali della persona,esigere pari doveri,ed al contempo garantire  uno spazio pubblico in cui i soggetti  portatori di una identità culturale diversa da quella del paese ospitante possano mettere a confronto le loro rispettive posizioni in modo pacifico,e soprattutto possano trovare il consenso attorno ai limiti entro cui possono esprimerle.L’accettazione da parte di chi è portatore di una particolare cultura del nucleo fondamentale di valori del paese ospitante è la soglia al di sotto della quale non è possibile accogliere alcuna legittima richiesta di riconoscimento a livello istituzionale,cioè pubblica,di quella cultura..

Al di sopra di quella soglia il compito da assolvere da parte delle istituzioni e dei corpi intermedi è quello di discernere ciò’ che di una cultura è tollerabile, da ciò che è rispettabile, da ciò che è condivisibile e dunque essere accolto da nostro ordinamento.

La strada da seguire credo sia quella della integrazione politica, vale a dire promuovere il coinvolgimento attivo delle persone immigrate nella polis per sollecitarle ad assumersi delle responsabilità verso la vita della comunità. Costruire insieme degli obiettivi comuni per migliorare la vita della comunità. Attraverso la discussione pubblica ed il reciproco confronto in cui ciascuno porta il suo patrimonio di valori ed il suo differente punto di vista. Lo sottopone al dibattito pubblico ed al setaccio dei valori irrinunciabili per arricchirli e per costruire nuove sintesi sui temi concreti del governo della comunità.

Mi pare sia questo il modo maturo di intendere la laicità e la cittadinanza ,che dovrebbe essere il Foro attraverso cui le differenze culturali diventano una ricchezza  perchè si mettono a disposizione non solo per avere un riconoscimento ma perchè  partecipano alla definizione condivisa di valori comuni..Che saranno così più ricchi e diversi. Penso a come sarebbe più ricco un percorso scolastico se  fosse per tutti interculturale, se religioni e culture dei migranti che vivono con noi fossero conosciute dagli italiani  e diventassero parte di una cultura comune e condivisa. A come sarebbe più ricca la vita dei nostri quartieri se abitudini e pratiche di vita diverse dessero vita a momenti pubblici di divertimento,incontro e dibattito.

D’altra parte la funzione integrativa e di costruzione della comunità è il senso più profondo e nuovo che assume oggi la cittadinanza. Non solo riconoscere pari diritti e pari doveri ma coltivare un senso di comunità ed uno scopo comune. La cittadinanza è un  foro  interiore e di pratica pubblica  dove le persone trascendono le loro differenze e pensano al bene comune di tutti i cittadini. Ma per fare questo ci deve essere uno spazio pubblico in cui tutte le differenze culturali possano tra loro dialogare e dove tutti siano chiamati all’esercizio della democrazia.Le persone immigrate devono essere coinvolte nella dimensione pubblica,non essere considerate  e valutate come semplice forza lavoro, ma,  persone, con diritti e doveri e con la possibilità di esercitare la partecipazione politica.


Livia Turco (L’Unità, 18 dicembre 2015)

L’utero in affitto è una pratica abominevole

9 Dicembre, 2015 (10:24) | Interviste | Da: Redazione

Intervista di Livia Turco ad Avvenire (8 dicembre 2015)


«L’utero in affitto? Una pratica semplicemente a-bo-mi-ne-vo-le». Scandisce le sillabe, Livia Turco, e poi chiede conferma: «Lo sente come sono indignata? ». Una vita politica tutta a sinistra, tra Pci, Pds, Ds e Pd, più volte ministro nei governi Prodi e D’Alema, oggi è presidente della Fondazione “Nilde Iotti: le donne, la cultura, la società”. 


Per quali precise ragioni ha aderito anche lei, insieme a tante donne della sinistra e del femminismo, alla campagna contro la cosiddetta maternità surrogata?

