Il Blog di Livia Turco

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“Non una di meno”. Una manifestazione importante e inedita

30 Novembre, 2016 (17:19) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

E’ stata  una  bella  sorpresa camminare sabato scorso lungo la manifestazione contro la violenza sulle donne ”Non una di meno” promossa dal Coordinamento Nazionale dei Centri Antiviolenza, dall’Udi e  dall’associazione “Decido io”. 

Grazie di cuore alle organizzatrici, alla loro fatica, alla loro intelligenza e generosità. Stupisce che un evento così importante  su un tema cruciale della nostra società sia stato così ignorato da parte di  tanti media.

Per chi come me ha vissuto tutte le manifestazioni delle donne è stato facile percepire subito  qualcosa di inedito tra le persone che sfilavano. Qualcosa che avevamo vissuto per la prima volta in quell’evento che ha fatto storia, la manifestazione  “se non ora quando”.

Protagoniste erano le giovani, determinate,  che avevano convinto i loro coetanei maschi i quali erano presenti. C’erano le giovani ed anche le bambine accompagnate dalle loro madri  e sentivi le loro voci che sussurravano “ impara, ecco cosa vuol dire questo..ecco chi è quella..”

C’erano le donne della mia generazione, forti, resistenti, allegre, determinate con la generosità a difendere le conquiste ottenute  con tanta fatica come i centri antiviolenza e la legge 194. C’erano gli uomini. Fatto nuovo e molto importante. C’erano donne anziane, famiglie, collettivi di donne lesbiche, immigrate. Popolo.

C’erano tante insegnanti che rivendicavano con gli striscioni il ruolo fondamentale della scuola. Come un Istituto alberghiero di Roma che aveva riunito insegnanti alunne/i , genitori degli alunni/e. Non solo erano in piazza a sfilare ma hanno  costituito un luogo permanente di confronto tra di loro.

Bello il clima, nessuna contestazione, nessuna rivendicazione ma la determinazione ad esprimere la propria forza, il desiderio di mettere in campo la propria competenza, la scelta di non delegare ad altri  le scelte sulle politiche che riguardano la  propria vita.

Credo sia molto importante questo bisogno di partecipazione politica, questa determinazione a costruire a partire da se stesse e dalle proprie competenze in relazione con le altre  proposte, piattaforme relative alla soluzione dei problemi della propria vita e della società: lotta contro la violenza, lavoro, legge 194 ecc..

E’  vitale  in questo tempo che si ricostruisca una partecipazione dal basso, diffusa, che sappia fare rete. Come è avvenuto nelle migliori stagioni della politica, è essenziale che i partiti e le istituzioni sappiano ascoltare queste voci, questi pensieri e si costruisca una alleanza tra donne impegnate nella società e donne impegnate nelle istituzioni e nei partiti.

In questa legislatura sono stati adottati provvedimenti importanti per combattere la violenza contro le donne : la la Ratifica ed il recepimento  nel nostro ordinamento della Convenzione di Istanbul, l’inasprimento  delle norme penali nei confronti delle molestie sessuali, il congedo dal lavoro per le donne che subisco violenza ora esteso anche alle lavoratrici autonome, le risorse e gli strumenti per sostenere la rete dei centri antiviolenza.

La ministra Elena Boschi sta affrontando con determinazione questo tema. Credo sia importante avere la consapevolezza del valore che ha la Rete dei centri antiviolenza e riconoscere la peculiare competenza che hanno acquisito le donne che da anni dedicano il loro tempo e la loro vita, nel dialogo con la donna che subisce violenza, nel capirne il linguaggio del corpo e dell’anima anche quando non si esprime con le parole, nel fornire presa in carico ed assistenza.

Competenze che non si improvvisano, che devono essere trasferite ad altri soggetti istituzionali e ad altre professioni facendosi insegnare da chi quella competenza l’ha inventata e perfezionata con l’esperienza diretta.

Queste competenze pertanto devono essere coinvolte nella progettazione delle politiche. La prevenzione della violenza e la diffusione di una cultura di genere deve diventare parte integrante dei programmi scolastici. Per questo  apprezzo molto la norma  che prevede la cultura delle  pari opportunità, l’educazione alla parità di genere e la prevenzione della violenza di genere nel piano triennale dell’offerta formativa .

Mi auguro che norme e strumento vengano previsti per tutelare le donne rifugiate e richiedenti asilo che, come sappiamo soffrono tragiche violenze sessuali. La svolta  nella lotta contro la violenza di genere sta nel ruolo degli uomini.

E’ giunta l’ora che gli uomini aprano un dibattito pubblico sulle ragioni che inducono tanti loro simili a violentare le mogli, le donne con cui sono in relazione affettiva.

