Il Blog di Livia Turco

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Il PD e l’ipertrofia dell’io maschile

22 Febbraio, 2017 (09:31) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

“L’eleganza della politica” questa è l’eredità che ci hanno lasciato donne come Nilde Iotti e Tina Anselmi.

In questi anni, lasciato il Parlamento, ho scelto di fare politica in modo diverso, dedicandomi a far vivere  attraverso la  Fondazione Nilde Iotti, insieme ad altre donne_ diverse per generazione, storia e cultura_ quel  messaggio tra i giovani. Nelle scuole,  parlando delle nostre Madri, della Costituzione, della storia delle donne. In queste occasioni ho constatato che quel messaggio veniva accolto, incuriosiva, coinvolgeva quei  giovani che avevo di fronte. Ma anche nei circoli PD, nei centri sociali delle periferie, nelle associazioni di volontariato.

Ieri durante l’assemblea del PD , nel mio cuore sofferente, si sono affacciate Nilde Iotti e Tina Anselmi, ho cercato l’eleganza della politica in quel luogo.

Mi sono chiesta e mi chiedo  come può  accadere che padri del PD lascino il partito che hanno fatto nascere ed a cui hanno dedicato tante energie, tanta passione e tanta fatica.

La risposta l’ho trovata nell’eredità  di quelle due Madri. Ciò  cha ha smarrito il PD è proprio “l’eleganza della politica”. Eleganza, cioè perseguire sempre il bene comune, avere  il gusto di ascoltarsi, la consapevolezza di quanto siano importanti le relazioni umane, il rispetto,  la solidarietà tra le generazioni, la competenza, l’umiltà di imparare ed ascoltare. Avere degli ideali e praticarli. Verificare l’efficacia della propria azione nel rapporto con gli altri, risolvere giorno per giorno  i problemi,  far vivere una politica popolare che sappia prendersi cura delle persone.

“Prendersi cura” ecco una delle parole del Lingotto  pronunciata da Walter Veltroni che è andata del tutto smarrita. Ecco una parola preziosa  per fare una politica efficace nel rapporto con le persone e per essere comunità. Ecco una parola preziosa per combattere i populismi. Una parola preziosa per tessere relazioni tra di noi.

Al prendersi cura in questi anni si è sostituito l’ipertrofia dell’io maschile che ha massacrato le relazioni umane, ha fatto perdere di vista la solidarietà tra le generazioni. Ha sostituito la logica dell’apparire a quella dell’essere. La politica si è rinchiusa nei recinti delle istituzioni. Il tempo della politica è stato scandito dalla retorica “per la prima volta dopo vent’anni” mettendo sullo stesso piano destra e sinistra e dimenticando che tane cose dell’oggi  erano iniziate durante i governi dell’Ulivo.  Questa è la radice del male oscuro che vive il PD.  Perché    la politica è pensiero, abilità tattica, visione strategica, uso del potere ma è anche e molto “rammendo sociale”, cucitura delle relazioni umane.

Mi spiego anche così il silenzio delle donne in questo dibattito ed in questo scontro.

Ieri  Matteo Renzi  nella sua relazione ha rivendicato al suo Governo il merito di aver promosso donne in ruoli apicali. Ha ragione. Personalmente l’ho riconosciuto ed apprezzato in tante occasioni. Ho inteso il mio lavoro di questi anni come un passaggio di testimone e sono stata felice di apprezzare il protagonismo delle ministre, le loro competenze, i loro successi, le leggi importanti approvate.

Ma prima  del tuo Governo, caro segretario non ci sono stati solo “convegni sulla differenza di genere” ci sono  state dure battaglie che hanno visto protagoniste migliaia di donne ottenendo  importanti risultati nei loro partiti,  gruppi parlamentari, fino  ad introdurre la modifica all’art. 51 della Costituzione il  principio” A tal fine la Repubblica promuove le pari opportunità tra donne e uomini” (Legge Costituzionale n.1 del  30 maggio 2003).

E’ proprio alle donne che mi rivolgo. Dobbiamo aggredire questo male oscuro che attanaglia Il PD e la politica nel suo insieme.

Dobbiamo essere capaci di andare controcorrente, non farci affascinare noi stesse dall’ipertrofia dell’io, dalla logica del puro apparire. Dobbiamo smetterla di essere “seconde” ai nostri presunti capi. Dobbiamo esercitare la nostra autonomia e costruire un’alleanza tra donne.  Dobbiamo imporre con passione e determinazione  la superiorità della pratica del “prendersi cura”, del  “rammendo sociale”. Solo così salveremo la politica, salveremo la sinistra, salveremo il PD.

