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Turco/Bressa: “Che fine hanno fatto i tunisini di Lampedusa?”

13 Gennaio, 2012 (14:12) | Documenti | Da: Livia Turco

Interrogazione parlamentare al Ministro dell’Interno

Per sapere; premesso che:

da mesi si sono completamente perse le tracce di un numero rilevante di cittadini tunisini, sbarcati a Lampedusa dopo le rivolte popolari del febbraio del 2011;

si parla di oltre 500 persone, partite dalle coste nordafricane: molti di loro, probabilmente, sono morti durante la traversata, forse nel naufragio del 14 marzo, ma sono, però, sicuramente numerosi  quelli ancora  vivi;

alcuni sono stati  intravisti dai familiari nei servizi girati in questi mesi a Lampedusa; 
ad esempio, Faouzi Hadeji, fruttivendolo a Genova e fratello di Lamjed, partito il 29 marzo, sempre da Sfax, ha riconosciuto suo fratello in un servizio televisivo ha dichiarato alla stampa “Sto diventando pazzo perché ho visto mio fratello in video, a Lampedusa, ma sono nove mesi che non lo sento. Prima di imbarcarsi, mi aveva promesso che mi avrebbe raggiunto a Genova, ma non è mai arrivato. Vorrei sapere dove si trova”;
Rebecca Kraiem, rifugiata in Italia da 23 anni e dirigente dell’associazione tunisina “Giuseppe Verdi”, è alla ricerca dei suoi connazionali dallo scorso marzo, gira l’Italia in lungo e in largo, dal Consolato di Palermo all’Ambasciata di Roma fino ad alcuni centri di identificazione e di espulsione, ma purtroppo non ha ottenuto, ad ora, risultati significativi;

mentre in Italia la vicenda non ha ottenuto la giusta risonanza, in Tunisia se ne parla molto: il 29 dicembre scorso, il giornale “Assabah” ha pubblicato un articolo che riporta i nomi di cento cittadini di cui non si ha più notizia, riportando una ricostruzione, a dire il vero assai vaga, della presunta dinamica che avrebbe portato gli scomparsi, dopo aver toccato il suolo italiano, a essere respinti e, infine, “messi a morte” nel tratto di mare tra l’Italia e l’Africa;

tale articolo, pur privo di riscontri oggettivi, ha avuto un effetto devastante sui familiari che continuano ad attendere invano informazioni capaci di smentire una versione così tragica del destino dei loro cari;

il problema centrale di questa vicenda è proprio l’assoluta assenza di informazioni, imputabile sia alle istituzioni italiane che, in misura sicuramente superiore, a quelle tunisine;

in Tunisia, dopo le rivolte dei mesi scorsi, l’assetto politico è mutato e si è insediata l’Assemblea Costituente, ma,  all’interno delle ambasciate e dei consolati, non si è realizzato un corrispondente cambiamento ed è rimasta pressoché inalterata a tutti i livelli la composizione del personale, costituito da sostenitori del precedente regime;

in un primo momento il Governo Italiano ha concesso una protezione temporanea ai tunisini sbarcati in Italia entro il 5 aprile 2011, rinnovandola dopo sei mesi, ma coloro che sono arrivati dopo quella data sono ora soggetti validi per il rimpatrio, poiché la Tunisia non è più considerata un paese a rischio per i diritti umani;

questo quadro potrebbe indurre a ritenere valida c l’ipotesi che i tunisini “spariti” siano trattenuti in alcuni Cie in Italia ma, dal momento che potrebbero aver fornito generalità fittizie (per paura di essere identificati come tunisini e quindi rimpatriati), rintracciarli è diventata un’impresa davvero ardua;
in Tunisia  i familiari dei migranti scomparsi hanno tenuto varie manifestazioni per sollecitare azioni concrete di ricerca al governo tunisino e a quello italiano;
al fine di sensibilizzare governi e opinione pubblica, il 14 gennaio sono in programma due manifestazioni, una sotto l’ambasciata tunisina di Roma, l’altra sotto il consolato di Milano.
Se il Ministro non ritenga opportuno di dover attivare tutti gli strumenti a sua disposizione utili a fare luce su questa vicenda, e se non ritenga, inoltre, necessario prendere in considerazione la possibilità di applicare a questi cittadini tunisini quanto prima tutte le misure di protezione temporanea previste nel capo III del d.lgs. 286 del 1998.

On. Livia Turco
On. Bressa

Le donne, l’anello forte della civile convivenza

24 Giugno, 2011 (14:11) | Documenti | Da: Livia Turco

“Le donne sono le leader di quella “via italiana alla convivenza” sedimentata nei nostri territori, nelle nostre città, nei nostri piccoli paesi, nei nostri reparti di maternità, nelle nostre chiese. Una via italiana costruita dal basso, dal gioco di squadra di amministratori locali, associazioni, sindacati, imprenditori, insegnanti, famiglie. Una via italiana che ha trovato la sua forza nella lotta contro le discriminazioni, nell’accettazione dell’altro, nella fatica di superare le distanze per imparare a conoscersi ed a riconoscersi”.

Sono solo alcuni passaggi di un contributo di Livia Turco al dibattitto sull’integrazione e la migrazione che vi proponiamo in allegato.

Leggi l’articolo integrale

Biotestamento. No al testo dello scontro e della lacerazione

14 Marzo, 2011 (13:17) | Documenti | Da: Livia Turco

Ecco l’intervento di Livia Turco in Aula alla Camera (7 marzo) in apertura della discussione sul ddl riguardante il testamento biologico.