Affrontino  la questione di quanta e   quale  cultura patriarcale e proprietaria resiste nel nostro paese e si impegnino in un dialogo ed in una battaglia culturale per cambiare l’identità maschile.

Mi auguro che proprio le giovani classi dirigenti del nostro paese sentano la responsabilità di promuovere questa innovazione, questa svolta culturale, diano l’esempio e chiamino in causa intellettuali, operatori dei media, singoli cittadini.

Insomma, donne e uomini insieme, ciascuno faccia la loro parte. Altrimenti la partecipazione alle manifestazioni da parte degli uomini resta un fatto importante che si riduce però ad episodio. Con gli episodi non si cambia la vita, la società, il paese. I cambiamenti, lo sappiamo, richiedono costanza, coerenza, parole giuste, esempi concreti.

Prendiamo forza dalla manifestazione di sabato che ci ha trasmesso un messaggio forte di fiducia, vitalità e speranza. Per andare avanti con determinazione.

Livia Turco

Ciao Tina

2 Novembre, 2016 (18:33) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Cara Tina Anselmi,

ci hai lasciato nel riserbo della tua casa a  Castelfranco Veneto .Da parecchio tempo non sentivamo più la tua voce chiara e non vedevamo quel tuo sorriso largo, limpido, accogliente. Ma non abbiamo mai dimenticato le parole  che pronunciavi e la bellezza del tuo sorriso. Ci hai lasciato consegnandoci  una grande eredità : quella della bella politica e della dignità femminile.

Sapessi  quanto è stato importante in questo anno in cui in tante scuole si è discusso con i giovani e  le  giovani dei Settant’anni della nostra Repubblica  e della conquista del voto alle donne poter  raccontare loro la storia della partigiana Gabriella, insieme a quella di Teresa Noce, Teresa Mattei, Lina Merlin e tante altre.

La scelta di diventare partigiana come racconti nel bel libro di “Storia di una passione politica” la maturasti dopo  che, giovane studente dell’Istituto Magistrale di Bassano del Grappa, foste costrette dai fascisti ad assistere alla impiccagione di 43 giovani che erano stati presi  dopo un rastrellamento sul Grappa. Ti confrontasti con il tuo parroco e con gli amici dell’Azione Cattolica alla quale eri iscritta.

Avevi 16 anni  e  diventasti staffetta della brigata autonoma Cesare Battisti.  Colpisce la tua ironia a proposito della paura che i partiti avevano che le donne non esercitassero il diritto di voto,  disertando le urne , che non erano pronte.” Il tempo delle donne è stato sempre un enigma per gli uomini “.Il tuo impegno politico cresceva e si qualificava, diventavi un autorevole dirigente della Democrazia Cristiana.

Ma il tuo legame fondamentale era con la gente della tua terra , con le donne delle filande di cui ricordavi le mani “lessate”, mani doloranti dopo che erano state tutto il giorno nelle bacinelle di acqua bollente per lavorare i bossoli. Non a caso quando nel 1976 sei diventata la prima Ministra, donna Ministra al Lavoro  ti sei dedicata a promuovere i diritti delle lavoratrici come conferma l’importante legge che porta la tua firma , legge n. 903 del 1977 “ Parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro” costruita in dialogo con le donne dei sindacati, di tutti i partiti ed associazioni femminili.

Perché   questo era il tuo , il vostro,  modo di concepire l’esercizio della rappresentanza e l’azione di governo: rapporto quotidiano con le persone e dialogo con tutti i soggetti sociali. Eri disponibile a misurati con le elaborazioni  innovative come potei constatare  nel 1987 quando  ti consegnai  la  proposta di legge di iniziativa popolare “ LE donne Cambiano I tempi”.

Si parlava di tempi di vita e di lavoro, di conciliazione tra lavoro e famiglia. Si proponevano i congedi parentali e si prevedeva il diritto alla paternità. Elaborazione guardata con sufficienza dagli uomini compresi quelli del mio partito( il PCI )  ma molto apprezzata da te, da Nilde Iotti e da trecentomila donne che la sottoscrissero, dalle braccianti del caporalato alle imprenditrici.

Ci sono  alcuni  momenti che mi legano in particolare alla tua persona .Erano gli anni settanta, eravamo nel pieno dello scontro terroristico che portarono alla morte di Aldo Moro. Tu eri Ministra Della Sanità. Io ero una giovane dirigente della Federazione Giovanile Comunista a Torino. Fu una scoperta dolorosa l’esistenza di un terrorismo rosso e fu sconvolgente la morte di Aldo Moro.