Livia Turco

da l’Unità 

Fermiamo il degrado della politica

3 Febbraio, 2017 (18:00) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Fermiamo il degrado della politica. Facciamolo noi del PD prima di essere anche noi travolti dall’infamia più dura che è il disprezzo e la lontananza del nostro popolo.

Guai se il PD diventasse complice di questo degrado! Quando un uomo come Giorgio Napolitano che ha dedicato la sua vita al bene comune ed alla nostra nazione viene travolto dagli insulti di uomini e donne come Salvini e Meloni perché svolge un argomentazione pacata circa la necessità che il Governo prosegua la legislatura la nostra preoccupazione di democratici deve essere molto alta.

Non solo perché viene colpita una grande persona e le istituzioni che rappresenta ma per il linguaggio che trasuda disprezzo e  per le affermazioni  che non si preoccupano di entrare nel merito e di argomentare una tesi differente ma sono un miscuglio di volgarità che esprimono il totale disinteresse verso il paese. Per fermare il degrado della politica bisogna sprigionare la forza della democrazia, far vivere nella società la rivoluzione democratica. Ed allora bisogna invertire nettamente la rotta che governa il nostro  partito.

Dare forza alla democrazia significa prima di tutto amare il proprio  Paese e le sue persone. Che  senso ha dirsi democratici e di sinistra se non si decide di usare tutto il tempo della legislatura per fare quelle riforme che non possono più attendere come la legge contro la povertà; la riforma della cittadinanza che consenta ai giovani figli di immigrati  che sono  italiani di fatto di esserlo  anche  per legge,  e non vivano più  l’angoscia ,  al compimento dei 18 anni anche se sono cresciuti in Italia ma   non hanno  un lavoro o non frequentano  l’università di  essere espulso dal nostro paese; la legge quadro che riconosce l’identità ed i diritti dei minori non accompagnati che sono numerosi nelle  nostre città. Che vergogna sarebbe se il PD concludesse questa legislatura senza  aver approvato queste leggi!

Vogliamo continuare ad essere l’unico Paese in Europa senza un reddito di inserimento contro la povertà? Facciamola ed applichiamola questa benedetta legge! La sperimentammo già con i Governi dell’Ulivo nel 1998! Costruiamo  con le imprese un Fondo Nazionale e Fondi regionali per finanziare  il Reddito di Inclusione Sociale e renderla una misura decente. Alle aziende non dobbiamo solo dare le  detrazioni fiscali per il welfare aziendale.

Chiediamo anche a   loro di dare un contributo per combattere la povertà. Quando il PD attorno al tema della lotta alla povertà dedicherà un po’ di passione, un po’ di discussione, un po’ di tempo per girare tra le varie Caritas  sarà un partito autorevole. E’ questa la vera sfida, di civiltà e di sinistra,  contro la demagogia dei Cinque Stelle. Non la campagna sui costi della politica che sta creando la singolare  situazione per cui la politica sta diventando un affare per ricchi. Quanti operai, quanti lavoratori eleggeremo in Parlamento? Domanda antiquata?

Non credo se come ci ha insegnato Norberto Bobbio la forza della democrazia sta nel  promuovere l’eguaglianza e l’inclusione anche nella sfera politica. Perché  se si è poveri, se si è affannati ad arrivare alla fine del mese non si ha certamente voglia di occuparsi di politica. Se non c’è una politica popolare che si preoccupa di valorizzare il merito e di superare le diseguaglianze nella politica,  in Parlamento e nelle  istituzioni avremo solo i ricchi e benestanti, non i lavoratori ed i giovani laureati  meritevoli.Se il PD non si impegnerà a fondo per ottenere queste riforme farò fatica a sentirmi a casa mia. Per le tante battaglie che ho fatto nel corso degli anni e per il senso che ha per me la parola sinistra.

Sprigionare la forza della democrazia significa fare ciò’ che fino ad ora non è stato fatto: dopo una sconfitta elettorale così pesante dove anche  una parte del tuo elettorato vota contro le tue scelte e dove l’80% dei giovani ti dice No bisogna attivare in modo collettivo  quella pratica impegnativa eppure così preziosa che è “l’ascolto” , e poi confrontarsi su quanto le persone ci hanno detto per farne  tesoro nelle scelte politiche che si compiono.

Nell’era dei social resta comunque insostituibile la relazione umana, il guardarsi in faccia, lo scambio di pensiero e di umanità. Tanto più nel rapporto con i giovani. Perché abbiamo perso queste doti, questa pratica preziosa,  proprio quando viviamo in tempo in cui, come ci hanno spiegato e spiegano tanti studiosi, nella società liquida ed atomizzata è con la forza delle relazioni umane, della comunità che si riscopre il senso della politica ed il gusto di costruire insieme un progetto, un idea di società, uno sguardo sul futuro. Questo per me è il congresso.