“Onorevoli colleghi,
è motivo di grande amarezza, di preoccupazione, il fatto che il testo di legge sul testamento biologico che approda oggi in aula, dopo due anni dalla sua approvazione al Senato resti il testo della lacerazione tra il Parlamento e il Paese e della contrapposizione tra le forze politiche. Voi, onorevoli colleghi della commissione affari sociali, Lei onorevole Di Virgilio, non potete non rammentare la chiara posizione assunta dal PD fin dall’inizio. Vi esortammo a mettere da parte il testo dello scontro e della lacerazione, a costruire un nuovo inizio, ad elaborare un testo condiviso che tenesse conto dell’importante dibattito pubblico che ha coinvolto il nostro Paese. Dai medici, dai giuristi, dalle associazione dei malati sono state avanzate riflessioni e proposte molto importanti che il legislatore aveva, ed ha il dovere di ascoltare. Un dibattito pubblico che ci ha confermato quanto sia immotivato quel pessimismo antropologico che pervade  il vostro testo di legge, perché il nostro Paese non è attraversato da una deriva eutanasia da ostacolare, contenere e domare con la forza della legge, ma al contrario è un Paese di donne e uomini che chiedono certezze e qualità delle cure, presa in carico di ciascuna persona, lotta alla solitudine e all’abbandono terapeutico, rispetto della volontà del paziente.   Il legislatore deve raccogliere questa domanda. Questo è il tema che vi abbiamo posto nei mesi scorsi e che vi proponiamo ancora oggi. Fermiamoci, fermatevi! Non approvate un testo anticostituzionale, irragionevole, di difficile applicazione. Vi abbiamo detto nei mesi scorsi, vi ribadiamo oggi: costruiamo insieme una legge condivisa. Una legge umana, mite, che sia animata dal sentimento della pietas. Che sia rispettosa della singola, irripetibile persona. Che promuova e valorizzi la relazione di fiducia tra medico, paziente e familiari. Che ascolti la volontà del paziente all’interno della relazione di cura con il medico ed i familiari. Una legge che non imponga ma che rispetti la persona. Che non lasci nessuno solo di fronte alla morte. Che combatta la solitudine, che garantisca ciascuna persona le cure necessarie ma anche la presenza amorevole.
Una legge che rispetti gli artt. 13 e 32 della Costituzione e l’art. 9 della Convenzione di Oviedo. In particolare, l’art. 32 della Costituzione, come ci ricorda la Sentenza n. 282 del 2002 della Corte Costituzionale sollecita il legislatore a realizzare un bilanciamento tra due diritti fondamentali. Il diritto alla salute (1° comma art. 32), il diritto alla autodeterminazione ed alla libertà di scelte terapeutiche(2° comma art. 32).
La questione che noi abbiamo posto e che consideriamo  fondamentale per una buona legge sul fine vita è il rispetto della volontà del paziente all’interno della relazione di fiducia tra medico paziente e familiari. Per usare una espressione del teologo Bruno Forte  “il connubio tra il sacrario della coscienza e la rete di comunione è ciò che vorremmo promosso e rispettato il più possibile in una legislazione sul fine vita”.
Relazione di fiducia e non solo di cura. La fiducia implica che oltre a curare il medico si prende cura, ascolta la competenza del paziente, non guarda solo la sua malattia ma alla sua biografia e al suo contesto di vita, alle persone che sono accanto al paziente. La relazione di fiducia tra paziente,medico, fiduciario, familiari è la modalità di cura più ambiziosa e difficile ma l’unica efficace; è “ambito etico” perché in essa il fluire della vita dimostra che vita e autodeterminazione intesa come libertà per fare ciò che è bene non sono tra loro in contrapposizione perché non c’è l’una senza l’altra. L’autonomia e la volontà del paziente non sono un io solipsistico  e una astratta signoria della mente. L’autonomia e la scelta si esercitano nel contesto delle relazioni umane, della comunità di affetti in cui ciascuno misura la sua dipendenza dall’altro. Nella relazione di fiducia sono su un piano di dignità, nella distinzione dei ruoli il medico e il paziente “pari libertà e dignità di diritti e doveri, pur nel rispetto dei diversi ruoli. L’autonomia decisionale del cittadino è l’elemento fondamentale dell’alleanza terapeutica al pari dell’autonomia e della responsabilità del medico nell’esercizio delle sue funzioni di garanzia” (dal documento della FNOMCEO approvato a Terni il nel Convegno dedicato ai temi del fine vita).  L’autonomia e la responsabilità del medico è il motore dell’alleanza terapeutica e della relazione di fiducia ed essa implica, ingloba il rispetto della volontà del paziente. “l’autonomia e la responsabilità del medico, la sua funzione di garanzia a tutela della salute del paziente all’interno delle DAT è ciò che consente di declinarle dal passato al presente, dall’ipotesi al fatto, dall’ignoto alle migliori evidenze disponibili, per accompagnare ognuno nella sua storia di vita, unica ed irripetibile”.( Giovanni Maria Flik già presidente emerito della Corte Costituzionale). Attraverso la cifra della fiducia si può  superare la contrapposizione tra il perseguimento del bene del paziente, oggettivamente inteso e la sua autonomia.
 Dobbiamo chiederci: quali sono gli ingredienti della libertà, della dignità, della scelta quando una persona è tormentata dal dolore e dalla sofferenza, quando sente di aver perso la sua forza oppure quando è caduta nel sonno della incoscienza? Cosa significa autodeterminazione e scelta quando ciò che tiene in vita è la presenza dell’altro accanto a te? In queste circostanze si è in vita se ti accompagna lo sguardo dell’altro, se senti la sua mano se sai che anche se non parli la tua parola è ascoltata e conta perché l’altro ti conosce nella profondità dell’animo. La libertà è poter dire: io sono con te che mi ascolti, che mi rispetti, che ti prendi cura di me. La libertà è una relazione amorevole e di reciproca fiducia. Io sono, io voglio, io decido diventa io sono con te perché solo con te, con voi io posso dire scelgo, decido. Sempre, nella nostra vita ma soprattutto quando si è travolti dalla sofferenza o si vive nell’incoscienza il bisogno dell’altro diventa parte integrante della propria libertà e la dipendenza dall’altro diventa parte di sè e della propria autonomia. La legge mite deve promuovere e valorizzare questa relazione amorevole di cura. Che non è solo una esperienza umana ma anche una forma del pensiero capace di tenere insieme e di rendere concreti i valori dell’autonomia della persona e della difesa della vita.  
“ Nella misura in cui la malattia stessa è causa di una compressione della sfera dell’autonomia del malato, allora la medicina, nella sua finalizzazione alla cura della malattia, contribuisce a promuovere l’autonomia del paziente. La tutela dell’autonomia si presenta, in questo senso quale fine intrinseco della pratica medica e non soltanto quale argomento da contrapporre all’invadenza della medicina moderna. L’autonomia non va ridotta alla sola accezione negativa della “non interferenza” ma va intesa anche positivamente, sia come fonte del dovere del medico di informare il paziente e verificare in un vero e proprio processo di comunicazione, l’effettiva comprensione dell’informazione data; sia come capacità dello stesso medico di ascolto e di comprensione della richiesta del paziente, capacità necessaria per individuare le scelte terapeutiche più opportune e rispettose della persona nella sua interezza. Ciò significa che bisogna superare ogni concezione meramente formalistica o difensivistica del consenso informato. D’altra parte anche l’implementazione del diritto alla rinuncia consapevole delle cure può esplicare riflessi positivi sul piano della relazione paziente-curante alimentando la reciproca fiducia. Se il paziente può confidare che la propria volontà (da accertarsi in concreto con le dovute cautele e garanzie) verrà accolta e rispettata l’elemento fiduciario alla base dell’alleanza terapeutica ne verrà rinsaldato. Inoltre, proprio la possibilità di richiedere l’interruzione può favorire l’adesione del paziente all’avvio di trattamenti che prevedano la dipendenza da macchinari surrogatori di funzioni vitali; trattamenti che potrebbero essere a priori rifiutati proprio per il timore di una perdita definitiva della propria possibilità di autodeterminazione”. (dal documento della commissione nazionale di bioetica sul tema “Rifiuto e rinuncia consapevole al trattamento sanitario nella relazione medico-paziente del 28/10/2008 ed illustrata nella sua audizione al Senato dal prof. Casavola).
 E’ alla relazione di fiducia tra paziente medico fiduciario e familiari ed è alla valutazione caso per caso della singola e irripetibile persona che deve essere affidata la scelta. La legge dunque deve promuovere, sostenere, valorizzare la relazione di fiducia tra paziente, medico, fiduciario e la comunità di affetti. Prevedendo che la parola definitiva sia della persona interessata che la può esprimere attraverso il suo fiduciario. Questa relazione di fiducia deve essere attivata ed ascoltata tanto più quando si deve usare il massimo di precauzione come nei confronti della sospensione della nutrizione artificiale. Che, in quanto trattamento sanitario deve essere prevista nelle DAT.
Nel vostro testo di legge la volontà del paziente si riduce ad essere un generico orientamento (art. 3 comma 1) ed esso ha valore puramente indicativo per il medico, il quale è unicamente tenuto a prenderla in considerazione (art. 7 comma 1) in tal modo le DAT si configurano come uno strumento inutile e contraddittorio. Il medico stesso, cui è attribuito un grande potere, è in realtà avvolto da un alone di sospetto sul fatto che possa provocare interventi eutanasici tanto che vengono citati gli artt. 575,579 e 580 del codice penale (art.1 comma c) e al fiduciario viene attribuito il compito di vigilare perché al paziente vengano date le cure migliori (art.6 comma 3). 
Non è previsto alcun miglioramento all’assistenza dei malati in stato vegetativo e nessun impegno per diffondere come diritto le cure palliative e le terapie antidolore. Queste ultime sono riconosciute solo ai malati terminali. Per i soggetti minori, interdetti, inabilitati o altrimenti incapaci, la legge non prevede l’alleviamento della sofferenza ma solo la salvaguardia della salute del paziente (art. 2 comma 8). Questo è l’aspetto più cinico e incredibile della vostra legge! Voi, esponenti del centrodestra, purtroppo siete molto generosi ad esaltare la vita umana con la retorica, con le chiacchiere, con l’esaltazione dei principi ma siete avarissimi nel prevedere misure concrete!
Abbiamo ancora una volta assistito alla farsa di una norma svuotata di significato dalle determinazioni della commissione bilancio che ha imposto anche questa volta la formula di rito “senza maggiori oneri per lo Stato” all’articolo 5, da noi tenacemente voluto, relativo all’assistenza ai soggetti in stato vegetativo. Irragionevole ed anche incostituzionale è la formulazione dell’art. 3 comma 5 e comma 6 che prevede la proibizione in ogni caso della sospensione della nutrizione artificiale, riconosciuta unanimemente dalla scienza medica come trattamento sanitario.  Anche in relazione agli stati vegetativi persistenti, un limite di questo tipo può costituire violazione dell’art. 32 della Costituzione, il quale prevede non solo che nessun trattamento sanitario può essere reso obbligatorio se non per disposizione di legge, ma anche che la legge in nessun caso può “violare i limiti imposti dal rispetto della persona”.
Sono queste le ragioni onorevoli colleghi della ferma contrarietà a questa legge. Fermatevi. Fermiamoci.  Costruiamo un nuovo inizio. Costruiamo un nuovo testo,che sia efficace e condiviso. Facciamolo per il rispetto delle persone e per il bene del Paese”.    