Ma, Cara Tina, ti assicuro che fu  molto difficile per giovani con i nostri ideali   sostenere un governo delle Larghe Intese presieduto da Giulio Andreotti. Massimo D’Alema, il nostro segretario, ed Enrico Berlinguer ci convinsero sollecitandoci a praticare un rigoso riformismo che metteva sul piatto del governo i problemi dei giovani e pretendeva delle soluzioni.

Ricordo le battaglie unitarie per il lavoro, per la riforma del Servizio Militare. Ma, ricordo in particolare quel 1978 con te Ministra della Sanità e l’approvazione delle tre leggi della “ speranza” : la 833 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, universalistico e solidale, la riforma della psichiatria, legge Basaglia, la legge 194 sulla tutela sociale della maternità e l’interruzione volontaria della Gravidanza. Leggi che erano il frutto di intense battaglie sociali .In particolare le donne.

Leggi che avevano lacerato il paese, le forze politiche ma che avevano anche consentito l’intrecciarsi di un dialogo profondo tra persone differenti per storia e cultura. Ricordo il tuo con Giovanni Berlinguer .Ricordo il dialogo tra le donne. Quelle riforme difficili furono approvate in un momento eccezionale perché  ancora una volta nella politica prevalse   il dialogo, l’ascolto della società.

Tu ne fosti una eccezionale protagonista. Quando nel 1987 entrai  in Parlamento con tante altre donne giovani, tra cui Anna Finocchiaro, fu grazie ad una battaglia per la democrazia paritaria che conducemmo con la forza di un progetto politico la Carta delle Donne “ Dalle donne la forza delle donne”. Vincemmo , anche se il PCI perse molti voti e non fu facile essere orgogliose e fra valere il senso di quel risultato quando il tuo partito perde. Ricordo quando in Parlamento mi cercasti, mi venisti incontro, per congratularti  “ma come avete fatto.. come siete state brave”.

Non sai quanto coraggio mi diede quella tua stretta di mano, quel tuo sorriso largo che incrociavo direttamente per la prima volta. Mi ha sempre colpita il rispetto e l’amicizia che c’era tra donne democristiane e donne comuniste, il tuo legame con Nilde Iotti ma anche con Giglia Tedesco e Marisa Rodano. Con noi più giovani.

Sono convinta che le donne  siano state  un nerbo fondamentale della grande esperienza dell’Ulivo di cui tu fosti convinta sostenitrice. Ti ricordo gli ultimi anni quando non eri più parlamentare. Capitava di incontrarti in qualche riunione di donne o in parlamento. Ti fermavi “ come va, cosa succede, cosa  fai?” chiedevi curiosa guardando negli occhi  e dando fiducia. Tu sapevi  trasmettere  fiducia a chi era più giovane. Grande dote che bisogna saper esercitare in ogni tempo .Soprattutto in quello attuale.

Hai scritto “ Si, sono stata una ragazza fortunata, noi giovani del dopoguerra siamo stati fortunati perché non ci è mancato l’insegnamento, anche da parte dei nostri  capi politici, che per noi sono stati dei maestri ; da loro abbiamo imparato , innanzitutto , che la democrazia non  è tale se non ha profonde radici etiche. E questa lezione è una lezione che non si cancella. Jaques Maritain ha scritto una cosa molto bella : non si costruisce democrazia se non c’è amicizia. Allora eravamo amici ,quando pur eravamo avversari”. Grazie carissima Tina . Donna semplice. Madre della nostra Repubblica.


Livia Turco

Un nuovo Umanesimo per la sinistra

14 Ottobre, 2016 (09:09) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

In un interessante articolo Emanuele Macaluso pone con la sua consueta lucidità una questione cruciale che dovrebbe essere  al  centro dell’agenda politica di tutti i partiti del Socialismo Europeo: la necessità di una conoscenza puntuale dei cambiamenti che hanno investito le nostre società.

 Una conoscenza, è la mia opinione,  che si avvalga non solo degli  studi e delle competenze  degli  intellettuali  ma anche della conoscenza diretta dei luoghi e  delle persone. Si avvalga dunque di una buona politica, quella che è in relazione con le persone, le ascolta, dialoga con  esse, si prende cura dei loro problemi, costruisce comunità e relazioni umane. 

Questa politica oggi non c’è.  Non c’è neppure nel PD. Il  distacco tra  politica e vita quotidiana comporta una perdita di autorevolezza della politica , la rende poco efficace ed efficiente. Nel momento in cui si discute in tutto il paese della riforme delle nostre  istituzioni per  renderle più efficienti,  per consentire che i tempi della politica siano in relazione con i tempi della vita delle persone , è doveroso porre sul tappeto il tema dei nostri  legami sociali , la necessità di una nuova politica popolare ,in cui “prendersi cura dell’altro”  diventi  ingrediente della cittadinanza  ed anche dell’agire politico.