Non uno scontro tra ceti politici, non una conta, non l’annuncio solitario di laedership ma la costruzione attraverso un confronto schietto ed anche aspro di un progetto per il paese e per l’ Europa. Le novità sconvolgenti che attraversano il mondo, il deperimento del progetto europeo, la necessità di ridefinire i sistemi di welfare e le politiche di sviluppo, l’urgenza di discutere quale è la convivenza possibile tra italiani, europei  ed immigrati  sono temi impegnativi che richiedono studio, pensiero condiviso, elaborazione collettiva, scelte politiche. Insomma, un partito.

Altrimenti la sinistra diventa irrilevante. Nella vittoria dei populisti non c’è solo l’egoismo, il rancore, la paura di perdere diritti ed opportunità, la rivolta contro l’arretramento sociale c’è anche il bisogno del “ guscio”, di trovare il calore di una comunità, di sentire protetta la propria identità il proprio territorio. C’è la centralità della relazione umana.

Come spiegare che il calore del guscio lo si può vivere anche in una società aperta e mobile che anzi quel calore  sarebbe arricchito da quello della creatività e della sfida, della curiosità  che rende più bella la vita e più acuto il pensiero? Conta la battaglia culturale ma conta moltissimo la politica, per quello che dice  per quel che fa e  per la comunità che crea. Conta se sei partito e il partito che sei, se scontro di potere tra correnti e rissa oppure comunità di pensiero, di passione, di concretezza, di battaglia quotidiana per il bene comune.

Vogliamo, possiamo discuterne? O sono soltanto le ubbie di una romantica e di una nostalgica che non capisce la politica ai tempi moderni? Ho bisogno di saperlo e, come me, in tanti hanno bisogno di saperlo.

Livia Turco  (da L’Unità)

PS. Massimo sostegno all’Unità.  Impegniamoci tutti e tutte per salvare questo piccolo tesoro.

6 Gennaio, 2017 (12:36) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Un’idea di società

C’è una grande assente nel dibattito  pubblico sull’immigrazione, una assenza che non consente di andare alla radice dei problemi che connotano  l’immigrazione in questo nostro tempo. E’  il tema della convivenza tra europei, italiani  ed immigrati. Come stiamo insieme noi e loro? Quale idea di società ? Come tradurre il motto costitutivo   dell’Unione Europea dell’unità nella diversità? Porre questo tema significa incedere in una divagazione intellettualistica? Riproporre in modo  stucchevole il  dibattito sulla crisi o meno del multiculturalismo?

Niente affatto. Si tratta di un  tema molto concreto ed urgente che va affrontato per rispondere alle emergenze che stiamo vivendo. Il Governo ed i Comuni italiani stanno affrontando l’emergenza rifugiati con quella che viene definito  “modello diffuso di  accoglienza”. Si tratta di un idea  ed una pratica molto importante che va molto sostenuta , valorizzata e discussa perché potenzialmente contiene un progetto di convivenza.

Il modello diffuso accoglie in una comunità pochi nuovi  venuti , li inserisce nei luoghi della vita quotidiana, costruisce con loro una relazione umana di conoscenza , di coinvolgimento  nella cultura e regole del nostro Paese , di valorizzazione dei loro talenti in lavori utili alla comunità. Nel modello diffuso di accoglienza c’è l’ingrediente fondamentale della convivenza: conoscersi e riconoscersi, lavorare insieme, scoprire di avere obiettivi comuni. Contiene l’idea di una società della mescolanza sostenibile. Il problema è che solo 2000 Comuni hanno accettato di misurarsi con tale progetto.

Mancano all’appello seimila comuni. Come convincerli? Contano certamente gli incentivi economici  ma conta soprattutto dimostrare che con quei nuovi  venuti gli italiani non perdono la loro identità culturale, la comunità non viene deturpata, non  si corre nessuna minaccia per la propria vita. Anzi, quelle persone nuove e diverse possono arricchire la vita della comunità ospitante. Come raccontano molte cronache di giornali locali che riferiscono dei successi ottenuti da tanti comuni anche piccoli.

C’è un’Italia della convivenza diffusa e sedimentata da tempo  nei territori, nelle periferie delle città, nelle scuole, nei luoghi di lavoro . Essa è rimasta nascosta ed inascoltata. Bisogna raccontarla, farla conoscere, discuterla per capire cosa imparare da questi successi per definire una via italiana alla convivenza, un idea di società plurale. Solo con la pedagogia dell’esperienza, solo con la forza dell’esempio, fatto conoscere, discusso in modo collettivo si potranno convincere i seimila comuni e mettere così le basi per un Italia più sicura e serena. Non si può rimanere fermi al ritornello “ sicurezza e solidarietà” che ripetiamo da vent’anni.