Livia Turco     

Camera approva odg Turco su regolarizzazione immigrati

23 Novembre, 2010 (16:13) | Documenti | Da: Livia Turco

La Camera ha approvato un odg presentato da Livia Turco sulla regolarizzazione degli immigrati.

Ecco il testo dell’ordine del giorno approvato.

Atto Camera

Ordine del Giorno 9/3778-A/131
presentato da
LIVIA TURCO
testo di venerdì 19 novembre 2010, seduta n.398

La Camera
premesso che:
il disegno di legge di stabilità presentato dal Governo contiene delle misure la cui sostenibilità da parte delle amministrazioni pubbliche nonché l’effettiva realizzabilità dei risparmi attesi si riflette sull’inadeguatezza dei tagli indifferenziati e non selettivi che potrebbero tradursi o in un rallentamento della spesa in conto capitale o in meri slittamenti nel tempo di pagamenti o nella formazione di debiti sommersi e, certamente, nella riduzione della funzionalità della pubblica amministrazione e dei servizi ai cittadini;
si tratta, in ogni caso, di misure che avranno effetti recessivi e porteranno ad una riduzione del tasso di crescita del PIL pari a 0,5 punti percentuali nel periodo di riferimento 2010-2012;
nel prossimo biennio sull’attività economica potrebbe continuare a gravare una dinamica debole dei consumi, frenati dalla stazionarietà del reddito disponibile, la previsione di un tasso di crescita del 2 per cento nel biennio 2012-2013 appare fin troppo ottimistica;
il riequilibrio duraturo dei conti pubblici passa soprattutto per il rafforzamento del potenziale di crescita dell’economia. L’uscita dalla crisi deve essere un’opportunità per porre le basi per attuare riforme strutturali che accrescano la produttività e la competitività del nostro Paese;
pur non avendo indicato nella DFP alcun disegno di legge collegato alla manovra di finanza pubblica, il Governo sta annunciando, negli incontri con le parti sociali e gli attori economici, la presentazione a fine anno dell’ennesimo decreto riducendo tosi al minimo il ruolo, il dibattito e la capacità di intervento del Parlamento;
il perdurare dell’assenza di una vera e concreta politica di lotta alla povertà e alle disuguaglianze, nel momento in cui, il potere d’acquisto delle famiglie, in particolare del lavoro dipendente e dei pensionati è fortemente in crisi e, nonostante che la Commissione europea abbia designato il 2010 quale Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale al fine di riaffermare e rafforzare l’iniziale impegno politico dell’UE formulato all’avvio della strategia di Lisbona per «imprimere una svolta decisiva alla lotta contro la povertà»;
il punto di riferimento in un programma di lotta alla povertà sarebbe dovuto essere l’Agenda sociale europea, i cui obiettivi erano: creazione di una strategia integrata che garantisca un’interazione positiva delle politiche economiche, sociali e dell’occupazione, promuovendo la qualità dell’occupazione, delle politiche sociali e delle relazioni industriali, consentendo infine il miglioramento del capitale umano e sociale anche attraverso migliori e innovativi sistemi di protezione sociale;
il riconoscimento del diritto fondamentale delle persone in condizioni di povertà e di esclusione sociale di vivere dignitosamente e di far parte a pieno titolo della società è elemento fondante di ogni società che si definisca avanzata così come è elemento fondante quello di promuovere una società che sostenga e sviluppi la qualità della vita, ivi compresa la qualità delle competenze e dell’occupazione, il benessere sociale, compreso quello dei bambini e la parità di opportunità per tutti e, invece la stessa social card, salutata solo un anno fa come la panacea per tutti mali della povertà, nella nuova legge di stabilità per il 2011 non trova collocazione non essendo previsto un solo centesimo di finanziamento;
a fronte di una situazione così drammatica, vi è, ancora una volta la conferma da parte del governo di tutte le decurtazioni già avvenute in particolare con il decreto-legge 31 maggio 2010 n. 78, convertito con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010 n. 122 di tutti i principali Fondi relativi alla spesa sociale, primo fra tutti, il Fondo nazionale per le politiche sociali che vede per il 2011 uno stanziamento da ripartire per le regioni pari solo a 200 milioni di euro;
i tagli hanno riguardato anche: il Fondo per l’infanzia e l’adolescenza che passa nel giro di tre anni da 44.467 a 39.964, il Fondo per le politiche della famiglia che passa dai 280.000 del 2008 agli attuali 52.466, il Fondo nazionale per il servizio civile che passa dai 303.422 per il 2008 ai 170.261 per il 2010, agli attuali 112, al totale azzeramento del Fondo per la non autosufficienza di cui all’articolo 1, comma 1264, della legge finanziaria 27 dicembre 2006, n. 296 il cui finanziamento per il 2011 non è previsto; non finanziamento del Fondo per l’inclusione degli immigrati; ed ancora il Fondo per le pari opportunità a cui vengono assegnati per il 2011 17 milioni di euro togliendoli però al Fondo per le politiche giovanili e niente viene detto per il Fondo contro la violenza alle donne, completamente dimenticato, come dimenticato è il fondo per l’inclusione sociali degli immigrati ed infine il 5 per mille ridotto di ben 300 milioni, di fatto annullato ed ancora viene predisposto un taglio lineare alle politiche sociali di ben 40 milioni di euro:
il mancato finanziamento del Fondo per l’inclusione sociale degli immigrati come tutte le politiche fino ad ora adottate si inquadrano in un’ottica di immigrazione vista solo sul piano della sicurezza e non dell’integrazione;
l’immigrazione è sicuramente una delle questioni sociali più importanti attualmente in Italia, in quanto i cittadini stranieri residenti in Italia al 1o gennaio 2009 sono 3.891.295, pari al 6,5 per cento del totale dei residenti e rappresentano nonché del 7 per cento della forza lavoro del nostro paese;
la realtà dell’immigrazione del nostro paese è un fatto positivo, strutturale e duraturo se correttamente gestita perché può corrispondere alle necessità della nostra economia, delle nostre famiglie, del nostro welfare;
il patto europeo per l’immigrazione invita gli Stati membri a «porre in essere una politica d’integrazione armoniosa, favorendo la partecipazione dell’immigrato alla sfera civica, al mondo del lavoro, all’istruzione, al dialogo interculturale cercando di eliminare ogni diversità di trattamento che risulti discriminatorio per il cittadino terzo»;
il Patto Europeo per l’immigrazione del giugno 2008, è stato sottoscritto anche dal Governo italiano e propone una gestione dell’immigrazione incentrata attorno agli obiettivi della prosperità, della sicurezza e della solidarietà. «Le migrazioni internazionali possono rappresentare un’opportunità, costituendo un fattore di scambio culturale, umano, sociale ed economico. Il potenziale dell’immigrazione può essere considerato maggiormente positivo soltanto con un’integrazione riuscita nelle società dei paesi ospitanti»,

impegna il Governo:
a valutare l’opportunità
di:
a) adottare ulteriori iniziative normative volte a: estendere la regolarizzazione prevista per colf e badanti dalla legge n.102 del 2009 che convertiva con modificazioni il decreto-legge n. 78 dello stesso anno anche a quei settori dell’economia italiana in cui vi sia un’alta incidenza di manodopera irregolare nonché in quei settori ove la domanda di manodopera di lavoratori extracomunitaria sia particolarmente richiesta dalle imprese e, comunque, con particolare attenzione ai settori economici di cui all’edilizia, agricoltura, terziario, pubblici esercizi e assistenza familiare;
b) aumentare dagli attuali sei mesi ad un anno il tempo necessario per il rinnovo dei permessi di soggiorno per quei lavoratori immigrati colpiti da situazioni di crisi e per i quali i soli sei mesi entro cui trovare un’occupazione regolare dopo la perdita del posto di lavoro precedente rischiano di essere insufficienti, mettendo così a rischio una loro regolare permanenza nel nostro Paese;
convocare un tavolo istituzionale sul tema delle truffe a danno degli immigrati nonché a prevedere una normativa in tempi brevi che permetta a questi stranieri di denunciare la truffa subita senza il pericolo di essere espulsi dal territorio italiano;
attuare tutte le misure per combattere ogni forma di sfruttamento del lavoro, attraverso una rigorosa applicazione della normativa vigente, in modo particolare dell’articolo 18 del decreto legislativo 286 del 1998 che prevede un permesso di soggiorno per le persone che denunciano i propri sfruttatori prevedendo anche l’introduzione nel nostro ordinamento del reato per grave sfruttamento del lavoro, un’autonoma fattispecie incriminatrice del caporalato, aggravata quando.
9/3778-A/131 .(Testo modificato nel corso della seduta) Livia Turco, De Pasquale, Vaccaro.