Questo comporta  una modalità di esercitare l’azione di governo in cui ci sia rapidità e decisione ma anche capacità di relazione e di condivisione. Una responsabilità,  una pratica  non solo affidata  a   chi sta nelle istituzioni ma che  sia condivisa ed esercitata  da tante persone,  coinvolte  da soggetti  collettivi,  prima di tutto dai partiti politici. Ricordandoci l’articolo 3 comma 2 della nostra Costituzione  e l’articolo 49 sul ruolo dei partiti politici. Se la politica non costruisce  una  relazione con le persone anche le più belle ed importanti riforme non saranno efficaci.

Non conosceremo i  cambiamenti della società. Non potremo innovare le politiche della sinistra e ridare senso e vigore ai suoi valori. Insomma il tema  non è solo l’efficienza delle istituzioni ma ricostruire il senso della rappresentanza ed il suo esercizio efficace ed autorevole.  Efficienza e rappresentatività  sono le due facce della stessa medaglia.

E’ un gioiello la nuova legge sul” DOPODINOI “ votata dal Parlamento e voluta dal Governo, è  un piccolo tesoretto la nuova legge contro la povertà con la misura del  Reddito di Inclusione Sociale. Ma se non ci sarà una politica diffusa, popolare che prende in carico le persone disabili, che  va a” scovare” le persone in condizioni di povertà  e le incoraggia ad avere fiducia nelle istituzioni accettando di utilizzare un reddito ma soprattutto di misurarsi con un percorso di integrazione sociale  quelle leggi resteranno monche, non  saranno pienamente efficaci.

La politica legata alla vita quotidiana delle persone, consente di costruire la convivenza tra italiani ed immigrati. Perché mescolandosi con le persone, la buona politica, le aiuta  a superare le distanze, a guardarsi in faccia, a compiere  la fatica di conoscersi e riconoscersi, a scoprire di avere come cittadini di una comunità  obiettivi  comuni e comuni interessi.

Questa  scoperta  incentiva le persone  a lavorare insieme a cooperare tra di loro. Ricostruire un legame tra politica, istituzioni, vita delle persone toglie acqua al populismo perché  esso si alimenta anche del senso di solitudine, del bisogno di costruire una comunità calorosa ed accogliente in cui vivere. Questa  nuova politica popolare deve essere dotata di una visione della società. Per me  è  la“ società umana”,  è un Nuovo Umanesimo.

Credo che questo sia l’ideale di una moderna Sinistra. Realizzare questo ideale è molto impegnativo. Perché  le diseguaglianze hanno impoverito la qualità della  vita  delle persone e non solo ridotto il reddito ed allungato le distanze tra strati sociali. ” Nell’esperienza quotidiana la sperequazione economica si traduce in distanza sociale: l’èlite si colloca ad una distanza incommensurabile dalla massa, le aspettative ed i problemi di un camionista e quelli di un banchiere non hanno alcun terreno comune”(Richad Sennet). Le diseguaglianze   frantumano  quella  grande competenza che è la collaborazione tra le persone. Creano  solitudini  e separazioni.  

Alimentano il rancore. Realizzare un Nuovo Umanesimo è molto impegnativo perché significa fare ciò  che fino ad ora la cultura di sinistra non ha fatto: guardare in faccia la società tecnologica e tecnica in cui viviamo, conoscere in profondità  i cambiamenti che essa ha introdotto nella vita della persone, migliorandola tante volta ma anche cambiando il senso di fondamentali esperienze umane . Si pensi  a come sono  cambiati il senso e le modalità della maternità e della paternità. Ad esempio con la diffusione della pratica dell’utero in affitto.

Costruire un Nuovo Umanesimo significa avere il coraggio di parlare della necessità di operare una mutazione antropologica . Assumere come riferimento la persona umana nella sua dimensione relazionale, l’uomo e la donna aperti all’altro che riconoscono la propria interdipendenza con l’altro.

Nulla di astratto ma la realizzazione del dettato Costituzionale là dove all’articolo 2 afferma : “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Si tratta di una vera e propria rivoluzione antropologica in un epoca in cui, i processi economici, il capitalismo della finanziarizzazione dell’economia ha prodotto  l’io solipsistico, l’uomo consumatore e  dipendente dal desiderio, in cui la libertà è  intesa come libertà del desiderio.

Temi grandi ma anche urgenti che dobbiamo conoscere, discutere in una discussione pubblica. Che sarà tanto più coinvolgente, bella e d efficacie in quanto  potrà avvalersi del sapere  e della competenza di una politica che ha intessuto un legame profondo con la vita delle persone.