L’Italia  è già  interetnica e multiculturale. Bisogna tradurre questo dato di fatto in consapevolezza culturale, civica, politica, in un idea nuova di società. La scelta che dobbiamo compiere attraverso un dibattito pubblico è molto netta: ci accontentiamo di stare gli uni accanto agli altri, tribù ’ separate che si ignorano, il cui problema è solo quello di non pestarsi i piedi?

Oppure vogliamo fare la fatica del conoscersi e riconoscersi, definire un orizzonte comune di valori, imparare a risolvere insieme i problemi , a condividere i momenti di difficoltà e quelli di festa? Vogliamo coinvolgere in questo processo gli immigrati stessi, a partire  da quelli che da molti anni sono qui con noi, e sarebbero ben contenti di non essere considerati solo forza lavoro ma cittadini che agiscono nella polis dotati di diritti e doveri verso la comunità? Vogliamo finalmente guardare in faccia “ gli italiani senza cittadinanza” i figli dei migranti nati in Italia che non accetteranno l’integrazione subalterna che è stata riservata ai loro genitori e da loro accettata. Non vorranno sentirsi cittadini di serie B.?

Vogliamo approvare prima dello scadere della legislatura quella benedetta riforma della cittadinanza  per cui questi giovani siano non solo italiani di fatto ama anche per legge? Vogliamo proporre l’educazione interculturale per tutti nelle scuole quale asse educativo fondamentale? Vogliamo imparare a praticare  la mescolanza nei luoghi della  vita quotidiana?

Costruire la società della convivenza in modo consapevole ed attraverso un dibattito condiviso valorizza le scelte importanti compiute dai Governi  Letta, Renzi  ed ora confermate da Gentiloni,  della stipula di accordi bilaterali con i paesi da cui provengono i flussi migratori perché l’Italia potrà esibire la sua capacità di integrazione, valorizza le politiche di cooperazione con i paesi del Mediterraneo e con l’Africa.

Non si costruisce l’Italia della convivenza con il reato di immigrazione clandestina, con i Cie  con le norme repressive ed inefficaci sulle espulsioni, con le norme sull’ingresso di lavoro che hanno fomentato la  clandestinità contenute nella legislazione vigente, le norme della Bossi Fini e della Berlusconi Maroni. Per  costruire una vera svolta nel governo dell’immigrazione, per costruire la società della convivenza  è necessario costruire una nuova “ legge quadro sull’immigrazione” ed una legge organica sul diritto d’asilo.

E’ una priorità non rinviabile. C’è un precedente da cui si può imparare qualcosa ed è la legge quadro dei governi dell’Ulivo  che nel 1998 con coraggio e spirito innovatore aprì una nuova pagina. Durò poco perché prevalse lo spirito ideologico e la cultura repressiva del centrodestra che ci ha  lasciato in eredità tanti problemi non risolti. Potrebbe essere utile da parte del Governo promuovere una Conferenza nazionale sull’immigrazione che veda la partecipazione dei tanti attori economici, sociali , culturali del volontariato, cittadini migranti.

Potrebbe essere utile che Anci, Regioni, Governo promuovessero ogni anno un Forum sull’Italia della Convivenza , un luogo in cui si raccolgono si illustrano e si discutono le buone pratiche della convivenza  realizzate nei territori del nostro paese ed anche in Europa. Per  praticare la pedagogia dell’esperienza.

Livia Turco

Contro la povertà

20 Dicembre, 2016 (19:05) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Abbiamo letto sui giornali nei giorni scorsi  che ad Udine una ragazza è svenuta a scuola perché da due giorni non mangiava non per anoressia ma perché i genitori non avevano il cibo sufficiente da darle  e faceva la doccia con l’acqua fredda. 

Un esempio concreto, drammatico di quella che con abbondanza di retorica chiamiamo    “povertà minorile” di cui il nostro  paese vanta un triste primato in Europa. Basta parlare con le insegnanti per sentire  raccontare quanto sia frequente da parte  loro  intuire che alcuni alunni vengono a scuola senza aver fatto colazione e sentono lo stomaco vuoto,  portano il panino perché i genitori non possono permettersi  il costo della mensa scolastica ,  sono privi di alcuni strumenti per lo studio.

Dobbiamo guardare in faccia queste persone, andarle a scovare, conoscerle, stabilire con loro un dialogo. Questa  relazione di fiducia è il primo ed insostituibile passo per costruire politiche efficaci di contrasto della povertà. Perché  le persone che ne sono colpite vivono il disagio di farsi riconoscere nella loro condizione e, dunque, si nascondono; perché chi vive il bisogno non sempre conosce gli strumenti ed i diritti che ha a disposizione.