Un ddl per far emergere il lavoro irregolare

23 Novembre, 2010 (16:01) | Documenti | Da: Livia Turco

Livia Turco ha appena depositato una proposta di legge finalizzata all’ “Emersione dei lavoratori irregolari impiegati in settori economici con un’alta incidenza di lavoro in nero e un’alta domanda di manodopera di cittadini extracomunitari”.

Ecco il testo:

XVI LEGISLATURA

CAMERA DEI DEPUTATI PROPOSTA DI LEGGE

d’iniziativa dei deputati

Turco Livia

“Emersione dei lavoratori irregolari impiegati in settori economici con un’alta incidenza di lavoro in nero e un’alta domanda di manodopera di cittadini extracomunitari”.

Onorevoli Colleghi!
La proposta di legge in oggetto, nasce da varie esigenze e risponde a diversi bisogni esistenti nel paese. Innanzitutto, l’esperienza positiva dell’emersione di colf e badanti inaugurata lo scorso anno ci ha permesso di far emergere centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori già da tempo impegnate nell’indispensabile funzione di assistenza alle famiglie e alle persone portatrici di handicap. Allo stesso tempo tale procedura ha impedito a tante famiglie le gravi ripercussioni che vi sarebbero state se fossero state invece applicate in mancanza del provvedimento di emersione, le sanzioni civili, amministrative e penali previste dalle norme sull’immigrazione irregolare e l’impiego della stessa come manodopera. Purtroppo, però, il provvedimento avendo riguardato unicamente il settore delle colf e delle badanti non ha dato la possibilità di beneficiare delle stesse previsioni di norma a tantissime imprese italiane e a tanti lavoratori extracomunitari impiegati in diversi settori anche molto importanti dell’impresa Italia. Dunque, la prima considerazione nel presentare ed illustrare la presente proposta è quella che sarebbe davvero importante fare tesoro del provvedimento del 2009 e provare ad estendere tali benefici anche ad altri settori produttivi. In particolare, con la presente, si vuole rispondere alla duplice esigenza di contrastare il lavoro nero presente in maniera copiosa in particolare in alcuni settori dell’economia italiana quali agricoltura, edilizia, terziario etc, e dall’altra di venire incontro alla domanda di molte imprese in particolare appartenenti ad alcuni settori produttivi, di avere alle proprie dipendenze una manodopera di cittadini extracomunitari. L’idea di adottare il criterio di far scegliere al Ministero del Lavoro di concerto con quello dell’Interno i settori produttivi maggiormente interessati a un processo di emersione risponde all’esigenza di evitare provvedimenti inutili o di sanatorie generalizzate (peraltro vietate dalle nome europee) ed al contrario di rispondere anche ai dettami del Patto Europeo sull’Immigrazione dell’ottobre del 2008 che prevede in proposito il divieto di legiferare con provvedimenti di sanatorie generalizzate ed al contrario di poter invece prevedere norme che, di caso in caso, esaminino la possibilità di emersione della manodopera straniera irregolare. Del resto, paesi come la Francia, hanno una norma in tal senso, una norma molto simile che addirittura a livello quasi permanente prevede la possibilità di regolarizzare i lavoratori impegnati in particolari settori produttivi per i quali è prioritaria l’offerta e la domanda (e dunque l’incontro delle stesse)  di cittadini appartenenti a paesi non comunitari ma presenti già sul territorio d’oltralpe.
La procedura di emersione prevista nella presente proposta è presa in prestito per la quasi totalità da quella già citata ed approvata da questo Parlamento con la legge 102 del 2009 che convertiva con modificazioni il Decreto Legge 78 dello stesso anno. Due sono gli aspetti importanti. La prima che tale norma è stata approvata con una larga maggioranza e con un importante consenso nel paese e secondo che a più di un anno dalla sua approvazione si vedano i primi benefici sociali sia per le famiglie italiane sia per le lavoratrici e lavoratori non italiani.

Art. 1
1. Le disposizioni del presente articolo si applicano ai datori di lavoro italiani o cittadini di uno Stato membro dell’Unione Europea, ovvero ai datori di lavoro extracomunitari in possesso del titolo di soggiorno previsto dall’art. 9 del T.U. di cui al D. Lgs.vo 286/1998 e successive modificazioni, che alla data pari a 3 mesi antecedenti l’entrata in vigore della presente legge occupavano irregolarmente alle proprie dipendenze, da almeno 3 mesi, lavoratori italiani o cittadini di uno stato membro dell’Unione Europea, ovvero lavoratori extracomunitari, comunque presenti sul territorio nazionale, e continuano ad occuparli alla data di presentazione della dichiarazione prevista al comma 2, adibendoli ad attività la cui mansione sia riconducibile ad una sfera applicativa dei Contratti collettivi Nazionali del Lavoro opportunamente valutati e selezionati da apposito Decreto del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali di concerto con il Ministero dell’Interno, da approvarsi entro 60 giorni dall’ entrata in vigore della presente legge. Tale Decreto, nell’individuare i CCNL, dovrà tener conto dei particolari settori in cui vi sia un’alta incidenza di manodopera irregolare nonché di quei settori ove la domanda di manodopera di lavoratori extracomunitaria sia particolarmente richiesta dalle imprese e, comunque, con particolare attenzione ai settori economici di cui all’edilizia, agricoltura, terziario, pubblici esercizi e assistenza familiare. 

2. I datori di lavoro di cui al comma 1  possono dichiarare la sussistenza del rapporto di lavoro
dalla data di entrata in vigore del Decreto Ministeriale di cui al comma 1 e per tre mesi successivi:
a) all’INPS per il lavoratore italiano o per il cittadino di uno stato membro dell’Unione Europea, mediante apposito modulo;
b) allo sportello unico per l’Immigrazione di cui all’art. 22 del T.U. di cui al D. Lgs.vo 286/1998, e successive modificazioni, per il lavoratore extracomunitario, mediante l’apposita dichiarazione di cui al successivo comma 4.
3. La dichiarazione di emersione di cui al comma 2 è presentata previo un pagamento di un contributo forfetario di 500 euro per ciascun lavoratore. Il contributo non è deducibile ai fini dell’imposta sul reddito.

4. La dichiarazione di cui al comma 2, lettera b) è presentata, con modalità informatiche, nel termine di cui al medesimo comma e contiene, a pena di inammissibilità:
a) i dati identificativi del datore di lavoro, compresi i dati relativi al titolo di soggiorno nel caso di datore di lavoro extracomunitario;
b) l’indicazione delle generalità e della nazionalità del lavoratore extracomunitario occupato al quale si riferisce la dichiarazione e l’indicazione degli estremi del passaporto o di un altro documento equipollente valido per l’ingresso nel territorio dello stato (ivi compreso per chi è stato già titolare di richiesta di protezione internazionale, del numero identificativo previsto dal titolo di soggiorno pregresso od in mancanza dall’attestazione rilasciata dalle Questure);
c) l’indicazione della tipologia e delle modalità d’impiego;
d) l’attestazione, per la richiesta di assunzione di un lavoratore di cui alla lettera b) del comma 1, del possesso di un reddito imponibile, risultante dalla dichiarazione dei redditi, non inferiore al limite stabilito dal decreto ministeriale di cui al comma 1;
e) l’attestazione dell’occupazione del lavoratore per il periodo previsto dal comma 1;
f) la dichiarazione che la retribuzione convenuta non è inferiore a quella prevista dal vigente CCNL di riferimento e che, in caso di lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare l’orario lavorativo non è inferiore a quello stabilito dall’art. 30bis comma 3 lettera c) del regolamento di cui al D.P.R. 394/1999 e sue modificazioni e integrazioni; diversamente, per i casi previsti dagli altri CCNL applicabili a seguito del decreto di cui al comma 1, l’orario di lavoro non dovrà essere inferiore ad un part-time del 50%;
g) la proposta di contratto di soggiorno prevista dall’art. 5 bis del T.U. di cui al D. Lgs.vo 286/1998 e sue modificazioni;
h) gli estremi della ricevuta di pagamento del contributo  forfetario di cui al comma 3.