Un Nuovo Umanesimo ha bisogno   di  cultura  e  di una politica che fa scoprire  ogni giorno alle persone il  gusto della collaborazione, la bellezza dello stare insieme, la curiosità  del conoscersi e riconoscersi, il dovere di prendersi cura dell’altro. Costruire questa politica e  proporsi  l’ideale di un Nuovo Umanesimo, di un Umanesimo Integrale è, secondo me, una sfida, una necessità, una vitale speranza. 

 Livia Turco

L’Unità, 13 ottobre 2016

Sì a stepchild adoption ma no ambiguità su utero in affitto

20 Gennaio, 2016 (10:29) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Mi auguro con tutto il cuore che il Parlamento approvi finalmente la legge sulle Unioni Civili sanando così discriminazioni ed ingiustizie verso persone che hanno il solo torto di amarsi con molta intensità.

Spero sia approvata anche la norma che prevede l’adozione co-parentale (Stepchild adoption), il figlio naturale di uno dei due genitori. Come avete ben illustrato su VITA si tratta dell’applicazione di una norma già esistente nel nostro ordinamento, l’articolo 44 della legge sulle adozioni.

Ciò che chiedo al legislatore è di formulare questa norma in modo rigoroso che non dia adito, seppur indirettamente alla pratica dell’utero in affitto.

Rispetto ai temi della procreazione, della genitorialità e più in generale sulle questioni che attengono alla vita ed alla morte ho maturato l’importanza di tre discrimini valoriali: l’amorevolezza concreta nei confronti delle persone; la coscienza del limite verso le nuove tecniche: non tutto quello che si può si deve fare; la maternità non è un diritto ma l’esercizio di una responsabilità.

Nelle scelte concrete mi faccio illuminare da questi valori. L’amorevolezza concreta nei confronti delle persone mi induce a guardare con sguardo, mente e cuore, partecipe alle nuove coppie ed ai nuovi genitori che si amano con grande intensità e che crescono con grande amore i propri figli, coppie i cui legami durano nel tempo , sono intensi e suscitano commozione nel vederli. Perché discriminali, non riconoscerli solo perché gay e lesbiche? Perché non riconoscere a queste coppie la possibilità di adottare il figlio del partner?

Il valore della coscienza del limite nei confronti delle nuove tecniche e la consapevolezza che la maternità non è un diritto ma l’esercizio di una responsabilità mi fa dire un no netto, forte, intransigente contro la maternità surrogata o utero in affitto.

Un no netto perché questa pratica stravolge e cancella anni di elaborazione delle donne che si sono liberate dall’idea della maternità come fatto biologistico, del grembo materno come puro contenitore naturale su cui altri potevano decidere, si sono liberate dallo stereotipo della maternità come destino da subire per elaborare invece l’umanità e la bellezza della maternità. Umanità che inizia proprio dal grembo materno che non è solo grembo fisico ma psichico in cui inizia la relazione tra madre e figlio. Relazione di primaria importanza che nutre il figlio nella sua formazione ma che resterà nel tempo ed accompagnerà la sua crescita. La relazione madre figlio che si forma nel grembo materno è fonte di umanità non solo per la crescita di ciascun figlio ma perché paradigmatica di una visione antropologica., quella che riconosce la centralità delle relazioni umani, che fonda la libertà individuale sul riconoscimento della dipendenza di ciascuna persona dall’altro, per cui la libertà è riconoscimento del legame e della responsabilità che ci unisce all’altro. Questo vale soprattutto nella procreazione. Mettere al mondo un figlio non è un diritto ma l’esercizio di una responsabilità. Il sacrosanto desiderio ad avere un figlio non può essere esercitato ad ogni costo ma deve tenere conto di come crescerà il figlio. Per questo non bisogna guardare solo alle tecniche che possono offrire la possibilità di una maternità ma a problemi troppo trascurati come la crescita della sterilità dovuta tante volte ad un un orologio sociale che non tiene conto dell’orologio biologico per cui i giovani che non trovano lavoro e non possono essere indipendenti possono scegliere un figlio secondo un tempo sociale che stravolge il tempo biologico.

La bellezza della relazione materna che si forma a partire dal grembo materno è che essa cresce dentro di sé il figlio che è altro da sé, è un altra persona ed il compito genitoriale è insegnare a quel figlio di imparare a stare al mondo in modo autonomo. L’immagine della madre curva sul figlio piccolo che gli insegna a camminare e dunque ad allontanarsi da sé per andare da solo nel mondo è una metafora bellissima dell’etica della maternità. L’etica di una libertà responsabile che elabora il legame di dipendenza dall’altro come parte della a autonomia e libertà individuali . Questa etica della maternità credo costituisca un ingrediente importante di un etica pubblica , di un senso civico, che abbia al centro la cura delle persone e la presa in carico delle persone.