Dopo tante battaglie di civiltà, oggi il corpo della donna è ridotto alla più bieca forma di mercificazione. Dopo tante conquiste, dopo tanti anni, tante passioni, energie spese a far capire ai nostri uomini che la maternità è una relazione, che il corpo della donna è un grembo psichico, è il luogo che dà la vita, ripiombiamo indietro di secoli. Non è accettabile. Abbiamo detto a gran voce queste cose quando si è trattato di far riconoscere il valore della maternità come dimensione e pensiero femminile. Come libertà delle donne. Come etica e responsabilità tutta nostra. Le abbiamo dette quando si è trattato di rivendicare la bellezza della maternità ma anche quando giustificavamo una scelta dolorosa come l’aborto… Ci abbiamo impiegato anni a capirlo noi e poi a farlo capire ai nostri uomini, e oggi, dopo tutto ciò, questo grembo che dà la vita è ridotto a mercimonio, proposto ad altri per denaro. 


Decenni di rivendicazioni vanificate dalla banalissima forza del business, dunque?

Si parla di gratuità, ma non ci credo, e comunque al più si tratterebbe di casi eccezionali. La norma è lo sfruttamento. 


Come giudica l’ambiguità di molti giornali e tivù, che ancora prospettano l’utero in affitto come una conquista di civiltà e, se costretti a ospitare le ragioni del no, accanto pubblicano – a difesa – inverosimili storie di felici maternità surrogate? 

Non capiscono cosa dicono. Questo modo di fare giornalismo è frutto di arretratezza, ottusità e subalternità culturale al mercantilismo che nella nostra società prevale su tutto. Ma anche al pesante relativismo etico, per cui tutto è diventato diritto. Da quando in qua esiste il diritto a un figlio? 


C’è chi sostiene che la mobilitazione contro è strumentale, visto che in Italia la pratica è illegale. 

Non mi basta che qui sia proibita, perché chi vuole farlo va all’estero. Posso essere d’accordo sul fatto che la questione delle adozioni non c’entri e che unire i due temi sia una forma di strumentalizzazione politica da parte di alcuni, ma ciò non può giustificare in alcun modo il silenzio contro un obbrobrio vero e proprio, indegno di una società civile. 


L’appello, per molti anni rimasto appannaggio del solo mondo cristiano, ora ha raggiunto e unito trasversalmente il mondo laico. Ma prima delle femministe italiane si sono fatte sentire quelle francesi, capitanate da Sylviane Agacinski, che per febbraio ha annunciato una massiccia mobilitazione. Come mai questo ritardo in Italia? 

Perché in Francia vige una laicità meno attenta ai valori: a causa di un minore senso religioso, le pratiche e le tecnologie corrono di più che nel nostro Paese, dunque lì c’era una maggiore urgenza di reazione.


Tra i tanti firmatari, ancora pochi uomini. Eppure quanto accade dovrebbe indignare tutti in quanto esseri umani. Non trova?Aderiscano anche loro, li vogliamo accanto. Spero capiscano che avere un figlio non significa fabbricare qualcosa. Mi rivolgo soprattutto ai nostri figli, ai giovani padri: imparino quanto di umanamente straordinario c’è nella relazione tra una madre e il figlio che mette al mondo. Solo pensare che una donna possa ‘fare’ un figlio perché con quel figlio, che non vedrà mai più, potrà campare è blasfemo. 


Se avvenisse gratuitamente, sarebbe meno grave? 

Cambia poco. Quel figlio ha una sola madre, che non può produrlo per altri. Io da ministro della Solidarietà sociale ho sempre sostenuto che la genitorialità non è automaticamente quella biologica ma è la capacità di una presa in carico, sono sempre stata a favore della genitorialità diffusa, insomma, ma portare in grembo un figlio per cederlo ad altri su commissione è una forma di arretramento spaventoso. E questo va detto chiaramente ai giovani, ingannati dai media e superficiali, che non immaginano a cosa ci porterà questa logica individualista se non ci fermiamo in tempo.