5. La dichiarazione di emersione determina la rinuncia alla richiesta di nulla osta al lavoro subordinato per le attività di cui al comma 1, presentata ai sensi dei D.P.C.M. 30/10/2007 e 03/12/2008, pubblicati, rispettivamente, nella G.U. n. 279 del 2007 e n. 288 del 10/12/2008, concernenti la programmazione transitoria dei flussi di ingresso dei lavoratori extracomunitari non stagionali nel territorio dello stato nonché di quelle presentate ai sensi del DPCM 20 marzo 2009 e DPCM 1 aprile 2010.

6. La dichiarazione di cui al comma 2 lettera b) in riferimento ai soli casi di lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare ed assistenza a soggetti affetti da patologie o handicap che ne limitano l’autosufficienza, è limitata per ciascun nucleo familiare, ad un’unità per il primo caso e a due unità per il secondo. Per tutti gli altri casi in cui si applicano gli altri CCNL determinati dal Decreto Ministeriale di cui al comma 1 le limitazioni saranno stabilite, dal decreto stesso, a seconda dei settori di attività economica e dei CCNL applicabili. La data di dichiarazione del medesimo comma è quella indicata nella ricevuta di acquisizione al sistema informatico del Ministero dell’Interno.

7. Lo sportello unico per l’immigrazione verificata l’ammissibilità della dichiarazione e acquisito il parere della Questura sull’insussistenza di motivi ostativi al rilascio del permesso di soggiorno, convoca le parti per la stipula del contratto di soggiorno e per la presentazione della richiesta del permesso stesso per lavoro subordinato previa esibizione dell’avvenuto pagamento del contributo di cui al comma 3. Il datore di lavoro che ha dichiarato una o due unità per  l’attività di assistenza ai sensi del comma 6 deve presentare allo sportello unico per l’immigrazione, a pena d’inammissibilità della dichiarazione di emersione, una certificazione, rilasciata da una struttura sanitaria pubblica o da un medico convenzionato con il SSN, che attesti la limitazione dell’autosufficienza del soggetto per il quale viene richiesta l’assistenza al momento in cui è sorto il rapporto di lavoro ai sensi del comma 1. Nel caso di dichiarazione di due unità per le attività di assistenza ai sensi del comma 6, la certificazione deve altresì attestare la necessità di avvalersi di due unità. La sussistenza di meri errori materiali non costituisce di per sé causa di inammissibilità della dichiarazione di cui al comma 2. La mancata presentazione delle parti senza giustificato motivo comporta l’archiviazione del procedimento. Entro 24 ore dalla data della stipula del contratto di soggiorno, il datore di lavoro deve effettuare la comunicazione obbligatoria di assunzione all’INPS. Restano ferme le disposizioni relative agli oneri a carico del richiedente il permesso di soggiorno.

8. Dalla data di entrata in vigore del Decreto di cui al comma 1 i datori di lavoro ed i lavoratori che aderiscono alla domanda di emersione di cui al comma 2 non sono punibili per le violazioni delle seguenti norme penali ed amministrative:
a) relative all’ingresso e al soggiorno nel territorio nazionale, con esclusione di quelle di cui all’art. 12 del T.U. di cui al D. Lgs.vo 286/1998 e successive modificazioni;
b) relative all’impiego di lavoratori, anche se rivestano carattere finanziario, fiscale, previdenziale o assistenziale.

9. Nei casi in cui non venga presentata la dichiarazione di cui al comma 2 ovvero si provveda all’archiviazione del procedimento o al rigetto della dichiarazione, la sospensione di cui al comma 8 cessa rispettivamente, alla data di scadenza del termine per la presentazione ovvero alla data di archiviazione del procedimento o di rigetto della dichiarazione medesima.

10. Nelle more della definizione del procedimento di cui al presente articolo, lo straniero non può essere espulso, tranne che nei casi previsti dal comma 13.

11. La sottoscrizione del contratto di soggiorno, congiuntamente alla comunicazione obbligatoria di assunzione all’INPS di cui al comma 7, e il rilascio del permesso di soggiorno comportano,m rispettivamente, per il datore di lavoro e il lavoratore l’estinzione dei reati e degli illeciti amministrativi relativi alle violazioni di cui al comma 8.

12. Il contratto di soggiorno stipulato sulla base di una dichiarazione di emersione contenente dati non rispondenti al vero è nullo ai sensi dell’art. 1344 del C.C. In tal caso, il permesso di soggiorno eventualmente rilasciato è revocato ai sensi dell’art. 5, comma 5, del T.U. di cui al D.Lgs.vo 286/1998 e successive modificazioni.

13. Non possono essere ammessi alla procedura di emersione prevista dal presente articolo i lavoratori extracomunitari:
a) nei confronti dei quali sia stato emesso un provvedimento di espulsione ai sensi dell’art. 13 comma 1 e 2 lettera c) del T.U. di cui al D.Lgs.vo 286/1998 e dell’art. 3 del D.L. 144/2005 convertito con modificazioni, dalla L. 155 del 2005 e successive modificazioni;
b) che risultino segnalati anche in base ad accordi o convenzioni internazionali in vigore per l’Italia, ai fini della non ammissione nel territorio dello stato;
c) che risultino condannati con sentenza irrevocabile compresa quella pronunciata anche a seguito di applicazione della pena su richiesta ai sensi dell’art. 444 del C.P.P. per uno dei reati previsti dagli art. 380 e 381 del medesimo codice.

14. Con decreto del Ministro del Lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’Interno e con il Ministro dell’Economia e delle Finanze sono determinate le modalità di destinazione del contributo forfetario di cui al comma 3, sia per far fronte all’organizzazione e allo svolgimento dei compiti di cui al presente articolo, sia in relazione alla posizione contributiva previdenziale ed assistenziale del lavoratore interessato. Il ministro del Lavoro, della salute e delle politiche sociali, con proprio decreto determina, altresì, le modalità di corresponsione delle somme e degli interessi dovuti per i contributi previdenziali e assistenziali concernenti i periodi antecedenti ai 3 mesi di cui al comma 1.

15. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque presenta false dichiarazioni o attestazioni, ovvero concorre alla presentazione di false dichiarazioni o attestazioni, nell’ambito della procedura di emersione prevista dalla presente legge, è punito ai sensi dell’art. 76 del T.U. di cui al D.P.R. 445/2000. Se il fatto è commesso attraverso la contraffazione o l’alterazione di documenti oppure con l’utilizzazione di uno di tali documenti, si applica la pena della reclusione da uno a sei anni. La pena è aumentata se il fatto è commesso da un Pubblico ufficiale.

16. Al fine di valutare i requisiti dei permanenza dello straniero extracomunitario per motivi di lavoro sul territorio nazionale, l’INPS comunica al Ministero dell’Interno le informazioni relative alla cessazione dei versamenti contributivi dei lavoratori extracomunitari ai fini dell’art. 37 del regolamento di cui al D.P.R. 394/1999 e successive modificazioni.

17. In funzione degli effetti derivanti dall’attuazione del presente articolo, il livello del finanziamento dell’SSN a cui concorre ordinariamente lo stato è incrementato di 228,25 milioni di euro per l’esercizio finanziario relativo all’anno di entrata in vigore del Decreto di cui al comma 1 e di 456,5 milioni di euro a decorrere dall’anno successivo. Con decreto del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministero dell’economie e delle finanze, sentita la Conferenza Permanente per i rapporti tra lo stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, i predetti importi sono ripartiti tra le regioni in relazione alla presenza dei lavoratori extracomunitari emersi ai sensi della presente legge.