Tutto ciò viene stravolto da una pratica che considera il grembo materno grembo fisico che si può comprare per fare un figlio che sarà separato dalla madre e che la madre cresce nel suo grembo sapendo che tra loro non ci sarà nessuna relazione.

Pratica tanto più degradante e disumana quando questa donna porta in grembo il figlio per combattere la sua condizione di povertà. Non solo cresce un figlio con il quale non avrà nessuna relazione ma lo fa, separandosi per mesi dagli altri figli, dalla famiglia, reclusa in centri ad hoc, con la consapevolezza che ciò che porta in grembo non è parte del suo amore ma un oggetto che gli serve per avere i soldi per continuare a vivere.

Tutto ciò è disumano e noi donne dell’occidente benestante, patria dei diritti umani e dei diritti delle donne, della dignità femminile dovremmo con cuore e mente indignati opporci con tutte le nostra forze. Anche se queste donne sono lontane dal nostra sguardo immediato dovremmo dotarci di una vista più acuta e di un pensiero più lungimirante, avere un cuore più generoso. Per dire no a questa forma barbara di sfruttamento del corpo della donna e di cancellazione della libertà e dignità femminile.

Quando si tratta di dignità umana il mondo non ha confini, e, poi, il mondo è già in casa nostra.

Livia Turco

Pubblicato su “Vita” il 20 gennaio 2016

Sulle Unioni Civili

10 Gennaio, 2016 (10:51) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

E’ molto importante  che il Parlamento approvi subito una legge sulle Unioni Civili consentendo così, finalmente, a persone dello stesso sesso di vivere una vita dignitosa, cancellando discriminazioni profondamente ingiuste. E’ importante il dibattito che si è aperto nel PD che vede posizioni diverse  esprimersi e confrontarsi con reciproco rispetto e pacatezza. Proprio perché apprezzo lo sforzo delle senatrici e dei senatori e del gruppo dirigente del PD scrivo per porre quesiti al fine  di rendere chiare le  scelte compiute (almeno per me).


Vorrei, in premessa, ricordare a noi tutti l’esperienza di leggi come il diritto di famiglia, il divorzio l’aborto, contro la violenza sessuale. Ci insegnano, nella loro concreta applicazione, che  è fondamentale la limpidezza dei valori e dei principi cui la legge si ispira  e la  chiarezza  della mediazione che essa realizza tra i diversi valori in gioco.

Il punto su cui intervengo è quello controverso tra stepchild adoption e la maternità surrogata  o utero in affitto. Molte  e molti  di quelli  che hanno sollevato obiezioni o richiesto chiarimenti non lo hanno fatto strumentalmente per attaccare la legge ma per avere chiare le scelte che il legislatore  compie. Per poterle  condividere e sostenere difronte all’opinione pubblica. 


Mi sia consentito di dire che troppe volte le risposte che ho ascoltato e letto mi sono parse   elusive della preoccupazione sollevata. Si è detto e scritto che non c’è nessun rapporto tra le due questioni, che bisogna tutelare il supremo interesse del minore, che non bisogna lasciare ai tribunali le scelte, che bisogna guardare alle nuove forme di genitorialità. Tutti punti condivisibili ma che non chiariscono fino in fondo. Sono convinta che per crescere un bambino, se è preferibile la presenza di un padre e di una madre, tuttavia bisogna prendere atto positivamente del diffondersi  di una genitorialità amorevole ed efficace da parte di coppie omossessuali. Pertanto, in una riforma della legge sulle adozioni, credo sia saggio regolamentare tale realtà.


L’adozione riguarda i minori in stato di abbandono: una condizione giuridica ed umana  chiara rispetto alla quale il tribunale dei minori ed i servizi sociali devono valutare la capacità della coppia di crescere  ed educare il bambino in modo armonico. In questo caso il valore in gioco è la capacità di amore e di cura della coppia.  Nel caso della stepchild adoption  si tratta di un figlio naturale di uno dei due partner della coppia omosessuale. Dunque i valori in gioco sono non soltanto la capacità di crescere il figlio e di amarlo ma la generazione del figlio.  Se nelle coppie lesbiche è chiaro chi è la madre(una delle due componenti) nella coppia gay è lecito e doveroso porre la domanda: dov’è la madre? Ha rinunciato al figlio che  è stato affidato al padre nel superiore interesse del minore? La madre è deceduta? O ci si è rivolti ad altre madri? 