Sedici anni senza Nilde Iotti

4 Dicembre, 2015 (10:26) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Sedici anni fa ci lasciava Nilde Iotti. Ho ancora vivissimo negli occhi il ricordo delle migliaia di persone, donne e uomini semplici , autorità e rappresentanti  di tutte le forze politiche, che vennero a salutarla in quella che è stata la sua vera casa : il Parlamento. Donne e uomini che piangevano l’autorevole Presidente della Camera, la Presidente di tutti, ma anche la compagna, l’amica delle donne,l’amica delle persone semplici. 

Nella  sua vita ha conosciuto le fatiche, la fierezza, l’amore intenso e l’intenso dolore , l’amore per la figlia Marisa e per i nipoti, la grande passione per la politica dove ha saputo essere innovatrice, intransigente e madre generosa.

Nilde Iotti nasce il 10 aprile del 1920 a Reggio Emilia, da Egidio ed Alberta Vezzoli, sposati civilmente.

Una famiglia tranquilla,  Egidio, ferroviere, socialista prampoliniano  ed attivista sindacale ; Alberta, una casalinga che amava leggere il Manzoni. Dopo l’avvento del fascismo, il  padre decide di ritirare la figlia dalla scuola pubblica per iscriverla ad un istituto cattolico, nel tentativo di sottrarla all’indottrinamento fascista ”meglio i preti dei fascisti”. Il padre pagò con il licenziamento dal lavoro  la sua fede  antifascista costringendo la famiglia ad affrontare grandi difficoltà economiche. Su un punto il padre non  arretra:  fare studiare la figlia. Esaltava il valore dello studio come base per diventare classe dirigente e sconfiggere il fascismo.”  Nilde, loro sanno, loro sanno” soleva ripetere alla figlia. Loro erano i borghesi e per far vincere il proletariato bisognava che esso si acculturasse. Dopo la morte del padre avvenuta nel 1934,la situazione economica si aggrava ulteriormente e la madre inizia a lavorare per permettere a Nilde Iotti, pur con grandi sacrifici di continuare gli studi intrapresi presso l’Istituto “ Principessa di Napoli” di Reggio Emilia.

Nel 1938 ,grazie ad una Borsa di studio, Nilde si iscrive alla facoltà di Magistero Dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Nilde avrebbe preferito iscriversi alla facoltà di medicina o di ingegneria ma deve rinunciare per ragioni economiche e si prepara alla carriera dell’insegnamento. Partiva da Reggio Emilia con il treno verso Milano, viveva in una piccola stanzetta in affitto  e sentiva i rumori dei bombardamenti e le urla delle persone cui si univa nei rifugi . Nel corso degli anni universitari, inseguito allo studio della dottrina e della morale cattolica, Nilde Iotti vive una profonda crisi di carattere religioso che la porta ad allontanarsi dalla fede cattolica.

Il 31 ottobre del 1942 si laurea con una tesi dal titolo” L’attuazione delle riforme in Reggio Emilia nella seconda metà del secolo XVIII”.  Dopo la laurea ritorna a Reggio Emilia e comincia ad insegnare lettere presso l’Istituto Tecnico Commerciale per geometri ”A.Sacchi”. La devastazione prodotta dal fascismo , l’avvio della guerra partigiana la sollecitano a schierarsi, a fare la sua parte. Lo fa ascoltando molte voci: prima  fra tutte quella delle  donne dei Gruppi di Difesa delle Donne, la prima grande ed unitaria organizzazione femminile aperta a tutte le donne. Ascolta la voce del cattolico La Pira, dei socialisti.