Ci vuole qualcuno che vada incontro a queste persone, vada a scovarle, dia loro fiducia trasmettendo il senso della dignità e del loro  essere  portatrici di diritti. Bisogna andare   incontro a queste persone colpite dalla povertà, a partire dai servizi sociali e dagli operatori sociali, dal volontariato, dagli amministratori locali. Ma lo dobbiamo fare anche noi cittadini. Guardare in faccia il volto delle persone povere, stringere loro la mano per trasmettere  calore umano e rispetto è  compito della politica.

Dopo tanto parlare di diseguaglianze, periferie, inclusione  sociale sarebbe bello ed utile  che i militanti del PD ed  i loro dirigenti, a partire dai circoli, decidessero di scoprire i volti della povertà nel loro territorio. A partire dalla cosa più semplice che è frequentare le mense della Caritas a quelle più difficili che è scoprire il volto delle povertà attraverso la relazione con il territorio  e con  le persone che in esso vivono, ascoltando  le scuole, attraverso  gli insegnanti ecc.

Sarebbe utile, bello ed efficace costruire politiche contro la povertà a partire dalla tessitura di queste relazioni umane. E’ importante che siano state adottate nel nostro Paese alcune misure di contrasto della povertà , che regioni come l’Emilia Romagna abbia definito un piano organico contro la povertà assoluta, sono importanti i provvedimenti adottati da Governo Renzi,  sia il Fondo contro la povertà educativo sia le  misure di sostegno al reddito.

E’ essenziale che i comuni le applichino bene , attivando il “ sociale d’iniziativa”, vale a dire quella pratica prima indicata di andare incontro alle persone, di scovare chi è in difficoltà, di sollecitarle a reagire  alla loro condizione. Particolarmente importante è  la “ Delega recante norme relative al contrasto  della povertà , al riordino delle prestazioni ed al sistema degli interventi e dei servizi sociali,” approvato il 16 luglio alla Camera(relatrice Ileana Piazzoni ) ed oggi all’esame del Senato.

Essa prevede tra l’altro l’introduzione della misura nazionale definita Reddito di Inclusione  Sociale che riprende nella sua impostazione il Reddito D’Inserimento che sperimentammo nel 1998 con il Governo dell’Ulivo e che inserimmo  nell’articolo 23  della  legge quadro sui servizi sociali 328/ 2000.I governi di Centro destra abbandonarono e non applicarono  quella normativa compresa  la misura contro la povertà. Ora bisogna introdurla in modo sistematico e su scala nazionale. Bisogna prevedere, come accade in tutti i paese europei, un sostegno al reddito per chi si trova in condizione di povertà e vincolare l’offerta di tale reddito ad un percorso lavorativo o formativo di inserimento attivo.

Sappiamo che il nodo è quello delle risorse , oltre a quello  altrettanto importante di una pubblica amministrazione efficiente che sia in grado di promuovere l’inserimento attivo.Bisogna trovare soluzioni Innovative per il recupero delle risorse necessarie.

Queste ad esempio. Destinare le risorse raccolte attraverso l’8 per mille previsto nella legge 222/1985 in quota allo Stato alla lotta contro la povertà incrementando un fondo apposito. Le finalità previste dalla legge medesima per l’utilizzo della quota dello Stato sono: interventi  contro la fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati.

A partire dalla legge Finanziaria del 2004 il Governo decise che 80 milioni della quota spettante allo Stato sia  trasferita in  spesa ordinaria. Si potrebbe proporre una modifica alla legge  e prevedere la destinazione delle risorse  attribuite  allo Stato  esclusivamente alla lotta contro la povertà. Sono  convinta che se si destinasse l’otto per mille dello Stato ad un Fondo per il Reddito d’Inclusione Sociale , contro la povertà molti cittadini sosterrebbero  questa scelta e non credo che si creerebbe una concorrenza con la Chiesa. Comunque sarebbe una competizione virtuosa.

Penso inoltre che il finanziamento del  Fondo nazionale per il Reddito d’Inclusione sociale  dovrebbe  coinvolgere il mondo delle imprese ed i soggetti economici. Un Fondo nazionale cofinanziato da risorse pubbliche e private. Questo significherebbe promuovere una attiva responsabilità dei soggetti economici verso la promozione di politiche   per l’inclusione sociale.