18. Agli oneri netti, derivanti dal presente articolo, pari a 336,87 milioni di euro per l’anno relativo all’esercizio finanziario di entrata in vigore del decreto di cui al comma 1, a 673,75 milioni di euro per l’anno successivo, a 875,87 milioni di euro per l’anno ancora successivo e a 774,81 milioni a decorrere dall’anno successivo ancora, si provvede, quanto a 137,5 milioni di euro per l’anno  relativo all’esercizio finanziario di entrata in vigore del decreto di cui al comma 1, a valere sulle maggiori entrate assegnate al bilancio dello stato dal decreto di cui al comma 14 e, quanto a 199,37 milioni di euro per l’anno relativo all’esercizio finanziario di entrata in vigore del decreto di cui al comma 1, a 673,75 milioni per l’anno successivo, a 875,87 milioni di euro per l’anno successivo ancora e per i seguenti periodi, mediante corrispondente riduzione  dei trasferimenti statali all’INPS a titolo di anticipazioni di bilancio per la copertura del fabbisogno finanziario complessivo dell’ente, per effetto delle maggiori entrate contributive derivanti dalle disposizioni di cui alla presente legge.
   

Biotestamento: la relazione di Turco al direttivo del PD

8 Giugno, 2010 (13:01) | Documenti | Da: Livia Turco

In occasione della ripresa del dibattito sul biotestamento può essere utile rileggere questa mia relazione svolta al direttivo del Pd nel novembre scorso.
Il lavoro dei parlamentari PD nella Commissione Affari sociali, nell’avvio del suo lavoro, ha assunto come punto di riferimento i 15 punti della Commissione Sereni che erano stati il frutto dell’approfondito e ampio dibattito svoltosi nei gruppi di Camera e Senato, nonché sugli emendamenti presentati al Senato.
Ringrazio i colleghi e le colleghe della Commissione Affari sociali per aver consentito un confronto schietto, chiaro, approfondito e aver contribuito con i loro interventi nel dibattito generale svoltosi in Commissione a dare un profilo alto alla discussione. Ringrazio altresì gli altri colleghi e colleghe che, sempre in sede di discussione generale, hanno arricchito il contributo del Gruppo del PD.

Noi abbiamo sollecitato la maggioranza e il relatore Di Virgilio a costruire alla Camera un “nuovo inizio” della discussione e a costruire una legge “condivisa”. Dopo cenni di apertura e di disponibilità al dialogo manifestati dal relatore la maggioranza, trascorsi tre mesi di dibattito e audizioni, ha scelto, di adottare come testo base, il testo Calabrò. Per questo, con voto contrario unanime, abbiamo sottolineato la gravità di aver scelto di proseguire sulla via dello scontro.
Sono stati annunciati dal relatore emendamenti al testo Calabrò, ma, è del tutto imprevedibile, la situazione che si potrà determinare, visto che, il dibattito generale ha visto una sostanziale compattezza attorno al testo del Senato. (tranne l’intervento dell’on. Della Vedova).
Voglio qui ribadire le ragioni della nostra contrarietà al testo Calabrò.
Esso contiene una visione antropologica pessimistica dell’uomo, una mancanza di fiducia nella persona e nella società perché rappresenta il problema umano e sociale rilevante a cui far fronte in una diffusa domanda di eutanasia. Sappiamo che non è così. Le persone e la società esprimono oggi una domanda di “presa in carico”, di vicinanza, di lotta alla solitudine e al dolore. Insomma, una domanda di eguale rispetto della vita umana, della sua dignità e della sua qualità.

Quella legge, inoltre, contiene una prevaricazione della norma sulla coscienza delle persone e sulla scienza e competenza medica. Una prevaricazione che nega il principio della “pietas” oltre che il dettato costituzionale dell’autonomia e della responsabilità del medico.
Si basa su presupposti che non sono confermati dalla medicina, come nel caso dell’idratazione e nutrizione.
Esalta il ruolo del medico ma non ascolta ciò che i medici dicono.
Mortifica la volontà del paziente definendo le Dichiarazioni anticipate di trattamento come puramente orientative.

Abbiamo lavorato in questi mesi per elaborare gli emendamenti al testo Calabrò. Lo abbiamo fatto in modo condiviso attraverso una discussione trasparente e leale che ci ha consentito di costruire sintesi condivise.
La domanda che ci siamo posti e da cui partire è: “Cosa è successo nel Paese dopo l’approvazione del testo Calabrò ?” Perché dobbiamo costruire una legge che sia dalla parte delle persone e del Paese.

Dopo l’approvazione del testo Calabrò, si è determinata una vera e propria rivolta dei Medici, si è levata la loro pressante richiesta di rimuovere lo scandalo contenuto nella proposta di legge approvata al Senato e, non sempre così presente, nel dibattito politico. Mi riferisco all’articolo 3 in cui la proibizione della sospensione della nutrizione ed idratazione riguarda “un eventuale futura perdita della capacità di intendere e di volere” e dunque, tutti gli stati di incoscienza, imponendo di fatto, per legge, l’accanimento terapeutico
Quali sono gli stati di incoscienza?
Stati vegetativi: 1800/2000 persone.
Malati terminali 250 mila di cui 160 mila oncologici e 90 mila con altre patologie .
Malati in terapia intensiva: 150.000 di cui 80.000 incapaci; malattie degenerative come Alzaimer.
Secondo l’articolo 3 del testo approvato al Senato a tutti questi malati, in tutte queste situazioni dovrebbe essere impedita la sospensione dell’idratazione e della nutrizione. Per avere cognizione della portata di questo articolo cito la presa di posizione della Società delle cure palliative, i medici che curano i malati terminali.
“Proprio per questo noi, operatori di cure palliative, che ogni giorno ci troviamo di fronte alle situazioni di confine tra la vita e la morte, con l’obiettivo di accompagnare fino al termine della loro esistenza le persone colpite da una malattia cronica in fase terminale e, la “missione” di non farle soffrire, sentiamo il dovere di mettere in luce che, se dovesse essere approvata una legge che esplicitamente ed indiscriminatamente impone l’idratazione e l’alimentazione per tutti i pazienti, ci troveremmo di fronte a tale obbligo anche per coloro che vivono una fase di inevitabile e prossima terminalità, per le quali non si tratta di non iniziare o sospendere una terapia ma di accompagnarle a una fine dignitosa con tutte le conoscenze e gli strumenti che la medicina oggi ci offre” …… “Per non andare contro questa possibile legge cosa dovremmo fare allora? Dovremmo mettere in atto un trattamento clinicamente inappropriato aumentando la probabilità di un peggioramento di quei sintomi, di quelle sofferenze, che noi stessi siamo chiamati a curare? Questo disegno di legge, è evidente, ci imporrebbe, in ambito palliativo, di attuare delle pratiche contrarie al bene dei pazienti”.

La prima scelta che credo dobbiamo assumerci è quella di non demandare agli emendamenti dell’UDC e di Fini è, proporre noi, un emendamento di riduzione del danno che rimuova lo scandalo della Calabrò e che affermi la possibilità di sospendere la nutrizione artificiale, quando la persona è nella fase terminale della sua vita e quando queste forme di sostegno vitale mutano la loro funzione e non sono più in grado di alleviare le sofferenze del paziente configurandosi come interventi futili e sproporzionati. La valutazione di quando si determinano tali circostanze è demandata al medico curante secondo scienza e coscienza, coinvolgendo i familiari, attraverso una completa informazione, chiamati a tutelare, in una compiuta alleanza terapeutica, il miglior interesse della persona incapace.
Dopo l’approvazione del testo al Senato si è aperto nel Paese un dibattito importante che noi dobbiamo ascoltare e che si è concentrato sulla necessità di adottare un “diritto mite”, una norma che sia giusta perché capace di sollecitare l’assunzione di responsabilità da parte della persona, della famiglia e dei professionisti e, contemporaneamente dia rilievo alla relazione di fiducia tra paziente, medico e famiglia. Segnalo in modo particolare l’importanza del Convegno dei medici promosso dalle Federazioni degli Ordini e delle società scientifiche che costituisce un punto di svolta nell’assunzione di responsabilità pubblica dei medici. Da quel convegno sono scaturite indicazioni importanti sul piano medico-clinico e su quello etico-culturale. Consentitemi di portare nella nostra discussione alcune annotazioni tecniche essenziali per compiere valutazioni politiche corrette e scelte legislative appropriate.
Bisogna parlare di nutrizione artificiale che comprende anche l’idratazione, e non di alimentazione. Nutrizione artificiale e alimentazione non sono la stessa cosa, non sono sinonimi. La nutrizione artificiale è una forma di sostegno vitale assicurata da competenze medico – sanitarie secondo la deontologia medica e le evidenze basate sulle prove di efficacia. Nutrizione non è alimentazione perché ciò a cui ci si riferisce è l’utilizzo di nutrienti e non di alimenti che vengono preparati con procedure farmaceutiche e vengono somministrati per via artificiale, parenterale o enterale, cioè senza ricorrere al normale processo di deglutizione. La nutrizione artificiale per essere praticata richiede il consenso informato del paziente, la collaborazione del farmacista, il regolare controllo e monitoraggio del medico specialista. Tale definizione esclude quei pazienti che pur in stato vegetativo conservano anche per molti anni il riflesso della deglutizione e ciò rende, seppur laboriosa, la nutrizione per via normale.