C’è differenza tra usare l’espressione procreazione  e quella di generazione del figlio naturale. Scrivere in modo chiaro  generazione del figlio naturale   credo sia essenziale per dimostrare che non c’è legame tra lo stepchild e l’utero in affitto. Credo  inoltre sia utile ribadire in questa legge come in tutte quelle che attengono all’istituto della filiazione ,il divieto della maternità surrogata. Perché  se è vero che tale divieto è contenuto nella legge 40 va detto che tale legge è stata così pesantemente destrutturata dalle sentenze della Corte Costituzionale da non avere l’autorevolezza e la forza di far vivere quel divieto sul piano culturale   e  simbolico  oltrechè   su quello concreto. 


L ’impatto della maternità surrogata sull’istituto della filiazione è talmente sconvolgente  che il suo divieto va considerato un principio fondamentale  da applicare  in modo espansivo all’interno  del nostro ordinamento ogni qual volta si intervenga sulla filiazione riguardante sia le coppie eterosessuali che omosessuali. Questa scelta normativa  corrisponde ad una scelta valoriale molto netta: no, sempre e comunque, alla maternità surrogata.


E’ stato un passaggio epocale la elaborazione della maternità come relazione madre e figlio che ha il suo inizio nel grembo materno, grembo fisico e psichico. Quella relazione forma la personalità del figlio, è ciò che gli dà la vita non solo perché lo fa nascere ma lo nutre di un nutrimento fondamentale per la sua crescita che è la relazione d’amore. Riconoscere la madre, riconoscere la maternità come relazione umana primaria e di primaria importanza significa riconoscere un bene essenziale per il figlio  e non solo ribadire l’autorevolezza della madre e la sua centralità nel processo generativo e di filiazione. La maternità surrogata cancella tutto questo, riduce il grembo materno a contenitore fisico che toglie autorevolezza alla madre  arrecando un danno al figlio. 


Ancora più grave se si considera che nella grande prevalenza delle situazioni essa è una forma di sfruttamento della povertà femminile in tanta parte del mondo. Questo dovrebbe indignare la nostra coscienza, portarci a reagire, a mobilitarci contro una pratica che colpisce donne deboli se è vero che il mondo è in casa nostra e che il valore della dignità umana e della uguaglianza non conosce confini. Questa forma di sfruttamento è talmente blasfema ed indicibile da travolgere la libertà femminile  e da non consentirci di fare dei distinguo, in nome della libertà,  tra donne che scelgono e donne che subiscono. Il danno di quelle che subiscono tale pratica come sfruttamento ci coinvolge tutte, incatena la nostra libertà. La consapevolezza del  danno  arrecato a tutta l’umanità delle donne deve darci il coraggio di reagire,  in nome del bene comune e della  responsabilità verso se stesse e verso le altre, deve darci la forza e la determinazione di batterci  perché quel brutale sfruttamento abbia fine cancellando  la pratica che lo origina.   


Tante donne in Europa si stanno mobilitando. Cosa aspettiamo noi donne italiane a prendere parte a questa mobilitazione con il cuore indignato e con la mente preoccupata non solo per la sorte di tante sorelle ma di un bagaglio culturale, di principi, tra cui il valore della differenza sessuale, il valore delle relazioni umane a partire da quella che lega madre e figlio nel grembo materno.


Avere un figlio non è un diritto ma una responsabilità .E’ la realizzazione di un desiderio profondo che ha come finalità la nascita e la crescita di un altro da sé. La bellezza di mettere al mondo un figlio è che si mette  al mondo un’altra persona  ,un altro da sé,  rispetto al quale la felicità più grande  è la dedizione ,la cura per realizzare il suo bene. Perché non dovremmo  dire queste cose ora? Perché non dirle noi che vogliamo combattere le discriminazioni verso le persone omosessuali? Perché  non dirle noi e lasciare che altri strumentalizzino un tema così  grande?  Quando  è in gioco il valore della dignità umana e dell’eguaglianza di rispetto non è lecito affermare “questo non è il momento…”tanto più se  siamo consapevoli di aver perso del tempo prezioso per fare la nostra parte.


Livia Turco

Da l’Unità del 10 gennaio 2016

Immigrazione e integrazione. I vecchi modelli non bastano più

20 Dicembre, 2015 (09:51) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Di fronte al tormentato quadro internazionale  ed al continuo sbarco di persone credo sia doveroso porsi gli interrogativi più difficili, coniugare lo sforzo dell’emergenza con la definizione del futuro possibile ed auspicabile.

Tra gli interrogativi cruciali vi è il seguente: come stiamo insieme noi e loro, come costruiamo l’Italia e l’Europa della convivenza che coniughi l’unità nella diversità?

Insomma, quale Italia e quale Europa vogliamo costruire per il futuro?

Sappiamo di non poterci ispirare a modelli che, se sono stati efficaci in passato, ora rivelano la loro profonda insufficienza: multiculturalismo ed  assimilazionismo.