Tali soggetti  dovrebbero essere coinvolti nella progettazione , nella realizzazione,  nella verifica di tali politiche attraverso  la creazione di  un Tavolo di Concertazione istituito presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, cui partecipino i Ministeri interessati, le forze economiche e sociali, il no profit. Se la lotta contro le  povertà ed alle diseguaglianze è essenziale per promuovere la crescita economica, occorre che i soggetti economici  diventino  attivi  protagonisti  nella definizione di politiche di inclusione sociale di cui la regia dovrebbe essere realizzata dallo Stato , dalle Regioni e dai Comuni.

Un soggetto pubblico autorevole è quello che non solo fa scelte politiche chiare, stanzia risorse e promuove la progettazione e la realizzazione delle politiche (ed anche la valutazione dei risultati) ma sa coinvolgere e promuovere la responsabilità di tutti gli attori economici e sociali attorno alle politiche di governo del paese comprese quelle di solidarietà ed inclusione sociale. Insomma, il tema lotta alla povertà  attraverso il Reddito d’inclusione Sociale  deve coinvolgere i cittadini e tutto il mondo economico e sociale.

Non può essere solo responsabilità della Chiesa, del volontariato e delle  politiche pubbliche. Questo potrebbe essere  un esempio concreto della innovazione del welfare che dobbiamo realizzare. Un modo realistico di promuovere in termini nuovi le politiche non più rinviabili di protezione sociale.

Livia Turco

“Non una di meno”. Una manifestazione importante e inedita

30 Novembre, 2016 (17:19) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

E’ stata  una  bella  sorpresa camminare sabato scorso lungo la manifestazione contro la violenza sulle donne ”Non una di meno” promossa dal Coordinamento Nazionale dei Centri Antiviolenza, dall’Udi e  dall’associazione “Decido io”. 

Grazie di cuore alle organizzatrici, alla loro fatica, alla loro intelligenza e generosità. Stupisce che un evento così importante  su un tema cruciale della nostra società sia stato così ignorato da parte di  tanti media.

Per chi come me ha vissuto tutte le manifestazioni delle donne è stato facile percepire subito  qualcosa di inedito tra le persone che sfilavano. Qualcosa che avevamo vissuto per la prima volta in quell’evento che ha fatto storia, la manifestazione  “se non ora quando”.

Protagoniste erano le giovani, determinate,  che avevano convinto i loro coetanei maschi i quali erano presenti. C’erano le giovani ed anche le bambine accompagnate dalle loro madri  e sentivi le loro voci che sussurravano “ impara, ecco cosa vuol dire questo..ecco chi è quella..”

C’erano le donne della mia generazione, forti, resistenti, allegre, determinate con la generosità a difendere le conquiste ottenute  con tanta fatica come i centri antiviolenza e la legge 194. C’erano gli uomini. Fatto nuovo e molto importante. C’erano donne anziane, famiglie, collettivi di donne lesbiche, immigrate. Popolo.

C’erano tante insegnanti che rivendicavano con gli striscioni il ruolo fondamentale della scuola. Come un Istituto alberghiero di Roma che aveva riunito insegnanti alunne/i , genitori degli alunni/e. Non solo erano in piazza a sfilare ma hanno  costituito un luogo permanente di confronto tra di loro.

Bello il clima, nessuna contestazione, nessuna rivendicazione ma la determinazione ad esprimere la propria forza, il desiderio di mettere in campo la propria competenza, la scelta di non delegare ad altri  le scelte sulle politiche che riguardano la  propria vita.

Credo sia molto importante questo bisogno di partecipazione politica, questa determinazione a costruire a partire da se stesse e dalle proprie competenze in relazione con le altre  proposte, piattaforme relative alla soluzione dei problemi della propria vita e della società: lotta contro la violenza, lavoro, legge 194 ecc..

E’  vitale  in questo tempo che si ricostruisca una partecipazione dal basso, diffusa, che sappia fare rete. Come è avvenuto nelle migliori stagioni della politica, è essenziale che i partiti e le istituzioni sappiano ascoltare queste voci, questi pensieri e si costruisca una alleanza tra donne impegnate nella società e donne impegnate nelle istituzioni e nei partiti.

In questa legislatura sono stati adottati provvedimenti importanti per combattere la violenza contro le donne : la la Ratifica ed il recepimento  nel nostro ordinamento della Convenzione di Istanbul, l’inasprimento  delle norme penali nei confronti delle molestie sessuali, il congedo dal lavoro per le donne che subisco violenza ora esteso anche alle lavoratrici autonome, le risorse e gli strumenti per sostenere la rete dei centri antiviolenza.