Stato vegetativo
La condizione di stato vegetativo resta gravato da un tasso di errore diagnostico molto elevato e dall’incertezza della prognosi sulla sua evoluzione.
Non si usa più l’espressione stato vegetativo persistente ma stato vegetativo da 3 anni, 5 anni, perché non si è in grado di definire cosa è persistente.
La scienza non è in grado di assicurare che uno stato vegetativo, comunque diagnosticato, si possa considerare una condizione irreversibile.
La definizione di stato vegetativo non è, in alcun modo, definitiva ma solo probabilistica riducendosi in modo progressivo la possibilità di risveglio con il passare del tempo. Ma è in grado di certificare che, con il protrarsi negli anni, di questa condizione, la corteccia cerebrale tende a diradarsi e a sparire. L’opinione prevalente degli specialisti, sulla base dell’evidenza, è che sia altamente improbabile il risveglio e la restituzione alle funzioni cognitive quando si superi un certo numero di anni nella condizione di stato vegetativo. Tuttavia questa possibilità non può essere esclusa.
Le osservazioni hanno messo in risalto:
- Negli stati vegetativi, soprattutto dopo il trascorrere degli anni, si sviluppano patologie non riscontrabili nelle popolazioni sane;
- Subentrano complicanze;
- Quando la persona è prossima alla terminalità l’organismo diventa incapace di assimilare le sostanze fornite o si determina una intolleranza clinicamente rilevabile collegata all’alimentazione. Dunque, è problematico, sul piano clinico, ed è questo un punto condiviso in ambito medico, prevedere la tassativa esclusione della possibilità di interruzione dei trattamenti di nutrizione artificiale così come previsto dalla Calabrò anche per gli stati vegetativi. Questo è un punto condiviso nella Commissione Affari Sociali.

I medici, nel convegno di Terni, hanno affermato: “nelle specifiche condizioni oggi inquadrate come stati vegetativi, la comunità scientifica deve consolidare le evidenze relativamente agli aspetti preventivi, diagnostici e terapeutici, attraverso l’elaborazione di specifiche linee guida, la valutazione degli esiti dei trattamenti riabilitativi, di nutrizione artificiale e di altri eventuali trattamenti di supporto vitale, di prevenzione e gestione delle complicanze (infezioni, embolie, trombosi) anche al fine di costruire un apposito Registro Osservazionale”.
“In presenza di dichiarazioni certificate si ritiene opportuno che nelle particolari situazioni cliniche inquadrate come stati vegetativi, le condizioni di irreversibilità del danno neurologico vanno indagate, validate e certificate secondo le migliori evidenze scientifiche disponibili da trasferire in analitici e rigorosi protocolli diagnostici e prognostici unici a livello nazionale” Credo che queste indicazioni possano orientare i nostri emendamenti.

L’incertezza della prognosi sullo stato vegetativo spiega il duplice atteggiamento dei Medici che li vede da un lato affermare che i trattamenti di nutrizione e idratazione vanno sempre garantiti e dall’altro avvertono la necessità che subentri la valutazione del paziente sulla capacità di vivere la sua condizione di malattia e sofferenza, per metterli nella condizione di garantire una cura efficace. Di fronte all’incertezza, a ciò che è solo probabile nell’evoluzione della malattia, sia dal punto di vista etico che da quello clinico, il dovere di garantire i trattamenti deve coniugarsi con il dovere di ascoltare il peso della sofferenza per le persone malate la cui tollerabilità può essere definita solo dalla persona medesima in qualunque contesto di malattia e in qualunque tipo di patologia.
Il giudizio unanime dei medici sull’impossibilità di definire una prognosi certa circa l’evoluzione dello stato vegetativo e di definire la condizione d’irreversibilità ci obbliga ad aggiornare la nostra elaborazione.
Il punto di equilibrio, il bilanciamento di valori tra tutela della vita e scelta della persona, noi lo avevamo individuato nella formulazione per cui nutrizione e idratazione sono sempre garantite al paziente, ad eccezione del caso in cui la loro sospensione sia espressamente oggetto delle dichiarazioni anticipate di trattamento. Idratazione e alimentazione possono essere sospesi nel caso in cui lo stato vegetativo sia assimilabile al fine vita così come identificato in base ai criteri clinici e strumentali stabiliti da una commissione speciale per lo studio, la definizione e la classificazione dello stato neurovegetativo. Il ministro della salute con decreto, sentito il parere del Consiglio Superiore della Sanità istituisce una commissione speciale per il compito prima indicato.
Non credo possiamo confermare questa soluzione. La sua evoluzione è resa necessaria dal fatto che l’opinione del Mondo Medico non ritiene praticabile la strada di una definizione definitiva e standardizzata dello Stato Vegetativo. Dove trovare dunque il bilanciamento di valori e come far vivere il principio di precauzione?
Ciò che dovremmo porre al centro della nostra visione e far diventare il cuore della nostra legge è proprio la relazione di fiducia tra medico, paziente, familiari, che valuta in ogni peculiare situazione e per ciascuna singola e irripetibile persona, secondo, il principio del rispetto della sua salute, della sua vita e del valore supremo della sua dignità. Per usare un’espressione del teologo Bruno Forte “il connubio tra il sacrario della coscienza e la rete di comunione è ciò che vorremmo promosso e rispettato il più possibile in una legislazione sul fine vita”.
Relazione di fiducia e non solo di cura.
La fiducia implica che oltre a curare il medico si prende cura, ascolta le competenze del paziente, non guarda solo alla sua malattia ma alla sua biografia e al suo contesto di vita, alle persone che sono accanto al paziente.
La relazione di fiducia tra paziente, medici, fiduciario, familiglia è la modalità di cura più ambiziosa e difficile ma l’unica efficace; è “ambito etico” perché in essa il fluire della vita dimostra che vita ed autodeterminazione intesa come libertà per fare ciò che è bene non sono tra loro in contrapposizione perché non c’è l’una senza l’altra.
L’autonomia e la volontà del paziente non sono un io solipsistico e un’astratta signoria della mente. L’autonomia e la scelta si esercitano nel contesto delle relazioni umane, della comunità di affetti in cui ciascuno misura la sua dipendenza dall’altro.
Nella relazione di fiducia sono su un piano di dignità, nella distinzione dei ruoli, il medico e il paziente.
L’autonomia e la responsabilità del medico è il motore dell’alleanza terapeutica e della relazione di fiducia ed essa implica e ingloba il rispetto della volontà del paziente.
L’autonomia e la responsabilità del medico, la sua funzione di garanzia e tutela della salute del paziente, all’interno delle DAT è ciò che consente di declinare le medesime dal passato al presente, dall’ipotesi al fatto, dall’ignoto alle migliori evidenze disponibili, per accompagnare ognuno nella sua storia di vita, unica ed irripetibile. Attraverso la relazione di fiducia si può forse cercare di superare la contrapposizione, tra il perseguimento del bene del paziente, oggettivamente inteso e, la sua autonomia. Nella misura in cui la malattia stessa è causa di una compressione della sfera dell’autonomia del malato, allora la medicina, nella sua finalizzazione alla cura della malattia, contribuisce a promuovere l’autonomia del paziente. La tutela dell’autonomia si presenta, in questo senso, quale fine intrinseco della pratica medica e non soltanto quale argomento da contrapporre all’invadenza della medicina moderna. L’autonomia non va ridotta alla sola eccezione negativa della “non interferenza” ma va intesa anche positivamente, sia come fonte del dovere del medico d’informare il paziente e verificare, in un vero e proprio processo di comunicazione, l’effettiva comprensione dell’informazione data; sia come capacità dello stesso medico di ascolto e di comprensione delle richieste del paziente, capacità necessaria per compiere le scelte terapeutiche più opportune e rispettose della persona nella sua interezza. Ciò significa che bisogna superare ogni concezione meramente formalistica o difensivistica del consenso informato.
D’altra parte anche l’implementazione del diritto alla rinuncia consapevole delle cure può esplicare riflessi positivi sul piano della relazione paziente-curante alimentando la fiducia. Se il paziente può confidare che la propria volontà (da accertarsi in concreto con le dovute cautele e garanzie) verrà accolta e rispettata, l’elemento fiduciario alla base dell’alleanza terapeutica ne verrà rinsaldato. Inoltre, proprio la possibilità di richiedere l’interruzione di trattamenti può favorire l’adesione del paziente all’avvio degli stessi che prevedono la dipendenza da macchinari e sono surrogatori di funzioni vitali; trattamenti che potrebbero essere a priori rifiutati proprio per il timore di una perdita definitiva della propria possibilità di autodeterminazione. Queste non sono considerazioni personali ma argomenti che ho trovato molto convincenti contenuti nel documento della Commissione Nazionale di Bioetica sul tema “Rifiuto e rinuncia consapevole al trattamento sanitario nella relazione medico-paziente” del 28 ottobre 2008, e illustrata nella sua audizione al Senato dal Prof. Casavola.
E’ alla relazione di cura e fiducia tra paziente/medico, fiduciario e familiari, ed è nella valutazione caso per caso, della singola ed irripetibile persona che deve essere affidata la scelta, ogni scelta.
La legge, dunque, deve promuovere, sostenere e valorizzare la relazione di cura e di fiducia tra paziente, medico, fiduciario e comunità di affetti.
Ne deriva una conseguenza sui caratteri della DAT che non può essere né orientativa né vincolante ma “impegnativa”.
Ciò in coerenza con la centralità della comunicazione che si sviluppa tra i diversi componenti della relazione di cura e fiducia.
In coerenza poi con il codice di deontologia medico, con l’art. 9 della Convenzione di Oviedo, che recita “i desideri precedentemente espressi saranno tenuti in conto” con il parere del Comitato Nazionale di Bioetica del 2003.
I desideri indicano un “progetto di vita e di coerenza” in ordine ad aspetti che il soggetto ritiene essenziali. D’altra parte le dichiarazioni anticipate vanno contestualizzate sotto il profilo tecnico-professionale non allo scopo di eludere la volontà del paziente ma al fine di verificare la sussistenza o meno delle condizioni cliniche e delle valutazioni tecniche che le hanno informate”. E, per utilizzare a vantaggio della salute delle persone le nuove opportunità che la scienza e la tecnica offre.
Il valore impegnativo delle DAT è una soluzione che da un lato offre al cittadino ragionevoli garanzie di rispetto della sua volontà e dall’altro non solo non mortifica ma esalta l’autonomia professionale del medico che comunque deve essere chiamato a valutare l’attualità dei desideri del paziente ed a comportarsi di conseguenza sulla base delle sue autonome valutazioni.
Dove trovare dunque un bilanciamento di valori tra tutela della vita e scelta della persona e come far vivere il principio di precauzione rispetto alla sospensione di alimentazione ed idratazione?
- Garantire che i trattamenti di nutrizione e idratazione siano sempre assicurati al paziente assumendo come punto di riferimento ciò che è condiviso nell’ambito clinico.
- Consentire che la nutrizione e l’idratazione siano indicate nelle DAT.
- Promuovere, sostenere e valorizzare la relazione di fiducia tra medico e paziente e fiduciario che valuta con il collegio medico caso per caso la situazione della persona ed il suo stato di gravità e valuta quando i trattamenti diventano futili e sproporzionati.
La relazione di fiducia tra paziente, medici, fiduciario, familiari è la modalità di cura più ambiziosa e difficile ma l’unica efficace; è “ambito etico” perché in essa il fluire della vita dimostra che vita ed autodeterminazione intesa come libertà per fare ciò che è bene non sono tra loro in contrapposizione perché non c’è l’una senza l’altra.