A convincerla in modo definitivo nella scelta politica non solo contro il fascismo ma accanto al partito Comunista Italiano  fu l’ascolto della “voce gracchiante di Ercoli(Togliatti)” a Radio Londra quando annuncia la Svolta di Salerno, l’unità antifascista, il sostegno del governo Badoglio per sconfiggere il fascismo ed il nazismo e l’impegno a  costruire la democrazia progressiva, attraverso l’unità dei comunisti, socialisti e cattolici. Fin dall’inizio del suo apprendistato politico Nilde Iotti ha un atteggiamento aperto che la porta all’ascolto di tutte le voci e di tutte le culture schierate contro il fascismo. Nel 1945 ,in piena occupazione tedesca, festeggia il suo primo 8 marzo organizzando una manifestazione di donne davanti alla questura di Reggio Emilia  per richiedere la distribuzione dei viveri ed il rilascio dei detenuti politici. Nel luglio ,in occasione delle prime elezioni libere viene eletta consigliera comunale come indipendente nelle liste del PCI. Tante volte ci raccontava dei suoi  primi  comizi nelle piazze e nelle strade, a volte deserti ma solo apparentemente, perché  le donne l’ascoltavano chiuse nelle loro case dietro le finestre, poi cominciarono ad affacciarsi  sui balconi.

Nell’autunno venne eletta segretaria provinciale dell’UDI che contava 23mila iscritte e svolge una attività intensa tra le donne imprimendo una svolta innovativa rispetto alla tradizionale impostazione della battaglia di emancipazione. Bisognava che le donne fossero impegnate nel lavoro ma anche nella cultura. Bisognava rivolgersi alle operaie ma coinvolgere anche le casalinghe, le insegnanti, le donne più colte. Bisognava sostenere e valorizzare gli affetti famigliari ma costruire una famiglia nuova basata sulla pari dignità tra uomini e donne e superando il rapporto autoritario con i figli .Nel 1946 si iscrive al PCI e viene eletta parlamentare con 15.936 voti di preferenza(a Reggio Emilia ottiene il 45,7 % dei voti).

Fu una delle 21 Costituenti, entra a far parte della” Commissione dei settantacinque” incaricata di elaborare la bozza del testo costituzionale. Partecipa alla  Prima Sotto Commissione che si occupa della stesura dei diritti e dei doveri. Nilde Iotti fu relatrice sul tema della famiglia ed introdusse fin da subito i temi della parità tra i sessi, del sostegno alla donna lavoratrice e madre, della equiparazione giuridica  dei figli nati nel matrimonio e quelli nati fuori del matrimonio per garantire  pari tutela e dignità a tutti i bambini/e.

Fu eletta segretaria nazionale  dell’ UDI e incontrò Togliatti. Un incrocio di sguardi mentre scendevano le scale di Montecitorio accese nei loro cuori una fiamma potente. Lei, giovane di 26 anni, Lui capo indiscusso del PCI sposato con Rita Montagna da cui aveva avuto un figlio. Fu un amore intenso, vissuto con pari intensità ,come confermano le lettere d’amore che sono pubblicate nel libro di Luisa lama “NILDE IOTTI: una storia politica femminile”(Donzelli editore).Un amore forte che entrambi vollero vivere in libertà ma che cozzava con la morale di quei tempi e che fu aspramente ostacolato dai dirigenti comunisti.

Persino Stalin era preoccupato di quella giovane donna, che aveva studiato in una scuola cattolica e che avrebbe potuto essere una spia del Vaticano , che coinvolgeva così tanto e tanta influenza esercitava sul Capo dei comunisti Italiani. Adottarono tramite affiliazione Marisa Malagoli, sorella di un operaio rimasto ucciso durante uno scontro con la polizia nel corso di uno sciopero a Modena. Erano una “strana famiglia” che viveva con grande intensità il loro legame famigliare. La carriera politica di Nilde subì una battuta d’arresto in virtù del legame d’amore con il Capo.  Fu eletta nel Comitato Centrale nel 1956 con un numero minimo di voti.

Quando ci fu l’attentato a Togliatti fu la prima a correre a soccorrerlo ma fu allontanata dai dirigenti. Potè  andare al suo capezzale solo perché esplicitamente chiamata da Togliatti.  Fu riconosciuta come la sua legittima compagna  nel 1964 quando Togliatti morì.