L’Unione Europe ha indicato la strada della intercultura, della interazione, ma tale indicazione ha prodotto linee guida, indirizzi in taluni settori come la scuola, ha animato esperienze ma non ha inciso sulla concezione della cittadinanza e della nazionalità, non ha prodotto un nuovo  modello di convivenza. Cosa significa cittadinanza plurale? Nazione plurale?

Si può dare una risposta a questo interrogativo definendo un modello nuovo di convivenza sia a partire da studi e dibattiti che sono accumulati nel tempo sia attraverso le tante esperienze concrete cresciute sui territori.

Sarebbe utile ed importante che il Governo istituisse un Tavolo della Convivenza radunando forze intellettuali e sociali per definire le linee di un modello e proporlo al dibattito pubblico per  costruire politiche condivise.

Un punto mi sembra fondamentale. L’intercultura intende superare la unilateralità di ciascun modello fin qui sperimentato ed assume come punto di partenza che la persona immigrata debba conoscere,condividere e praticare la lingua,le regole ed i valori del paese ospitante. Ma questo non è sufficiente non solo perchè mutila la persona immigrata di una parte della sua personalità ma occulta una ricchezza per la società e per ciascuno di noi che è il rapporto con l’altro e dunque la sua storia, la sua cultura d’origine, il suo bagaglio di conoscenze..Il tema è come può avvenire la contaminazione tra culture, inteso come arricchimento reciproco non solo nella vita individuale ma nella società e nella polis, portando ad un arricchimento  dei valori e della cultura del paese ospitante.Tema tante volte enunciato ed anche dibattuto ma che ha avuto scarsi esiti concreti.Ora non è più rinviabile.

Il tema è come garantire i diritti fondamentali della persona,esigere pari doveri,ed al contempo garantire  uno spazio pubblico in cui i soggetti  portatori di una identità culturale diversa da quella del paese ospitante possano mettere a confronto le loro rispettive posizioni in modo pacifico,e soprattutto possano trovare il consenso attorno ai limiti entro cui possono esprimerle.L’accettazione da parte di chi è portatore di una particolare cultura del nucleo fondamentale di valori del paese ospitante è la soglia al di sotto della quale non è possibile accogliere alcuna legittima richiesta di riconoscimento a livello istituzionale,cioè pubblica,di quella cultura..

Al di sopra di quella soglia il compito da assolvere da parte delle istituzioni e dei corpi intermedi è quello di discernere ciò’ che di una cultura è tollerabile, da ciò che è rispettabile, da ciò che è condivisibile e dunque essere accolto da nostro ordinamento.

La strada da seguire credo sia quella della integrazione politica, vale a dire promuovere il coinvolgimento attivo delle persone immigrate nella polis per sollecitarle ad assumersi delle responsabilità verso la vita della comunità. Costruire insieme degli obiettivi comuni per migliorare la vita della comunità. Attraverso la discussione pubblica ed il reciproco confronto in cui ciascuno porta il suo patrimonio di valori ed il suo differente punto di vista. Lo sottopone al dibattito pubblico ed al setaccio dei valori irrinunciabili per arricchirli e per costruire nuove sintesi sui temi concreti del governo della comunità.

Mi pare sia questo il modo maturo di intendere la laicità e la cittadinanza ,che dovrebbe essere il Foro attraverso cui le differenze culturali diventano una ricchezza  perchè si mettono a disposizione non solo per avere un riconoscimento ma perchè  partecipano alla definizione condivisa di valori comuni..Che saranno così più ricchi e diversi. Penso a come sarebbe più ricco un percorso scolastico se  fosse per tutti interculturale, se religioni e culture dei migranti che vivono con noi fossero conosciute dagli italiani  e diventassero parte di una cultura comune e condivisa. A come sarebbe più ricca la vita dei nostri quartieri se abitudini e pratiche di vita diverse dessero vita a momenti pubblici di divertimento,incontro e dibattito.

D’altra parte la funzione integrativa e di costruzione della comunità è il senso più profondo e nuovo che assume oggi la cittadinanza. Non solo riconoscere pari diritti e pari doveri ma coltivare un senso di comunità ed uno scopo comune. La cittadinanza è un  foro  interiore e di pratica pubblica  dove le persone trascendono le loro differenze e pensano al bene comune di tutti i cittadini. Ma per fare questo ci deve essere uno spazio pubblico in cui tutte le differenze culturali possano tra loro dialogare e dove tutti siano chiamati all’esercizio della democrazia.Le persone immigrate devono essere coinvolte nella dimensione pubblica,non essere considerate  e valutate come semplice forza lavoro, ma,  persone, con diritti e doveri e con la possibilità di esercitare la partecipazione politica.


Livia Turco (L’Unità, 18 dicembre 2015)