Allegati
EMENDAMENTO

AC 2350
Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazione anticipata di trattamento.

Art 3
(Contenuti e limiti della dichiarazione anticipata di trattamento)

Al comma 5 dopo l’ultimo periodo aggiungere il seguente:

“E’ possibile sospendere la nutrizione artificiale, quando la persona è nella fase terminale della vita o quando queste forme di sostegno vitale si configurano come futili e sproporzionate rispetto ai loro fini di procurare sollievo dalle sofferenze nel rispetto della dignità della persona. Tali valutazioni competono al medico curante secondo scienza e coscienza, coinvolgendo i familiari, attraverso una completa informazione, chiamati a tutelare, in una compiuta alleanza terapeutica, il miglior interesse della persona incapace.

Turco L. - Binetti

EMENDAMENTO

AC 2350
Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazione anticipata di trattamento.

Art 3
(Contenuti e limiti della dichiarazione anticipata di trattamento)

Sostituire i commi 5 e 6 con i seguenti:

5) Nelle condizioni e per i soggetti che si caratterizzano per una perdita della capacità di intendere e volere, la nutrizione artificiale, qualora indicata, è una forma di sostegno vitale finalizzata ad alleviare le sofferenze nel rispetto della dignità della persona, che viene assicurata da competenze mediche e sanitarie, conformemente alle migliori evidenze scientifiche disponibili  ed ai principi di deontologia professionali. La nutrizione artificiale, quale atto dovuto, deve sempre essere disponibile e accessibile, senza oneri, alle persone che ne necessitano, ovunque risiedono, in famiglia o nelle comunità di assistenza.

5 bis) La nutrizione artificiale può costituire oggetto di espressione della volontà della persona nelle dichiarazioni anticipate di trattamento; ai sensi dell’art. 32 della Costituzione e dell’art. 9 della Convenzione di Oviedo tale dichiarazione deve essere considerata impegnativa per il medico, il fiduciario ed i familiari nelle decisioni che devono essere assunte.

5 ter) In accordo con il fiduciario ed i familiari , le dichiarazioni anticipate di trattamento possono essere disattese dal medico curante, in tutto o in parte,  qualora sussistano motivate e documentabili possibilità , non prevedibili all’atto della dichiarazione, di poter diversamente  conseguire ulteriori benefici per la persona assistita; questi vanno   sempre commisurati , nel tempo e negli obiettivi,  agli orientamenti  precedentemente espressi e al rispetto della  dignità della persona. Tali procedure vanno puntualmente esplicitate e riportate  nella documentazione  clinica.
In caso di disaccordo tra il fiduciario, il medico curante e i familiari, sui tempi e le modalità di attuazione della dichiarazione anticipata di trattamento che preveda per il paziente la sospensione  della nutrizione artificiale, la valutazione in ordine al beneficio terapeutico di cui al capoverso precedente, è demandato al collegio medico, che include il medico curante, designato dalla direzione sanitaria e dalla struttura che ha in carico il paziente. Ove il dichiarante versi in condizioni di stato vegetativo, la nutrizione artificiale deve sempre essere assicurata, salvo il caso in cui risulti inidonea a conseguire le finalità previste, si dimostri futile e sproporzionata e quando la persona entra nella fase terminale della vita. Tali valutazioni competono  al medico curante secondo scienza e coscienza, in accordo con il fiduciario se nominato e i familiari, chiamati ad tutelare, in una compiuta alleanza terapeutica, il migliore interesse della persona attualmente incapace, tenendo conto  delle sue dichiarazioni anticipate di trattamento

5 quater) In caso di mancato rinnovo della dichiarazione anticipata di volontà e della successiva perdita della capacità di intendere e volere, il medico curante, d’intesa con i familiari, tiene conto della volontà espressa dal soggetto, fermi restando i principi ed i divieti stabiliti dalla presente legge.

5 quinquies) In assenza delle DAT, nei casi d’incapacità d’intendere e volere o in presenza di minori d’età, le decisioni in merito alle modalità di somministrazione della nutrizione artificiale, da commisurarsi alle aspettative di sopravvivenza, alle condizioni del paziente ed alla necessità di evitare forme di accanimento terapeutico, vengono assunte dal medico curante, cui spetta la decisione finale, in collaborazione con i familiari

5 sexies) Le disposizioni di cui al comma 5 quinquies si applicano anche nei casi delle persone che si trovino negli stati indicati nel comma medesimo al momento dell’entrata in vigore della presente legge. In questi casi si tiene anche conto delle volontà da loro espresse in qualsiasi forma nelle precedenti fasi della vita.

Turco L.