Si occupò con particolare dedizione dei temi del Diritto di famiglia, delle pensioni alle casalinghe,  del divorzio assumendo come riferimento  l’idea di famiglia come comunità di affetti. Nel 1962 entrò nella Direzione nazionale del partito .Europeista convinta nel 1969 viene eletta membro dell’assemblea parlamentare europea. Nel 1979 viene eletta ,prima donna, Presidente della Camera. Nel suo discorso di insediamento dedicò le sue prime parole alle donne italiane, cui rimase sempre profondamente legata e fedele. A partire dalle sue amiche di Reggio Emilia. Alle donne in particolare insegnava l’eleganza della politica, che doveva nutrirsi di cultura, ricercare e promuovere il bene comune, essere capace di ascolto. Amava l’eleganza  degli abiti e della persona e ci sollecitava a curare il nostro aspetto, ad avere cura della nostra persona. Aveva una grande stima di sé ma non parlava di carriera ma di “progressione”.

Aveva una grande stima di sé ma sapeva essere semplice, disponibile e considerava fondamentale per la democrazia praticare una politica popolare capace di rendere attive e protagoniste tutte le persone.

Presidente imparziale, si impegnò subito per la riforma della seconda parte della Costituzione per rendere il Parlamento più efficiente. Uno dei suoi primi atti fu il Lodo Iotti, per impedire l’ostruzionismo separando la discussione sugli emendamenti dall’espressione del voto di fiducia. Cui seguì la riforma dei Regolamenti parlamentari. A meno di un anno  dalla fine del suo mandato riceve da Cossiga la nomina di senatrice a vita ma la rifiuta, preferendo restare a Montecitorio, dove l’avevano chiamata i cittadini e la fiducia dei colleghi.

Nel partito fu una innovatrice e si schierò subito dalla parte di Occhetto alla svolta della Bolognina per il superamento del PCI e costruire un nuovo soggetto politico della sinistra.

Fu l’unica donna ad avere conferito l’incarico esplorativo per formare un Governo.

Nominò Tina Anselmi, l’altra grande madre della Repubblica, Presidente della Commissione che indagava sulla P2 di Licio Gelli.

Tornata al semplice lavoro parlamentare costruì  un forte legame con” le giovani compagne” ,  ci  sostenne nelle battaglie per una nuova  legge contro la violenza sessuale, per la democrazia paritaria, per cambiare i tempi di vita e conciliare il lavoro e la famiglia, nel progetto della Carta delle Donne “dalle donne la forza delle donne” (1986). Era austera ma sapeva anche essere materna e teneva molto alla cura della sua femminilità. La ricordo quando durante i congressi  o le riunioni più impegnative tirava fuori dalla borsetta il rossetto e con grande naturalezza se lo spalmava sulle labbra e pettinava i suoi capelli.

Si impegnò per la riforma delle istituzioni, presiedendo la Commissione Bicamerale per le riforme istituzionali voluta da De Mita nel 1993. Il 28 gennaio del 1998 pronuncia un importante discorso in Aula a sostegno delle riforme emerse dalla Commissione Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema. Credo che oggi sarebbe contenta di vedere finalmente varata la riforma del Senato e sarebbe fiera del protagonismo femminile.

Stanca e malata Nilde Iotti continua a lavorare ed a studiare sui banchi di Montecitorio fino al 18 novembre del 1999, quando lascia l’Aula dopo 53 anni ,accompagnata da un lunghissimo applauso.

“Lascio con rammarico dopo 50 anni di lavoro il mio incarico di parlamentare. Mi auguro che lo spirito di unità per cui mi sono sempre impegnata prevalga nei confronti dei pericoli che minacciano la vita nazionale. Vi ringrazio per la cortesia.”

Muore pochi giorni dopo,  la notte del 3 dicembre 1999,salutata da una grandissima partecipazione popolare, confermata due giorni dopo nei funerali di  Stato. Riposa nel  cimitero del Verano di Roma accanto a Palmiro Togliatti.

Il suo messaggio di una politica bella, pulita, onesta , ricca di cultura può continuare a conquistare il cuore di tanti giovani e ragazze, esserne punto di riferimento.

Livia Turco

da l’Unità del 3 dicembre 2015