La ministra Elena Boschi sta affrontando con determinazione questo tema. Credo sia importante avere la consapevolezza del valore che ha la Rete dei centri antiviolenza e riconoscere la peculiare competenza che hanno acquisito le donne che da anni dedicano il loro tempo e la loro vita, nel dialogo con la donna che subisce violenza, nel capirne il linguaggio del corpo e dell’anima anche quando non si esprime con le parole, nel fornire presa in carico ed assistenza.

Competenze che non si improvvisano, che devono essere trasferite ad altri soggetti istituzionali e ad altre professioni facendosi insegnare da chi quella competenza l’ha inventata e perfezionata con l’esperienza diretta.

Queste competenze pertanto devono essere coinvolte nella progettazione delle politiche. La prevenzione della violenza e la diffusione di una cultura di genere deve diventare parte integrante dei programmi scolastici. Per questo  apprezzo molto la norma  che prevede la cultura delle  pari opportunità, l’educazione alla parità di genere e la prevenzione della violenza di genere nel piano triennale dell’offerta formativa .

Mi auguro che norme e strumento vengano previsti per tutelare le donne rifugiate e richiedenti asilo che, come sappiamo soffrono tragiche violenze sessuali. La svolta  nella lotta contro la violenza di genere sta nel ruolo degli uomini.

E’ giunta l’ora che gli uomini aprano un dibattito pubblico sulle ragioni che inducono tanti loro simili a violentare le mogli, le donne con cui sono in relazione affettiva.

Affrontino  la questione di quanta e   quale  cultura patriarcale e proprietaria resiste nel nostro paese e si impegnino in un dialogo ed in una battaglia culturale per cambiare l’identità maschile.

Mi auguro che proprio le giovani classi dirigenti del nostro paese sentano la responsabilità di promuovere questa innovazione, questa svolta culturale, diano l’esempio e chiamino in causa intellettuali, operatori dei media, singoli cittadini.

Insomma, donne e uomini insieme, ciascuno faccia la loro parte. Altrimenti la partecipazione alle manifestazioni da parte degli uomini resta un fatto importante che si riduce però ad episodio. Con gli episodi non si cambia la vita, la società, il paese. I cambiamenti, lo sappiamo, richiedono costanza, coerenza, parole giuste, esempi concreti.

Prendiamo forza dalla manifestazione di sabato che ci ha trasmesso un messaggio forte di fiducia, vitalità e speranza. Per andare avanti con determinazione.

Livia Turco

Ciao Tina

2 Novembre, 2016 (18:33) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Cara Tina Anselmi,

ci hai lasciato nel riserbo della tua casa a  Castelfranco Veneto .Da parecchio tempo non sentivamo più la tua voce chiara e non vedevamo quel tuo sorriso largo, limpido, accogliente. Ma non abbiamo mai dimenticato le parole  che pronunciavi e la bellezza del tuo sorriso. Ci hai lasciato consegnandoci  una grande eredità : quella della bella politica e della dignità femminile.

Sapessi  quanto è stato importante in questo anno in cui in tante scuole si è discusso con i giovani e  le  giovani dei Settant’anni della nostra Repubblica  e della conquista del voto alle donne poter  raccontare loro la storia della partigiana Gabriella, insieme a quella di Teresa Noce, Teresa Mattei, Lina Merlin e tante altre.

La scelta di diventare partigiana come racconti nel bel libro di “Storia di una passione politica” la maturasti dopo  che, giovane studente dell’Istituto Magistrale di Bassano del Grappa, foste costrette dai fascisti ad assistere alla impiccagione di 43 giovani che erano stati presi  dopo un rastrellamento sul Grappa. Ti confrontasti con il tuo parroco e con gli amici dell’Azione Cattolica alla quale eri iscritta.

Avevi 16 anni  e  diventasti staffetta della brigata autonoma Cesare Battisti.  Colpisce la tua ironia a proposito della paura che i partiti avevano che le donne non esercitassero il diritto di voto,  disertando le urne , che non erano pronte.” Il tempo delle donne è stato sempre un enigma per gli uomini “.Il tuo impegno politico cresceva e si qualificava, diventavi un autorevole dirigente della Democrazia Cristiana.

Ma il tuo legame fondamentale era con la gente della tua terra , con le donne delle filande di cui ricordavi le mani “lessate”, mani doloranti dopo che erano state tutto il giorno nelle bacinelle di acqua bollente per lavorare i bossoli. Non a caso quando nel 1976 sei diventata la prima Ministra, donna Ministra al Lavoro  ti sei dedicata a promuovere i diritti delle lavoratrici come conferma l’importante legge che porta la tua firma , legge n. 903 del 1977 “ Parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro” costruita in dialogo con le donne dei sindacati, di tutti i partiti ed associazioni femminili.

Perché   questo era il tuo , il vostro,  modo di concepire l’esercizio della rappresentanza e l’azione di governo: rapporto quotidiano con le persone e dialogo con tutti i soggetti sociali. Eri disponibile a misurati con le elaborazioni  innovative come potei constatare  nel 1987 quando  ti consegnai  la  proposta di legge di iniziativa popolare “ LE donne Cambiano I tempi”.

Si parlava di tempi di vita e di lavoro, di conciliazione tra lavoro e famiglia. Si proponevano i congedi parentali e si prevedeva il diritto alla paternità. Elaborazione guardata con sufficienza dagli uomini compresi quelli del mio partito( il PCI )  ma molto apprezzata da te, da Nilde Iotti e da trecentomila donne che la sottoscrissero, dalle braccianti del caporalato alle imprenditrici.

Ci sono  alcuni  momenti che mi legano in particolare alla tua persona .Erano gli anni settanta, eravamo nel pieno dello scontro terroristico che portarono alla morte di Aldo Moro. Tu eri Ministra Della Sanità. Io ero una giovane dirigente della Federazione Giovanile Comunista a Torino. Fu una scoperta dolorosa l’esistenza di un terrorismo rosso e fu sconvolgente la morte di Aldo Moro.

Ma, Cara Tina, ti assicuro che fu  molto difficile per giovani con i nostri ideali   sostenere un governo delle Larghe Intese presieduto da Giulio Andreotti. Massimo D’Alema, il nostro segretario, ed Enrico Berlinguer ci convinsero sollecitandoci a praticare un rigoso riformismo che metteva sul piatto del governo i problemi dei giovani e pretendeva delle soluzioni.

Ricordo le battaglie unitarie per il lavoro, per la riforma del Servizio Militare. Ma, ricordo in particolare quel 1978 con te Ministra della Sanità e l’approvazione delle tre leggi della “ speranza” : la 833 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, universalistico e solidale, la riforma della psichiatria, legge Basaglia, la legge 194 sulla tutela sociale della maternità e l’interruzione volontaria della Gravidanza. Leggi che erano il frutto di intense battaglie sociali .In particolare le donne.

Leggi che avevano lacerato il paese, le forze politiche ma che avevano anche consentito l’intrecciarsi di un dialogo profondo tra persone differenti per storia e cultura. Ricordo il tuo con Giovanni Berlinguer .Ricordo il dialogo tra le donne. Quelle riforme difficili furono approvate in un momento eccezionale perché  ancora una volta nella politica prevalse   il dialogo, l’ascolto della società.

Tu ne fosti una eccezionale protagonista. Quando nel 1987 entrai  in Parlamento con tante altre donne giovani, tra cui Anna Finocchiaro, fu grazie ad una battaglia per la democrazia paritaria che conducemmo con la forza di un progetto politico la Carta delle Donne “ Dalle donne la forza delle donne”. Vincemmo , anche se il PCI perse molti voti e non fu facile essere orgogliose e fra valere il senso di quel risultato quando il tuo partito perde. Ricordo quando in Parlamento mi cercasti, mi venisti incontro, per congratularti  “ma come avete fatto.. come siete state brave”.

Non sai quanto coraggio mi diede quella tua stretta di mano, quel tuo sorriso largo che incrociavo direttamente per la prima volta. Mi ha sempre colpita il rispetto e l’amicizia che c’era tra donne democristiane e donne comuniste, il tuo legame con Nilde Iotti ma anche con Giglia Tedesco e Marisa Rodano. Con noi più giovani.

Sono convinta che le donne  siano state  un nerbo fondamentale della grande esperienza dell’Ulivo di cui tu fosti convinta sostenitrice. Ti ricordo gli ultimi anni quando non eri più parlamentare. Capitava di incontrarti in qualche riunione di donne o in parlamento. Ti fermavi “ come va, cosa succede, cosa  fai?” chiedevi curiosa guardando negli occhi  e dando fiducia. Tu sapevi  trasmettere  fiducia a chi era più giovane. Grande dote che bisogna saper esercitare in ogni tempo .Soprattutto in quello attuale.

Hai scritto “ Si, sono stata una ragazza fortunata, noi giovani del dopoguerra siamo stati fortunati perché non ci è mancato l’insegnamento, anche da parte dei nostri  capi politici, che per noi sono stati dei maestri ; da loro abbiamo imparato , innanzitutto , che la democrazia non  è tale se non ha profonde radici etiche. E questa lezione è una lezione che non si cancella. Jaques Maritain ha scritto una cosa molto bella : non si costruisce democrazia se non c’è amicizia. Allora eravamo amici ,quando pur eravamo avversari”. Grazie carissima Tina . Donna semplice. Madre della nostra Repubblica.


Livia Turco